mercoledì 27 ottobre 2010

Cantona e le banche


Salve a tutti. Visto che il freddo annunciato non è poi così intenso, in barba al rag. Casoria mi trovo in condizione di poter scrivere un nuovo post. E stavolta, anche per prendere una metaforica boccata d'aria, non ci occuperemo di Italietta, ma delle parole di un calciatore francese che ha giocato per buona parte della propria carriera in Inghilterra, su un problema globale.

Mentre perdevo tempo su Facebook come al solito, questo video ha attirato la mia attenzione. Eravamo abituati alla "istintività" di Eric Cantona, quando era sotto i riflettori in quanto calciatore del Manchester United. Chi non ricorda il calcione volante rifilato a un povero tifoso, reo di avergli rivolto qualche parolina evidentemente sgradita? Oggi, ad anni dal suo ritiro, forse preso dalla nostalgia dei fasti del tempo che fu, il nostro si esprime sulla recessione e il fermento sociale che agita la Francia. La soluzione, a sentire lui, è semplice: su cosa si fonda il potere delle banche? Sui soldi, no? E allora se tutti insieme ritiriamo il nostro denaro dalle banche queste inevitabilmente crolleranno, e saremo liberi dalla loro tirannia. Non fa una grinza, vero? Il simpatico monellaccio aggiunge addirittura uno sfottò all'indirizzo dei sindacati, secondo lui a corto di idee, e bisognosi di input.

E adesso cerchiamo di capire perchè queste affermazioni di Cantona non sono altro che una ulteriore prova di impulsività e scarsa propensione al ragionamento. Premetto subito che non ho alle spalle studi di economia, ma le cose che scriverò sono di una tale semplicità, direi ovvietà, da non necessitare del cervello di un Milton Friedman o di un John Maynard Keynes per essere esposte e comprese. Cantona si chiedeva da dove venisse il potere delle banche. Poniamoci un'altra domanda: da dove proviene il denaro? Dobbiamo pensare che il buon Eric questo non se lo sia chiesto. Perchè, cari lettori, la risposta è proprio... dalle banche! Il denaro viene generato sotto forma di credito all'impresa o al consumo, o in alternativa prestato dalle stesse banche agli stati, ad esempio per l'emissione di titoli o per coprire parzialmente il debito. Il criterio che regola e limita questa emissione si chiama riserva frazionaria. A questo si riferisce Cantona quando ci esorta a fare presto, perchè non ci sono soldi per tutti. E ha perfettamente ragione. Il nostro sistema economico si fonda sull'assunto che la gente terrà i propri risparmi su un conto, ritirando di volta in volta quanto sia necessario per i propri acquisti e investimenti. Se tutti ritirassimo tutti i nostri soldi lo stesso giorno, come suggerisce di fare il professor Cantona, gli istituti di credito fallirebbero, e la già dura crisi che stiamo attraversando assumerebbe toni drammatici. La prima conseguenza sarebbe l'inflazione, che schizzerebbe a livelli da Repubblica di Weimar. O da Argentina nei primi anni 2000, per intenderci. Difatti, è proprio in questo modo che è iniziata la gravissima recessione che ha colpito l'Argentina qualche anno fa. La gente correva a ritirare i propri soldi, senza rendersi conto che, una volta distrutto l'impianto su cui si reggeva la loro economia, l'unica cosa che avrebbero potuto ricevere dalle banche era carta straccia. Del resto esisteva un precedente illustre, ma si sa, di fronte ai soldi la gente perde la testa.

Scusate, ma su cosa si fonda un'economia, se non sulla produzione di beni e servizi? E le aziende che producono questi beni e servizi come possono sopravvivere senza il credito fornito loro dalle banche? Ecco perchè un crollo del sistema bancario causerebbe una drastica riduzione dei posti di lavoro. E più gente resta senza un reddito, più l'economia va a fondo, perchè i consumi diminuiscono di pari passo con il potere d'acquisto dei cittadini, intaccato non solo dalla disoccupazione ma anche dall'inflazione sempre associata ai crolli finanziari. Perchè il valore reale del denaro non è fisso, a differenza di quello nominale, ma dipende da tutta una serie di fattori dal delicato equilibrio, che un'azione come quella auspicata da Cantona manderebbe a gambe all'aria. Immaginiamo che suddetta azione riceva ampia adesione a livello europeo: la BCE non avrebbe altra scelta che immettere sul mercato una certa quantità di moneta, per far ripartire gli investimenti. Per la legge della domanda e dell'offerta, più ce n'è di qualcosa, più quel qualcosa si deprezza. I soldi non fanno eccezione. Vedete? Siamo a livelli da Monopoli Junior, quello per i bambini dai 4 agli 8 anni. Inoltre, nel momento in cui il livello dei consumi calasse bruscamente, diminuirebbero anche le importazioni, mentre le esportazioni verso paesi extracomunitari, in virtù del deprezzamento della valuta, aumenterrebbero. Questo causerebbe un'ulteriore svalutazione, fino al punto in cui avremmo bisogno di bisacce per i nostri euro.
Insomma, Cantona ha preso una bella cantonata.

Ma allora, dirà qualcuno, non possiamo fare niente contro il malvagio potere delle banche? Io credo che la risposta la possa dare solo la politica, oggi completamente assoggettata ai diktat del mondo economico e finanziario. Quando la politica riuscirà a ottenere il primato sull'economia potrà regolarla, moralizzarla, indirizzarla verso il bene comune. Ma questo non è un obiettivo che si può perseguire a botte di calci volanti.

martedì 26 ottobre 2010

In balia del ragioniere Casoria


Pare che domani a Napoli farà freddo. Lo ha detto il meteo. Da quando la mia salute mi ha abbandonato, io sono abbastanza freddoloso. La mia salute, questa vecchia compagna che mi ha lasciato, e che mi ricorda le parole di un famoso tango argentino: "desde que se fue triste vivo yo"...insomma, domani la temperatura scenderà e io soffrirò. Sì, perchè vivendo in un condominio sono soggetto agli arbitrii inevitabili quando si parla di riscaldamento centralizzato.
Ecco, il condominio è uno di quegli aspetti della cultura italiana che fanno capire agli stranieri come il nostro sia un paese in cui i pagliacci hanno preso il potere. Il pagliaccio ride e ne ha ben donde, visto che comanda lui.

Il condominio, dicevo, è un concetto che nei film di Woody Allen evoca un certo status, una certa eleganza, il massimo del comfort e del servizio per i suoi inquilini. Li vediamo nei suoi film, con quei portieri in livrea, la musica di Gershwin in sottofondo, i suoi inquilini sono professori universitari o critici cinematografici... Da noi, viceversa, il condominio è una specie di girone infernale piccolo borghese in cui pratichiamo il nostro sport preferito, ovvero infliggerci disagi e umiliazioni vicendevoli, ricavandone così un danno collettivo (perchè è la somma che fa il totale), pur di toglierci la soddisfazione di andare in culo al nostro prossimo. Sì, perchè l'italietto (ovvero il piccolo borghese che potremmo assumere a simbolo della mai abbastanza vituperata Italietta, sorella minore del paese minoritario e pressochè invisibile al quale mi ostino ad appartenere) è uno spregevole individuo, meschino, pavido, diffidente, incapace di una visione d'insieme che riservi uno spazio al progresso, all'evoluzione. Se fosse stato per questa gente, saremmo ancora nelle caverne. Del resto, la cultura anglosassone ha espresso Woody Allen e noi il Bagaglino. Ma non tergiversiamo. Il punto è che io domani avrò freddo perchè nel mio palazzo il riscaldamento non si accende mai, e dico MAI, prima del 15 novembre.
Ricordate lo scambio di battute fra il rag. Casoria e il guardaporta Antonio Buonocore in quel piccolo capolavoro che è "La banda degli onesti"? Il furbo ragioniere, amministratore del condominio, cerca di lesinare sul carbone per l'inverno, a costo di lasciare gli inquilini al freddo, e propone a Buonocore di spartirsi il denaro risparmiato sul preventivo. Quest'uomo ingordo di zucchero attinge a ciò che è di tutti come se fosse suo e basta, rasenta il codice penale ma non incappa. Come si evince da questo scambio di battute, 120 quintali sono appena sufficienti.
Ma in quel gigantesco feudo del rag. Casoria che si chiama Italia, si fa con quaranta. E allora che dirvi? Non cresta che adeguarsi. Cercansi Lo Turco e Cardone per avviamento attività in proprio. Massima onestà richiesta. Astenersi perditempo e pagliacci.

lunedì 27 settembre 2010

Tre fesserie


Ho scritto poco ultimamente. Colpa della sinusite, o di qualsiasi altro male oscuro risieda nel mio cranio. Giovedì ritiro la TAC e vi comunicherò il verdetto, ammesso che ve ne freghi qualcosa. Stasera mi sono imposto di scrivere, perchè altrimenti si perde smalto, e i miei lettori (che siete voi) si dimenticano di me. E allora andiamo, scriviamo.

Cosa è successo ultimamente nella mia vita? Ho scelto tre avvenimenti (o presunti tali) che vi espongo in ordine sparso. Innanzitutto, ho comprato una nuova chitarra elettrica. Una Fender Telecaster American Special bianca (la Fender lo chiama "olympic white") con battiplettro nero. Proprio come questa:



A dirla tutta, me la sono fatta comprare. Da un amico che frequenta quella sorta di covo dei predoni che è Via S. Sebastiano. Naturalmente i soldi li ho messi io, sebbene le Poste Italiane facciano di tutto, ultimamente, per rendermi difficile accedere ai miei pur magri risparmi. Perchè ho fatto questo acquisto, visto che non ho un gruppo e sono un semi-vegliardo che non ha mai imparato a suonare secondo i canoni correnti della teoria e tecnica musicale occidentale? Perchè volevo finalmente uno strumento decente. Voglio fare i bending. Quelli dove tiri le corde e la chitarra protesta, producendo un effetto sonoro gradevole. Con la mia vecchia Epiphone non potevo, non mi reggeva l'accordatura. E ora sto scoprendo un mondo fatato di manici doppi e suono definito. E questo è quanto.

Il secondo argomento di cui vi parlerò è un sogno che ho fatto, e che mi ha turbato non poco. Ero in un postribolo (o meglio, un appartamento adibito a postribolo), e mi trovavo in compagnia di alcune donnine allegre. Eravamo in camera da letto, e io mi rivolgevo a una di loro per ottenere una prestazione. Incredibilmente, lei diceva di non essere disponibile, la qual cosa risultava poco credibile, in virtù del fatto che la giovane donna era seminuda. Accostavo allora un'altra, con la stessa finalità, ma anche lei mi dava buca. La terza prostituta, infine, mi spiegava che sarebbe arrivata a breve una sua collega che era di turno, e finalmente avrei potuto consumare il rapporto. Questo sogno ci conferma un sospetto che ho sempre avuto: Tinto Brass e Samuel Beckett vanno tenuti a debita distanza.

L'ultimo argomento di cui vorrei scrivere sono le donne sopra i 30 anni. Naturalmente la mia finestra sul mondo è piuttosto limitata, un po' per necessità, un po' per scelta. Per essere più corretto, dovrei dire che vi parlerò delle ultratrentenni che frequentano il supermercato di fronte casa mia. Si tratta di donne molto ordinarie, che a occhio e croce possono essere definite rappresentanti abbastanza tipiche del loro gruppo statistico. Diciamo subito che io non mi faccio eccessivi problemi quando esamino e valuto un membro del sesso opposto. Guardo sfrontatamente, con un'espressione neutra (almeno credo), e non per fantomatici intenti di seduzione (calma!!!!), bensì per capire. Guardo le donne come si guarda un animale o una pianta, o una qualsiasi altra forma di vita. Dall'altra parte non mi è mai capitato di riscontrare un interesse di natura analoga. Queste semi-vegliarde si distinguono in due categorie:

1) Quelle che hanno piacere di essere guardate.

2) Quelle che si sentono a disagio se guardate.

A volte le due categorie si sovrappongono. Quello che manca assolutamente in loro è la naturalezza, la mancanza di malizia che porta una persona a stare in mezzo agli altri senza dover stabilire confini e rapporti di forza come superpotenze rivali. Sono brutte, anche quando le loro fattezze potrebbero suggerire armonia di forme. Sono brutte perchè in loro ogni minimo gesto, ogni sguardo, ogni atteggiamento è finalizzato al raggiungimento di uno scopo, per di più assolutamente banale e meschino. Provano un disagio eccessivo, che non è timidezza ma una forma di aggressività, se hanno un filo di grasso in più. E trasudano una violenza sconcertante se sono sicure del loro aspetto. Le ultratrentenni sono per lo più brutte. Almeno quelle che fanno la spesa al supermercato di fronte casa mia.

E allora io cercherò la bellezza nel mio nuovo strumento. Sì, le chitarre sono più belle delle donne, in linea di massima. Non hanno scopi, esistono per essere chitarre. Puoi suonarle ogni giorno, o lasciarle a riposo per una settimana prima di imbracciarle ancora, e suoneranno sempre bene. Basta cambiare le corde, ogni tanto. Questo mi fa pensare che la mia chitarra non ha ancora un nome. Alle chitarre vanno dati dei nomi, è importante. E allora diamo un nome alla mia nuova Tele. Bene, eccolo. Visto che è bianca, la chiamerò Bianca. Ed esplorerò la sua tastiera con l'amore di un novello sposo un po' imbranato, ma volenteroso. Lei sarà paziente e sempre disponibile, concedendosi al mio tocco impacciato fino a quando un perfetto bending non la farà gemere di piacere.

mercoledì 8 settembre 2010

Ricordati che devi morire

Buonasera, signore e signori. Questo post è un atto di contrizione. Perdonatemi. Perdonatemi voi, che mi seguite su questo blog. E perdonatemi voi, dottori in medicina, health freaks e amici con una certa conoscenza della fisiologia. Martedì sera ho commesso un atto sconsiderato, per un individuo della mia età, della mia costituzione e con il mio stile di vita: ho fatto dell'attività fisica. Anatema su di me. E ora devo espiare, facendo impennare da solo le vendite della Peroni, dando così una flebile speranza almeno ad un settore dell'economia italiana. Ma prima vorrei esporvi alcune riflessioni, visto che tale scempio potrebbe ripetersi presto, con estreme conseguenze per la mia salute e, ebbene sì, la mia stessa vita.
Qualche giorno fa, mentre leggevo l'ennesimo thrilleraccio per una nota casa editrice italiana che mi paga come un lavapiatti senza permesso di soggiorno, mi arriva un SMS, annunciandomi che presto sarei tornato a calcare un campo di calcetto. Quello che ho provato è stata gioia mista a paura. Gioia perchè il calcetto ci riporta alla nostra adolescenza e giovinezza, alle sgambate spensierate, ai terribili attimi di tensione quando qualcuno "metteva in mezzo le mamme"; e paura perchè , dopo anni di assoluta inattività fisica, bisognerebbe riprendere gradualmente. Ad esempio, facendo una passeggiata ogni tanto, anzichè girare sempre su uno scooter senza le sospensioni pur di non compiere il considerevole sforzo di mettere un piede davanti all'altro. O cercando di capire cosa non va nel tuo organismo, quando ti svegli la mattina con la vitalità di Don Zauker (quello di Daitarn 3).
Fatto sta che, facendo un po' di riscaldamento prima di entrare in campo, martedì sera, mi sono accorto di stare peggio di quanto pensassi. Quello che è venuto dopo è stato penoso e umiliante. Se Franco Baresi tornasse a giocare oggi, sarebbe più mobile e scattante di me. Di me, che con tenace anacronismo mi ostino a interpretare il ruolo del libero perchè sta più dietro di tutti (scusate il ritardo...), e perchè corre meno di tutti. E poi perchè si chiama libero, che è sempre un bell'aggettivo.
Ma se libero potevo essere da marcature, in quella piacevole serata settembrina, non altrettanto potevo dire di un pensiero maligno e cazzimmoso come un goblin con la scabbia: la consapevolezza della mia mortalità. Ormai è chiaro, cari lettori, che il vostro amato Bradipo è entrato nella seconda metà della sua vita, quella in cui un lento, progressivo e ineluttabile declino fisico e mentale lo traghetterà verso la terza età e il suo ruolo senile di vecchio che bofonchia parole incomprensibili in luoghi pubblici. Si può cercare di opporsi a questa universale sciagura, si può ritardare il processo di senescenza combattendo i radicali liberi con una serie di costosi prodotti pseudo-farmaceutici, ma resta il fatto che la festa è finita. Tutto ciò che mi attende, da ora alla fine, è un degradante scemare di tutte le mie facoltà.
Tanto più dura è l'accettazione di questa realtà per un sottoccupato cronico, senza un futuro professionale e quindi senza possibilità concrete di soluzioni sentimentali che si addicano a questa età di passaggio, in cui si appendono le scarpette al chiodo e, magari sullo stesso muro, le foto dei tuoi bambini, che insieme a tua moglie hai portato al mare con i risparmi di un anno di lavoro (quello pagato con i soldi veri anzichè con quelli del Monopoli). Sul muro del mio fato beffardo campeggiano solo caricature del mio buffo volto, collezionate in gioventù per schernirmi in quella che dovrebbe essere la maturità, ma che per me non è altro che un prolungato, avvilente addio alla giovinezza. Giovinezza che si allontana come una leggiadra fanciulla dopo averti respinto, ma continua a sorridere, per umiliarti di più. Giovinezza, assurdo travestimento di un'età che non esiste, inventata dai teoreti dell'avidità umana, a metà fra l'adolescente e il cittadino. Datemi un lavoro, per amor di Dio! Mi devo fidanzare, prima che sia troppo tardi! Devo impregnare del mio seme qualche povera demente, prima che arrivi l'andropausa (e temo non manchi molto)!
Perchè la libertà non è un ideale astratto, è la possibilità concreta di fare ciò che si intende fare. In altre parole, il potere di ciascuno di decidere il corso della propria vita. Senza lavoro, non c'è libertà. Chi non lavora, non fa l'amore. Nè si sposa. Nè fa i figli. Resta un giovane che ha passato la data di scadenza e per essere libero non può fare altro che infilarsi le scarpette e sistemarsi, ancora una volta, alle spalle di tutti.

martedì 31 agosto 2010

Il degrado è una musica che si suona a orecchio



Cari lettori, sarete ormai abituati al livore venato di grottesco che pervade molti dei miei post; questa volta, però, ci troviamo di fronte a un delitto che grida vendetta, tremenda vendetta. Violate la mia privacy, il mio onore, finanche la mia libertà, e io accetterò da buon partenopeo, cane di una razza al bastone tristemente avvezza; ma il mio corpo, quello no. Il mio corpo, come ebbe a dire un indimenticato polmone del centrocampo juventino, è un tempio. Poco ci importa, in questa sede e in questo tempo, sindacare sulla veracità di tale affermazione; ciò di cui il mondo civile deve prendere atto, oggi, è un grave attentato contro l'integrità della mia persona fisica e, di riflesso, morale.
Se mi leggete con assiduità e attenzione, cari ricettori dei miei squilibri e disagi, saprete pure che ho il vizio (o il vezzo, fa lo stesso) di conferire sempre la qualità dell'universalità alle mie vicissitudini, anche a quelle apparentemente più singolari. Questo caso non fa eccezione. Con le armi della logica, della satira e di una gaia arbitrarietà, dimostrerò che questo episodio va inserito nel quadro di un più ampio degrado civile, e mirabilmente lo illustra. Questa, cari amici, è roba da interrogazione parlamentare.

E veniamo ai fatti. Come alcuni di voi sapranno, il giorno dopo Ferragosto il vostro eroe (ché tale mi fregio di essere, a ragione o a torto) si imbarcava su un aeromobile diretta a Praga. Dopo un viaggio senza alcunché da registrare, se non qualche turbolenza del tutto consueta e ordinaria, arriva il momento di recuperare il bagaglio a mano e scendere dall'apparecchio, per cominciare finalmente la vacanza propriamente detta. Ed è lì che un fato beffardo si è divertito a frapporre fra me e una bellissima capitale europea alcuni figli della tanto vituperata (e da questa vicenda verrebbe da dire a ragione) Casal di Principe. Non ritengo necessario ricordarvi che si tratta di uno dei comuni più mafiosi d'Italia, più volte menzionato in Gomorra, città natale di quella gemma del Sud che è Nicola Cosentino (ma anche degli Schiavone, dei fratelli Orsi, dei Bidognetti e di tanti altri che potrete immaginare). Ebbene, quando chiedevo a uno di costoro di concedermi qualche decimetro cubico di spazio per consertirmi di arrivare ad afferrare il mio trolley, questo mi rispondeva, con il suo orrido accento, che gli unici due corsi d'azione da intraprendere per ottenere il fine che mi prefiggevo erano la corruzione o l'omicidio del suddetto troglodita. E già mi vedo costretto ad osservare che, fra noi persone più o meno civili, comunque inurbate (a differenza del casertano contadino che, come è ben noto, zappa la terra, zappa la terra) non è in uso intavolare trattative o mettere mano alle armi per chiedere e ottenere gesti di semplice cortesia. A questo punto io, che solitamente non giudico per non essere giudicato, sento il bisogno di studiare con qualche ben assestata occhiata la comitiva. Il nostro uomo ho già avuto modo di osservarlo da vicino, e temo che una descrizione troppo accurata dei suoi tratti somatici, abbinata alla narrazione degli eventi che seguiranno, potrebbe spingere qualcuno a riabilitare il lavoro di Cesare Lombroso. Basti dire che porta un grosso anello al mignolo; per chi è delle mie parti, non è necessario aggiungere altro. La donna che gli sta accanto (che poi risulterà essere la sua novella sposa) sfoggia un'acconciatura tamente elaborata da richiedere necessariamente una motivazione, che sarà fornita a tempo debito. Sono poi presenti altri due individui di sesso maschile, una sorta di pigmeo calvo e un quarto villico che più lo guardo più mi viene da pensare a un rustico pranzo a base di caponata e vino sfuso del contadino, consumati in un locale male arredato e semivuoto, con una sala sul retro gremita di giovinastri, alcuni videopoker e un vecchio bigliardino con le stecche storte. Ma badate bene, questi sono solo comprimari in una tragedia della quale il protagonista assoluto è lui, che in assenza di un nome proprio chiameremo Ribaldo da Casale, guappo eccellentissimo e temuto signore di tutte le sale da biliardo dell'Agro Aversano. Fra i suoi privilegi feudali ci sono, immaginiamo, un decimo dei raccolti di pesche alla diossina, l'ingresso gratuito alle partite dell'Aversa Normanna, e il diritto di precedenza sugli altri clienti nel salone di barbiere da lui prescelto.
Mentre rimesto tali pensieri sento una leggere pressione sull'orecchio sinistro. Provate adesso a immaginare cosa possa passare per il cervello di un uomo che pure ha viaggiato, ha conosciuto un po' di mondo e di straniere genti, eppure mai ha vissuto un'esperienza come quella che segue: Ribaldo da Casale ha preso il mio padiglione auricolare fra due dita della sua mano destra, e lo accarrezza soavemente, come a volerne saggiare la consistenza, la temperatura o chissà che altro. Vi sembrerà appropriato, se siete minimamente sagaci, che un evento così inusitato e illogico si verifichi proprio nella città natale di Kafka. Ma questo pensiero, cari amici, mi è occorso solo molto più tardi. In quel momento mi sono sentito un po' come il pythoniano Mr. Praline nel celebre sketch del pappagallo, quando, recatosi a Bolton per la sostituzione dell'animale morto con uno vivo, si trova di fronte allo stesso identico esercizio commerciale in cui aveva acquistato il volatile defunto, con la sola differenza che il commesso qui ha i baffi (pur essendo anche lui per il resto tale e quale a quello con cui ha battibeccato poco prima).
Dopo l'iniziale spiazzamento, subentra la consapevolezza istintiva di un'infrazione: per alcuni decimi di secondo sono un bracciante della Capitanata del primo '900, angariato da protervi signorotti locali e massari avidi e prepotenti. Ma prima che gli eventi precipitino, subentra una consapevolezza: siamo su un aereo, un luogo in cui la minima infrazione ai comportamenti di prammatica può portare come minimo a una pessima figura (si tratta di un volo internazionale, il mondo ci guarda), e un'infrazione meno lieve può farci finire al posto di polizia aeroportuale. Inoltre le porte non si sono ancora aperte, e il deflusso sarà comunque lento e laborioso. Scrutando il volto del gaglioffo, scorgo l'inconfondibile marchio della guapparia. E così, per evitare mali peggiori, abbozzo. Don Ribaldo si lancia dunque in un lungo ed elaborato resoconto, in base al quale il pigmeo calvo sarebbe una specie di feticista ossessionato dalle altrui orecchie; trascinato dalla sua stessa retorica, mentre il glabro nano lambisce con voluttà la parte della mia anatomia che non occorre più specificare, lui fa altrettanto all'uomo della caponata. V'è da dire, a discolpa quanto meno parziale di questi personaggi, che il primo fa di tutto beffe e lazzi, mentre il secondo rimane in silenzio e in disparte, e sembra addirittura lievemente infastidito da quanto accade. La sposina, infine, passa da un'iniziale e ben visibile allarme per il gesto estemporaneo del coniuge, a un sommesso imbarazzo: mi guarda come a dire "Che vuoi farci, mio marito è così". Ora è il giullare a narrarmi un buffo episodio, ovvero di come dové costui adoprar l'ingegno per toccare al matrimonio di Don Ribaldo, da poco celebrato, l'orecchio di un camorrista, che lo aveva fatalmente attratto in virtù delle sue gigantesche dimensioni. Dunque, ora scopriamo il motivo per cui la testa della signora è agghindata come un uovo di Pasqua di Gallucci. Il giullare e il muto sono il fotografo e il cameraman del matrimonio, aggregati agli sposini per un motivo che scopriremo fra poco.

Una volta scesi dall'aeroplano mi tocca sorbirmi anche i rimproveri e il dileggio dei miei compagni di viaggio, che avevano assistito a distanza di qualche metro alla scena: tutto avevano visto e, tendendo l'orecchio, qualcosa avevano udito. E dunque mi riscopro samurai privato dell'onore, quasi costretto a un pittoresco suicidio rituale dalla pressione dei pari. Ma io rimango persuaso di aver agito bene, assecondando il minuto giullare e lasciando che la sua bislacca simpatia, pur se probabilmente non scevra da intenzioni di scherno, desse uno sbocco pacifico a una situazione tanto indecifrabile da essere aperta a qualsiasi sviluppo.

Comunque sia, la vacanza comincia, con le sue lunghe passeggiate fra le numerose bellezze architettoniche della capitale ceca. Il nostro albergo sorge all'ombra del ponte più centrale e più bello di Praga, quello che prende il nome da Carlo IV del Sacro Romano Impero; percorrendolo in una serata fresca e stellata, indovinate chi ci ritroviamo davanti? Don Ribaldo e consorte, vestiti con gli indumenti evidentemente indossati al loro matrimonio, con il giullare e il muto che li fotografano e li riprendono. Ecco perché erano con loro, e perché l'uovo di Pasqua di Gallucci non si era potuto scartare prima.
Sarà perchè Praga non è enorme, sarà perché il destino si accanisce contro di me, incrociamo Don Ribaldo e i suoi per tutti i giorni del nostro breve soggiorno. Al momento della partenza è quasi un sollievo allontanarsi da questo losco e inquietante personaggio. Ma la navetta aeroportuale resta ferma per un lasso di tempo inspiegabilmente lungo... Certamente aspettiamo qualche ritardatario. Bene, dobbiamo solo pazientare un po'. Finalmente appare il colpevole, sorridente e giulivo. C'è bisogno che vi dica di chi si tratta? Salito sul veicolo, proclama tronfio che effettivamente si era sentito chiamare per tre volte, ma che lui, quando fa shopping, non conosce cause di forza maggiore.

Questo, amiche e amici, è il degrado di cui parla il titolo del post. Questa gente è stata attorniata dal brutto così a lungo che ormai lo incarna, tanto nel senso estetico che morale. Questi individui hanno passaporto italiano e possono recarsi in qualsiasi città della UE, proprio come me; ma, a differenza di me e dei miei amici, non possono essere certo definiti cittadini europei. Sono la schifezza degli italiani, ovvero la schifezza di un popolo che già non brilla per civiltà e cosmopolitismo. Scambiano la tolleranza e il rispetto che voi ed io consideriamo valori per debolezza, e godono del fastidio che arrecano agli altri, perché è qualcosa che si impone, per cui implica una loro affermazione. Sul loro senso estetico, credo sia meglio sorvolare. Anche questa, cari lettori, è Gomorra. Ministro Maroni, tu che tanto ti vanti di aver fatto contro le mafie, perchè non hai ancora assicurato Don Ribaldo da Casale alla giustizia? Quando lo vedremo finalmente al 41 bis, ridotto alla follia come il "professore" Cutolo, andare avanti e indietro nella sua angusta cella farneticando e smaniando, perché non ci sono orecchie da toccare? Fino ad allora questo non si potrà definire un paese civile, ma solo una babilonia in cui regnano l'arbitrio e la sopraffazione; in cui i singoli componenti dell'orchestra non seguono lo spartito della convivenza civile e del progresso comune, ma improvvisano ad libitum; e suonano, ebbene sì, a orecchio.

lunedì 9 agosto 2010

Il sogno del bradipo

Salve a tutti. Oggi vorrei scrivere di qualcosa di diverso: vorrei parlarvi di un sogno fatto poche ore fa. Premetto che ieri sera ho bevuto un po', e ho mangiato un panino che conteneva, fra le altre cose, peperoni. Un po' me la sono cercata...
Gioisco perchè per un lungo periodo della mia vita non sono riuscito mai a ricordare quello che sognav0, e questo mi disturbava alquanto: la parte onirica della via vita è, non sorprendentemente, la migliore. Ma passiamo a cercare di esporvi questo frammentario delirio.

Ricordo che all'inizio mi trovavo con degli estranei in una palazzina di proprietà di una signora della società bene, che doveva avermela prestata (cosa che sapevo nel sogno, anche se non l'avevo vissuta). A un certo punto la polizia faceva il suo ingresso, un po' spavaldamente, e ci avvisava che al piano terra c'erano dei gangster (noi eravamo al primo piano), per cui ci consigliava di salire al secondo ed ultimo piano. Io obbedivo, notando però con grande meraviglia che la scala che conduceva al piano superiore era una scaletta a pioli di legno fradicio, e mi chiedevo come facesse l'anziana signora a utilizzarla. Evidentemente ci si era abituata. Giunto al secondo piano da solo, visto che gli altri dovevano aver considerato il pericolo trascurabile, passeggiavo nervosamente in uno studio ben arredato, su un bel tappeto persiano, temendo che da un momento all'altro una pallottola vagante attraversasse ben due soffitti per trafiggermi. Mi chiedevo se fossi davvero al sicuro lì, e intanto continuavo ad andare su e giù per il nervosismo.

Taglio. Ora siamo al mare, ma su una spiaggia tipo Bagnoli subito dopo la dismissione. Siamo tutti nudi, compreso me. C'è una ragazza, anche carina, se non fosse per il fatto che è dotata di un pene. Questo è da attribuire a una discussione fatta ieri sera a un tavolo da Malone, riguardante nudità adulte e confusioni infantili. Comunque non restiamo a lungo sulla spiaggia, perchè mi viene detto che devo recarmi al matrimonio di un mio caro amico, del quale sono peraltro il testimone. Nella realtà quest'amico si è già sposato, e il suo matrimonio fortunatamente è riuscito decisamente meglio di quello che sto per narrarvi...
La moglie dell'amico, che è una fashion designer, ovvero sarta, mi mette addosso un vestito confezionato da lei. Bello, ma perchè devo portare una parrucca? Fra l'altro, dalla giacca pende un grappolo di banconote e immaginette sante, come se io fossi la madonnna di qualche processione. Evidentemente dovevo aver ricordato la scena del matrimonio ne La sposa turca, nella quale lo sposo balla con delle banconote attaccate alla giacca. Ma io ero solo il testimone. Anzi, dovevo trovare il mio amico, perchè sapevo di aver fatto tardi, e che aspettavano me per cominciare. La cerimonia si celebra sull'uscio di un balcone, con me che resto all'interno e guardo fuori affacciato a una finestra posta a fianco della porta del balcone stesso. A quel punto mi rendo conto di non aver comprato un regalo. Cerco i vecchi amici comuni a me e allo sposo (ci conosciamo dai tempi delle superiori) per organizzare una colletta e comprare qualcosa, anche se mi sembra davvero inappropriato essermi presentato a mani vuote, e che ormai è tardi. Mentre parlo con uno di loro, si trasforma in un pargoletto e comincia a rotolarsi per terra, e mi rendo conto di essere in una cameretta per bambini...

Taglio. Ora sono alla fermata della corriera, perchè devo tornare nel paesino del basso Salento dove svolsi il servizio civile, evidentemente spinto dalla disperazione e dalla mancanza di lavoro. Lì mi compiaccio nel constatare che è cambiato tutto: non più una struttura così e così, ma un appartamento di 5 o 6 stanze. Anche la gestione è cambiata. Tutto è diventato, come dire, più urbano. Comincio subito a lavorare, ed entro in un bagno, dove una bella ragazza bruna con un top rosso sta facendo la doccia a un disabile. Mi avvicino per aiutarla, e mi rendo conto di essere nudo. Senza scompormi più di tanto, le sorrido e verbalizzo l'ovvio; anche perchè incredibilmente lei non se n'è accorta, tanto è concentrata sulla mansione che sta svolgendo. Devo mettere qualcosa addosso, e non ricordo dove ho lasciato la mia roba. Coprendomi le nudità con le mani, passo davanti a diverse stanze, tutte occupate. C'è addirittura una sala conferenze, con relativa riunione in corso. Improvvisamente, appena arrivato sull'uscio di una stanza vuota, mi ritrovo addosso una specie di pigiamone. Torno in bagno per rimettermi a lavorare, e solo adesso la ragazza si volta a guardarmi. Non ha da ridire sulla mia tenuta, che è davvero bislacca. Ma qualcuno mi chiama, dicendomi che sono necessario altrove, e...

Mi ritrovo sul ponte di una nave in compagnia di un personaggio ben noto a voi che leggete. Anche lui fa l'obiettore di coscienza lì, e mi informa che ce ne sono anche altri. La nave pullula di narcotrafficanti, che usano la cooperativa sociale come copertura. Ed ecco infatti l'esercito (forse israeliano) all'arrembaggio, in tenuta da combattimento. Cominciano a piazzare cazzotti terrificanti sui brutti ceffi dei narcos, e qualcuno arriva anche ad aprire il fuoco. Un obiettore, per ragioni a me incomprensibili, si schiera dalla parte dei contrabbandieri, e viene mazzolato a dovere. A un soldato che mi si avvicina minaccioso spiego di essere solo un obiettore di coscienza, che non sapevo niente della droga nella stiva. Quello si mostra comprensivo, e addirittura si trasforma in una donna, una energumena di colore tipo Condoleeza Rice, e mi bolla come bravo ragazzo, arrivando a darmi un pizzicotto sulla guancia.


Ma i militi hanno perso la calma, e cominciano a lanciare granate fra i narcos, determinati a resistere. Un altro personaggio ben noto a voi che leggete salta in aria, e finisce a terra esanime in una pozza di sangue. Io sto già piangendo la sua morte, quando lo vedo in una bara, messa in posizione verticale, tramortito ma vivo. Delle piccole tracce di sangue hanno preso la forma di un trucco da clown sul suo volto, e quindi ora ridiamo tutti del nostro amico, appena investito da un'esplosione e in piedi dentro una bara.

A questo punto il mio inconscio avrà capito che quando è troppo è troppo, e mi sono risvegliato. La domanda sorge ora spontanea: qualcuno di voi conosce un analista economico?


venerdì 6 agosto 2010

Il padre che nacque dai suoi figli


Improvvisamente, egli fu. Laddove prima c'era stato il nulla, ora c'era la coscienza della realtà che lo circondava; una realtà ancora nebulosa, non ben compresa, ma che era indubitabilmente lì. Lentamente, questa coscienza si espanse, fino a farlo accorgere di se stesso, del suo corpaccione di uomo anziano, coperto da una specie di lenzuolo azzurro pallido. Aveva lunghi capelli bianchi, e una folta barba. Presto alle luci e ai colori si aggiunse un suono. Un lontano vociare che si fece pian piano sempre più distinto. Si mise a sedere, e guardò in basso. Fu allora che vide gli uomini.

- Chi siete? E io chi sono? E dove sono?

Gli individui che si rivolgevano a lui dalla Terra, molti chilometri più in basso, rimasero leggermente delusi nel constatare che forse il loro dio non era proprio del tutto onnisciente. Ma non si persero d'animo, forti della loro fede.

- Siamo il tuo popolo, Signore! Tu sei il nostro dio, colui che ha creato il cielo e la terra. Ti trovi nella tua dimora celeste, nella quale, a te piacendo, ti raggiungeremo dopo la nostra morte.

- Cosa avrei creato io? Fino a cinque minuti fa non esistevo!

- Sciocchezze! Se sei l'artefice di tutto ciò che esiste!

E così il più giovane dei vecchi scoprì di essere il protagonista di una serie di miti e leggende, sebbene fosse nato solo da pochi istanti. Dagli uomini apprese di essere il loro padre, e di essere il re del cielo e della terra. Sebbene quest'ultimo aspetto non gli dispiacesse affatto, il vecchio era un po' contrariato dall'ostinazione di quelle persone nell'attribuirgli opere e miracoli di cui andava solo allora scoprendo l'esistenza. Discussero a lungo, e su un punto in particolare le divergenze risultarono incolmabili: gli uomini continuavano ad affermare di essere stati creati dal vecchio, mentre quello era sempre più convinto che fosse accaduto il contrario. Volarono parole grosse, e qualche bestemmia (delle quali, però, il vecchio non si risentì affatto).
Fu a quel punto che gli uomini decisero che comunicare con Dio era compito assai difficile, e andava affidato a una casta specializzata proprio in quello. Mentre gli altri lavoravano nei campi o cacciavano, e le donne governavano la casa, questi uomini si sarebbero dedicati all'interpretazione della volontà di Dio, interpellandolo ogniqualvolta fosse necessario.

Gli uomini vestiti di nero, però, ingannarono i loro compagni: non parlarono mai con il vecchio, il quale rimase solo per secoli e secoli in un brullo paesaggio etereo, fatto di aria e nuvole e nulla più. L'inutilità della sua esistenza lo deprimeva, e la completa e ininterrotta solitudine a cui lo avevano condannato lo schiacciava con il peso della sua immutabilità. Così il vecchio cominciò a desiderare di morire. Ma in qualche modo sapeva che solo chi l'aveva tirato fuori dal niente poteva rimandarcelo. E una cosa simile sembrava improbabile alla luce del potere che gli uomini in nero avevano raggiunto fra gli uomini, i quali nel frattempo si erano moltiplicati ed evoluti senza mai però smettere di credere in lui.
L'unica cosa che impediva al vecchio di impazzire per la solitudine e la noia era l'assurda convinzione, piuttosto diffusa fra gli uomini, che a lui importasse qualcosa dei loro comportamenti. Rise dei loro sensi di colpa quando facevano qualcosa di assolutamente naturale ma che per motivi a lui non chiari era proibito dal suo libro (ovviamente scritto dagli uomini in nero); si rattristò nel vederli reprimere la loro natura per aderire ai dettami che gli uomini in nero avevano spacciato per suoi; e li invidiò perchè potevano morire.

Come tutti i vecchi, rimase seduto a guardare il mondo fuori, aspettando la pace che solo un gesto di misericordia degli uomini avrebbe potuto dargli. Ma gli uomini in nero (sempre loro...) dicevano che l'eutanasia era un crimine contro di lui. Allora il vecchio capì che l'unica speranza, per gli uomini e per lui, era la scomparsa degli uomini in nero. Fu questo il percorso logico, assolutamente inattaccabile, che portò Dio a diventare il più radicale degli atei.