sabato 16 febbraio 2013

Conversioni


Premetto subito che Sanremo non lo guardo mai. Non mi interessa, perchè non mi riguarda. Come la Chiesa cattolica. Io non sono di quegli atei che non mettono bocca su chi dovrebbe essere il prossimo papa, o se un determinato cardinale ha fatto bene a dire questo o quello. La Chiesa è dei fedeli. Fin quando non si rende protagonista di indebite ingerenze nella vita pubblica, che dicano quel che vogliono. Il Festival di Sanremo è il tempio della canzone italiana, un'espressione culturale che io trovo remota dalla mia sensibilità e dalla mia visione del mondo. Che me lo guardo a fare?

Eppure, si tratta di un evento così seguito e pompato dai mezzi di comunicazione che è inevitabile restare investiti dall'esplosione dell'immancabile polemica. Quest'anno abbiamo Raiz e la sua conversione. Sarò forse poco serio, e attirerò su di me le ire di certuni (e dico certuni) se confesso che la storia dello Shabbat mi ha fatto pensare a quel personaggio del Grande Lebowsky che finge di essere ebreo, e si rifiuta di fare qualsiasi cosa di sabato. Voi credete veramente che nel terzo millennio, in un paese occidentale e per giunta figlio di buona mamma come l'Italia, un uomo adulto possa sentire il richiamo spirituale di una religione rivelata, e convertirsi ad essa? Io no. Capisco chi in una determinata fede ci è nato, chi da bambino è stato esposto alle suggestioni della pratica liturgica, quell'ultimo rifugio dell'amore incondizionato e della gregarietà che rimane ai popoli; non capisco, e ritengo ipocrita e opportunista, chi ha raggiunto il successo cantando determinati valori per un determinato pubblico, e si dedica al borghesissimo ufficio di conservarlo praticandone altri. Uno che ha fatto i dindini cantando "Figli di Annibale" non è credibile come partigiano del popolo "eletto".

Un'osservazione abbastanza banale e scontata, quest'ultima. Ma allora perchè si è convertito, il nostro Raiz? Provo a indovinare. Perchè la sinistra ha seguito una parabola simile. Questo era il festival di Fabio Fazio e Lucianina, ricordiamocelo. Se non siete proprio dei giovanotti imberbi, saprete bene che una volta Sanremo aveva un'impostazione chiaramente conservatrice. Lo faceva Pippo Baudo, e non si sentivano battute sulla "Jolanda" e sul "Walter". Era un ottimo prodotto per la massaia italiana, per il pensionato, per la piccola borghesia. Era pieno di dignitose cariatidi, ingessato, formale. Era, in sostanza, un prodotto onesto. Mi pare che la linea sia cambiata. Non seguendolo, non saprei dire a partire da quando, e con quale rapidità, ma è chiaro che questo festival non è più quello che non guardavo da ragazzo. Fazio, Litizzetto, Elio e le Storie Tese, Alma Megretta... Insomma, questo è un festival "di sinistra". 

Non mi lancerò in analisi approfondite e documentate, che non sono in grado di fare. E non ne ho neanche voglia. Vorrei solo che visioni del mondo incompatibili non invadessero l'una lo spazio dell'altra. Io credo nell'Umanità, e pertanto non posso credere in dio. Documentatevi, è così. Credo nella proprietà collettiva dei mezzi di produzione, nella cooperazione e nel lavoro. Pertanto non posso applaudire Fabiofazio e Lucianina, con Walter e Jolande annesse. Credo che i popoli dovrebbero cominciare a fare la Storia, anzichè subirla. Per questo non ritengo di dover tributare rispetto alle trovate pubblicitarie di un furbacchione opportunista, che si chiami Raiz o Roberto Saviano. A ciascuno il suo. All'ebreo praticante, la sinagoga; al piccolo borghese di cultura cattolica, un novello Pippo Baudo e un festival serio e senza Jolande; e a me, la brutta fine che mi merito.

domenica 10 febbraio 2013

Galantuomini e falsari


Siamo ormai in piena campagna elettorale, e in omaggio al pensiero unico non si parla d'altro che di onestà. Questo valore, perlopiù identificato con un legalitarismo puramente formale, pare destinato a trasformarsi nel Santo Graal di ciò che resta della sinistra. La proprietà non è più un furto, per dirla con Elio Petri: ormai si gioca con le regole del nemico, e chi le infrange si becca il grosso degli improperi da chi, per la sua storia e per l'elettorato a cui si rivolge, dovrebbe rimettere quelle stesse regole in discussione, tanto più in un momento di profondissima crisi del capitale come questo.

Acciocché non possiate accusarmi di essere un pedofago senza cuore, a mo' di parabola vi racconterò un episodio della mia infanzia che sarebbe potuto entrare tranquillamente nel famigerato Cuore (quello di De Amiciis, naturalmente, non quello che un tempo fu pedofago). Un anno il mio babbo decise di fare il presepe, come il sig. Pastorella del terzo piano. Ordunque, mi menò seco a San Gregorio Armeno, dove scelse con cura e attenzione materiali e pastori. Fatto ritorno sui clivi e sui colli dell'Arenella, dove avevamo e abbiamo dimora (e dove, se la politica della scuola in Italia non cambia, temo che morrò de puro viejo, come dicono a Calvizzano), l'abile genitore prese a inchiodare tavolette di legno fra loro. Dopo la base e i lati, sistemò tre pezzetti di legno a forma di zeta storzellata. Io, pargolo e ignaro della vita, protestavo che quello non aveva niente che somigliasse lontanamente a un presepe. Il babbo mi spiegò pazientemente che, per ottenere il risultato finale che avevo in mente, era prima necessario costruire lo scheletro dell'opera. Non mi convinse. Continuò a lavorare da solo, fino a che non dovetti ammettere che mi ero sbagliato. Il risultato finale era un presepe con tutti i crismi. Gli mancava solo l'enteroclisma da dietro, per far scorrere l'acqua vera.

Perchè vi ho raccontato questo aneddoto, anzichè serbarlo per un'eventuale intervista concessa a una qualunque rete Mediaset quando batterò il record dell'italiano più anziano che vive ancora con mamma e papà? Per postulare che l'essenziale è quello che non si vede. Il legno sosteneva il sughero e il muschio usato per ottenere le montagne, e quella specie di zeta sbilenca ricoperta di cartapesta costituiva il sentiero percorso dai Magi per raggiungere la grotta. Alla fine, contrariamente a quanto avevo temuto, la struttura in legno era completamente occultata.

Chiamerei adesso in causa Chomsky e i suoi concetti di struttura superficiale e struttura profonda, se non temessi di essere stroncato e umiliato da una mia collega e commilitona, assai più versata nella scienza del linguaggio del vostro Bradipo, e che talvolta ne legge i vaneggiamenti. E allora lasciamo in pace l'insigne linguista, intellettuale e attivista americano, e rivolgiamoci al nostro Totò. E scusate se è poco. Ora, se non avete mai visto La banda degli onesti, guardatelo al più presto, e tornate a questo umile scritto solo quando avrete colmato la vostra grave lacuna. D'ora in poi darò per scontata la vostra conoscenza di tale superba pellicola. Ebbene, cerchiamo di identificare la struttura profonda (ovvero il significato) della storia, guardando oltre la struttura superficiale di battute e gag (mannaggia a Bubbà, mi sono distratto! Che Chomsky e chi ne fa le veci mi perdonino!). Il guardaporta Antonio Buonocore, minacciato di licenziamento dal corrotto ragioniere Casoria, decide di approfittare del rinvenimento fortuito di alcuni clichet del Poligrafico di Stato per stampare moneta falsa. E notiamo subito due cose. Innanzitutto, che il perfido ragioniere usa la legge a proprio uso e consumo: propone a Buonocore di infrangerla per il reciproco vantaggio, e a scapito della collettività (questo al paese mio si chiama peculato); ma poi, al rifiuto dell'uomo, si riserva di far notare alla proprietà tutte le infrazioni del regolamento condominiale precedentemente notate. Da una parte il rispetto sostanziale delle regole a beneficio della comunità (Buonocore), dall'altra l'uso strumentale delle regole per ricattare i più deboli (rag. Casoria). La seconda cosa da sottolineare è che i clichet vengono, in un certo qual modo, ereditati da Buonocore, che non fa nulla per guadagnarseli, se non trovarsi al capezzale del signor Andrea. Non so se cominciate a rendervi conto di che grande cinema si faceva una volta in Italia. 

A questo punto Buonocore cerca dei complici. Lui ha il mezzo per produrre ricchezza, ma non può farlo da solo; ha bisogno di manodopera specializzata. Ebbene, Lo Turco è il candidato perfetto, con la sua Pedalina che dovrebbe fare cento copie al minuto, ma ne fa cinquanta al giorno, per mancanza di lavoro. Per lavorare, Lo Turco ha bisogno di Buonocore, dei suoi clichet e della sua carta filigranata. La scena del bar, in cui il portiere espone al tipografo la sua rudimentale ma essenzialmente corretta versione del modello di accumulo, è la chiave di volta di tutto il film. Il senso, la vera morale della storia, sta tutta in una sola parola: "adeguarsi". Ma questo vorrebbe dire vivere a spese della collettività, esattamente come fa il rag. Casoria; e allora entra in gioco Michele, che non a caso è figlio di Buonocore, e che rappresenta chiaramente, con la sua integrità perfino troppo accentuata, la speranza che una nuova generazione si contrapponga alle logiche esistenti. Il fatto che sia un finanziere è significativo: si tratta di un servitore dello stato, di quello stato che dovrebbe ridefinire i rapporti economici in termini di maggiore equità. Ma si tratta anche di un uomo in divisa, e questo elemento restituisce un po' di equilibrio alla narrazione, al livello della struttura superficiale, evitando che un film diretto a un ampio pubblico venga bollato (e a ragione, secondo me) come sovversivo.

Buonocore e Lo Turco, che nel frattempo hanno assoldato Cardone (un Pinturicchio della prima maniera), riescono a spacciare una sola banconota. Sono troppo onesti per spendere soldi che non hanno guadagnato con il lavoro. Alla fine decidono di sotterrare i clichet, e bruciare il denaro contraffatto. Come banda di falsari, sono proprio la schifezza, osserva Buonocore; ma come galantuomini, ribatte Lo Turco, sono integerrimi. Badate che i soldi falsi li hanno stampati; la legge l'hanno infranta. I loro rischi li hanno corsi. Si sono tirati indietro quando si è trattato di imbrogliare il prossimo. Non è stata la paura, quella l'avevano già affrontata e sconfitta. Quello che ha impedito loro di andare avanti è stato il rifiuto, in ultima analisi, di adeguarsi.

L'Italia, come ogni altro paese sottoposto a un'economia di mercato, è teatro di una guerra all'arma bianca fra galantuomini e falsari. Da una parte il lavoro, dall'altra il capitale. I soldi che ha in tasca il ragioniere Casoria non saranno della "depéndance", come quelli che stampano i nostri Buonocore, Lo Turco e Cardone; ma questo fa di lui un uomo onesto? Non è che alla fine adeguarsi diventa controproducente? Non ci converrebbe batterci per una equa distribuzione dello zucchero e del carbone, e affinchè leggi, norme e regolamenti condominiali non fossero più armi in mano ai ragionieri Casoria, ma ai galantuomini? Per favore, fate in fretta a decidervi, prima che la convivenza forzata con mammina mi trasformi in Giacomo Furia...



mercoledì 6 febbraio 2013

La dittatura dell'opinione


"Io la penso così". Quante volte vi siete sentiti liquidare con questa frase, mentre difendevate una vostra idea con passione e sagacia dialettica? Il vostro interlocutore, convintissimo della propria posizione prima di iniziare il confronto, teme a un certo punto di essere scalzato da quella, e di perdere dunque l'opinione di cui è proprietario. Sì, perchè voi siete di un'idea, lui ha un'opinione. Abbiamo già parlato, in un precedente post, di questa differenza. L'opinione, nel tipo di società in cui viviamo, è un bene di consumo, esattamente come il pane, il latte o la farina. Ce la vendono attraverso i quotidiani, i telegiornali, i programmi di cosiddetto approfondimento. Ciascuno di noi può fare una valutazione dell'opinione che più gli aggrada (che il più delle volte coincide con quella che più gli conviene) e appropriarsene. E per giunta a buon mercato. 

Ora, come funziona una democrazia parlamentare? Che cosa la rende preferibile alla più crudele e sanguinaria delle dittature? Vi immagino spalancare la bocca leggendo queste righe, e chiedervi "ma questo che vuole adesso?" Certo, il Corriere e la Repubblica non parlano di queste cose, o comunque non in questi termini. Vi rifaccio la domanda: che cosa rende preferibile lo stato di cose attuale a quella meravigliosa storia d'amore fra l'italiano medio e il potere chiamato fascismo? E non fate così, sempre a scandalizzarvi. Smettetela di fare i ricchioni post-comunisti, posate la tisana al gelsomino turco e aprite una bella Peroni familiare. Adesso accendete l'interruttore del buonsenso, e provate a seguirmi, se ne avete voglia. E sì, ve la concedo l'ultima chiarificazione che sarebbe inutile, se non foste ridotti come siete ridotti. Ricchione non è l'uomo che va con gli uomini; quello si chiama omosessuale. Ricchioni siete voi, che vi bevete la tisana allo zenzero persiano e vi sentite la musica sfasulata, non vi brucia mai il culo e non sognate mai la dittatura di Mario Merola. 



Orbene, adesso vi dico perchè io ritengo che la democrazia parlamentare, loffia com'è rispetto alla dittatura di Mario Merola, sia comunque preferibile al fascismo: perchè c'è libertà di espressione. Ma con questa libertà di espressione ci possiamo fare della virile birra, e altro che non specifico per non turbare la vostra sensibilità, temprata da gente del calibro di Jovanotti e Fabio Fazio, se non la accompagnamo all'onestà intellettuale. Libertà è partecipazione, cantava Gaber prima di impazzire e morire nel peccato. Ma partecipare non può voler dire fare uno squallido gioco delle parti in cui io dico A, tu dici B, e finisce lì. C'è la tesi, c'è l'antitesi...ebbene, ci deve essere la sintesi. Laddove questa dialettica (hegeliana prima ancora che pedofaga) non si sviluppa in maniera autentica sul piano discorsuale, ci sono due alternative:

1) l'acqua non corre, fa pantano e feta;
2) la dialettica si esplica, merolianamente, in una dimensione apertamente e distruttivamente conflittuale.

Se teniamo conto del fatto che, nelle parole di Jimmy Fontana, il mondo non si è fermato mai un momento, ci risulterà chiaro che l'opzione numero 1 non può essere che una battuta d'arresto, temporanea e deprecabile, nella marcia inarrestabile dell'Umanità verso la verità definitiva, ovvero la realizzazione della propria natura tanto nella dimensione individuale che in quella sociale, non più in conflitto ma finalmente riconciliate e complementari. 

Voi non siete convinti di tutto ciò, lo so. Voi credete nella permanenza, nell'ineluttabile perpetuarsi all'infinito dell'opzione pantano. Credete che pluralismo significhi non già, com'è sacrosanto, il rispetto per tutte le idee e tutti i punti di vista, fino a che non venga stabilità la loro validità o meno; voi credete nel relativismo più assoluto. Credete sia legittimo sostenere una opinione (e ogni volta che scrivo questa parola mi viene qualche fastidioso prurito) a prescindere dall'eventuale sua confutazione. Vi piace il pensiero come prodotto di consumo. E non vi rendete conto che, agendo così, non siete affatto democratici. Mentre voi bevete il vostro infuso di papaya della Groenlandia, il grande capitale assoggetta, invade, colonizza, distrugge, spreca risorse, tortura, e alla fine della giornata gli rimane anche il tempo di produrre l'informazione alla quale vi abbeverate. Oggi potremmo (provare a) fermarlo semplicemente cambiando idea, e di conseguenza modificando il nostro agire quotidiano per renderlo conforme alle nostre convinzioni; domani si rschia che non basti neanche Mario Merola a ridarci il diritto al dissenso. In tal caso, spero per voi che il corporate fascism del terzo millennio non abbia pregiudiziali contro l'infuso di rabarbaro del Madagascar.
 

martedì 5 febbraio 2013

E la sinistra, chi ce la restituisce?


Aridaje, come dicono nell'Urbe. Ci risiamo. Silvio Berlusconi, dopo l'ennesima sparata, è di nuovo al centro dell'attenzione mediatica. Si tratta, mi pare evidente, della vecchia e ben collaudata tattica del fare ammuina per fare affacciare la gente all'uscio di casa. Che è stato? Niente, bello 'e mammà, diremo eduardianamente, ed è inutile che vi mettete a scassare i piatti, perchè qua veramente non c'è niente da capire, oltre quanto abbiamo già detto. Quello che andrebbe capito, invece, è la reazione pavloviana della cosiddetta "sinistra", ossessionata dal Cavaliere al punto di monitorare ogni sua dichiarazione come se non fosse la gioiosa, strafottente espressione di una natura essenzialmente apolitica e amorale. La filosofia di Silvio Berlusconi può essere efficacemente riassunta in una semplice e breve locuzione: i cazzi miei. Berlusconi non fa politica, non l'ha mai fatta. Ha usato le istituzioni che nel nostro ordinamento esprimono il potere politico per garantire a se stesso, alla sua famiglia e ai suoi sodali sicurezza e prosperità. Altro che Falcone e Borsellino: Silvio Berlusconi è il vero eroe borghese.

Ecco qua, lo so che state schiumando dalla bocca, piddini e lettori di Repubblica. Ho scritto una cosa politicamente scorretta. La vostra etica bigotta e puritana, irriducibilmente ipocrita, ha fatto suonare di nuovo il campanello d'allarme. Cattivo Berlusconi. Ttò-ttò a Berlusconi. Va con le donnacce, fa affari con i mafiosi. Dice, Sircana e Marrazzo non andavano con i travestiti? E non sta venendo fuori che gli alti papaveri del PD hanno fatto anche loro qualche imbrogliuccio con il Monte dei Paschi? Sì, ma Berlusconi ha il conflitto di interessi. E sticazzi. Ma cosa volete che importi ai suoi elettori? Saranno anche evasori fiscali, gretti, ignoranti, ma sono sempre più onesti di voi. Votare PD e lamentarsi di Berlusconi è come andare a scommettere sui combattimenti di cani e poi lamentarsi che sono stati truccati.

Il problema non è formale, ma sostanziale. Berlusconi incarna mirabilmente una visione del mondo e della convivenza sociale che in questo momento è assolutamente preponderante. Attaccarlo senza attaccare quella è insensato. Ma mi rendo conto che il concetto possa risultare ostico a una "sinistra" che in fondo si trova più a suo agio nel salotto buono che non per strada o sui posti di lavoro. Una sinistra che è ancora in una certa misura élite intellettuale, e lo rivendica, senza però ambire ad alcun ruolo non dico di avanguardia rivoluzionaria, ma di semplice produttrice di cultura. Quel poco che sforna non è espressione di valori antagonistici, ma semplicemente una versione leggermente modificata delle stesse aspirazioni, le stesse istanze, la stessa ideologia degli elettori del Citizen Kane italiano. Con l'aggravante, lo ripeterò ancora una volta, dell'ipocrisia. Così, sull'edizione online del quotidiano di riferimento dell'area della sinistra moderata, a sinistra hai un sobrio resonconto del baratro finanziario che rende tristemente necessaria la cessione al padrone delle ultime fettine di culo, e a destra una hit parade dei culi più belli del mondo. La sublimazione giornalistica dei meccanismi di alienazione che ci hanno ridotti in questo stato: il tuo culo è nostro, ma eccoti qui un po' di culo salariato.

Ecco allora quello che penso io, che sarò l'ultimo stronzo, ma che non ho peli sulla lingua, nè sui polpastrelli, mentre digito queste parole. L'alternativa a Berlusconi non è Bersani, o Renzi, o Vendola. L'alternativa a Berlusconi è Chavez, è Morales, è Correa. Un approccio diverso alla politica, autenticamente di sinistra perchè autenticamente popolare, orientato alla costruzione di una società diversa. Certo, con le debite differenze, perchè l'Italia non è nè il Venezuela, nè la Bolivia, nè l'Ecuador. Ma se non si riesce a immaginare un paese diverso, che sia fondato sul LAVORO anziché sul PROFITTO (perchè essere di sinistra non può voler dire mettersi le polacchine, la giacca di velluto a coste e la Repubblica sotto il braccio), allora tanto vale votare il campione indiscusso del capitalismo all'italiana. Almeno ci fa fare due risate, con buona pace dei pretini che tanto scandalizza.

mercoledì 30 gennaio 2013

L'uso e l'abuso


Ricordate Mazzarò, avido protagonista de La roba di Verga? Quel ricco contadino che accumulava senza sosta, e che di fronte alla morte imminente perde il lume della ragione, perché non riesce ad accettare di doversi separare dalla sua proprietà? E ricordate il Marchese del Grillo, che non sa nemmeno dove finiscono le sue terre, e brucia mobili di pregio per scaldarsi nel suo casale abbandonato e fatiscente? E adesso pensate alla vostra cameretta da adolescenti, all'amore con cui la "arredavate" con quei pochi soldi che avevate a disposizione. Il poster di Maradona, la chitarra appesa al muro (magari era quella che aveva suonato papà da giovane), i bonghetti sullo scaffale, i libri (quelli economici, ovviamente, tipo i tascabili Newton da mille lire) e così via. Da una parte, la logica della proprietà, dello spreco che le è inevitabilmente connaturato, della gara a chi arraffa di più; dall'altra, la logica dell'uso.

Una mente ingenua spesso affronta la questione nei termini dell'avere troppo, o troppo poco. E così il buon Dickens, pieno delle migliori intenzioni, ma anche borghese fino al midollo, in A Christmas Carol risolve l'enorme e annosa questione della cupidigia eretta a sistema attraverso l'intervento del soprannaturale, sotto forma di visioni che trasformano l'egoista Scrooge in un uomo sensibile e generoso. Ma è la carità, nel senso di elemosina, che redimerà dalla loro miseria e infelicità le classi lavoratrici, schiave dei dark satanic mills proprio come un tempo erano state rese schiave dalla servitù della gleba? Will it bollocks, come direbbero a Grumo Nevano. I paradigmi restano identici. Il buon cuore del singolo è un poor substitute di un ordinamento razionale e, perciò, equo.

Per mille fregate battenti bandiera britannica, mi rendo conto che mi sto facendo prendere la mano. Riferimenti letterari e locuzioni più o meno colloquiali ci allontanano dall'itale sponde per approdare a quelle della perfida Albione. Prima che io impazzisca del tutto e scenda di casa in pantofole per un piatto di pie and mash che non troverei in tutta la circoscrizione Arenella, sarà bene che mi dia un sussiego degno della mia età e, soprattutto, della mia epa. Get a grip on yourself, mi direbbero a San Marcellino. 

Attraversiamo ordunque l'Atlantico, anziché costeggiarlo da Gibilterra fino a Southampton; rechiamoci in Uruguay, il paese del Matador Cavani, di Eduardo Galeano, e del presidente Pepe Mujica. Molti di voi sapranno che il leader della nazione sudamericana ha rinunciato a una parte consistente del suo stipendio per usarla nella lotta alla povertà. Non un'elemosina quindi, sporadica e di entità limitata, bensì la costante rinuncia al lusso. Ma l'elemento più importante non è questo. Quello che mi interessa di più è il motivo per cui Mujica devolve circa il 90% del suo stipendio di Presidente della Repubblica. 

“Quiero tener tiempo para dedicarlo a las cosas que me motivan. Y si tuviera muchas cosas tendría que ocuparme de atenderlas y no podría hacer lo que realmente me gusta. Esa es la verdadera libertad, la austeridad, el consumir poco. La casa pequeña, para poder dedicar el tiempo a lo que verdaderamente disfruto. Si no, tendría que tener una empleada y ya tendría una interventora dentro de la casa. Y si tengo muchas cosas me tengo que dedicar a cuidarlas para que no me las lleven. No, con tres piecitas me alcanza. Les pasamos la escoba entre la vieja y yo; y ya, se acabó. Entonces sí tenemos tiempo para lo que realmente nos entusiasma. No somos pobres”

Non siamo poveri, mia moglie (la vieja) ed io. Abbiamo quello che desideriamo, che ci rende felici. Abbiamo ciò di cui possiamo godere, e non dobbiamo preoccuparci che possano sottrarci la nostra proprietà. Abbiamo la libertà di fare ciò che ci piace. E a lungo andare, questo lo aggiungo io, ciò che fai diventa ciò che sei.

Non so voi, ma io ho l'impressione che se questa nostra Italia, e più in generale questa nostra Europa, si ispirasse un po' meno a Mazzarò e un po' di più a Pepe Mujica, forse potrebbe approdare a un futuro in cui si possa dire con serenità: no somos pobres.

martedì 29 gennaio 2013

Il diritto alla stortura

 Cari lettori, dopo una serie di post polemici il vostro Bradipo, in un'ottica di riconciliazione e distensione, ha deciso di allietarvi con una bella favoletta. Procuratevi dunque una coperta, una sedia a dondolo, e un paio di pantofole. Lasciate che una tazza di tè caldo vi scaldi le mani e il pancino, ché io vi scalderò il cuore.

Orbene, eravi in un luogo non ben precisato, in un tempo che non ci è dato di conoscere, un giovinetto amante dei giuochi e dei sollazzi. Costui, figlio di un ricco barone, e abituato ad avere tutto ciò che desiderasse  a un semplice schiocco delle dita delicate, non avvezze alle tribolazioni che compravano il pane quotidiano dei suoi servitori, era egoista e arrogante. Non v'era modo di contraddirlo, per quanto educatamente e rispettosamente lo si facesse, senza suscitarne le rimostranze e l'indignazione.
Un giorno questo fanciullo si imbattè in un vasaio che lavorava nel grande cortile del patrio ostello, alla fattura di alcune suppellettili che il facondo patrizio gli aveva ordinato.
"Tu sei in grado di plasmare la materia!" esclamò il bimbetto, stupefatto e incredulo. E non v'è da stranirsi d'una tale reazione: il pargolo, cresciuto in un mondo traboccante di ricchezze costruite dalle altrui braccia, aveva scoperto per la prima volta in vita sua il lavoro.
"O domatore della volubile argilla! O rustico demiurgo! Tu costruirai per me una città in miniatura, affinché io possa tiranneggiare su di essa nella fantasia, e prepararmi così ad assumere in età adulta quei compiti e quelle responsabilità che il mio rango mi assegna".
L'artigiano imprecò sotto voce contro l'assurdo capriccio del paffuto pre-adolescente, che lo avrebbe condannato a molte ore di lavoro in più del previsto; ma non poté rifiutarsi, perché in tal caso avrebbe rischiato di perdere la benevolenza di uno dei pochi signori che gli offrivano impiego. Dunque, si mise al lavoro, e in poche ore presentò al giovinetto la riproduzione in scala di un'intera città, con i suoi palazzi, giardini, officine, botteghe e via dicendo. Prima di consegnargliela, gli rivolse però un bonario ammonimento:
"Fate attezione, padroncino, l'argilla è un materiale malleabile, e bisognerà attendere qualche ora prima che si asciughi del tutto, e quindi si indurisca. Fino ad allora resterà sensibile al più leggero contatto, alla più lieve pressione."
Il nobile omettino non prestò ascolto alle sagge parole del vasaio, tutto preso com'era dall'impazienza di sollazzarsi con il suo nuovo balocco. Lo fece portare nella sua stanza da un paio di servitori, e subito iniziò a gingillarvisi. Inutile dire che il modellino, sotto le mani inesperte e incoscienti del rampollo, subì alterazioni sostanziali della forma iniziale, che lo resero disarmonico e sgradevole a vedersi. Il ragazzetto, tuttavia, non se ne avvide punto. Non aveva idea di come fosse fatta una città, conoscendone solo i luoghi di svago e diporto. Della bottega di un fabbro o quella di un panettiere egli non aveva alcuna nozione. Dell'ingegno e della fatica che generavano tutto quanto la sua famiglia consumasse in abbondante quantità, non sospettava. Dunque, deturpò il bel lavoro del vasaio in maniera considerevole, per quanto involontaria (ma non sarà questa un'aggravante?), mentre si divertiva ad amministrare, tassare, governare, incarcerare e appendere alla forca i suoi sudditi invisibili. Al termine di svariate ore di giuoco, il giovinetto sentì le membra oltremodo fiacche, e decise di cedere al richiamo del soffice materasso, uno dei tanti privilegi del suo lignaggio."A domani, miei amati sudditi" furono le ultime parole che profferì, prima di smorzare la candela.

All'indomani, appena sceso dal letto, il nostro baroncino si fiondò sulla città d'argilla, alla quale aveva in animo di imporre un nuovo editto, forse partorito nel sogno, e consistente nell'obbligo di leva militare per tutti i maschi di età superiore ai sedici anni. Ma prima che potesse consegnarlo all'araldo perchè se ne facesse tramite, qualcosa lo lasciò a bocca aperta. Una scoperta molto più sorprendente di quella fatta il giorno prima: la sua città d'argilla era popolata di gente in carne ed ossa. Piccoli come lillipuziani, ma reali. Artigiani, contadini, studenti, servi, preti, soldati, ladri, assassini, prostitute, scienziati, filosofi. C'era di tutto. Rumori di vario genere e voci si mescolavano gli uni agli altri. La maggior parte, notò il pargolo, provenivano dalla piazza principale della città, nella quale si erano riuniti molti dei suoi sudditi. Avevano tutta l'aria di essere irritati per qualcosa. Il ragazzuolo, a cui piaceva pensare di essere un sovrano illuminato, volle capire perché.
"Ebbene, di che vi lagnate? Non ho forse provveduto a tutte le vostre necessità? Non ho amministrato la giustizia in modo equanime? Non regnano fra voi il progresso, l'abbondanza, la virtù?"
Il giovinetto fu investito da una gragnuola di epiteti, uno meno lusinghiero dell'altro. Finalmente, dopo molto vociare e inveire, un anziano cittadino riuscì a placare gli animi, e prese la parola:
"Mio signore, il popolo ha ben donde rimostrare; la vostra città è colma di storture. Le nostre case hanno i soffitti troppo bassi, le botteghe hanno il pavimento mal livellato, gli argini del fiume che l'attraversa non sono sicuri. Qui la strada è troppo stretta, lì è piena di buche. Lavoriamo male e riposiamo peggio. Insomma, un vero disastro. E alcuni dei nostri giovani più irrequieti cominciano a pensare che in una città così storta non possa regnare il diritto."
Il pargolo fu così turbato e contrariato da queste parole che decise di rispondere con una repressione durissima. Ordinò ai suoi soldati di arrestare e imprigionare i facinorosi, e mettere a morte i loro capi. Dovette aggiungere alla sua città una prigione, plasmata da lui stesso con un po' d'argilla sottratta a strutture che riteneva meno importanti, come la scuola o l'ospedale. Non poteva rivolgersi al vasaio, poiché temeva che la città gli sarebbe stata sottratta dagli adulti, se avessero scoperto la sua prodigiosa particolarità. E così i suoi cittadini persero il diritto all'istruzione e alla salute, ricevendo in cambio un luogo orribile ma, quello sì, spazioso. I soldati riempirono questa sgarrupata galera in pochi giorni, mentre il giudice e il boia, lavorando sulla pubblica piazza un po' per mancanza di un trubunale vero e proprio, un po' per impartire un terribile esempio, sradicavano il dissenso con l'eliminazione fisica dei dissidenti. Presto la popolazione insorse, e quello che era iniziato come una ragionevole protesta sfociò in una guerra civile. La fonderia che aveva prodotto martelli e chiodi prese a sfornare moschetti e cannoni; il dotto che fino al giorno prima era immerso nella contemplazione dei misteri dell'universo ora si dedicava alla balistica, ed esortava gli studenti alla pugna.
E non mancavano, in cotanta babilonia, coloro che, traendo vantaggio personale e collettivo dalle storture prodotte dalle mani insipienti del fanciullo, si opponevano strenuamente a qualsiasi cambiamento in tal senso. "Abbiamo diritto alla stortura! In essa è il segreto della notra prosperità!" gridavano, mentre la guardia regia proteggeva i loro cortei. Ora dopo ora, battaglia dopo battaglia, l'argilla si macchiava del sangue di quei minuti cittadini. L'odore ferroso di quello si mescolava all'acre e pungente puzzo di polvere da sparo, e le urla dei feriti si sovrapponevano al cupo ruttare delle bocche di fuoco e ai nitriti dei cavalli lanciati alla carica negli ampi viali in cui si riversavano i rivoltosi.
Il pingue giovinetto, vista l'impossibilità di riconciliare i propri sudditi, e stanco del frastuono insopportabile, chiuse la stanza a chiave dall'esterno e si recò in giardino per raccogliere le idee. In fondo temeva anche, grande e grosso com'era, che i rivoltosi potessero avere la meglio, e rivolgere verso di lui quell'artiglieria che, seppur piccina, sparava vero piombo. Dopo alcune ore il nostro fanciulletto si decise a tornare nella sua stanza, per informarsi sull'andamento del conflitto. Con un po' di fortuna, avrebbe constatato che l'ordine era stato ristabilito. Aprì la porta, se la richiuse dietro, e si avvicinò trepidante alla città d'argilla. Fu allora che per il bamboccio arrivò una seconda prima volta, nel giro di pochi giorni: la città era ormai ridotta a un cumulo di macerie, e i cadaveri dei suoi abitanti marcivano nelle strade. Nella piazza principale, un manipolo di soldati e cittadini sopravvissuti al massacro esultava: nella città non vi era la benché minima traccia di simmetria e armonia: il diritto aveva trionfato.

sabato 26 gennaio 2013

Chiamare le cose con il loro nome

o

la legge che fa piangere 

La Genesi dice che il buon dio, dopo aver collocato Adamo nell'Eden, creò ogni sorta di animale  per non lasciarlo solo. Erano le prove tecniche della donna, presumo. Ad ogni modo, dopo aver creato ciascuna bestiola, il signore la presentava al primo uomo, affinchè costui le desse un nome; quello avrebbe dovuto essere, da allora in poi, l'appellativo della forma di vita in questione.

Naturalmente le cose sono un po' più complesse di così. Il racconto di cui sopra non è che l'ennesima testimonianza di come la Bibbia sia il prodotto di una umanità allo stadio infantile. Oggi è ben chiaro, non solo al linguista ma anche al profano, che il rapporto fra referente e segno linguistico è arbitrario, e dunque il linguaggio è soggetto a evoluzione, come qualsiasi altra espressione della natura umana. Tuttavia, due millenni e mezzo di oppressione religiosa, politica ed economica hanno fatto sì che perduri nelle menti poco avvezze al pesiero critico una certa accettazione passiva del linguaggio, come se non fosse una cosa nostra, che ci appartiene, ma una questione di correttezza e conformità a un qualche tipo di autorità benevola ma al contempo severa e rigida.

Un tizio di nome Norman Fairclough, di nazionalità inglese e di professione linguista, partendo dal pensiero di Gramsci, Foucalt ed altri sovversivi di cotal risma, ha sviluppato un modello di analisi del discorso chiamato Critical Discourse Analysis. Il discorso, non solo quello specificamente politico, è terreno di uno scontro ideologico quasi costante. Risulta difficile sostenere una qualsiasi conversazione senza tradire, con un vocabolo, una struttura sintattica, un'intonazione, le nostre convinzioni più profonde; che spesso, e qui casca l'asino, non sono nemmeno consapevoli. Spesso, come il prof. Fairclough ha brillantemente dimostrato rispetto al vile e vergognoso lavoro degli spin doctors di Tony Blair, il linguaggio viene usato per creare - in modo surrettizio - un'opinione, una visione delle cose. Questo equivale ovviamente, in termini politici, a estorcere il consenso. E il fatto che Alistair Campbell e la sua lurida masnada siano riusciti, trasformando socialism in social-ism, ovvero con la banalissima aggiunta di un hyphen, un trattino, a far prendere una valanga di voti all'uomo che ha definitivamente demolito la sinistra britannica, ci deve far riflettere.

Odo garrule voci intonare vivaci motteggi: "Ma che ce ne fotte a noi di questi inglesi? Noi siamo italiani. Anzi, napoletani." Giusto. E allora veniamo a noi. E che questo dativo di tristo retaggio non vi sgomenti (vedete quate cose si nascondono nelle parole?).

Corruzione, camorra, legalità. Tre lessemi, tre campi di battaglia. Cominciamo dalla corruzione. Corruzione, ovvero il processo del corrompersi, o lo stato dell'essere corrotto. Una cosa o una persona viene deviata da qualche causa dalla propria natura, e diventa qualcosa d'altro, in senso ovviamente peggiorativo. Ma allora, quando parliamo di una corruzione eretta a sistema, non stiamo forse esprimendo una contraddizione in termini? In Italia non esiste corruzione, ma una tragica discrasia fra il sistema giuridico e quello economico. Camorra. Sull'etimo di questo termine si dibatte da decenni, e non si è ancora arrivati a un punto fermo. Sull'origine del fenomeno a Napoli, invece, sappiamo abbastanza. Nasce all'inizio dell'Ottocento come società segreta, sul modello della Massoneria, ma è espressione dei ceti popolari anziché della nobiltà e della borghesia. Regolata da rigide norme e rituali, è quanto di più diverso si possa immaginare dalla criminalità organizzata attiva oggi a Napoli e in Campania. Eppure si continua a parlare di camorra, male onnipresente, apparentemente congenito a questa disgraziata etnia che sono i napoletani, con i loro mandolini e le loro sfogliatelle, ma anche le mollette per fare la zompata, come in certi film che si facevano una volta, o il ferro per fare il pezzo, nella versione aggiornata e corretta della camorra moderna (anche il Diavolo si fa l'iPhone!). E veniamo alla legalità, il nodo centrale del discorso.

Legalità: la qualità di essere legale, ovvero conforme alla legge. Che cos'è la legge? Naturalmente, se ci addentrassimo in una discussione approfondita sull'argomento, ne usciremmo vegliardi e canuti, senza peraltro aver raggiunto, molto probabilmente, un punto fermo che fosse uno. Sappiamo tutti, però, che esistono diversi orientamenti al riguardo, diverse idee di quale dovrebbe essere il fine dell'attività legislativa. Giustizia, equità, progresso; ma anche proibizione, castigo, repressione. Il concetto di legge contiene tutto ciò. Ma confesso, nella mia pochezza filosofica e intellettuale, di essere molto più attratto da un'altra antinomia: quella, di eduardiana memoria, fra la legge che fa ridere e quella che fa piangere. Quella di Filumena Marturano, da un lato, e quella del "mondo che si difende con la carta e con la penna" dall'altro. Quella di Domenico Soriano, commerciante, per cui tutto è una questione di dare e avere. Il cognome è mio, e lo voglio dare solo a mio figlio. 

Allora vedete che questo tipo di discorso basato su un concetto formalistico dei rapporti economici e istituzionali, del fenomeno criminale (peraltro vasto e complesso) e della tanto invocata legalità sembra fatto apposta per gettare fumo negli occhi (e difatti lo è). Non è altro che il modo in cui il pensiero unico, nella sua sconfinata miseria intellettuale e morale, pretende di ricomporre contraddizioni di origine chiaramente economica all'insegna di un'architettura morale ammantata di progressismo, ma sostanzialmente ultraconservatrice. La legalità diventa un'arma, un oggetto contundente. L'ennesima variante del manganello, che tanto titilla, con quella sua forma vagamente fallica e quel suo virile turgore, la fantasia dell'italo fallocrate. Una variante più educata, più colta, più politicamente corretta. Ma alla fine Domenico Soriano, Ignazio La Russa e Roberto Saviano stanno tutti dalla stessa parte: da quella della legge che fa piangere. E c'è veramente poco da ridere...