mercoledì 2 ottobre 2013

Quattro pidocchi in più...


Cari lettori, oggi vi do un po' di tregua dalla campagna elettorale invereconda che sto facendo al M5S. Ne siete saturi, lo so bene. E allora distraiamoci un po' con il pallone. Sappiate, però, che non sarò meno caustico con gli imbroglioncelli del mondo pedatorio di quanto non lo sia con quelli della politica. 

Avrete forse notato che quest'anno non avevo ancora scritto del Napoli. Eravamo partiti troppo bene, e dovevo avere modo di vedere luci e ombre, prima di esprimermi. Non avrei mai sopportato di tessere, proprio io, gli elogi del cazzaro di Castelvolturno per poi essere smentito dalla realtà. La partita di ieri sera dimostra che la mia cautela era giustificata. 

Perdere contro l'Arsenal a Londra ci sta, ci mancherebbe. Farsi camminare addosso, e concludere il match senza un tiro in porta degno di questo nome, no. Britos in Champions' League è un'offesa al calcio, e l'inserimento di Zapata in finale di partita  praticamente una provocazione situazionista. Non me la prendo con Benitez, sia ben chiaro: il tecnico spagnolo mi piace, il suo calcio è divertente da guardare e sta dando tutto sommato ottimi risultati. Me la prendo, come di consueto, con Aurelio De Laurentiis. Ancora una volta ha dimostrato di non essere qui per fare calcio, ma solo per fare utili.

Sarebbe bastato prendere Matri e Astori per rendere accettabile la nostra rosa. Allo stato attuale, non abbiamo un uomo in grado di sostituire Higuain. Per quale arcano motivo sia stato acquistato il pachidermico Zapata, è noto solo a Mac Laurentiis, Riccardino Bigon e Paolo Fox. Se fossi in Roberto Giacobbo, ci farei una puntata, su questo mistero: perchè Duvan Zapata ha intrapreso la carriera del calciatore, quando ha proprio il physique du role del buttafuori? Un'altra domanda: Britos è consapevole che con prestazioni come quella di Highbury rischia di rendersi responsabile di un'ecatombe di cardiopatici? Inler manca di reattività e ritarda sempre le giocate, difetti che contro avversari di quel livello condizionano il risultato. Pandev non è in grado di giocare centravanti, e soprattutto non ha i 90 minuti nelle gambe, cosa pressoché incredibile per un giocatore di appena 30 anni. La freschezza atletica, così come i capelli, ha cominciato ad abbandonarlo presto.

Insomma, molto si è fatto in campagna acquisti, ma molto resta da fare. Aspettiamo gennaio, e vediamo come si comporterà il nostro caro presidente. La gestione di questo club ha bisogno di meno clausole rescissorie e una logica più orientata al soddisfacimento dei requisiti tecnico-tattici di una stagione fitta di impegni. E le aspettative, caro De Taccagnis, non si possono più ingannare e differire. Vogliamo far tremare la Gliuve, vogliamo fare la nostra porca figura anche sul palcoscenico europeo. E tu, mannaggia al pataturco, devi cacciare i soldi. Le chiacchiere stanno a zero. Vedi di fare quello che devi fare, altrimenti appena Grillo e Casaleggio si impadroniscono del potere io (che sono segretamente finanziato da loro per appiccicarmi con gli amici su Facebook) ti faccio mettere su un aereo insieme a Zapata, a Britos e a tutti i non pervenuti che vai comprando, e ti faccio deportare in Guatemala, da Ingroia. E allora, ogni volta che ti sembrerà di vedere un bradipo sogghignare, penserai a me, e ti dirai che quattro pidocchi in più li potevi pure cacciare...

martedì 1 ottobre 2013

Feudalesimo e libertà


 

Cari amici del Bradipo, voi che siete informatissimi su ogni genere di facezia e trastullaggine, sicuramente sarete al corrente dell'esistenza di un finto partito politico chiamato come questo post. Ormai sono seguitissimi su Facebook, hanno anche un bell'inno in stile epic metal che ricorda i migliori Manowar. La gente invia continuamente foto in costume medievale, spesso con spada e scudo, dichiarandosi con fiera baldanza pronta alla pugna. Come mai tanto successo? Proviamo a capirlo.

Pensate alla vostra vita. Pensate a quando avete fatto tutti i passi più importanti, nel bene e nel male, e ditemi se ce n'è stato uno solo che non sia stato segnato da dinamiche feudali. Se io ripenso alla mia, la risposta è semplice: mai. In tutte le scelte sono stato orientato dal concetto di appartenenza, come se fossi stato una specie di servo della gleba che non poteva staccarsi dalla sua zolla. Ogniqualvolta ho dovuto schierarmi, l'ho fatto per la mia contrada, come se fossi stato al Palio di Siena. E quando, per ragioni lavorative, ho dovuto sottopormi al giudizio altrui, sono sempre stato valutato non per quello che ero, ma in base a chi mi faceva da sponsor, al mio "feudatario".

La parola "libertà" ricorre continuamente nel linguaggio politico, in Italia e altrove, è una fissazione delle democrazie liberali. Naturalmente, qui da noi è intesa per lo più come la libertà di farsi i fatti propri e non darne conto a nessuno. Del resto, quale concetto di libertà può avere un popolo come il nostro, che vive in condizioni di totale asservimento a logiche così radicalmente antitetiche alla libertà stessa? E quale desiderio, quale anelito, di libertà? Quello che vuole la maggior parte degli italiani non è altro che la possibilità, il diritto riconosciuto di seguire la propria fede e/o il proprio percorso di appartenenza a dispetto di tutto.

Se "libertà" è un lessema onnipresente, forse ancora più importante per capire quello che sta succedendo in questo paese è un altro concetto: quello di identità. Conosco gente che vota PD da sempre, li ha accompagnati da quando erano il PCI, attraverso tutte le svolte e le mutazioni. Di fronte all'alleanza incestuosa (dal loro punto di vista) con il PDL sono stati capaci di dire che era "colpa di Grillo". E sostengono che continueranno a votarlo, il PD. Questa è la libertà che vogliono molti di noi: quella di restare sempre identici a se stessi, nonostante ogni cosa.

Ma che cos'è che costruisce un'identità, se non le nostre esperienze? Non a caso, una delle tecniche di tortura più raffinate e diffuse è la deprivazione sensoriale. Senza contatto con il mondo e con gli altri, perdiamo rapidamente il nostro senso di identità. Non sappiamo più chi siamo. E che cos'è che indirizza il pensiero, se non quelle stesse esperienze, seppure poi lette attraverso mille filtri e con l'ausilio di mille strumenti culturali?

Per questo il M5S vi rompe il cazzo. Per questo alzate la voce quando lo si nomina, per questo gli sparate addosso tutte le munizioni di critica distruttiva che vi fornisce un sistema dell'informazione servo e feudale, per questo vi ostinate a sostenere che appartiene a Grillo e Casaleggio. Perchè il M5S mette in crisi la vostra visione del mondo, quella che tradite quando dite "è sempre stato così, e sempre sarà così". Perchè, scusate la malizia, io sospetto che abbiate un sacro terrore di accorgervi che sotto la patina di irrealtà costruita dal discorso politico dominante, c'è una reltà scostumata e lazzara che vi rimanderà un'immagine di voi stessi enormemente diversa da quella che vi siete scelta. Voi volete la libertà di essere, non di fare. E non capite che è l'agire, non le identità, a dare forma alla realtà che tutti subiamo. 

Alcuni di voi sono marxisti, e ciò rende le vostre contraddizioni veramente penose. Senza offesa per nessuno, ben inteso. Io dico la mia, voi la vostra. E la mia idea è che se c'è una dottrina politica in cui il divenire fa la parte del leone, quella è il marxismo; è dunque tragicomico vedere dei sedicenti marxisti aggrapparsi a una chimera, a un ideale estetico di stasi impossibile. 

Al di là delle burle, dei frizzi e dei lazzi, feudalesimo e libertà si escludono a vicenda. Se volete restare sotto la protezione della vostra investitura e del vostro ruolo in un ordine immutabile, scegliete il primo. Ma se volete riempirvi la bocca con la libertà, sarà bene che vi rendiate conto che l'Imperatore, mi perdonino i simpatici armigeri libatori di cervogia, deve morire. Alla pugna, dunque. E vediamo di scegliere bene da che parte stare.

lunedì 30 settembre 2013

Il buffo dittatore

Cari amici del Bradipo, compatitemi: ormai una buona parte delle mie energie mentali va via nell tentativo di difendermi dalle accuse di amici, parenti e conoscenti, per aver contribuito col mio voto a fare la fortuna politica del tiranno in erba che vedete ritratto nella foto. Mi sono così deciso a fare una specie di FAQ relativa a lui e al M5S, a cui indirizzarli, per comodità, ogni volta che nascono discussioni di quel genere. Tanto, le critiche sono quasi sempre le stesse. Ecco dunque le più comuni, con le relative risposte.

1) Grillo è un dittatore. Se qualcuno non è d'accordo con lui, lo caccia dal Movimento.

Il M5S, a differenza dei partiti, non è un gruppo d'affari, non è una lobby, non è una associazione a delinquere. Al contrario, è un movimento politico nato intorno a una serie di istanze ed obiettivi. Chi lo ha votato, lo ha fatto perchè condivideva, almeno in buona parte, quelle istanze e quegli obiettivi. Se qualcuno degli eletti pensa di potersi spendere la propria elezione come un patrimonio commerciabile, è liberissimo di andare in uno dei tanti partiti esistenti. Lì troverà gente che ragiona esattamente in questo modo. Gente che, ad esempio, non trova nulla di riprovevole nello stringere un'alleanza e fromare un governo con l'uomo che va demonizzando da 20 anni, salvo poi buttarlo a mare quando finalmente la magistratura, con sospetto tempismo, si accorge che è così, quello è proprio un lestofante. Per queste persone non c'è posto nel M5S, perché non rispettano il principio del vincolo di mandato, non perchè lo ha detto il dittatore Grillo.

2) Il M5S è come gli altri. Invece di fare qualcosa, ha sprecato la sua occasione in uno sterile massimalismo.

A questa idea, che ritengo con tutto il rispetto bislacca, io do il nome di Teoria di Bersani. La realtà è che il M5S aveva una sola possibilità, ed era quella di seguire la strada tracciata in campagna elettorale. Siamo di nuovo lì: il vincolo di mandato. Se io voto te per mandare a casa Tizio, poi non accetto che tu dia i tuoi voti per far partire un governo di Tizio, e poi voti di volta in volta sui singoli provvedimenti. La possibilità di un'alleanza politica, come detto più volte dallo stesso Bersani, non è mai esistita. Del resto, pensare che il PD potesse condividere anche solo in minima parte il progetto politico del M5S è come pensare che Belzebù possa collaborare con padre Amorth a farsi esorcizzare. 

3) Il PD è stato costretto da Grillo ad allearsi con il PDL. La colpa è tutta di Grillo.

Dunque, c'è una forza politica che alla prima uscita a livello nazionale prende un voto su quattro, senza distribuire prebende, raccomandazioni, posti pubblici  e via dicendo (semplicemente perchè, se non altro, non può). Dall'altro lato, due partiti che perdono costantemente voti da anni, e che devono molto del consenso che ancora riscuotono a varie forme di clientelismo. Chi deve andare incontro a chi? L'idea che il M5S dovesse portare disciplinatamente i suoi voti al mulino dei Democratici ci dà la misura di quanto sia ostinatamente conservatore questo paese, al di là del colore delle casacche.

4) Grillo è un fascista latente. Ha anche flirtato con Casapound.

Questa è un'accusa che viene prevalentemente da sinistra. Da una sinistra che in Italia, essendo ormai da anni sostanzialmente impotente sul piano politico, si è gettata anima e corpo nella costruzione di una identità a-storica, mitologica, irrimediabilmente romantica. L'antifascismo è un valore importantissimo, fin tanto che ci si rende conto che l'essenza del fascismo non è il manganello o la camicia nera, ma l'autoritarismo con cui una classe si impone sulle altre. Oggi quell'autoritarismo è rappresentato prevalentemente dalle istituzioni economiche e finanziarie sovranazionali che ci portano via la sovranità, pezzo dopo pezzo. Casapound è feccia ma, al di là degli atti di comune teppismo di cui può rendersi protagonista, politicamente innocua. Del resto Grillo non ha flirtato con Casapound. Rispondendo a Simone Di Stefano, esponente di rilievo del movimento dei "fascisti del terzo millennio", ha detto un'ovvietà tramutata in "apertura al fascismo" dalla malafede mediatica: se un ragazzo di Casapound vuole entrare nel M5S, ed ha i requisiti per farlo, non c'è motivo per cui non gli debba essere consentito. Dunque, il M5S non ha una pregiudiziale antifascista di tipo identitario, e su questo possiamo discutere; ma pensare che flirti con il fascismo è scorretto.

5) Il M5S è un movimento interclassista. Un comunista non può votare per loro, o appoggiarli.

Prima di imparare a correre, bisogna imparare a camminare. Sì, è vero, il M5S è un movimento interclassista; e questo è uno dei motivi del suo successo. Perché non esiste, oggi in Italia, la possibilità di fare un discorso di tipo marxista-leninista e riscuotere apprezzabili consensi. La storia recente ci indica che le rivoluzioni, anche in parti del mondo tradizionalmente più turbolente della nostra Europa, si fanno nelle urne, non più con le armi. Chavez fallisce nel '92 con il fucile, e vince nel '98 al voto. Ma dietro il Comandante, nella fase iniziale della sua parabola politica, non c'è un partito di sinistra (il PSUV sarà fondato solo nel 2008), bensì un movimento multicolore come il Movimento Quinta Repubblica. Il neoliberismo ha paralizzato, con le sue logiche velenose somministrateci a poco a poco negli ultimi due decenni, la politica. Se non si ridà dignità all'idea di partecipazione politica, la democrazia resterà una questione di eleggere gli squallidi caporali incaricati di mediare fra noi, il popolo, e le oligarchie economiche e finanziarie che stanno gettando milioni di persone nella disperazione e nella eterna precarietà.

6) Dulcis in fundo: la politica è una cosa seria, e Grillo è un pagliaccio.

L'idea che la politica sia appannaggio di un ridotto numero di tecnocrati è centrale, direi indispensabile alla perpetuazione del paradigma neoliberista. E' questo il modo in cui si neutralizza la democrazia. Io penso che la politica sia una cosa seria, ma non come la biologia molecolare o la fisica nucleare. Pur essendo effettivamente complessa, riguarda tutti. Se qualcuno non si sente rappresentato dai tecnocrati (per giunta ladri) di cui sopra, ha il sacrosanto diritto di organizzarsi e partecipare direttamente alla costruzione di un'alternativa. La comunicazione politica, poi, è una vera e propria arte. Se mettermi a gridare e fare il gesto dell'ombrello mi aiuta a far arrivare il mio messaggio ad alcune persone, perchè non dovrei farlo? Io, personalmente, trovo più serio quello che non le insulse manfrine che il PD mette in scena da mesi per salvare il salvabile.

***

Mi fermo qui, per il momento, sperando che questo mi tenga al riparo, almeno per un po', dagli improperi e dalle maledizioni. Di convincere qualcuno non dico a cambiare idea, ma almeno ad assumere per un attimo un diverso punto di vista, non ci spero tanto. Ci piace giocare a guelfi e ghibellini, e chi ha un problema di solito se lo risolve, in modo splendidamente amorale, per i fatti propri. La politica-teatrino, a molti di noi, casca a fagiuolo. Scusate, per dirla col Maestro Guccini, se non mi lego a questa schiera; morrò pecora nera...

venerdì 27 settembre 2013

L'intervista che non leggerete mai


Cari amici del Bradipo, vi siete ripresi dallo choc del maccherone infingardo e omofobo? No? peggio per voi. Perchè io, Pier Paolo Palermo, nato a Napoli ed ivi residente, in via D. Fontana, 39, CAP 80128, codice fiscale PLRPPL73H22F839N,  ho scritto per voi l'intervista che non leggerete mai.

Non la leggerete mai perché siamo un paese devastato dal politically correct, perché noi dagli altri prendiamo per lo più la cacca; perché se fermi dieci persone per strada e gli chiedi chi era John  Fante e ti risponde uno solo ti è andata bene, ma se domandi invece come si dice "cieco" in politically correct almeno cinque o sei esclameranno subito "non vedente!".

E allora beccatevela, questa intervista. L'intervistatore andrà sotto il nome di Otto Von Bismarck, Cancelliere di Prussia, abbreviato per comodità in Otto. L'intervistato è Altero Bastone, Amministratore Delegato della Inculben, ipotetico primo produttore mondiale di vasellina, abbreviato in AB. Spero che voi vi divertiate a leggerla quanto mi sono divertito io a scriverla.

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Otto: Signor Bastone, lei è a capo dell'azienda che domina il mercato mondiale della vasellina. Come descriverebbe la sua mission?

AB: Direi che la nostra mission consiste nel facilitare l'atto della sodomia, in qualsiasi forma e contesto. In seconda battuta c'è l'uso medicamentale del prodotto, come ad esempio per le applicazioni su tatuaggi freschi. Tuttavia direi che il nostro mercato di riferimento è decisamente quello del cazzo in culo.

Otto: Mi scusi, dottor Bastone, ma non le sembra di usare un linguaggio un po' scurrile? Siamo in fascia protetta...

AB: Deve scusarmi, Cancelliere, ma io sono affetto dalla sindrome di Tourette. Non posso fare a meno di erompere continuamente nel turpiloquio più laido. Cazzo merda culo sciorda cacata in bocca a chitemmuorto! Ecco, vede?

Otto: Beh, la nostra emittente ha una politica di inclusione assoluta, è contraria a ogni tipo di discriminazione, figuriamoci se io adesso interrompo l'intervista perchè lei ha la sindrome di Tourette. Piuttosto aspetto che il cardinale di turno faccia la sua telefonata e vengano a chiudermi la radio.

AB: La rigrazio della sua comprensione e della sua impeccabile ospitalità. 'A fessa 'e mammeta!

Otto: Dunque, dottor Bastone, a quale tipo di pubblico è diretto il suo prodotto?

AB: A tutti. Le sembrerà strano, caro Cancelliere, ma per me basta che si comprano la vasellina, poi quello che vanno facendo non mi concerne minimamente. Uomini, donne, cani, puorci, basta che cacciano i soldi.

Otto: Mi scusi, ma mi sembra un po' qualunquista la sua posizione. Cosa fa la sua azienda contro la disciminazione di genere?

AB: La vasellina. La mia azienda fa la vasellina. Si mette sopra al cazzo quando lo devi mettere in culo a qualcuno. Ha presente?

Otto: Sì, sì, ho presente... ma dico, nell'ambito dello spinoso dibattito sul matrimonio gay, voi come vi ponete?

AB: Assolutamente contrari. Tutti i sondaggi dicono che la gente sposata scopa meno, e per noi questo è un male. Cazzo cazzo cazzo 'nculo a mammeta ce l'aggia chiavà!

Otto: Ma insomma, lei si rende conto di proiettare un'immagine negativa dell'Italia nel mondo?

AB: Abbia pazienza, Cancelliere, ma io faccio la vasellina. Cosa vuole che proietti? 'Stu cazzo 'nculo a chi t'è viecchio?

Otto: Insomma, dottor Bastone, facciamo chiarezza, una volta per tutte. Come si pone la Inculben rispetto alla lotta per una società più educata, in cui tutto quanto esista di deteriore nella natura umana venga sistematicamente e rapidamente spazzato sotto il tappeto?

AB: Guardi, a me interessa poco di quel che si spazza sotto il tappeto. Fin quando ci sarà gente che praticherà il sesso anale, io sarò un uomo molto felice e molto ricco. Anche se, per dire, qualcuo avesse il desiderio di praticare un foro nel muro e penetrarlo, io chi sono per dissuaderlo? Gli consiglierei certamente di usare la mia vasellina, questo sì...

Otto: No, questo è troppo! I buchi nel muro...

AB: E perché no, Cancelliere? Se qualcuno ha questo sogno, chi siamo noi per tarpargli le ali?

Otto: Ma è disgustoso, tristissimo e anche pericoloso!

AB: Mi permetto di dissentire. Basta levigare bene i bordi, stuccarli, e usare tanta vasellina Inculben. Provi anche lei, ne rimarrà sorpreso, budino di stronzi per dessert.

Otto: Vedo che è impossibile affrontare seriamente una discussione con lei. Le auguro di guarire dalla sua Tourette, e do appuntamento ai nostri ascoltatori alla prossima puntata.

AB: E vafammocca a chillu ricchione 'e patete!

martedì 24 settembre 2013

Ci sono Blanc, Proudhon e Marx seduti al bar...

Questo è un post che da un po' mi trattenevo dallo scrivere. Ma siccome dovunque mi giri vedo autoritarismo, rigidità, idiozia sclerotizzata, sono costretto a difendermi con la consueta arma dell'invettiva dialettica. Mettiamo le carte in tavola, poniamo fine ai sospetti e agli equivoci: voi mi dovete schifare con piena coscienza. Tanto lo so che la morte sociale, più volte paventata da queste pagine virtuali, non arriverà; se non altro, perchè mi leggete in quattro.

Oggi dovete avere un po' di pazienza con me, perchè dobbiamo partire da lontano. Per la precisione, dal 1846, data di pubblicazione del Sistema delle contraddizioni filosofiche di Pierre Joseph Proudhon. In questa opera il fiosofo francese polemizza con Louis Blanc. Chi è questo signore? Avete mai sentito o letto la massima "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni"? Questa frase non è di Marx, come pensano in molti, ma di Blanc, il più autorevole esponente di quello che allora in Francia si chiamava "socialismo di stato". Perchè lo critica Proudhon? Perché, secondo lui, una filosofia basata su questo concetto, apparentemente equo e di grande umanità, presuppone l'aderenza a un concetto di giustizia autoritario. Il concetto di giustizia distributiva contenuto in questo aforisma presuppone infatti che qualcuno abbia il compito, si arroghi il compito di decidere quali sono le mie capacità e i miei bisogni. Il rischio è che porti a una società in cui tutti gli animali sono uguali, ma i maiali sono più uguali degli altri, per dirla con Orwell. L'alternativa, per Proudhon, è la giustizia commutativa che regola i rapporti fra liberi produttori associati, sostenuti da un sistema di credito non più finalizzato all'accumulo e all'arricchimento di pochi, ma messo al servizio della collettività.

Non è mia intenzione entrare adesso in una discussione sulla validità del modello proposto dal rivoluzionario di Besançon; quello che mi interessa è la sua critica del concetto di giustizia distributiva, e l'intima relazione di quest'ultimo con il concetto di rivoluzione sviluppato da quella parte del movimento socialista che avrebbe maggiormente inciso nella storia a venire. Non è questa la sede per sviscerare la virulenta polemica scatenata dal giovane Marx nei confronti del più maturo Proudhon, per il quale pure aveva espresso ammirazione in precedenza. Tantomeno è il caso di schierarsi. Limitiamoci a constatare che la storia della Sinistra è, fin dagli albori, una storia di scazzi e rivalità personali. Quello che ci concerne, ora, è che Prodhon ha cominciato ad avere ragione sulla giustizia distributiva nel 1848, quando gli ateliers nationeaux di Blanc fanno clamorosamente fetecchia, e non ha ancora smesso. 
 
Se la classe mercantile è riuscita ad emergere, nel contesto della società feudale, e trasformarsi col tempo in classe dominante, è perchè non solo nei rapporti con le altre classi, ma anche in quelli fra i suoi membri, si erano instaurati modelli di comportamento funzionali alla sua crescita. Il feudatario depredava, esigeva, rapinava; il borghese lavorava e produceva. La dignità del lavoro, che secoli dopo sarebbe stata così strenuamente difesa dal Socialismo, è un prodotto etico della borghesia nella sua fase giovanile. Il mercante del Medio Evo commercia in prima persona, solca i mari, attraversa i deserti, si fa un culo come una capanna per arricchirsi. Tutt'ora il rapporto fra impegno personale e successo economico è un caposaldo della Weltanschauung borghese. Il limite di buona parte del pensiero di sinistra nel Novecento e in questo scorcio di nuovo millennio è stato non capire che quello spirito va preservato e ricreato - in diverse forme, è ovvio - in una società socialista. L'uomo deve essere protagonista del proprio lavoro. Sostituire un meccanismo di alienazione con un altro condanna inevitabilmente qualsiasi processo rivoluzionario al fallimento. 

Perfino oggi, dopo la scomparsa pressochè totale dello Stato dalle nostre economie (parlo a livello europeo), c'è chi ancora resta aggrappato a modelli rivendicativi assolutamente obsoleti. Si pensa forse che una società più giusta si possa costruire per sottrazione, che se si gratta via la patina di barbarie e iniquità sedimentata in secoli di capitalismo ci si troverà sotto un'Umanità già perfetta. Si crede, magari, che sia ancora possibile affidarsi a sedicenti avanguardie che marciano spedite alla testa di plotoni di fantasmi. Si pensa, per tornare al povero Proudhon, che il nemico sia l'eterodossia, e non la carenza di idee capaci non tanto e non solo di mobilitare e sostenere proteste, ma soprattutto di dare vita a un'alternativa, di far germogliare il seme di un nuovo mondo di stare insieme, di dividersi il lavoro e i suoi frutti. Di realizzare la democrazia, a livello tanto politico quanto economico, e dunque di realizzare il Socialismo, che è la sua più vera e piena essenza.

Ma forse sono io a sbagliare, nel dare troppa importanza a queste elucubrazioni postprandiali, effetto di una digestione tanto laboriosa e difficile quanto il progresso sociale di una paese e di un continente decrepiti e stanchi. Mah, non lo so. Intanto, smetto di marciare con i fantasmi, e mi affaccio a guardare il drappello scalcagnato e multicolore che passa, al chiasso di mille inni dissonanti e confusi. Dopo tutto, solo la morte mette tutti d'accordo. Noi vivi siamo condannati dalla Storia a cambiare continuamente idea.

lunedì 16 settembre 2013

La solitudine del ciclope


Cari amici del Bradipo, oggi non ho niente di cui lamentarmi, nè alcuna osservazione da fare. Del raddrizzamento della Concordia m'importa sega, per cui ho scritto un breve raccontino. Prendete e mangiatene tutti.

La solitudine del ciclope

Dall’anfratto roccioso in cui aveva stabilito la sua dimora provenivano i fumi dell’arrosto. Si levavano in cielo in volute arricciate  come il vello dei montoni che aveva ucciso per il suo pranzo, e che riempivano l’aria del loro acre odore, ancora più penetrante adesso che erano lambiti dalle fiamme. La brezza alimentava il fuoco, e di tanto in tanto lo faceva crepitare. Quel suono si mischiava allo stormire delle fronde, al richiamo dei tordi, dediti ai frizzi e lazzi che da loro esigeva la stagione degli amori, e alle lontane, appena udibili bestemmie di un pastore che attraversava il sentiero, giù a valle.   
Facendo girare lo spiedo sul fuoco, pensava agli infiniti lutti addotti agli Achei, che a centinaia aveva ucciso e divorato, nei suoi quattrocentosettantasei anni di vita. Più che il loro gusto, a cui prediligeva quello dei montoni e delle capre, apprezzava la loro compagnia. Essi lo sollazzavano con la musica delle loro cetre, lo intrattenevano con i racconti delle gesta dei loro guerrieri, lo inebriavano con quella strana bevanda color rubino che né il fiume né le capre gli avevano mai offerto.
Ripensò a una sera d’estate, doveva essere stato quasi duecento anni prima, in cui aveva visto un pastorello intrattenersi con una fanciulla in riva al torrente che scorreva in quella striscia di terra che andava dai piedi della montagna fino al mare, poche centinaia di metri più in là. Il giovane l’aveva stretta in una strana morsa, che la ragazza non sembrava disdegnare. C’era una netta differenza fra quella stretta e quella con cui lui  stritolava i marinai che facevano naufragio sull’isola, prima di cibarsene. Le loro bocche si sfioravano, i loro corpi si contorcevano, ma pareva che lo facessero in una sorta di curiosa armonia. Non capì mai cosa stessero facendo.
Era solo. Non sapeva chi lo avesse generato. Non aveva mai visto un suo simile. Non sapeva cosa volesse dire l’amicizia, né tantomeno l’amore. Mangiava, dormiva, inondava il versante della montagna con le sue pluviali minzioni, e dove depositava le sue gigantesche deiezioni nascevano querce come gerani. Altro non faceva. Altro non conosceva.
Cominciò a guaire, prima sommessamente, poi sempre più forte, fino a quando il suo lamento straziante non saturò l’aria addolcita dalla primavera, fino a quando ogni creatura, dalla più minuta formica ai maestosi mufloni dalle lunghe corna, non si fu del tutto ammorbata l’anima. Poi si avvide che i montoni erano cotti, e cominciò a mangiare. Un morso, un guaito… un morso, un guaito… E così consumò il suo pasto.
Finito che ebbe di mangiare, si distese sul suo giaciglio di lana e paglia, e si assopì. Sognò di banchettare con gli uomini che venivano dal mare, di bere anfore e anfore della loro bevanda prodigiosa che induceva un’ottusa ilarità, e di danzare come loro al suono della cetra. Poi, in questo suo sogno, accadde una cosa molto strana: gli apparve una donna, come quella che aveva visto insieme al pastorello due secoli prima, ma di statura e corporatura proporzionate alle sue. Come lui, aveva un solo occhio, che lo guardava con infinita dolcezza. Cominciarono ad afferrarsi e strusciarsi come avevano fatto i due esseri umani tanto tempo prima, pensando di non essere visti.
Quando l’acuto verso di un nibbio in volo lo svegliò bruscamente, si guardò intorno per cercare quella bizzarra creatura, ma non vide nessuno. I resti dei montoni erano sparsi intorno a lui; altri segni di vita non era dato scorgere, fin dove arrivava la vista. Guaì a lungo, e a ragion veduta. Si percosse il petto, ed emise un ululato lancinante. Aveva capito. Quel sogno gli aveva rivelato la natura della sua condizione. Aveva capito che il destino del ciclope è la solitudine.
E fu con questa consapevolezza che il ciclope Claudio Pellegrini III scrutò l'orizzonte, con quello sguardo azzoppato dal destino, nella speranza di scorgere una vela in lontananza. Ma il mare gli rese solo il riflesso di un sole che splendeva a prescindere da ogni cosa, nel cielo terso del Peloponneso, solo come il suo occhio nella spaziosa fronte, solo come lui...
 

sabato 14 settembre 2013

L'ATAC, il MIUR e il povero Fantozzi



Cari amici del Bradipo, buon fine settimana. Come forse sapete, io da grande vorrei fare il professore di inglese. Dopo una lunga, estenuante ricerca e una interminabile moratoria psico-sociale, è questa la conclusione alla quale sono giunto. Dice, e qual è il problema? Non sei tu forse versato nell'idioma della perfida Albione? Non sai forse recitare a memoria svariati passaggi dal Circo Volante dei Monty Python, non sei tu forse in grado di declamare i versi del Bardo come e meglio di Kenneth Branagh e Lawarence Olivier? Miei cari adepti, se questo fosse un paese che desse il minimo peso, nella distribuzione delle sue forze produttive, a quella vocazione con la quale Max Weber ci ha sfrantecato i coglioni nella sua seminale opera sull'etica protestante e lo spirito del capitalismo, io la cattedra ce l'avrei da un pezzo. Ma siamo in Italia, nella terra della mediocrità elevata a golden rule, in cui la gente profonde sforzi sovrumani nella sua crociata contro il lavoro; sforzi che, se venissero invece profusi nel lavoro stesso, metterebbero lo scuorno in faccia a Germania e Francia. Qui vige il decalogo del litruso di marziana memoria; non ci si sforza di migliorare la propria vita, ma di danneggiare gli altri.

E veniamo finalmente al video che ho scelto per aprire il post. Che c'entra con la scuola e il mio anelito ad entrarci? Fate conto che io sia il rag. Fantozzi. Superando mille difficoltà per prendere l'autobus, fra cui il ritardo dovuto alle ragioni esposte nel primo capoverso, mi calo finalmente dal terrazzino del TFA per diventare insegnante. Odo la signora Pina dell'invidia sociale ammonirmi: "non l'hai mai fatto...non hai il fisico adatto". Ed io, come il rag. Ugo, rispondo che non l'ho mai fatto, ma ho sempre sognato farlo. Vabbè, non è del tutto vero, a sei anni volevo fare il calciatore, ma fatemela passare. Dunque, avvisto il mezzo, che non si ferma certo per farmi salire. Ma io lo rincorro disperato. Quando mi avvicino per saltarci su, ecco che chi su quell'autobus c'è già comincia a scalciare. Adesso proviamo a ragionare sulla natura del problema.

Perché il pullman, come si dice a Napoli, che deve prendere Fantozzi è così pieno? Evidentemente, perchè l'ATAC di merda non mette a disposizione un numero sufficiente di mezzi. Anziché prendersela con il povero e sfortunato ragioniere, i passeggeri dovrebbero capire che il problema è a monte. Come diceva il Folagra? E' a monte che dobbiamo distruggere. Il problema è l'ATAC, non Fantozzi. che cerca di salire a bordo come ci sono saliti gli altri. Il MIUR investa nella scuola e non racconti fregnacce. Nessuno negherebbe l'affermazione che il futuro di un paese dipende dalla qualità del suo sistema di istruzione, ma poi si lavora per ridimensionarlo, quel sistema, non per potenziarlo. Ci vogliono più insegnanti, e meglio preparati. 

Il problema oggi è salire su quel cazzo di pullman. Questo crea una competizione esasperata, in cui sono proprio i più mediocri a scalciare di più. Io non dico che i mediocri debbano scendere; dico che bisognerebbe lasciar salire anche i meritevoli. E comunque un posto di lavoro non è un premio. Questo lo può pensare solo il piccolo borghese gretto e meschino, con le sue vedute limitate e il suo egoismo spudorato. L'obiettivo comune dovrebbe essere una scuola migliore. Più autobus. E un sistema di selezione che somigli meno a un assalto alla diligenza, e più a un percorso autenticamente formativo. Ma forse a questo sciagurato paese piace somigliare al grottesco, amaro e disperatamente immobile mondo del ragionier Fantozzi Ugo, matricola 7820/8 bis.