giovedì 23 giugno 2011

Niente pe' mme, niente pe' nnisciuno

 
Detto napoletano che equivale un po' a "muoia Sansone con tutti i Filistei". O, per usare un'espressione più calzante in questo frangente, "tanto peggio, tanto meglio". O mi fate battere il rigore, o mi porto a casa il pallone.

Nelle ultime elezioni comunali, Napoli ha espresso chiaramente una volontà di cambiamento rispetto al tipo di politica che ha caratterizzato gli ultimi 15 anni. L'ha fatto con una maggioranza schiacciante, che non lascia spazio a dubbi o diverse interpretazioni. Oggi Napoli vuole voltare pagina, e mettere in dubbio questo dato significa voler negare l'evidenza. Vi è però, accanto a questa città più matura, o semplicemente stanca di essere presa in giro, una città ancorata al passato, a secoli di cultura della a-legalità e, a mio parere, tarata da un'assoluta incapacità di comprendere concetti come la giustizia, l'equità, il bene comune, il senso civico, il rispetto dell'altro. Questa è, diciamocelo chiaramente, la città che ha espresso il candidato Gianni Lettieri. Ed è la città che adesso, dopo essere stata clamorosamente sconfitta alle urne, sta cercando di prendersi la sua rivincita con metodi assolutamente criminali. Quello che sta succedendo a Napoli da un paio di notti è semplicemente l'equivalente municipale di un colpo di stato.
Quando leggo che la gente è scesa dai Quartieri o da Forcella per riversare immondizia in via Roma o via Duomo mi viene da chiedermi se questi signori siano napoletani, come me, o Visigoti. Quelli del sacco di Roma. O, per rimanere nell'ambito delle invasioni barbariche (anche se parlare di popoli germanici anzichè di "barbari" sarebbe più politicamente e storicamente corretto), Vandali. Per ragioni che non riesco assoluamente a comprendere, ci sono ancora persone che scelgono Napoli come meta turistica; sapere che alcuni di loro si sono trovati coinvolti in questi episodi di indicibile barbarie (qui il termine lo si può usare tranquillamente!) mi fa vergognare, prima ancora che indignare e incazzare. Se questa città ha una risorsa che la potrebbe risollevare dalla polvere, quella è proprio il turismo. Certo, per chi da secoli vive di espedienti e rapina, e guarda a ciò che è fuori dal vicolo come a un mondo estraneo, questo non interessa. A loro interessa solo sopravvivere come meglio possono, ottenere il massimo vantaggio per se stessi, mentre intorno permangono le solite condizioni di degrado, ormai evidentemente percepite come naturali, come un dato di fatto, un ineluttabile destino. Non abbiate dubbi sul fatto che qualche pezzo di merda in giacca e cravatta (quelli sono sempre i peggiori) ha messo qualche euro in mano ai giovanotti più facinorosi e più rispettati di quei quartieri (rispettati nel senso camorristico della parola, ovviamente), per arrevotare un po'. Perché se Luigi De Magistris si è messo in testa di affermare la legalità a Napoli, rompendo così un giocattolo che negli ultimi anni ha arricchito alcuni e probabilmente fatto mangiare tante famiglie, deve capire che non è cosa; che deve levare mano. Altrimenti muoia Sansone con tutti i Filistei. Niente pe' mme, niente pe' nnisciuno. Altro che il gioioso scassare di cui aveva parlato il sindaco in campagna elettorale, quello scassare che non faceva male a nessuno, perchè era selettivo, mirato, igienico. Questo è lo scassare come lo intende il teppista, il malavitoso, il saccheggiatore.
La Repubblica di oggi parla di "Intifada del disagio"; io trovo questa definizione innanzitutto offensiva nei confronti del popolo palestinese, perchè accosta la loro lotta di resistenza a meri episodi di vandalismo; e soprattutto un pessimo servizio reso al pubblico, che vorrebbe essere informato su quanto accade veramente in questa città, e se legge Repubblica non ci capirà un tubo.
Queste "proteste" non sono paragonabili a quelle degli anni scorsi, a Chiaiano. Lì, al di là degli eccessi, che pure ci furono, si protestava con cognizione di causa contro l'apertura di una discarica. Si poteva essere a favore o contrari, ma era chiaro cosa volessero i manifestanti, ed era chiaro che avevano delle ragioni valide per lamentarsi. Fra l'altro esistevano dei comitati, e persone che ci mettevano la faccia, il nome e il cognome. In questo caso si tratta di gente spesso a volto coperto, che non ha sfilato dietro un solo striscione, non ha emesso un solo comunicato, non ha alcun gruppo di rappresentanza. Non è chiaro cosa vogliano, nè quali siano le loro proposte. Questa non è una protesta, questa è ammunina. Perchè Repubblica ha scelto questa linea? Che i bassoliniani abbiano il dente avvelenato per come sono andate le cose, a partire dal flop di Morcone per finire alla loro sostanziale esclusione dalla gestione del potere in questa città? Ma sono poi così potenti da condizionare la linea editoriale di uno dei primi quotidiani in Italia? Non saprei. Sicuramente, però, il nostro cazzutissimo sindaco sta rompendo le scatole a molta gente, e questo mi conforta, perchè mi fa capire di aver votato bene. Ok, d'ora in poi mi rivolgerò a lui, con la seconda persona.

Caro Giggino, non vorrei essere frainteso, tu sì 'a guerra e ti vogliamo bene, un po' ti idolatriamo anche, c'è chi discute sulla possibilità di una tua natura divina; però hai sbagliato quando hai detto che avresti ripulito la città in 5 giorni. Neanche gli dei onnipotenti delle religioni monoteiste potevano tanto. Se il padreterno ci ha messo 6 giorni per fare una cosa relativamente semplice come creare l'Universo, per ripulire Napoli dai rifiuti tu dovevi calcolare almeno 2-3 mesi. Hai fatto il passo più lungo della gamba, hai peccato un po' di smargiasseria. La gente di sfaccimma ti aspettava al varco, avresti dovuto saperlo. Che ti aspettavi da loro, fair play? Ma quelli non sanno nemmeno dove sta di casa il fair play. Sono loro la vera monnezza, quella che sarà più difficile smaltire. Il percolato umano. Non dico che sia tutta colpa loro, vivono in condizioni di tale abbrutimento che quasi riesco a comprenderli.

Alcuni sostenitori di Lettieri nel loro abituale stato di abbrutimento

Purtroppo viviamo in una città che, nel 2011, fa pensare alla Londra dei romanzi di Dickens. Un sindaco, nemmeno se cazzutissimo e semi-divino come te, non può trascinarla fuori dall'era vittoriana con le sue sole forze.

Caro Giggino, tu sei intelligente e quindi sai quanto sarà difficile resistere nei prossimi mesi. Siamo stati bravi, abbiamo scassato; ora dobbiamo sgombrare il campo dalle macerie e ricostruire. E, per quanto sembri assurdo, dobbiamo farlo sotto i bombardamenti.

martedì 21 giugno 2011

Spend the money!!!



Caro Babbo Aurelio,

mi chiamo Pier Paolo e sono un bambino di 38 anni. Lo so che Natale è ancora lontano, ma tra pochi giorni è il mio compleanno, così ho pensato che fosse legittimo chiederti un regalo. Vorrei che tu facessi una grande campagna acquisti per rendere competitiva la mia squadra del cuore, cioè il Napoli. Sai com'è, l'anno prossimo abbiamo la Champions League, e potremmo trovarci di fronte compagini veramente forti, per cui credo sarebbe opportuno attrezzarci adeguatamente; già abbiamo collezionato figure di cacca a livello planetario per il problema dei rifiuti, cerchiamo di non ripeterci.
Ora, essendo un bambino maturo, so bene che qualsiasi richiesta nella vita va motivata, soprattutto se viene da un fesso qualunque, e allora vorrei parlarti un po' di me e della mia situazione; sono sicuro che alla fine converrai con me sulla giusta natura delle mie accorate preci.
Nacqui a Napoli nel lontano 22 giugno del 1973, in una famiglia senza difficoltà economiche, ma non ricca. Sviato da un'educazione anacronistica, dedicai la mia infanzia e adolescenza agli studi, anzichè apprendere le ben più utili arti del borseggio o dello scippo. Ebbi poi una giovinezza travagliata, fra difficoltà accademiche, delusioni amorose e Napoli in serie B... Finalmente, il 15 marzo 2004 - oh happy day! - mi laureai in Lingue e Letterature Straniere; una laurea che, come ben sai, è seconda in prestigio ed utilità solo a quella in Filosofia Moderna e Contemporanea conferita dalla University of Woolamaloo. Una volta celebrato il lieto evento, mi trovai di fronte all'ingrato compito di cercare un'occupazione. Cominciai l'immancabile trafila di stage, corsi di formazione regionali e lavoro a nero, a cottimo o part time, che ormai in Italia tocca a quasi tutti i comuni mortali; trafila che certo non hanno dovuto fare i tuoi figli, o i figli di qualsiasi camorrista di Casal di Principe, ma non stiamo qui a recriminare. Vorrei solo spiegarti che, mentre voi persone di successo avete facile accesso al denaro, quello vero, quello serio, noi si è pagati con i soldi del Monopoli (quando si riesce a lavorare). Unica nota positiva in questo quadro di altrimenti assoluta desolazione, la rinascita del mio club, quello che da ragazzino mi aveva dato tante soddisfazioni, illudendomi che la vita non fosse una perenne riproposizione del tema della sconfitta. Quel risalire la china, quell'affrontare le avversità, domenica dopo domenica, su campi di patate con 20-30 spettatori sugli spalti, in luoghi spesso non segnati sulle mappe, aveva il sapore genuino e fragrante di un calcio che non c'è più. E tu, caro Babbo Aurelio, eri come l'Albertone nazionale nei panni di Benito Fornaciari, presidente del Borgorosso Football Club nell'omonima e godibilissima pellicola. Ci avevi raccolto dalla polvere, promettendoci di portarci sugli altari del calcio che conta; e noi, domenica dopo domenica, tra una sfida contro il Cittadella e uno spareggio contro l'Avellino, ti avevamo creduto. Arrivò la serie A, e tutta questa città fu pervasa da un entusiasmo straordinario. Grazie a una campagna acquisti non spendacciona (non sia mai, eh?) ma indovinata, ci qualificammo subito per la Coppa Uefa. Purtroppo i limiti della squadra, meno evidenti in Italia a causa del livello ormai preoccupantemente basso della nostra lega, vennero fuori chiaramente sul palcoscenico europeo. Ma tu continuasti impererrito a parlare di tetto di ingaggi e intascare i diritti d'immagine dei tuoi giocatori. Cominciai allora a pormi qualche interrogativo sulla tua buona fede. Ognuno ha il proprio concetto di ambizione e grandezza: se per te un "grande" Napoli significa un Napoli che arrivi terzo, quarto o quinto in campionato e vada a fare la Cenerentola in Europa, allora l'equivoco è chiarito. Certo, tu sei un uomo di successo, hai prodotto tanti film di cassetta, hai guadagnato tanti soldini. Ma io, caro Babbo Aurelio, che non ho un lavoro degno di tale nome e sono costretto a vivere ancora con mamma e papà (e tu sai quanto sia difficile andare d'accordo con le persone anziane) voglio di più. Io voglio un GRANDE Napoli, laddove "grande" vuol dire completo in tutti i reparti, e competitivo a tutti i livelli. Per questo ti esorto a, come dici tu, "spend the money". Ti ho composto anche una canzoncina, dove dalla tua viva voce si può ascoltare una sintesi, spero corretta, del De Laurentiis-pensiero. La trovi qui.
Fiducioso in un riscontro positivo, ti porgo i miei più distinti saluti, e i migliori auguri di un'estate serena e di relax per te e tutta la tua famiglia.

Con affetto,
Pier Paolo Palermo - estroso disoccupato

martedì 31 maggio 2011

Napoli anno zero


Questo post, una volta tanto, non è polemico nè satirico; è, da una parte, una celebrazione della straordinaria vittoria elettorale di Luigi De Magistris al ballottaggio per la poltrona di sindaco di Napoli, e dall'altra un contenitore di personalissime considerazioni su questo evento che possiamo tranquillamente definire epocale.
Ieri pomeriggio Napoli ha stupito tutti gli osservatori, e probabilmente anche sè stessa, eleggendo il candidato palesemente più pulito con un margine di vantaggio straordinario sul suo rivale. Possiamo dire finalmente non solo che a Napoli esiste altro dal malaffare, dalla criminalità, dal compromesso; ieri Napoli ha dimostrato di essere fatta soprattutto di brave persone (espressione che dobbiamo imparare a usare senza timore di cadere nella retorica). Per una città come la mia, non è poco.
Mentre alcuni sostenitori di Lettieri dimostravano ancora una volta chi era il loro candidato, aggredendo a colpi di casco alcuni simpatizzanti di De Magistris nei pressi del loro comitato elettorale, i numeri sancivano l'ingresso della città di Napoli nella società occidentale contemporanea. Cari amici, siete sulla buona strada, dovete solo imparare un po' di inglese e mettervi in testa che quando si dice "ci vediamo alle cinque" nei paesi normali significa "ci vediamo alle cinque", non alle cinque e un quarto. Ma io ho fiducia nel mio nuovo sindaco, e lo ritengo capace finanche di trasformarvi (io, in quanto essenzialmente britannico in ogni mia manifestazione, mi dissocio da voi) in gente produttiva, e tenervi lontani da bar e caffetterie durante l'orario di lavoro.
Al di là delle facezie, è proprio questa la sfida che si troverà ad affrontare chiunque voglia cambiare Napoli per il meglio: passare dall'arte di arrangiarsi, quell'atteggiamento culturale proprio di un popolo impossibilitato a migliorare le proprie sorti, e quindi incentivato solo a limitare i danni e rendere più sopportabile la propria soggezione, a una sana ambizione di progresso economico, certo, ma anche e soprattutto morale e sociale.

 Un napoletano dei Quartieri Spagnoli dopo la cura De Magistris

Adesso proviamo ad ampliare un attimo il campo visivo. Intanto ricordiamo che una scelta analoga a quella dei napoletani è stata fatta dai milanesi e dai cagliaritani;  facendo un ulteriore salto all'indietro di prospettiva, dobbiamo guardare alla Spagna, agli Indignados, a tutte quelle persone, soprattutto giovani, che occupano la Plaza de Catalunya, a Barcellona, nonostante le ripetute cariche della non democraticissima polizia spagnola. Era ovvio che le varie cariatidi del centro-sinistra si affrettassero qui da noi a catapultarsi in TV a rivendicare questa vittoria; cavalcare il sentimento popolare costituisce l'unica base del consenso per il PD (e prima di esso l'ex PCI, con le sue varie denominazioni), e può addirittura essere un'occasione per scongelare personaggi inquietanti, dai quali ci credevamo ormai liberi, ma che evidentemente, come nella migliore tradizione dei film di zombie, continueranno a tornare fin quando qualcuno non gli farà saltare la testa (calmi, è una battuta innocente, non torneranno gli anni di piombo, quelli no). Ieri sera credo di aver visto in un programma di "approfondimento" politico Paolo Cirino Pomicino; vero è che avevo festeggiato la vittoria di De Magistris con una buona quantità di birre, dunque voglio coltivare l'illusione che la memoria mi stia giocando uno scherzo di cattivo gusto. Questi sigjnori mi fanno pensare a quel film con Kevin Costner, quello in cui lui parla con i fantasmi dei giocatori di baseball. "Se lo costrusci, verranno". Il successo elettorale di De Magistris, Pisapia e Zedda è il metaforico campo di baseball che attrae in gran numero i fantasmi della vetero-politica. Ma questa, cari signori, non è la vostra partita. Questo è un segnale lanciato forte e chiaro dal popolo italiano (popolo, un'altra parola che non dobbiamo avere paura di usare), e con altre modalità da quello spagnolo, che si traduce così: "Vogliamo contare". Non era questione di centro-destra e centro-sinistra, come dimostra chiaramente il fiasco elettorale di Mario Morcone. Ad entrare in crisi è stato un modo di fare politica che non definirei nemmeno antidemocratico, ma addirittura indifferente al concetto di democrazia. Questa tornata elettorale, per una volta, l'abbiamo vinta noi, gli elettori. Il popolo. Il popolo sovrano.

Paolo Cirino Pomicino, fotografato dopo una lunga sessione di make-up, per eliminare ogni traccia della sua condizione di non-morto.

E allora adesso che succede? Per tornare a Napoli, i più scettici sostengono con ferma convinzione che Giggino la Manetta non riuscirà a cambiare proprio niente. A volte, come in questo caso, ho l'impressione che certe persone trovino una sorta di perverso conforto nella sfiducia. Forse traggono dall'avverarsi delle loro profezie di sventura un rassicurante senso di continuità, chissà...
Io dico che questo aspetto è addirittura secondario: quali che siano i risultati raggiunti dal nostro nuovo sindaco, quel che conta è che noi l'abbiamo eletto. Dobbiamo smettere di pensare alla cosa pubblica come a qualcosa da occupare e saccheggiare, con il nostro ruolo che si limita a poter scegliere da chi farci depredare; i nostri amministratori devono essere persone che ci rappresentino TUTTI, che facciano l'interesse comune nel modo che ritengono più giusto; e dunque, se sbagliano, devono farlo comunque in buona fede. Forse Luigi De Magistris non riuscirà a vincere la partita contro secoli di malamministrazione e disprezzo del popolo napoletano da parte dei suoi governanti. Ma almeno, e su questo potete fidarvi, la partita non se la venderà.

lunedì 16 maggio 2011

Il prezzo della vittoria

 Lo sguardo di Walter sembra scrutare un futuro nebbioso...
 
Ebbene, finalmente il Napoli ha conquistato la matematica certezza del terzo posto, e dunque dell'accesso diretto alla competizione europea per club più prestigiosa. Possiamo allora trarre le somme di una stagione che neanche una eventuale sconfitta contro la Juventus nell'ultima gionata di campionato rischierebbe di macchiare. Gli azzurri sono stati protagonisti di un'annata straordinaria, considerato l'organico non stratosferico e la deludente campagna acquisti dell'estate scorsa. Da ieri sera il Napoli è entrato di prepotenza nel salotto buono del calcio europeo, un po' come il proverbiale zappatore, e senza cercare permesso si accinge a ballare sulle note dell'inno ufficiale della Champions League.

Una fitta nube incombe però sul futuro di questa nostra amata squadra, dispensatrice di emozioni e cardiopatie: l'incapacità di intendere e di volere del nostro presidente, Aurelio Mac Laurentiis. Analizziamo il suo comportamento ieri sera, al termine della partita. Prima l'abbiamo visto incedere con il passo lento e cadenzato del pavone per il terreno di gioco, tutto impettito e fiero, come se quello che si è fatto un culo così, settimana dopo settimana, fosse stato lui. Poi ha chiesto un microfono, per dare inizio a un indegno spettacolo di caudillismo. Nemmeno il Perón dei giorni migliori riusciva a essere così populista. In più, come al solito, dalle sue labbra sono uscite una serie di frasi incomprensibili (come quando ha lodato i tifosi per la loro "professionalità"?!?!?), di quelle che mi spingono a paragonare i discorsi del cazzaro di Cinecittà a una indigestione da peperoni. Ma questo è ormai una routine a cui siamo abituati. Ciò che deve preoccuparci è che lui e Mazzarri non hanno festeggiato insieme, anche se bisogna ammettere il fair play del presidente nel ringraziare il suo allenatore. Insomma, il divorzio fra il Napoli e il tecnico che l'ha trasformato in una bella favola sembra adesso ancora più probabile.

Ci fu una mezza rivoluzione a Napoli l'estate scorsa, quando Quagliarella fu ceduto alla Juventus. Devo dire che quella reazione mi parve esagerata, di fronte all'addio di un giocatore che, diciamoci la verità, aveva piuttosto deluso in maglia azzurra. Se tanto mi dà tanto, l'addio di Mazzarri dovrebbe scatenare una sommossa da far impallidire quella del 1799. Dovremmo prendere d'assalto Castel Sant'Elmo, e da lì cannoneggiare casa del cazzaro maledetto, fino a quando costui non si arrendesse al popolo sovrano e cedesse tutte le sue ricchezze (frutto di orrendi misfatti cinematografici) alla santa causa del Napoli, per fare una squadra finalmente degna di questa città. Perchè, incidentalmente, nessuno deve avere il minimo dubbio sul fatto che questi ragazzi si siano superati, e che un'altra stagione così la potremo fare solo se ci rafforziamo considerevolmente .

Sapete, io provo un certo fastidio quando mi si dice che il Napoli non sarà mai all'altezza di Milan, Inter o Juve. Volete sapere perchè? Perchè questo giudizio implica la minorità della nostra città rispetto a Milano o Torino. Questa, cari amici, è una città che vive di calcio e poco più. Questa è una città che è già stata nell'Olimpo del calcio italiano, riuscendo a vincere due scudetti proprio negli anni in cui Berlusconi cercava di fare grande il suo Milan, senza badare a spese, ma anzi regalando ai suoi tifosi campioni del calibro di Van Basten, Gullit e compagnia bella. Non siamo diversamente abili: quando ci mettiamo d'impegno, siamo capaci di fare grandi cose. Abbiamo però un grosso limite: ci crediamo molto, ma molto più furbi di quello che siamo in realtà. Quanti napoletani hanno abboccato alle cazzate di Mac Laurentiis sul fair play finanziario e sulla politica dei piccoli passi? Sono ovviamente mastodontiche stronzate, come risulta evidente a chiunque abbia un'istruzione superiore e un quoziente intellettivo appena adeguato. Tutte le grandi squadre vanno sotto col bilancio, e anche il Napoli dovrà farlo, se vuole essere una grande squadra. L'alternativa è emulare quelle compagini di centro classifica che lanciano giovani sconosciuti per poi rivenderli a società più danarose quando le loro quotazioni sono salite a sufficienza. Ma io sono un cittadino di Napoli, non di Udine. Non ho un lavoro decente, e non l'ho mai avuto (forse mai lo avrò); i miei amministratori locali sono tradizionalmente dei ribaldi senza pari; la mattina, quando esco di casa, devo farmi largo con grande fatica fra catene montuose di rifiuti; e allora quando arriva la domenica mi voglio arricreare.

Si dice che Walter Mazzarri sia molto vicino alla Juventus, e che comunque Mac Laurentiis non gli darà le garanzie tecniche necessarie per restare. Vedremo. E rendiamoci conto che da questo si vedrà quanto vale il cazzaro come presidente. Perchè il calcio è una strana industria: un'industria in cui chi vince, perde. E chi non vuole perdere, non vince. Al massimo gioca a fare l'imperatore di fronte alla plebe incolta e ottusa.

 La plebe incolta e ottusa ascolta il cazzaro di turno

lunedì 18 aprile 2011

Essere Clemente Mastella


Dopo il successo di "Essere Ignazio La Russa", i Quaderni del Bradipo vi propone il profilo di un altro grande uomo del nostro tempo. Per molti anni Clemente Mastella è stato sottovalutato, visto più o meno universalmente come il solito politicante meridionale che venderebbe l'anziana madre a un circo itinerante uzbeko, pur di rimanere incollato alla proverbiale poltrona. Recentemente, però, sono venuti alla luce importanti documenti che rimettono in discussione l'immagine pubblica di uno fra i più travisati uomini pubblici nella storia di questo paese.

L'insigne archeologo Sir Michael Hunt, già citato in questo blog per il suo importante lavoro sul mondo vichingo, ha riportato alla luce, rovistando in una soffitta di Tokyo, i diari del grande lottatore di sumo Tatsuya Tamagochi. Si tratta di migliaia di pagine autografe, in molte delle quali è menzionato il grande statista sannita; esse ci parlano di un giovane Clemente che la cultura italiana, veterocomunista e pedofaga, ha colpevolmente scelto di ignorare.

Clemente Mastella nasce nel 1947 a Ceppaloni (BN), come è facile verificare da qualsiasi biografia. Ma pochi sanno che prima di avvicinarsi alla Democrazia Cristiana e di iniziare la sua brillante carriera politica, il giovane Clemente si reca in Giappone per visitare il paese della cui cultura è innamorato fin dai banchi di scuola. Il senso dell'onore, della responsabilità personale, del dovere verso la collettività che caratterizzano la forma mentis del giapponese esercitano un enorme fascino sul ventenne Mastella. Mentre in Europa il maggio francese con i suoi casseurs mette paura alle nostre classi dirigenti, ancora tanto ingessate e inclini al manganello, Clemente brandisce la sua prima katana, sognando di fare con essa piazza pulita di tutta quella congerie di feudatari, vassalli, caporali, corruttori e corrotti che avvinghiano la sua bella terra nella loro morsa, e ne impediscono lo sviluppo.

Il giovane Clemente in tenuta da samurai.

Ma il sogno di samurai del giovane Clemente subisce una brusca battuta d'arresto quando il nostro, durante una banale lite di strada, decapita per sbaglio Jonathan, il pechinese di un conoscente che lo aveva accusato di barare a Mikado. Clemente è costretto a darsi alla macchia, a causa delle severe leggi che in Giappone puniscono il cinocidio con l'ergastolo, e giura che non maneggerà mai più una spada in vita sua.

Fortunatamente una nuova giappo-passione ridesta lo spirito guerriero del latitante Mastella: il sumo. Per anni si allena clandestinamente, e cerca disperatamente di prendere peso con una dieta a base di casatiello e pasta e patate. Purtroppo la difficoltà di reperire tali cibi in Giappone farà sì che Mastella non raggiunga mai la stazza necessaria per praticare il sumo a livello competitivo, ma è grazie a questo nobile sport che il "beneventano del Bushido" conosce Tatsuya, con il quale stringe una profonda e sincera amicizia. Scrive di lui il lottatore:

Di Clemente ricordo soprattutto la grande rettitudine e integrità. Quando eravamo entrambi dei giovani dilettanti, spesso loschi figuri lo avvicinavano, proponendogli di prendere dei soldi per perdere. Lui rifiutò sempre. A rifletterci ora, non riesco a spiegarmi perchè mai gli offrissero del denaro: Clemente non ha comunque mai vinto un incontro.

Con il fallimento sportivo arriva la depressione, e con essa l'alcolismo. Il sake diventa il compagno inseparabile delle giornate di Clemente:

Aveva perso la voglia di vivere. Aveva smesso di fare incontri, e non aveva più alcuna fonte di introiti. Viveva nella palestra, passava intere giornate su un materasso lurido delle sue secrezioni, con quella maledetta bottiglia sempre a portata di mano. Capii che dovevo fare qualcosa, o avrei perso il mio amico.

E così Tatsuya, che nel frattempo è diventato un campione nel suo sport, prende una decisione coraggiosa: interrompere la sua brillante carriera per accompagnare Clemente in un viaggio di ritorno alle sue radici, a quel casatiello e a quella pasta e patate che gli erano tragicamente mancati durante il suo soggiorno nipponico. Tamagochi resterà per ben tre anni a Ceppaloni, e non tornerà mai al sumo professionistico. Ma nei suoi diari non v'è traccia di risentimento nei confronti dell'amico Mastella, anzi:

Spesso mi chiedono se serbo del rancore verso Clemente per quello che mi è costato la nostra amicizia. La risposta è semplicemente: no. Lo scintoismo ci insegna a essere caritatevoli con il nostro prossimo, poichè solo l'amore può innalzare il nostro spirito e renderci veramente felici. Certo, avrei potuto essere il più grande di tutti, ma ciò non avrebbe avuto alcun valore se non avessi potuto condividerlo con il mio amico Clemente.

Tornato a Ceppaloni, Mastella cerca una nuova ragione di vita, un percorso che lo riporti sul sentiero del guerriero. Non è una ricerca facile, in un paese che ha dimenticato Ettore Fieramosca e la Disfida di Barletta, e si interessa solo al campionato di calcio e a certi filmacci con Alvaro Vitali e la scollacciata di turno. Clemente attira l'attenzione dei compaesani, con i suoi discorsi incomprensibili e i suoi toni esaltati:

Arrivava la sera al circoletto e cominciava a parlare dello shogun Tokugawa e di Toshiro Mifune, gesticolando animatamente e scattando in piedi all'improvviso. Aveva gli occhi spiritati, e il suo tono di voce era sempre troppo alto. Credo che la gente del luogo lo considerasse pazzo, o quanto meno eccentrico.

Quando ormai il giovane Mastella è isolato e messo alla berlina da tutti, accade il miracolo. In una fredda sera autunnale, con la fragranza della castagna nell'aria e l'umidità che penetra nelle ossa, entra in una tabaccheria di Montesarchio. Il fato vuole che in quella stessa tabaccheria si sia recato Ciriaco De Mita, astro nascente del maggior partito italiano. Tamagochi racconta così quell'incontro:

Clemente ed io entrammo in un Sali e Tabacchi di Montesarchio per acquistare un pacchetto di nazionali senza filtro e un biglietto della Lotteria Italia. In quel periodo non frequentavamo più Ceppaloni, la gente non ci vedeva di buon occhio, soprattutto dopo l'ennesimo cineforum su Akira Kurosawa. A pensarci oggi mi sembra un segno del destino: se ci fossimo recati da un tabaccaio di Ceppaloni Clemente non avrebbe mai incontrato quell'uomo. Personalmente, non trovai in lui nulla di rimarchevole, anzi: il suo sguardo aveva un non so che di bovino. Ma Clemente
ne fu subito colpito, e ne fece il suo maestro di vita.

De Mita convince Mastella che il maggior pericolo per una società ben ordinata non viene dai soprusi e dall'arbitrio dei potenti, ma dalle idee pericolosamente egalitarie dei comunisti, con l'assurda enfasi che esse pongono su concetti come la giustizia e la dignità umana. Sono loro i nemici da combattere, contro i quali levare lo scudo crociato della moderazione e di un'interpretazione più ragionevole dei concetti di legalità ed onestà.

Clemente s'accende di nuovo fervore. Si iscrive alla sezione DC di Ceppaloni, e si fa aiutare da Tamagochi nel tesseramento:

Personalmente, quel partito politico non mi ha mai convinto. Ma la mia amicizia con Clemente era così forte che avrei fatto di tutto per vederlo finalmente felice. Come lottatore di sumo, non mi era difficile spingere fisicamente qualche passante a caso nella sezione in cui era attivo Clemente. Una volta dentro, non so quali argomenti di persuasione venissero usati, e preferisco continuare a non saperlo. Quelle persone non mi davano l'impressione di essere troppo per bene.

Tuttavia, più Clemente si integra nel nuovo partito e nelle sue attività, più si allenta il rapporto che lo lega a Tatsuya. Ormai il divario culturale è troppo ampio, con un Mastella che in nome dei principi trasmessigli dal suo mentore scambia voti per scrofe, e pratica discreti fori nelle reti dei pollai di chi vota comunista.

Dissi a Clemente che il mio affetto per lui rimaneva immutato, ma che avevo deciso di tornare in Giappone. Sulle prime, non mostrò alcun segno di dispiacere, a parte la preoccupazione per l'effetto che questo avrebbe avuto sul tesseramento. Capii che aveva trovato la sua missione: era il samurai dello scudo crociato, il suo campo di battaglia era la politica. Non aveva più tempo per  un campione di sumo mancato. Così tornai a casa, dove mi sarebbe stato meno improbo discernere fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Cosa accadde dopo ce lo hanno raccontato i biografi ufficiali del samurai di Ceppaloni. La RAI, la poltrona di sindaco del paese sannita, e una brillante ascesa che lo ha portato a fondare un partito tutto suo e a oscillare fra centro-destra e centro-sinistra con un'agilità che farebbe invidia a un ninja. Ma sappiamo che Clemente non ha mai dimenticato l'amico devoto di un tempo, e che con lui è rimasto in contatto epistolare. Il loro carteggio, costituito da centinaia di missive, è stato ritrovato insieme ai diari di Tamagochi. Per quanto riguarda quest'ultimo, sappiamo che al suo ritorno in Giappone è tornato allo sport che amava, insegnando ai ragazzini il sumo e i suoi valori. Pochi anni fa la morte lo ha sorpreso mentre si dedicava alla soluzione di un sudoku. Era arrivato alla veneranda stazza di duecentoquarantasei chili di peso per un metro e sessantatre di altezza, e nemmeno il suo grande, grandissimo cuore, è riuscito più a reggere. I vicini lo hanno trovato riverso su di un tavolo; accanto al suo corpo esanime un casatiello in decomposizione, e una foto autografata di un sorridente Clemente Mastella.

Riposa in pace, Tatsuya. Che il casatiello ti sia lieve...

giovedì 7 aprile 2011

Essere Ignazio La Russa


Tutti abbiamo i nostri guai: il lavoro (ove mai ce l'abbiamo) non ci soddisfa, la salute ci da qualche problemino, la ragazza ci ha lasciati, lo scaldabagno si è rotto e l'idraulico non può venire a ripararlo prima del mese prossimo. Ma nonostante tutto ciò, la mattina ci alziamo, ci guardiamo allo specchio e vediamo un volto umano. Ignazio La Russa no. Poca attenzione è stata dedicata dai media di questo paese al mistero della natura di Ignazio La Russa, vuoi perchè distratti da altro, vuoi perchè insensibili alla questione. Io, invece, ogni giorno dedico svariati minuti alla riflessione sull'argomento, e sono giunto a una cocnlusione: Ignazio La Russa è una delle manifestazioni del Maligno.

Quali sono le prove a sostegno di questa mia tesi? Innanzitutto, le sembianze di La Russa, così sorprendentemente simili a quelle del demonio, come viene comunemente rappresentato nell'iconografia giudaico-cristiana. Questa foto, scattata da un paparazzo munito di teleobiettivo a un inconsapevole La Russa mentre si godeva il calduccio del focolare domestico, lo dimostra:


Vi è poi un'abbondante letteratura a suffragio dell'ipotesi. Cominciamo dal celebre Paradise Lost, il poema epico-religioso pubblicato nel 1667 da John Milton:

Soon after Lucifer from Heav'n  fell,
lest he be lonely in the pit of Hell
a demon joined him, boist'rous and ungracious
nasty by nature, and by name Ignatius.

Così il poeta inglese descrive l'arrivo di Ignazio La Russa all'Inferno, subito dopo la caduta di Lucifero. Il demonio dalla parlantina sciolta terrà compagnia a Lucifero per l'eternità che è stato condannato a passare nelle viscere della Terra. Ma la partnership si scioglie quando l'angelo caduto pronuncia la famosa frase:

Better to reign in Hell than serve in Heav'n

A quel punto Ignazio si fa due conti e decide che forse è meglio vivere da servi ma stare in Paradiso, o magari essere un po' servo e stare a metà strada, e fugge dall'Inferno: cominciano così le sue peregrinazioni sulla Terra.
Nel XVIII secolo si trova in Francia, ed ha modo di conoscere Lavoisier. Il grande chimico avrà poi a dire: "Nulla si crea, nulla si distrugge, ma cazzo, dovrà esserci un modo per distruggere quella merda di La Russa!"
Passa la Rivoluzione a lavorare come boia, ma rifiuta di farsi pagare, sostenendo di intendere quell'attività come una sorta di volontariato. Segue poi le armate napoleoniche in qualità di becchino, ed anche in quel caso svolge le sue mansioni del tutto gratuitamente, e di gran lena.
Con la sconfitta del leggendario generale, Ignazio passa dalla parte degli Asburgo, iniziando una brillante carriera nella polizia segreta del Metternich come torturatore. In cerca di nuove sfide, si reca poi in Inghilterra per reprimere il nascente movimento operaio. La seguente frase è attribuita al leggendario Ned Ludd: "Fratelli, lasciate perdere quel telaio meccanico, e fracassate la testa a quello sgradevole individuo!"
Lo stesso Karl Marx ha modo di entrare in contatto con La Russa, il quale gli ispira una delle sue più citate massime: "Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni; a La Russa un calcio ben assestato sulle gengive".
Sfuggito miracolosamente a una congiura liberale ordita da alcuni massoni di rito scozzese, ripara in uno degli angoli più remoti del pianeta: le isole Galapagos. Avrebbe potuto restare lì per chissà quanti altri secoli, e non avremmo mai più sentito parlare di lui, se Charles Darwin non avesse scelto proprio quell'arcipelago per studiare l'evoluzione delle specie. E lo studio del celebre scienziato inglese avrebbe avuto assai più rapido corso, se non avesse dovuto fare i conti con la natura inclassificabile di Ignazio La Russa. In quella pietra miliare delle scienze che è L'origine delle specie il buon Charles descrive così l'abominio che aveva avuto la disgrazia di incontrare:

"Durante il mio soggiorno in quel remoto arcipelago conobbi le più bizarre specie di animali: enormi lucertole verdi, tartarughe grosse come vitelli, temibili granchi capaci di staccarti un dito con la potenza delle loro chele; ma la creatura più incredibile che io abbia mai visto in vita mia resta Ignazio La Russa."

Fuggito dalla gabbia nella quale il naturalista aveva avuto il buon senso di chiuderlo, La Russa, attratto dall'assonanza, si dirige verso la Russia, dove si dedica all'attivismo politico, battendosi per il mantenimento della servitù della gleba. Pare che, avendolo incontrato una serà in un caffè di Pietroburgo, Fedor Dostoevskij abbia cominciato la mattina dopo la stesura de I demoni. Resta al servizio degli Zar fino alla Rivoluzione d'Ottobre, e dopo la presa del Palazzo d'Inverno si arruola nell'Armata Bianca. A lui Majakovskij dedica una breve poesia:

All'armi, compagni!
Imbracciate il fucile, figli del Don e del Volga!
Sparate a quel figlio di troia!

Ma le cose si mettono male per i reazionari, e Ignazio fugge ancora una volta.
Fingendosi per la prima volta siciliano, si imbarca dall'Italia per gli Stati Uniti, mescolandosi con i tanti emigranti presenti sul bastimento. Giunto in America, inizia a battere in New England come commesso viaggiatore per una ditta che fabbrica bare. Al processo contro Sacco e Vanzetti la sua testimonianza - naturalmente falsa - è decisiva per il verdetto di condanna. In un assolato mattino newyorchese Howard Phillips Lovecraft gli si siede accanto su un tram, e prova ad avere con lui una conversazione; il giorno seguente inizia la stesura di un racconto intitolato Ignarlarussotep, il grande interruttore, mai pubblicato perchè ritenuto troppo impressionante per i gusti del pubblico di allora.
Ma cosa ci fa un diavolaccio a New York, quando in Spagna è scoppiata una sanguinosa guerra civile? Ignazio rimedia subito una camicia nera e si precipita dove è più forte l'odore del sangue. Se lo ritrova davanti il grande Ernest Hemingway, corrispondente da quel paese per la stampa statunitense, ma ne attribuisce la visione a un eccesso di assenzio. Eppure il contributo di La Russa è decisivo per la vittoria dei franchisti.
Una volta finita la guerra, la prossima destinazione appare scontata: quale posto migliore per una creatura infernale della Germania nazista? Ignazio arriva in tempo per l'invasione della Polonia, e partecipa attivamente a tutte le più sordide attività delle SS e del Partito Nazionalsocialista. C'è bisogno che vi dica chi si cela dietro la nota passione di Hitler per l'occulto?
La fortuna però continua a non arridere al nostro, che quando vede l'Armata Rossa avvicinarsi a Berlino, memore delle batoste prese qualche anno prima in Russia, scappa a gambe levate.
A quel punto un'idea balena nella mente di La Russa: dovunque sia stato fino ad allora, il Male ha preso il sopravvento per un certo periodo, ma alla fine è stato sempre sconfitto. Esisterà una terra che affoga placidamente nella merda senza accennare a una reazione? E così Ignazio La Russa si stabilisce in Italia, il bel paese che, dopo un numero imprecisato di milioni di morti in una guerra contro il nazifascismo, ha ancora una classe dirigente pressochè interamente fascista. Qui, finalmente, Ignazio riesce a mescolarsi alla popolazione locale e passare inosservato. Nel Movimento Sociale Italiano trova quegli amici, quegli spiriti affini che mai fino ad allora aveva trovato nelle sue mille peregrinazioni. Col passare degli anni e l'alternarsi di governi e gruppi di potere, il nostro Ignazio riuscirà sempre a stare dalla parte dei peggiori, fino ad approdare alla corte di un uomo che è praticamente la personificazione del torto.
Tuttora, egli si fa passare per uno di noi. Ma osservatelo bene, quando è ospite ad Annozero o a Ballarò: vi sembra plausibile che si tratti di un essere umano? Non intravedete in lui il rumoroso e sgraziato demonio descritto da Milton? O il formidabile e raccapricciante interruttore del racconto di Lovecraft? O forse, come Hemingway, credete che non possa essere reale, e che sia il cartone di pessimo vino da tavola che vi siete scolati a cena a proiettarne l'orrenda immagine? No, cari amici. Non si tratta di un'allucinazione, dei vostri peggiori incubi che si materializzano. Ignazio La Russa esiste, ed è il Ministro della Difesa. Ebbene sì: abbiamo armato la mano del Demonio. Che il Signore abbia pietà di noi...

martedì 22 marzo 2011

The moral high ground

Io sono italiano. Io vivo in un paese dove ogni opinione è nutrita e manifestata con il fervore della convinzione religiosa. Vi dico la verità, non ci convivo bene, con questo atteggiamento. Ricordo bene di essere stato anch'io così, da giovanissimo. Poi, come Paolo sulla via di Damasco, sono stato folgorato; nel mio caso, da un amore tutto laico per la lingua inglese e la cultura anglosassone. Gradualmente, un po' perchè assorbivo quel modo di intendere il mondo tanto diverso dal nostro, un po' perchè crescevo, ho capito che la realtà non poteva essere decifrata secondo un metodo induttivo, partendo da una serie di postulati o assiomi ai quali accomodare l'interpretazione dei fatti; così facendo, si restringe il proprio campo visivo, si imbrigliano le proprie facoltà razionali nell'imbracatura dell'ideologia. Per avere un quadro soddisfacente di una qualsiasi problematica è necessario esplorare tanti punti di vista, pena il ritrovarsi con un'immagine bidimensionale.

Certo, mi ha aiutato il fatto che esistono modi divertenti e stimolanti per esplorare nuovi punti di vista. Tra questi quello che incontra la mia preferenza assoluta è sicuramente la public house, colloquialmente detta pub, laddove ogni sera, dopo un certo numero di pinte consumate, si scopre il senso della vita, solo per poi dimenticarlo di lì a poco e rendere necessaria una successiva ricerca. La sana atmosfera conviviale che contraddistingue tali ritrovi facilita il dialogo, secondo le modalità del metodo socratico, in tale contesto più esattamente definibile come maieutica etilica. A tutti i cittadini dovrebbe essere richiesto un periodo di leva obbligatoria di almeno due anni nel gaio esercito dei beoni: vivremmo certamente in una società meno ottusa, e più propensa al dialogo e all'empatia.

Alcuni beoni socratici impegnati nella ricerca della verità.

Combinando lo studio dell'idioma del bardo con la pratica della maieutica etilica, ho investito diversi anni della mia vita in un field study che mi ha portato di bettola in bettola alla ricerca di una sempre maggiore proprietà di linguaggio, nonchè di qualche scampolo di verità. E così, man mano che la mia pronuncia si affinava e la mia conoscenza dei capisaldi della cultura anglosassone aumentava, cominciai a mimetizzarmi fra i soggetti del mio studio imitandone i comportamenti, ad esempio citando a memoria celebri battute dei Monty Python o ingerendo quantità smodate di birra. David Attenborough, mi fai una pippa! Tu sarai anche in grado di mescolarti con disinvoltura agli scimpanzè o ai macachi, ma vorrei vederti prendere un caffè e parlare di politica in un qualsiasi bar di una qualsiasi città italiana. Sono sicuro che la tua gestualità sarebbe insufficiente, il tuo tono di voce troppo basso, e le tue opinioni troppo elaborate e per niente qualunquiste. Perchè tu, caro David Attenborough, sei il prodotto di una cultura che è troppo equlibrata, troppo laica, troppo pragmatica per consertirti di passare per uno di noi.
Io sono un italiano, nato e cresciuto in un paese di santi e briganti, madonne e puttane, tiranni e liberatori. L'equilibrio non fa parte del DNA della mia terra. Per questo, caro David, quando ho imparato a mescolarmi ai tuoi connazionali come tu ti mescoli ai lemuri o ai bradipi, io ho capito che la storia del mio paese ne condiziona lo sviluppo in un modo forse unico nel mondo occidentale.

Uno dei punti di arrivo, quando si studia una lingua straniera, è l'acquisizione della capacità di tradurre parole e concetti dalla propria lingua verso quella che si è appresa. A volte ciò è difficile, altre meno. Spesso determinati atteggiamenti culturali nostrani trovano un corrispettivo in altri paesi, pur non essendo ugualmente pervasivi; questo perchè, naturalmente, alcuni tratti sono comuni a tutti gli esseri umani. Uno di questi è la propensione verso la religione. In L'illusione di Dio, lo scienziato ed emerito mangiapreti Richard Dawkins ipotizza l'esistenza di una predisposizione genetica a postulare l'esistenza di un'entità divina. Attraverso il divino, l'essere umano cerca rifugio dalla propria finitezza e mortalità. Ma la religione non è solo conforto; è anche dogma. La mente del teista concepisce il Bene e il Male come due entità separate e distinte: dio da una parte, il diavolo dall'altra. O si fa la volontà di dio, o la si nega. Non c'è spazio per una sintesi, per un compromesso. Di conseguenza, la morale del teista è fondata su concetti assoluti di Bene e Male. Purtroppo questo tipo di approccio, in virtù del ruolo centrale svolto dalla religione nella storia di tutti i popoli, tende a perdurare nel nostro modo di pensare, spesso senza che ne siamo consapevoli. Un corollario di questa premessa è la divisione del genere umano in buoni e cattivi. I giusti da una parte (quella indicata da dio attraverso chi si è arrogato il diritto di rappresentarlo), dall'altra gli empi. The righteous versus the evil.

I giusti, ben riconoscibili dalle tonache, spiegano a un empio la differenza fra il Bene e il Male.

Trovo sorprendente il numero di dottrine filosofiche e politiche che nel corso dei secoli hanno validato una concezione così tragicamente fallace della morale, giustificando il ricorso alla violenza in nome della assoluta certezza di essere nel giusto; dopotutto, ognuno può crearsi il proprio dio su misura, e usarlo a proprio uso e consumo.
Prima di andare avanti, è forse il caso di fare una precisazione: tutta l'apparente preparazione culturale che dovesse trasparire dai miei post è un volgare bluff, sostenuto con l'ausilio (non da poco) di una connessione a Internet; io sono una persona mediamente ignorante. Tuttavia, leggiucchiando qua e là, mi capita di imbattermi in concetti interessanti. E così ho scoperto che in Gran Bretagna, nel XVIII secolo, è nata una corrente filosofica che rigetta i concetti assoluti di Bene e Male, opponendo ad essi quello di utilità: l'utilitarismo (duh!). Questa corrente ha anche rappresentato una delle basi del pensiero di un signore che si chiamava William Godwin, considerato uno dei pionieri del pensiero anarchico. Non ricordo il minino accenno a lui, a Bentham, o a John Stuart Mill nel mio manuale di filosofia del liceo; peccato. Tornando a citare i Monty Python, le vicende di Brian di Nazareth esemplificano mirabilmente il bisogno umano (o almeno di molti uomini e donne) di seguire un messia che ci dica cosa fare, anche di fronte all'evidenza della sua natura umana e, quindi, fallibile. Siamo piuttosto meschini: ci fidiamo così poco delle nostre facoltà razionali da sentire un costante bisogno di appellarci a una più alta autorità.

E proprio al concetto di una più alta autorità fa riferimento l'espressione che ho scelto come titolo di questo post: the moral high ground è la presunta superiorità morale di cui si appropria chi fa riferimento a principi etici assoluti, percepiti come universalmente validi, spesso senza tener conto di quegli aspetti di una data situazione che renderebbero problematica l'applicazione dei principi stessi, o che potrebbero creare contraddizioni fra principi ugualmente validi.
La violenza è sbagliata. Tendenzialmente, sì. Ma allora sbaglia il poliziotto che spara per fermare un folle armato, allo scopo di scongiurare una strage? La guerra è male. Certo che lo è. Questo vuol dire che abbiamo sbagliato a combattere il nazifascismo? In alcune situazioni si tratta di scegliere il male minore. Oggi alcuni paesi, fra cui l'Italia, sono impegnati in un'operazione militare contro la Libia di Gheddafi; prima di questo intervento il maturo ma ancora pimpante dittatore, per coronare degnamente 42 anni di governo autocratico e sprezzo assoluto del diritto internazionale, stava massacrando quella parte dei suoi sudditi (perchè tali sono, di fatto) che aveva espresso dissenso rispetto alla sua leadership. Dalle alture vertiginose del Mount Righteousness, picco più alto della Cordigliera dei Giusti, un ben nutrito coro ha cominciato prontamente a intonare una selezione di salmi tratti dal Vangelo "laico" dell'antagonismo, fra i quali Vogliono solo il petrolio, Gli Americani sono cattivi e Ora comincia il massacro. Un perfetto esempio del metodo induttivo di cui parlavo all'inizio e della determinazione, conscia o meno, ad ignorare tutto ciò che metterebbe in crisi la propria interpretazione ideologica dei fatti. Sì, il petrolio è stato certamente un incentivo all'intervento, ma l'ONU non approva risoluzioni al fine di consentire di depredare questo o quel paese; gli americani saranno anche cattivi, ma in questo caso non sono stati fra i promotori dell'intervento; infine, cosa più importante, il massacro era già cominciato prima dei bombardamenti della coalizione, ed è stato anzi il motivo per cui le Nazioni Unite hanno approvato prima delle sanzioni contro Gheddafi e la sua famiglia, poi una risoluzione che autorizzava un uso modico della forza per fermare la guerra civile. Una situazione, come si può capire, complessa e delicata. Qual è il male minore, in un frangente simile? Questa è la domanda che dovremmo porci. Se scendete dalla montagna magari ne possiamo anche discutere.

Questi gai quanto minuti giusti scendono giù dai monti della presunta superiorità morale.