lunedì 27 settembre 2010

Tre fesserie


Ho scritto poco ultimamente. Colpa della sinusite, o di qualsiasi altro male oscuro risieda nel mio cranio. Giovedì ritiro la TAC e vi comunicherò il verdetto, ammesso che ve ne freghi qualcosa. Stasera mi sono imposto di scrivere, perchè altrimenti si perde smalto, e i miei lettori (che siete voi) si dimenticano di me. E allora andiamo, scriviamo.

Cosa è successo ultimamente nella mia vita? Ho scelto tre avvenimenti (o presunti tali) che vi espongo in ordine sparso. Innanzitutto, ho comprato una nuova chitarra elettrica. Una Fender Telecaster American Special bianca (la Fender lo chiama "olympic white") con battiplettro nero. Proprio come questa:



A dirla tutta, me la sono fatta comprare. Da un amico che frequenta quella sorta di covo dei predoni che è Via S. Sebastiano. Naturalmente i soldi li ho messi io, sebbene le Poste Italiane facciano di tutto, ultimamente, per rendermi difficile accedere ai miei pur magri risparmi. Perchè ho fatto questo acquisto, visto che non ho un gruppo e sono un semi-vegliardo che non ha mai imparato a suonare secondo i canoni correnti della teoria e tecnica musicale occidentale? Perchè volevo finalmente uno strumento decente. Voglio fare i bending. Quelli dove tiri le corde e la chitarra protesta, producendo un effetto sonoro gradevole. Con la mia vecchia Epiphone non potevo, non mi reggeva l'accordatura. E ora sto scoprendo un mondo fatato di manici doppi e suono definito. E questo è quanto.

Il secondo argomento di cui vi parlerò è un sogno che ho fatto, e che mi ha turbato non poco. Ero in un postribolo (o meglio, un appartamento adibito a postribolo), e mi trovavo in compagnia di alcune donnine allegre. Eravamo in camera da letto, e io mi rivolgevo a una di loro per ottenere una prestazione. Incredibilmente, lei diceva di non essere disponibile, la qual cosa risultava poco credibile, in virtù del fatto che la giovane donna era seminuda. Accostavo allora un'altra, con la stessa finalità, ma anche lei mi dava buca. La terza prostituta, infine, mi spiegava che sarebbe arrivata a breve una sua collega che era di turno, e finalmente avrei potuto consumare il rapporto. Questo sogno ci conferma un sospetto che ho sempre avuto: Tinto Brass e Samuel Beckett vanno tenuti a debita distanza.

L'ultimo argomento di cui vorrei scrivere sono le donne sopra i 30 anni. Naturalmente la mia finestra sul mondo è piuttosto limitata, un po' per necessità, un po' per scelta. Per essere più corretto, dovrei dire che vi parlerò delle ultratrentenni che frequentano il supermercato di fronte casa mia. Si tratta di donne molto ordinarie, che a occhio e croce possono essere definite rappresentanti abbastanza tipiche del loro gruppo statistico. Diciamo subito che io non mi faccio eccessivi problemi quando esamino e valuto un membro del sesso opposto. Guardo sfrontatamente, con un'espressione neutra (almeno credo), e non per fantomatici intenti di seduzione (calma!!!!), bensì per capire. Guardo le donne come si guarda un animale o una pianta, o una qualsiasi altra forma di vita. Dall'altra parte non mi è mai capitato di riscontrare un interesse di natura analoga. Queste semi-vegliarde si distinguono in due categorie:

1) Quelle che hanno piacere di essere guardate.

2) Quelle che si sentono a disagio se guardate.

A volte le due categorie si sovrappongono. Quello che manca assolutamente in loro è la naturalezza, la mancanza di malizia che porta una persona a stare in mezzo agli altri senza dover stabilire confini e rapporti di forza come superpotenze rivali. Sono brutte, anche quando le loro fattezze potrebbero suggerire armonia di forme. Sono brutte perchè in loro ogni minimo gesto, ogni sguardo, ogni atteggiamento è finalizzato al raggiungimento di uno scopo, per di più assolutamente banale e meschino. Provano un disagio eccessivo, che non è timidezza ma una forma di aggressività, se hanno un filo di grasso in più. E trasudano una violenza sconcertante se sono sicure del loro aspetto. Le ultratrentenni sono per lo più brutte. Almeno quelle che fanno la spesa al supermercato di fronte casa mia.

E allora io cercherò la bellezza nel mio nuovo strumento. Sì, le chitarre sono più belle delle donne, in linea di massima. Non hanno scopi, esistono per essere chitarre. Puoi suonarle ogni giorno, o lasciarle a riposo per una settimana prima di imbracciarle ancora, e suoneranno sempre bene. Basta cambiare le corde, ogni tanto. Questo mi fa pensare che la mia chitarra non ha ancora un nome. Alle chitarre vanno dati dei nomi, è importante. E allora diamo un nome alla mia nuova Tele. Bene, eccolo. Visto che è bianca, la chiamerò Bianca. Ed esplorerò la sua tastiera con l'amore di un novello sposo un po' imbranato, ma volenteroso. Lei sarà paziente e sempre disponibile, concedendosi al mio tocco impacciato fino a quando un perfetto bending non la farà gemere di piacere.

mercoledì 8 settembre 2010

Ricordati che devi morire

Buonasera, signore e signori. Questo post è un atto di contrizione. Perdonatemi. Perdonatemi voi, che mi seguite su questo blog. E perdonatemi voi, dottori in medicina, health freaks e amici con una certa conoscenza della fisiologia. Martedì sera ho commesso un atto sconsiderato, per un individuo della mia età, della mia costituzione e con il mio stile di vita: ho fatto dell'attività fisica. Anatema su di me. E ora devo espiare, facendo impennare da solo le vendite della Peroni, dando così una flebile speranza almeno ad un settore dell'economia italiana. Ma prima vorrei esporvi alcune riflessioni, visto che tale scempio potrebbe ripetersi presto, con estreme conseguenze per la mia salute e, ebbene sì, la mia stessa vita.
Qualche giorno fa, mentre leggevo l'ennesimo thrilleraccio per una nota casa editrice italiana che mi paga come un lavapiatti senza permesso di soggiorno, mi arriva un SMS, annunciandomi che presto sarei tornato a calcare un campo di calcetto. Quello che ho provato è stata gioia mista a paura. Gioia perchè il calcetto ci riporta alla nostra adolescenza e giovinezza, alle sgambate spensierate, ai terribili attimi di tensione quando qualcuno "metteva in mezzo le mamme"; e paura perchè , dopo anni di assoluta inattività fisica, bisognerebbe riprendere gradualmente. Ad esempio, facendo una passeggiata ogni tanto, anzichè girare sempre su uno scooter senza le sospensioni pur di non compiere il considerevole sforzo di mettere un piede davanti all'altro. O cercando di capire cosa non va nel tuo organismo, quando ti svegli la mattina con la vitalità di Don Zauker (quello di Daitarn 3).
Fatto sta che, facendo un po' di riscaldamento prima di entrare in campo, martedì sera, mi sono accorto di stare peggio di quanto pensassi. Quello che è venuto dopo è stato penoso e umiliante. Se Franco Baresi tornasse a giocare oggi, sarebbe più mobile e scattante di me. Di me, che con tenace anacronismo mi ostino a interpretare il ruolo del libero perchè sta più dietro di tutti (scusate il ritardo...), e perchè corre meno di tutti. E poi perchè si chiama libero, che è sempre un bell'aggettivo.
Ma se libero potevo essere da marcature, in quella piacevole serata settembrina, non altrettanto potevo dire di un pensiero maligno e cazzimmoso come un goblin con la scabbia: la consapevolezza della mia mortalità. Ormai è chiaro, cari lettori, che il vostro amato Bradipo è entrato nella seconda metà della sua vita, quella in cui un lento, progressivo e ineluttabile declino fisico e mentale lo traghetterà verso la terza età e il suo ruolo senile di vecchio che bofonchia parole incomprensibili in luoghi pubblici. Si può cercare di opporsi a questa universale sciagura, si può ritardare il processo di senescenza combattendo i radicali liberi con una serie di costosi prodotti pseudo-farmaceutici, ma resta il fatto che la festa è finita. Tutto ciò che mi attende, da ora alla fine, è un degradante scemare di tutte le mie facoltà.
Tanto più dura è l'accettazione di questa realtà per un sottoccupato cronico, senza un futuro professionale e quindi senza possibilità concrete di soluzioni sentimentali che si addicano a questa età di passaggio, in cui si appendono le scarpette al chiodo e, magari sullo stesso muro, le foto dei tuoi bambini, che insieme a tua moglie hai portato al mare con i risparmi di un anno di lavoro (quello pagato con i soldi veri anzichè con quelli del Monopoli). Sul muro del mio fato beffardo campeggiano solo caricature del mio buffo volto, collezionate in gioventù per schernirmi in quella che dovrebbe essere la maturità, ma che per me non è altro che un prolungato, avvilente addio alla giovinezza. Giovinezza che si allontana come una leggiadra fanciulla dopo averti respinto, ma continua a sorridere, per umiliarti di più. Giovinezza, assurdo travestimento di un'età che non esiste, inventata dai teoreti dell'avidità umana, a metà fra l'adolescente e il cittadino. Datemi un lavoro, per amor di Dio! Mi devo fidanzare, prima che sia troppo tardi! Devo impregnare del mio seme qualche povera demente, prima che arrivi l'andropausa (e temo non manchi molto)!
Perchè la libertà non è un ideale astratto, è la possibilità concreta di fare ciò che si intende fare. In altre parole, il potere di ciascuno di decidere il corso della propria vita. Senza lavoro, non c'è libertà. Chi non lavora, non fa l'amore. Nè si sposa. Nè fa i figli. Resta un giovane che ha passato la data di scadenza e per essere libero non può fare altro che infilarsi le scarpette e sistemarsi, ancora una volta, alle spalle di tutti.

martedì 31 agosto 2010

Il degrado è una musica che si suona a orecchio



Cari lettori, sarete ormai abituati al livore venato di grottesco che pervade molti dei miei post; questa volta, però, ci troviamo di fronte a un delitto che grida vendetta, tremenda vendetta. Violate la mia privacy, il mio onore, finanche la mia libertà, e io accetterò da buon partenopeo, cane di una razza al bastone tristemente avvezza; ma il mio corpo, quello no. Il mio corpo, come ebbe a dire un indimenticato polmone del centrocampo juventino, è un tempio. Poco ci importa, in questa sede e in questo tempo, sindacare sulla veracità di tale affermazione; ciò di cui il mondo civile deve prendere atto, oggi, è un grave attentato contro l'integrità della mia persona fisica e, di riflesso, morale.
Se mi leggete con assiduità e attenzione, cari ricettori dei miei squilibri e disagi, saprete pure che ho il vizio (o il vezzo, fa lo stesso) di conferire sempre la qualità dell'universalità alle mie vicissitudini, anche a quelle apparentemente più singolari. Questo caso non fa eccezione. Con le armi della logica, della satira e di una gaia arbitrarietà, dimostrerò che questo episodio va inserito nel quadro di un più ampio degrado civile, e mirabilmente lo illustra. Questa, cari amici, è roba da interrogazione parlamentare.

E veniamo ai fatti. Come alcuni di voi sapranno, il giorno dopo Ferragosto il vostro eroe (ché tale mi fregio di essere, a ragione o a torto) si imbarcava su un aeromobile diretta a Praga. Dopo un viaggio senza alcunché da registrare, se non qualche turbolenza del tutto consueta e ordinaria, arriva il momento di recuperare il bagaglio a mano e scendere dall'apparecchio, per cominciare finalmente la vacanza propriamente detta. Ed è lì che un fato beffardo si è divertito a frapporre fra me e una bellissima capitale europea alcuni figli della tanto vituperata (e da questa vicenda verrebbe da dire a ragione) Casal di Principe. Non ritengo necessario ricordarvi che si tratta di uno dei comuni più mafiosi d'Italia, più volte menzionato in Gomorra, città natale di quella gemma del Sud che è Nicola Cosentino (ma anche degli Schiavone, dei fratelli Orsi, dei Bidognetti e di tanti altri che potrete immaginare). Ebbene, quando chiedevo a uno di costoro di concedermi qualche decimetro cubico di spazio per consertirmi di arrivare ad afferrare il mio trolley, questo mi rispondeva, con il suo orrido accento, che gli unici due corsi d'azione da intraprendere per ottenere il fine che mi prefiggevo erano la corruzione o l'omicidio del suddetto troglodita. E già mi vedo costretto ad osservare che, fra noi persone più o meno civili, comunque inurbate (a differenza del casertano contadino che, come è ben noto, zappa la terra, zappa la terra) non è in uso intavolare trattative o mettere mano alle armi per chiedere e ottenere gesti di semplice cortesia. A questo punto io, che solitamente non giudico per non essere giudicato, sento il bisogno di studiare con qualche ben assestata occhiata la comitiva. Il nostro uomo ho già avuto modo di osservarlo da vicino, e temo che una descrizione troppo accurata dei suoi tratti somatici, abbinata alla narrazione degli eventi che seguiranno, potrebbe spingere qualcuno a riabilitare il lavoro di Cesare Lombroso. Basti dire che porta un grosso anello al mignolo; per chi è delle mie parti, non è necessario aggiungere altro. La donna che gli sta accanto (che poi risulterà essere la sua novella sposa) sfoggia un'acconciatura tamente elaborata da richiedere necessariamente una motivazione, che sarà fornita a tempo debito. Sono poi presenti altri due individui di sesso maschile, una sorta di pigmeo calvo e un quarto villico che più lo guardo più mi viene da pensare a un rustico pranzo a base di caponata e vino sfuso del contadino, consumati in un locale male arredato e semivuoto, con una sala sul retro gremita di giovinastri, alcuni videopoker e un vecchio bigliardino con le stecche storte. Ma badate bene, questi sono solo comprimari in una tragedia della quale il protagonista assoluto è lui, che in assenza di un nome proprio chiameremo Ribaldo da Casale, guappo eccellentissimo e temuto signore di tutte le sale da biliardo dell'Agro Aversano. Fra i suoi privilegi feudali ci sono, immaginiamo, un decimo dei raccolti di pesche alla diossina, l'ingresso gratuito alle partite dell'Aversa Normanna, e il diritto di precedenza sugli altri clienti nel salone di barbiere da lui prescelto.
Mentre rimesto tali pensieri sento una leggere pressione sull'orecchio sinistro. Provate adesso a immaginare cosa possa passare per il cervello di un uomo che pure ha viaggiato, ha conosciuto un po' di mondo e di straniere genti, eppure mai ha vissuto un'esperienza come quella che segue: Ribaldo da Casale ha preso il mio padiglione auricolare fra due dita della sua mano destra, e lo accarrezza soavemente, come a volerne saggiare la consistenza, la temperatura o chissà che altro. Vi sembrerà appropriato, se siete minimamente sagaci, che un evento così inusitato e illogico si verifichi proprio nella città natale di Kafka. Ma questo pensiero, cari amici, mi è occorso solo molto più tardi. In quel momento mi sono sentito un po' come il pythoniano Mr. Praline nel celebre sketch del pappagallo, quando, recatosi a Bolton per la sostituzione dell'animale morto con uno vivo, si trova di fronte allo stesso identico esercizio commerciale in cui aveva acquistato il volatile defunto, con la sola differenza che il commesso qui ha i baffi (pur essendo anche lui per il resto tale e quale a quello con cui ha battibeccato poco prima).
Dopo l'iniziale spiazzamento, subentra la consapevolezza istintiva di un'infrazione: per alcuni decimi di secondo sono un bracciante della Capitanata del primo '900, angariato da protervi signorotti locali e massari avidi e prepotenti. Ma prima che gli eventi precipitino, subentra una consapevolezza: siamo su un aereo, un luogo in cui la minima infrazione ai comportamenti di prammatica può portare come minimo a una pessima figura (si tratta di un volo internazionale, il mondo ci guarda), e un'infrazione meno lieve può farci finire al posto di polizia aeroportuale. Inoltre le porte non si sono ancora aperte, e il deflusso sarà comunque lento e laborioso. Scrutando il volto del gaglioffo, scorgo l'inconfondibile marchio della guapparia. E così, per evitare mali peggiori, abbozzo. Don Ribaldo si lancia dunque in un lungo ed elaborato resoconto, in base al quale il pigmeo calvo sarebbe una specie di feticista ossessionato dalle altrui orecchie; trascinato dalla sua stessa retorica, mentre il glabro nano lambisce con voluttà la parte della mia anatomia che non occorre più specificare, lui fa altrettanto all'uomo della caponata. V'è da dire, a discolpa quanto meno parziale di questi personaggi, che il primo fa di tutto beffe e lazzi, mentre il secondo rimane in silenzio e in disparte, e sembra addirittura lievemente infastidito da quanto accade. La sposina, infine, passa da un'iniziale e ben visibile allarme per il gesto estemporaneo del coniuge, a un sommesso imbarazzo: mi guarda come a dire "Che vuoi farci, mio marito è così". Ora è il giullare a narrarmi un buffo episodio, ovvero di come dové costui adoprar l'ingegno per toccare al matrimonio di Don Ribaldo, da poco celebrato, l'orecchio di un camorrista, che lo aveva fatalmente attratto in virtù delle sue gigantesche dimensioni. Dunque, ora scopriamo il motivo per cui la testa della signora è agghindata come un uovo di Pasqua di Gallucci. Il giullare e il muto sono il fotografo e il cameraman del matrimonio, aggregati agli sposini per un motivo che scopriremo fra poco.

Una volta scesi dall'aeroplano mi tocca sorbirmi anche i rimproveri e il dileggio dei miei compagni di viaggio, che avevano assistito a distanza di qualche metro alla scena: tutto avevano visto e, tendendo l'orecchio, qualcosa avevano udito. E dunque mi riscopro samurai privato dell'onore, quasi costretto a un pittoresco suicidio rituale dalla pressione dei pari. Ma io rimango persuaso di aver agito bene, assecondando il minuto giullare e lasciando che la sua bislacca simpatia, pur se probabilmente non scevra da intenzioni di scherno, desse uno sbocco pacifico a una situazione tanto indecifrabile da essere aperta a qualsiasi sviluppo.

Comunque sia, la vacanza comincia, con le sue lunghe passeggiate fra le numerose bellezze architettoniche della capitale ceca. Il nostro albergo sorge all'ombra del ponte più centrale e più bello di Praga, quello che prende il nome da Carlo IV del Sacro Romano Impero; percorrendolo in una serata fresca e stellata, indovinate chi ci ritroviamo davanti? Don Ribaldo e consorte, vestiti con gli indumenti evidentemente indossati al loro matrimonio, con il giullare e il muto che li fotografano e li riprendono. Ecco perché erano con loro, e perché l'uovo di Pasqua di Gallucci non si era potuto scartare prima.
Sarà perchè Praga non è enorme, sarà perché il destino si accanisce contro di me, incrociamo Don Ribaldo e i suoi per tutti i giorni del nostro breve soggiorno. Al momento della partenza è quasi un sollievo allontanarsi da questo losco e inquietante personaggio. Ma la navetta aeroportuale resta ferma per un lasso di tempo inspiegabilmente lungo... Certamente aspettiamo qualche ritardatario. Bene, dobbiamo solo pazientare un po'. Finalmente appare il colpevole, sorridente e giulivo. C'è bisogno che vi dica di chi si tratta? Salito sul veicolo, proclama tronfio che effettivamente si era sentito chiamare per tre volte, ma che lui, quando fa shopping, non conosce cause di forza maggiore.

Questo, amiche e amici, è il degrado di cui parla il titolo del post. Questa gente è stata attorniata dal brutto così a lungo che ormai lo incarna, tanto nel senso estetico che morale. Questi individui hanno passaporto italiano e possono recarsi in qualsiasi città della UE, proprio come me; ma, a differenza di me e dei miei amici, non possono essere certo definiti cittadini europei. Sono la schifezza degli italiani, ovvero la schifezza di un popolo che già non brilla per civiltà e cosmopolitismo. Scambiano la tolleranza e il rispetto che voi ed io consideriamo valori per debolezza, e godono del fastidio che arrecano agli altri, perché è qualcosa che si impone, per cui implica una loro affermazione. Sul loro senso estetico, credo sia meglio sorvolare. Anche questa, cari lettori, è Gomorra. Ministro Maroni, tu che tanto ti vanti di aver fatto contro le mafie, perchè non hai ancora assicurato Don Ribaldo da Casale alla giustizia? Quando lo vedremo finalmente al 41 bis, ridotto alla follia come il "professore" Cutolo, andare avanti e indietro nella sua angusta cella farneticando e smaniando, perché non ci sono orecchie da toccare? Fino ad allora questo non si potrà definire un paese civile, ma solo una babilonia in cui regnano l'arbitrio e la sopraffazione; in cui i singoli componenti dell'orchestra non seguono lo spartito della convivenza civile e del progresso comune, ma improvvisano ad libitum; e suonano, ebbene sì, a orecchio.

lunedì 9 agosto 2010

Il sogno del bradipo

Salve a tutti. Oggi vorrei scrivere di qualcosa di diverso: vorrei parlarvi di un sogno fatto poche ore fa. Premetto che ieri sera ho bevuto un po', e ho mangiato un panino che conteneva, fra le altre cose, peperoni. Un po' me la sono cercata...
Gioisco perchè per un lungo periodo della mia vita non sono riuscito mai a ricordare quello che sognav0, e questo mi disturbava alquanto: la parte onirica della via vita è, non sorprendentemente, la migliore. Ma passiamo a cercare di esporvi questo frammentario delirio.

Ricordo che all'inizio mi trovavo con degli estranei in una palazzina di proprietà di una signora della società bene, che doveva avermela prestata (cosa che sapevo nel sogno, anche se non l'avevo vissuta). A un certo punto la polizia faceva il suo ingresso, un po' spavaldamente, e ci avvisava che al piano terra c'erano dei gangster (noi eravamo al primo piano), per cui ci consigliava di salire al secondo ed ultimo piano. Io obbedivo, notando però con grande meraviglia che la scala che conduceva al piano superiore era una scaletta a pioli di legno fradicio, e mi chiedevo come facesse l'anziana signora a utilizzarla. Evidentemente ci si era abituata. Giunto al secondo piano da solo, visto che gli altri dovevano aver considerato il pericolo trascurabile, passeggiavo nervosamente in uno studio ben arredato, su un bel tappeto persiano, temendo che da un momento all'altro una pallottola vagante attraversasse ben due soffitti per trafiggermi. Mi chiedevo se fossi davvero al sicuro lì, e intanto continuavo ad andare su e giù per il nervosismo.

Taglio. Ora siamo al mare, ma su una spiaggia tipo Bagnoli subito dopo la dismissione. Siamo tutti nudi, compreso me. C'è una ragazza, anche carina, se non fosse per il fatto che è dotata di un pene. Questo è da attribuire a una discussione fatta ieri sera a un tavolo da Malone, riguardante nudità adulte e confusioni infantili. Comunque non restiamo a lungo sulla spiaggia, perchè mi viene detto che devo recarmi al matrimonio di un mio caro amico, del quale sono peraltro il testimone. Nella realtà quest'amico si è già sposato, e il suo matrimonio fortunatamente è riuscito decisamente meglio di quello che sto per narrarvi...
La moglie dell'amico, che è una fashion designer, ovvero sarta, mi mette addosso un vestito confezionato da lei. Bello, ma perchè devo portare una parrucca? Fra l'altro, dalla giacca pende un grappolo di banconote e immaginette sante, come se io fossi la madonnna di qualche processione. Evidentemente dovevo aver ricordato la scena del matrimonio ne La sposa turca, nella quale lo sposo balla con delle banconote attaccate alla giacca. Ma io ero solo il testimone. Anzi, dovevo trovare il mio amico, perchè sapevo di aver fatto tardi, e che aspettavano me per cominciare. La cerimonia si celebra sull'uscio di un balcone, con me che resto all'interno e guardo fuori affacciato a una finestra posta a fianco della porta del balcone stesso. A quel punto mi rendo conto di non aver comprato un regalo. Cerco i vecchi amici comuni a me e allo sposo (ci conosciamo dai tempi delle superiori) per organizzare una colletta e comprare qualcosa, anche se mi sembra davvero inappropriato essermi presentato a mani vuote, e che ormai è tardi. Mentre parlo con uno di loro, si trasforma in un pargoletto e comincia a rotolarsi per terra, e mi rendo conto di essere in una cameretta per bambini...

Taglio. Ora sono alla fermata della corriera, perchè devo tornare nel paesino del basso Salento dove svolsi il servizio civile, evidentemente spinto dalla disperazione e dalla mancanza di lavoro. Lì mi compiaccio nel constatare che è cambiato tutto: non più una struttura così e così, ma un appartamento di 5 o 6 stanze. Anche la gestione è cambiata. Tutto è diventato, come dire, più urbano. Comincio subito a lavorare, ed entro in un bagno, dove una bella ragazza bruna con un top rosso sta facendo la doccia a un disabile. Mi avvicino per aiutarla, e mi rendo conto di essere nudo. Senza scompormi più di tanto, le sorrido e verbalizzo l'ovvio; anche perchè incredibilmente lei non se n'è accorta, tanto è concentrata sulla mansione che sta svolgendo. Devo mettere qualcosa addosso, e non ricordo dove ho lasciato la mia roba. Coprendomi le nudità con le mani, passo davanti a diverse stanze, tutte occupate. C'è addirittura una sala conferenze, con relativa riunione in corso. Improvvisamente, appena arrivato sull'uscio di una stanza vuota, mi ritrovo addosso una specie di pigiamone. Torno in bagno per rimettermi a lavorare, e solo adesso la ragazza si volta a guardarmi. Non ha da ridire sulla mia tenuta, che è davvero bislacca. Ma qualcuno mi chiama, dicendomi che sono necessario altrove, e...

Mi ritrovo sul ponte di una nave in compagnia di un personaggio ben noto a voi che leggete. Anche lui fa l'obiettore di coscienza lì, e mi informa che ce ne sono anche altri. La nave pullula di narcotrafficanti, che usano la cooperativa sociale come copertura. Ed ecco infatti l'esercito (forse israeliano) all'arrembaggio, in tenuta da combattimento. Cominciano a piazzare cazzotti terrificanti sui brutti ceffi dei narcos, e qualcuno arriva anche ad aprire il fuoco. Un obiettore, per ragioni a me incomprensibili, si schiera dalla parte dei contrabbandieri, e viene mazzolato a dovere. A un soldato che mi si avvicina minaccioso spiego di essere solo un obiettore di coscienza, che non sapevo niente della droga nella stiva. Quello si mostra comprensivo, e addirittura si trasforma in una donna, una energumena di colore tipo Condoleeza Rice, e mi bolla come bravo ragazzo, arrivando a darmi un pizzicotto sulla guancia.


Ma i militi hanno perso la calma, e cominciano a lanciare granate fra i narcos, determinati a resistere. Un altro personaggio ben noto a voi che leggete salta in aria, e finisce a terra esanime in una pozza di sangue. Io sto già piangendo la sua morte, quando lo vedo in una bara, messa in posizione verticale, tramortito ma vivo. Delle piccole tracce di sangue hanno preso la forma di un trucco da clown sul suo volto, e quindi ora ridiamo tutti del nostro amico, appena investito da un'esplosione e in piedi dentro una bara.

A questo punto il mio inconscio avrà capito che quando è troppo è troppo, e mi sono risvegliato. La domanda sorge ora spontanea: qualcuno di voi conosce un analista economico?


venerdì 6 agosto 2010

Il padre che nacque dai suoi figli


Improvvisamente, egli fu. Laddove prima c'era stato il nulla, ora c'era la coscienza della realtà che lo circondava; una realtà ancora nebulosa, non ben compresa, ma che era indubitabilmente lì. Lentamente, questa coscienza si espanse, fino a farlo accorgere di se stesso, del suo corpaccione di uomo anziano, coperto da una specie di lenzuolo azzurro pallido. Aveva lunghi capelli bianchi, e una folta barba. Presto alle luci e ai colori si aggiunse un suono. Un lontano vociare che si fece pian piano sempre più distinto. Si mise a sedere, e guardò in basso. Fu allora che vide gli uomini.

- Chi siete? E io chi sono? E dove sono?

Gli individui che si rivolgevano a lui dalla Terra, molti chilometri più in basso, rimasero leggermente delusi nel constatare che forse il loro dio non era proprio del tutto onnisciente. Ma non si persero d'animo, forti della loro fede.

- Siamo il tuo popolo, Signore! Tu sei il nostro dio, colui che ha creato il cielo e la terra. Ti trovi nella tua dimora celeste, nella quale, a te piacendo, ti raggiungeremo dopo la nostra morte.

- Cosa avrei creato io? Fino a cinque minuti fa non esistevo!

- Sciocchezze! Se sei l'artefice di tutto ciò che esiste!

E così il più giovane dei vecchi scoprì di essere il protagonista di una serie di miti e leggende, sebbene fosse nato solo da pochi istanti. Dagli uomini apprese di essere il loro padre, e di essere il re del cielo e della terra. Sebbene quest'ultimo aspetto non gli dispiacesse affatto, il vecchio era un po' contrariato dall'ostinazione di quelle persone nell'attribuirgli opere e miracoli di cui andava solo allora scoprendo l'esistenza. Discussero a lungo, e su un punto in particolare le divergenze risultarono incolmabili: gli uomini continuavano ad affermare di essere stati creati dal vecchio, mentre quello era sempre più convinto che fosse accaduto il contrario. Volarono parole grosse, e qualche bestemmia (delle quali, però, il vecchio non si risentì affatto).
Fu a quel punto che gli uomini decisero che comunicare con Dio era compito assai difficile, e andava affidato a una casta specializzata proprio in quello. Mentre gli altri lavoravano nei campi o cacciavano, e le donne governavano la casa, questi uomini si sarebbero dedicati all'interpretazione della volontà di Dio, interpellandolo ogniqualvolta fosse necessario.

Gli uomini vestiti di nero, però, ingannarono i loro compagni: non parlarono mai con il vecchio, il quale rimase solo per secoli e secoli in un brullo paesaggio etereo, fatto di aria e nuvole e nulla più. L'inutilità della sua esistenza lo deprimeva, e la completa e ininterrotta solitudine a cui lo avevano condannato lo schiacciava con il peso della sua immutabilità. Così il vecchio cominciò a desiderare di morire. Ma in qualche modo sapeva che solo chi l'aveva tirato fuori dal niente poteva rimandarcelo. E una cosa simile sembrava improbabile alla luce del potere che gli uomini in nero avevano raggiunto fra gli uomini, i quali nel frattempo si erano moltiplicati ed evoluti senza mai però smettere di credere in lui.
L'unica cosa che impediva al vecchio di impazzire per la solitudine e la noia era l'assurda convinzione, piuttosto diffusa fra gli uomini, che a lui importasse qualcosa dei loro comportamenti. Rise dei loro sensi di colpa quando facevano qualcosa di assolutamente naturale ma che per motivi a lui non chiari era proibito dal suo libro (ovviamente scritto dagli uomini in nero); si rattristò nel vederli reprimere la loro natura per aderire ai dettami che gli uomini in nero avevano spacciato per suoi; e li invidiò perchè potevano morire.

Come tutti i vecchi, rimase seduto a guardare il mondo fuori, aspettando la pace che solo un gesto di misericordia degli uomini avrebbe potuto dargli. Ma gli uomini in nero (sempre loro...) dicevano che l'eutanasia era un crimine contro di lui. Allora il vecchio capì che l'unica speranza, per gli uomini e per lui, era la scomparsa degli uomini in nero. Fu questo il percorso logico, assolutamente inattaccabile, che portò Dio a diventare il più radicale degli atei.

giovedì 29 luglio 2010

La grande truffa dell'amore romantico


Allora, abbiamo detto che l'Occidente è moribondo, dedito all'auto-annullamento in una prolungata eutanasia a base di Calippo, bira e inanità. Tra i sintomi del male terminale che ci affligge citerei senz'altro la crisi del rapporto uomo-donna, che personalmente incarno come fulgido esempio di maschio adulto sentimentalmente disfunzionale. Cupido è raggomitolato in un angolo, sanguinante e tumefatto, e cerca invano di proteggersi dalle selvagge percosse somministrategli da stuoli di stolidi individui che, in un modo o nell'altro, non sanno amare. Sì, perché amare è un'arte, come fa notare l'amico Fromm, il di cui libro è riprodotto nell'immagine apposta al principio del post. Potrei rimandarvi al suddetto volume, dal momento che il mio pensiero sull'argomento coincide in tutto e per tutto con quello del celebre esegeta di Freud, ma essendo cosciente del valore che hanno assunto nelle nostre vite di indolenti e indigenti perdigiorno la concisione e la freewaritudine, vi regalerò qualche riga di ordinario delirio.

Per capire perché sarebbe una truffa l'amore romantico, dobbiamo prima definire con un ragionevole grado di precisione il significato dei singoli lessemi che compongono la proposizione. Su "truffa" non credo di dovermi dilungare, dal momento che il mio blog è scritto in italiano e rivolto a lettori italiani. Ma cosa vuol dire davvero "romantico"? E cos'è l'amore, al di là delle melense massime reperibili negli incarti di una nota marca di cioccolatini, che non citerò per evitare di fare pubblicità a un'azienda dalla quale non ho ricevuto un centesimo?

Cominciamo dall'aggettivo "romantico". Etimologicamente, è riconducibile al francese medievale romanz, che stava a indicare un qualsiasi tipo di narrazione fittizia in lingua volgare (laddove "volgare" non vuol dire scurrile, ma semplicemente del popolo, in contrasto con il latino, lingua dei dotti). Il termine era applicato in particolare alla letteratura cavalleresca, spesso infarcita di particolari fantastici. Il Romanticismo fu animato proprio dal proposito di recuperare lo spirito di quella tradizione, vitale e pregna di significati reconditi e misteriosi (l'esistenza del subconscio era ancora insospettata). Una civiltà orfana di dio e dell'ordine indiscusso dell'ancien regime sentiva il bisogno di uscire dagli angusti confini del mondo che aveva ereditato. Sentiva il bisogno di trascendere, di andare oltre. Dunque "romantico" non c'entra assolutamente niente con le cene a lume di candela o altre banali tecniche di corteggiamento, che hanno come fine il mero accoppiamento, ma fa riferimento a quella ampia e complessa gamma di emozioni suscitate dal ritrovarsi soli nell'universo, limitati nel tempo, eppure arsi da un desiderio irrazionale quanto insopprimibile di entrare in comunione con il senso più profondo dell'esistenza. Quest'ultimo, essendo questione di percezioni interamente soggettive, può essere ricercato ovunque: nel misticismo, nell'adorazione della natura, nella contemplazione del bello espresso dall'arte, o nella ribellione alla tirannia. O, ancora, in una donna.

Passiamo ora alla parola "amore", una delle più travisate della lingua italiana. Naturalmente lo stesso avviene ai lessemi equivalenti in molte altre lingue europee. Noi, come i francesi, gli inglesi o gli spagnoli, ricorriamo continuamente alla parola "amore" (o "amour", "love" e "amor") per fare riferimento alla sfera sessuale. Pensate a un'espressione come "fare l'amore", e riflettete su come l'amore non sia affatto un elemento essenziale del rapporto fra due "amanti". Questo forse a causa del dualismo originato dal Cristianesimo, che ci ha scissi in carne e "spirito", con la prima ricettacolo di ogni male e il secondo veicolo della salvazione. E così Eros si è rifugiato nella dimensione incorporea, intangibile dell'anima e delle sue facoltà, mentre al corpo sono rimaste funzioni più basse e vili, come la diuresi, la defecazione e il coito. Da non confondersi, quest'ultimo, con il "fare l'amore", che implica la legittimazione della monogamia. Il Signore, che tutto scruta dall'alto dei cieli, gioisce nel vedere un uomo e una donna (attenzione eh!), previamente uniti nel sacro vincolo del matrimonio, donarsi l'uno all'altra; naturalmente, nella posizione espressamente raccomandata dalla Santa Madre Chiesa, opportunamente denominata la "missionaria". Certo, sempre si tratta di un pene che stantuffa una vulva, ma se questo viene fatto secondo la volontà di Geova (cosa pensereste di me se vi dicessi come dovete scopare???) va bene, e lo spirito rimane puro. Quanta confusione...

Ora finalmente possiamo provare a definire l'amore romantico. Dicesi amore romantico l'inopinata illusione che un partner sessuale, scelto pertanto in base a dinamiche di attrazione fisica e alle leggi della vile carne, possa essere il compagno o la compagna che darà un senso alla nostra vita, che ci schiuderà nuovi orizzonti, che ci salverà dalla nostra mortalità e sostanziale assenza di scopo ultimo.

Ah, Bradipo, ci hai rotto i coglioni con questo cinismo! Ma allora che dovremmo fare? E qui entra in gioco l'amico Erich. L'amore, secondo Fromm, è una attività, non qualcosa che ci capita. Consiste nel godere della compagnia degli altri (non solo del partner dunque), nel condividere con loro le nostre esperienze, nel sostenerli nei momenti di difficoltà perché la loro presenza ci dona gioia. In quest'ultima frase, come avrete notato, ho rasentato la grottesca edulcorazione del linguaggio clericale... Beh, perché in fondo anche l'umanista ha una "fede": quella nell'Uomo (o Donna, se preferite). Sì, siamo qui per caso e siamo destinati a sparire senza lasciare tracce durature della nostra presenza. Ma ora siamo qui, animali sofisticatissimi, tutto sommato piuttosto evoluti, e dotati non solo della capacità di sentire, ma anche di quella di ragionare. Se resistiamo alla tentazione - tutta terrena - di ricorrere a soluzioni prêt-à-porter che ci risparmino la fatica di usare il cervello, possiamo fare autonomamente le nostre scelte morali, e cercare, per quanto ci è possibile, di dirigere il corso della nostra vita. La scelta del partner, l'impostazione del rapporto, la gestione delle crisi, il rifiuto della scappatoia offerta dall'infedeltà: tutto questo è amore. Dio non c'è, non abbiamo un padre che ci possa imporre leggi infallibili; non possiamo consentirci l'abbandono infantile che oggi tanti uomini e donne chiamano amore. L'amore è una fatica, un lavoro. Se vogliamo godere dei suoi frutti, dobbiamo dissodare, arare, seminare, irrigare il podere dell'amore (sembra il titolo di un brano di Elio e le Storie Tese, vero?).
Passare da una "storia" all'altra, come Tarzan sulle liane, non è altro che consumismo umano, un replicare acriticamente nei rapporti fra persone gli stessi comportamenti e atteggiamenti che abbiamo nei confronti delle merci.
Desistere di fronte alla noia, alle rughe che si moltiplicano su un viso che prima ci sembrava così bello, alla paura di ipotecare il futuro, vuol dire non sapere amare. Questo dice Cooper... pardon, Fromm. E questo è quello che è capitato a noi.

lunedì 26 luglio 2010

Il calippo, la birra e la morte dell'Occidente


Il video delle due romanacce sulla spiaggia di Ostia sta diventando un vero e proprio tormentone. Le due giovani donne, probabilmente senza averne avuto nè l'intenzione nè la consapevolezza, si avviano a diventare personaggi mediatici. Beh, certo. In un paese dove tutto va bene, dove la disoccupazione non esiste, dove il lavoro e la casa non sono un problema per nessuno, dove la classe politica è amata dal popolo, al servizio del quale si dedica con zelo e passione; in un paese dove tutto va come deve andare, i media dovranno pur parlare di qualcosa, no?
Ma in fondo cosa interessa alla gente delle intercettazioni, della legge bavaglio, della marea nera nel Golfo del Messico, del fatto che le due Coree sono a un passo da una guerra che potrebbe vedere l'impiego di armi nucleari? Scusate, siamo onesti: cosa c'è veramente alla base delle nostre vite, se non i consumi? Le due coatte potranno avere un modo di esprimersi un pò più semplice e povero di molti di noi, ma ci rappresentano tutti. Sono un vuoto assoluto da riempire. Con la birra e il calippo, nel caso specifico.

C'è stato un tempo in cui questo nostro vecchio continente era il faro del mondo, producendo la cultura più raffinata e collocandosi all'avanguardia nelle scienze e nel progresso tecnologico. La sua superiorità era talmente schiacciante da spingere molti dei suoi abitanti a credere di avere il dovere di portare la civiltà anche ai meno fortunati, giustificando così la barbarie del colonialismo. Il fardello dell'uomo bianco, come ebbe a definirlo Rudyard Kipling, in arte Kipli. Gradualmente, abbiamo perso quel primato indiscusso, man mano che i frutti del progresso tecnologico e industriale si diffondevano in tutto il globo. Con l'affermarsi della società dei consumi, si è creata una controtendenza: loro, figli della cultura della frugalità, progredivano, si evolvano, si industriavano per migliorare; noi, per contro, tornavamo indietro, ci arrendevamo a un edonismo ottuso più o meno imposto dalla pubblicità, ci disabituavamo all'uso del cervello, e di ogni sua facoltà. Il risultato è che oggi il mondo occidentale ha perso il suo primato culturale e intellettuale, e nemmeno se ne rende conto. Qualche esempio? Hollywood, un tempo fabbrica dei sogni, non riesce più a sfornare una pellicola che non abbia come protagonista un giocattolo, un maialino parlante o il personaggio di un videogioco. L'informatica, già dominata dagli americani con la loro Sylicon Valley, è oggi uno dei settori trainanti della crescita indiana. Politicamente le cose non stanno diversamente: con gli Stati Uniti e l'Europa devastati dal pensiero unico e da politiche di macelleria sociale, oggi le speranze più consistenti di un reale progresso nell'arte della convivenza ci arrivano dall'America Latina di Chavez e Morales.

E allora che fare? Niente, non c'è più niente da fare. Pasolini ce l'aveva detto che dovevamo stare attenti alla televisione; ma gli esseri umani, come molti altri animali, trovano conforto nel branco. Ci siamo stretti attorno ai nostri totem, i nostri rituali, le nostre superstizioni. E non solo in Italia, naturalmente. Perchè la nostra cultura contemporanea non è altro che una variante di quella americana, di quella britannica, di quella spagnola e di tutte le altre culture contemporanee occidentali, dalle quali si distingue ancora in parte solo in virtù dei rispettivi retaggi storici. Tutto ciò che siamo in grado di produrre oggi è omologazione, attraverso la non-cultura subdolamente imposta dei consumi. Le nostre amiche parleranno anche in romanesco, ma non mangiano la pajata. Mangiano il calippo, e bevono la bira. Sì, ci manca una "r", ma per la casa produttrice della bevanda in questione fa lo stesso. Le nostre amiche vanno al mare, e se noi siamo in ufficio a sgobbare e sudare, guardare il loro video ci regala un momento di sollievo. E appena prenderemo le ferie correremo anche noi al lido di nostra scelta, e ordineremo subito un calippo per rinfrescarci, e 'a bira (oops, questo romanesco è contagioso) perchè uno ar mare se deve divertì. E ci disinteresseremo di eventuali guerre atomiche e di tutte le leggi porcata che il nostro governo - che tanto bene ci rappresenta - riuscirà a far passare senza troppo clamore.

Quindi divertitevi finchè potete, perchè è più tardi di quanto pensiate. Abbiamo i secoli contati, prima che un cataclisma globale, una crisi energetica o un'invasione di cinesi infuriati ci spazzino via. In fondo è quello che è successo ai nostri illustri antenati, gli antichi romani, no? Chissà se anche loro bevevano 'a bira. Chissà se avevano intuito che i Goti, i Vandali e gli Unni avrebbero devastato il loro impero decadente e corrotto. Magari lo sospettavano, ma facevano finta di niente. Proprio come noi. E chissà cosa penseranno i posteri di noi, una civiltà così ossessionata dal presente da non essersi accorta che il futuro le precipitava addosso.