mercoledì 13 agosto 2014

Dei film, dei videogiochi e del disordine


Cari amici del Bradipo, pensate a un set cinematografico. La stessa scena può essere ripresa da tante angolazioni, e a seconda di quella che si sceglie l'azione e i dialoghi verranno percepiti in un modo piuttosto che un altro. Ora, nella maggior parte dei casi un film ha un solo regista, una sola intelligenza ordinatrice. Provate a immaginare invece un film con una miriade di registi, che danno disposizioni contraddittorie ai cameramen e agli attori. Da questa metafora vorrei partire per il mio delirio di oggi.

Vi faccio presente, se ce ne fosse ancora bisogno, se qualcuno non lo avesse ancora capito, che questo è un blog di sugggestioni e riflessioni, non di teorie e dottrine compiute e articolate. I film che gira il vostro umile servo sono intesi per niente altro che il suo personale diletto e quello di chi è messo così male da perdere tempo a leggerlo. Perchè io fesso lo sono, ma non abbastanza da non capire che la telecamera non la piazzo nè io nè voi, e il copione lo scrivono ben altre intelligenze, per andare incontro ai desideri di ben altri produttori.

Eppure siamo creature morali, che hanno bisogno di stablire cosa è giusto e cosa è sbagliato, pena la guerra costante e senza quartiere di tutti contro tutti. Abbiamo bisogno di norme per vivere senza scannarci, ma ci scanniamo per definire le norme. Che poi, in molti casi, non sono altro che il risultato diretto di inquadrature, angolazioni, punti di vista.

Un paio di giorni fa, rivedendo il processo "popolare" a Roberto Peci, ho pensato a questa contraddizione. E ho pensato anche, in un misto di incredulità, tristezza e insofferenza, a quanto fosse diverso il film che giravano i gruppi dediti alla lotta armata da quello a cui partecipavano la stragrande maggioranza dei lavoratori di questo paese. Il bisogno di mettere "ordine", di realizzare compiutamente una determinata visione (non ci interessa valutarla adesso) aveva chiaramente preso il sopravvento su qualsiasi ipotesi di trasformazione politica. Probabilmente perchè i registi di quel drammatico film erano già inconsciamente o comunque inconfessatamente arrivati alla conclusione che nessun cambiamento era ipotizzabile.

E saltiamo adesso di palo in frasca, seguendo queste personalissime, sgangherate evoluzioni mentali, questa telecamera senza più controllo che spazia su tutto il fronte. Parliamo dei videogiochi "violenti". Cioè di tutti quei "vargàmes" a cui il Pazzaglia rapinato in Così parlò Bellavista sembra dare la colpa della decadenza morale che ha reso Napoli così violenta. Questo è un atteggiamento tristemente comune; del resto, abituuati come siamo a delegare il potere, perchè non dovremmo delegare anche le colpe? Negli anni Ottanta Ozzy Osbourne dovette difendersi dall'accusa di aver spinto un adolescente al suicidio con la sua musica. Non sto scherzando, il sistema giudiziario americano ha davvero speso dei soldi per questa immane cazzata. Per me quei videogiochi hanno invece una funzione estremamente positiva. Consentono alle persone di giocare a fare dio in un ambiente controllato, senza conseguenze. Consentono di mettere ordine. Mettono il Bene da una parte e il Male dall'altra, crivellando quest'ultimo di colpi. Quando questa logica esce dai film e dai videogiochi, perde la sua efficacia. E la perde perchè il Bene e il Male non esistono, esistono il bene e il male, e sono concetti interamente relazionali. Nel momento in cui sono identificati con l'ordine e il disordine, si rischia di non riuscire più a distinguerli.

Si rischia di finire a spararsi addosso, come se un proiettile potesse essere foriero di giustizia. Si finisce a lanciare molotov, come se dal fuoco potesse venire fuori chissà quale palingenesi, e non solo cenere. Si pretende di ricondurre tutto alll'unità attraverso la forza disgregatrice. Vabbè, basta scrivere fesserie. Mi metto a giocare a un vargàmes. Entro in quel simpatico, accattivante mondo in cui io sono il Bene e il mio nemico è il Male, e gli posso scaricare un arsenale addosso nell'assoluta certezza di non fare violenza a nessuno.

venerdì 8 agosto 2014

Degli uomini, degli dei e del ragioniere Casoria


Cari amici del Bradipo, sono stato in dubbio se scrivere questo post o no. Mi sono macerato nel dubbio, fra una zuppa di ceci e pane raffermo (la cucina povera ci salverà nell'era dell'eterna austerità) e un pisolino pomeridiano; infine ho deciso di scriverlo, perchè in definitiva qualcuno si diverte a leggermi, e forse - permettetemi la presunzione - trova rinfrancante essere esposto a idee magari sbagliate, magari sciocche, ma non dettate nè dall'egoismo nè dal narcisismo. Questo è l'angolo dei fessi. Se vi riconoscete tali, avete la mia stima. Prendete una sedia e unitevi a questa nutrita assemblea di gente umile ma onesta.

Qualche volta mi capita di parlare con persone che, per loro fortuna, non hanno avuto modo di constatare fino in fondo di come siamo completamente in balia del ragioniere Casoria; fuor di metafora, non hanno toccato con mano, non hanno provato sulla loro pelle (e come è difficile parlare senza figure retoriche...) la degenerazione criminale del capitalismo italiano. Nel leggere questa ultima frase qualcuno osserverà che il capitalismo è un sistema criminale a prescindere; sì, va bene, ma io parlo di un sistema in cui le dinamiche economiche e lavorative sono ormai in irriducibile antitesi con le stesse leggi dello Stato, e il lavoro, che sia autonomo o dipendente ormai fa poca differenza, è calpestato sistematicamente nella sua dignità, con tutte le conseguenze che possiamo facilmente constatare, dalla disoccupazione dilagante alla riduzione drastica del potere d'acquisto, passando per la distruzione del nostro sistema produttivo e lo smantellamento progressivo ma inesorabile dei servizi pubblici. A quel punto la persona che mi ascolta narrare talune mie vicissitudini si meraviglia, e mi chiede come è possibile che si sia arrivati a questo, e come se ne può uscire secondo me. Mo', non è che io sono in grado, da solo, di portare la specie umana fuori da una delle epoche forse più buie di sempre. Però, se dando il mio umilissimo contributo di riflessioni bislacche, faccio passare dieci minuti piacevoli a qualcuno, mi pare che il mio tempo non sarà stato speso tanto male.

Dunque, parlavo di riflessioni "bislacche". E sì, perchè io ho tutta una serie di idee "originali", che poi in altre parti del mondo sono patrimonio comune, ma in Italia sono limitate a pochi, pochissimi "eccentrici". L'italiano in genere ha un approccio normativo all'analisi dei problemi. Questo è il motivo, secondo il mio umilissimo parere, per cui spesso non è in grado di comprendere i momenti di transizione. Ragiona in termini di "giusto" e "sbagliato", "esatto" e "inesatto", è insomma legato all'idea di una intelligenza ordinante, piuttosto che a quella di una mente come "facoltà passiva", che riceve impressioni dall'esperienza e che le organizza secondo forme precostituite. Entrambi gli aspetti fanno parte dell'esperienza umana, non si dà l'uno senza l'altro, e trovare un equilibrio fra i due è difficile. Parliamo terra terra, come si conviene ai fessi. Noi dobbiamo distinguere quello che è giusto da quello che è sbagliato, ma non lo possiamo fare a priori; dobbiamo sforzarci, in ogni situazione, di pesare i pro e i contro, che poi si traducono in piacere o dolore, benessere o miseria, libertà o schiavitù per esseri umani in carne ed ossa. La maggior somma di felicità per il maggior numero di persone: questo è il bene, per il vostro fesso di riferimento.

Resta il fatto che senza la Legge l'uomo è perso, almeno allo stato attuale della sua evoluzione morale. Perciò io ho sempre un certo timore di chi mi parla di laicità. Sono quelli che venerano un dio così ubiquo nella realtà che viviamo, così preponderante nelle nostre scelte, così dato per scontato da risultare invisibile, a evocare sempre la laicità. Il punto è che nella divinità l'uomo venera in realtà se stesso; ma siccome non esiste l'Uomo, bensì concezioni dell'uomo che di volta in volta diventano egemoni non per qualità intrinseche, ma perché portate avanti con le buone e con le cattive da chi ha più potere in una società, la Legge sarà sempre il cane da guardia della disuguaglianza, il Cerbero che si frappone fra noi e il progresso sociale, politico, economico, morale. E non sto parlando della legge dello Stato. Questa, mi perdonino lor signori, è una semplificazione. Ogni volta che diciamo "questo è giusto e questo è sbagliato" in modo acritico e frettoloso, io sono convinto che noi ci stiamo schierando con il privilegio, con l'autorità, con la sopraffazione, con il mai abbastanzza menzionato ragioniere Casoria. 

Come se ne esce? Questa era la domanda. Ecco, visto che la zuppa di ceci non fa il filosofo, smetto di elucubrare (in effetti rielaborare il pensiero, magari non ben compreso, di pensatori che non citerò, per i motivi su esposti) e torno alla semplicità che mi si addice. Se ne esce insieme. Se proprio abbiamo necessità di una massima che ci guidi, che sia quella di cui sopra: la maggior somma di felicità per il maggior numero di persone. Il che significa mediare, fare compromessi, ascoltare altri punti di vista. Se impariamo a vivere così, arriverà un giorno in cui sarà impossbile distinguere gli uomini dagli dèi. E in quel mondo non ci sarà più posto per il ragioniere Casoria.

martedì 5 agosto 2014

La dittatura dell'onestà


Cari amici del Bradipo, dovete sapere che la vita mi ha somministrato potenti dosi di amarezza e disillusione, soprattutto di recente. Mi paragonerei al protagonista di un tango di Gardel, se non fosse per il timore di essere tirato in ballo. E io, cari amici, non so ballare, se per ballare non intendiamo imitare, dopo aver ingerito un certo numero di pinte di birra, un orso zoppo morso da una tarantola. Per questa ed altre ragioni a volte mi è sembrato di essere un inglese nato nel paese sbagliato. Ma sto divagando. Il punto è che la vita mi ha castigato e mi ha insegnato il suo credo amaro. E lo ha fatto, cosa che non dovrebbe sorprenderci affatto, soprattutto nella dimensione lavorativa. 

Il lavoro, oggi, in Italia, è motivo di cruccio e preoccupazioni per un numero crescente di persone. Io ne faccio parte. Questa è la premessa per spiegarvi il motivo per cui ho tanto tempo libero per pensare (concetto su cui torneremo) e per giustificare la centralità quasi ossessiva del lavoro nelle mie oziose riflessioni. Ho letto da qualche parte che un uomo pensa al sesso non so quante centinaia di volte in una giornata. Io no. Io penso con frequenza e intensità maniacali al lavoro.

Questo, nonostante i miei tentativi di evitarlo, sarà un post pesante. Si capisce già benissimo. Se volete andare avanti con la lettura, siatene consapevoli. Io vi ammorberò. Dunque, il lavoro. Io sono un lavoratore, o aspirante tale. Inoltre, sono un moralista. Per molti questo è un difetto, io lo rivendico come virtù. Anche su questo torneremo. In ultimo, io sono uno che si fissa sulle cose. Quando intravedo un barlume di verità in qualcosa, me ne innamoro. Per questo mi sono innamorato di un capolavoro di un certo cinema apparentemente d'intrattenimento che si faceva in Italia negli anni Cinquanta: La banda degli onesti. Io credo che la lotta fra ciò che rappresentano Buonocore, Cardone e Lo Turco da una parte, e il ragioniere Casoria dall'altra, sia una straordinaria allegoria della vita pubblica di questo paese, ed entro certi limiti di tutto il mondo.

Economia politica per semi-analfabeti (fatta da un semi-analfabeta). A cosa serve il denaro, nelle nostre vite quotidiane? A permetterci di acquistare i prodotti del lavoro. E come ottiene il denaro, un lavoratore? Lavorando e producendo a sua volta. Dunque, il denaro è una forma di mediazione fra produttori. Ma non è solo quello. E qui entra in gioco il grandissimo film di cui sopra. Il denaro è credito, con la rispettiva contropartita del debito. Se io Buonocore entro in una tabaccheria con una carta da diecimila contraffatta, che dunque non è stata comprata dal lavoro di nessuno, il tabaccaio mi dà lo stesso la saponetta Palmolive (a patto naturalmente che non si accorga della falsificazione). Se il ragioniere Casoria trova un portiere compiacente, si mette in tasca l'equivalente di otto quintali di carbone. Il denaro, come diceva l'arabo pazzo circa la proprietà, è al contempo libertà e furto.

E veniamo al moralismo. Il ragioniere Casoria è un nostro nemico, indubbiamente. Ma fargli la guerra per sostituirsi a lui non è la soluzione. Impadronirsi delle matrici e della carta filigranata (da non confondersi mai con il papier higyénique) non risolve niente. La soluzione è la dittatura dell'onestà. O la dittatura del lavoro, è la stessa cosa. 

Torniamo al pensare, attività degli oziosi. Il pensiero produce ipotesi, possibilità da esplorare. Ma non produce cambiamenti nella realtà sensibile, fino a quando non è tradotto in azione individuale o collettiva, consapevole o meno. E veniamo al passaggio più difficile di questo ginepraio logico in cui mi sono scientemente cacciato come il deficiente che sono. Adesso dovrei tirare le fila del discorso, e possibilmente chiudere in bello stile il post. Mi preparo all'ennesimo fallimento della mia vita ma ci provo, hai visto mai...

Il pensiero politico è pensiero eminentemente morale. Alcuni di voi sono appena trasaliti, lo so. E chi se ne frega. Il pensiero politico non serve a una mazza se non si traduce in agire consapevole, e quindi è un'attività morale. Oggi il ragioniere Casoria spadroneggia. Da un momento all'altro ci piomba in casa un Memmo Carotenuto con la sua signora e si lamenta della puzza di broccoletti. O dichiariamo guerra ai ladri, o ci fottiamo. Ed è una guerra che si combatte, cari i miei loro, solo con le armi dell'onestà. O del lavooro, che è la stessa cosa.

sabato 2 agosto 2014

Lo sporco Harry


Cari lettori, dovete sapere che quando il vostro umile servo era un meraviglioso pargolo dalle fattezze di cherubino nelle case degli italiani c'era in genere un solo apparecchio televisivo, e qualche volta neanche quello. La sera si guardava tutti insieme il film delle 20.30, e non capitava raramente che la famiglia litigasse per decidere su quale canale sintonizzarsi. Il Cavaliere aveva già fatto il suo roboante ingresso del mondo dell'intrattenimento catodico, aggiungendo alle tre reti Rai prima Canale 5, poi Retequattro, e infine Italia 1. Se la memoria non m'inganna, fu quello l'ordine in cui tre nuove reti furono offerte al pubblico italiano, con una programmazione innovativa rispetto alla TV di Stato. Una delle caratteristiche che emersero subito fu la predilezione delle reti commerciali per i prodotti statunitensi, sia cinematografici che televisivi. E, soprattutto, la scioltezza con cui venivano messi insieme i palinsesti. Mentre la televisione pubblica (che in realtà era, allora come oggi, dei partiti) seguiva chiare linee ideologiche nella scelta dei contenuti tasmessi, e si faceva scrupolo di proporre prodotti di dubbio valore culturale, Canale 5 e le sue sorelle mandavano in onda qualsiasi cosa che promettesse audience.

Era l'Italia dei primi anni Ottanta, l'Italia che aveva sconfitto da pochissimo le BR e la lotta armata, l'Italia che voleva bene a Berlinguer, con un presidente partigiano e il titolo di campione del mondo in bacheca. L'economia era in netta ripresa dopo la lunga depressione dei Settanta, si respirava ottimismo e voglia di evasione. D'altro canto, rimanevamo i bigotti di sempre, e il minimo diverbio rischiava sempre di trasformarsi in una guerra di religione. Uno di questi ricorrenti diverbi, frequente in casa mia a ora di cena, riguardava il cinema americano. Secondo mia madre registi come John Ford e Howard Hawks erano "fascisti", in quanto dal loro cinema emergeva una visione della vita che ella, ignara della cultura anglosassone e ad essa punto interessata, traduceva con una disinvoltura da Babelfish in "fascismo". Mio padre, che amava quei film e non ci vedeva quello che ci vedeva la sua dolce metà, si faceva comunque trascinare sullo spinoso terreno dell'ideologia, della Storia e della politica, e così ben presto si finiva a litigare sull'imperialismo statunitense e sulla limitatissima sovranità del nostro povero paese. Io, bimbo dalle rubizze gote, ho appreso di eventi come la strage di Portella della Ginestra e la bomba di Piazza Fontana a tavola, in tenzoni dialettiche che partivano dai sentieri Comanche e finivano sempre, per sinistra fatalità, dalle parti di via Fani o via Gradoli.

Ricordo una sera in cui uno dei canali privati dava un film di Callaghan, mi pare Ispettore Callaghan, il caso Skorpio è tuo. Io, naturalmente, amavo Dirty Harry. Ma l'Italia che amava Berlinguer e che esultava per la vittoria della democrazia sulle forze del disordine e dell'avventurismo non poteva apprezzarlo. Non poteva capire che Callaghan è un eroe anglosassone, germanico, calato in una realtà contemporanea, con annessi e connessi. Lui è un individuo solo, che da solo deve portare il peso di un ineludibile imperativo morale. Quei film ci chiedono di identificarci con la sua condizione, non con la sua visione del mondo. E questo perchè Callaghan non è un animale politico; ripeto, è un uomo condannato alla solitudine. Ma per mia madre, saldamente convinta della assoluta supremazia della cultura italiana come tutte le insegnanti di italiano della sua generazione, era naturale riportare tutto a categorie a lei congeniali. Dunque, Callaghan era fascista. Fortunatamente, al momento del voto, eravamo in tre contro una. Dirty Harry l'ebbe vinta. Per fortuna, aggiungo. Forza e violenza sono concetti problematici, e io penso che per un bambino sia più educativo un film di Callaghan che non mille edificanti parabole in elogio di quella "democrazia" che da allora ad oggi ha continuato a strizzarci le palle in modo così graduale che non ce ne siamo nemmeno accorti, e ci ha lasciato ormai senza un paio di coglioni servibili, e senza prospettive.

Non dico che i  nostri problemi si debbano risolvere con una 44 Magnun, non fraintendetemi. Fareste l'errore di mia madre. Sostengo che sia necessario distinguere fra la violenza e la forza, fra l'aggressione e l'autodifesa, fra l'imporre agli altri il proprio arbitrio e lottare affinché gli altri non impongano il loro a noi. Il mondo non è un luogo benevolo e ben ordinato. Non lo è mai stato, e forse mai lo sarà completamente. Il mondo è sporco. L'essere umano mente, ruba, inquina, stupra, uccide, e trova anche il modo di fasi dare ragione da chi non sa come reagire, o ha paura di farlo. E chi prova a fare pulizia rischia di sporcarsi. Come quell'integerrimo, cazzutissimo "fascista" di Dirty Harry. E allora io non lo biasimo se alla fine della pellicola in questione, in un gesto di amara ribellione che farebbe accapponare la pelle ai Rodotà e agli Zagrebelsky, getta in acqua un distintivo che non rappresenta più niente. Anche quello, cari amici del Bradipo, è fare pulizia.

martedì 29 luglio 2014

La nemica della casa, la nemica mia

Cari amici del Bradipo, era un po' che non ci sentivamo. Chi vi scrive reputa naturale e sacrosanto rifuggire inorridito dal mondo, di tanto in tanto, per cercare asilo nel senso più o meno compiuto della dimensione domestica e personale. Quando tutto è Babele, cerca riparo nel dialogo con se stesso, non già per provare il meschino conforto dell'identità di vedute (ché anche con se stesso il vostro umile servo è in costante disaccordo), quanto piuttosto per confrontarsi con qualcuno disposto ad ascoltarlo; e, soprattutto, con qualcuno disposto a cambiare idea. Non si cambia il mondo, non si cambia neanche un atomo della realtà, se non si è disposti a cambiare idea. Questa è una delle conclusioni alle quali mi ha portato l'ultimo anno e mezzo di vita "intellettuale". Conclusione con la quale, peraltro, vi invito caldamente a esprimere disaccordo.

Da ex studente di lingue straniere e linguistica (e dunque esploratore, nel mio piccolo, di significati), e persona che prova nonostante tutto a ragionare, mi sono posto una domanda negli ultimi tempi; una vexata quaestio che mi ha privato della pace e del sonno: che cos'è, in definitiva, la Sinistra? E che cos'è la Destra? E come vanno intese, qui ed oggi? Poi ho capito che avevo alzato troppo il tiro, e ho ridimensionato il quesito: che cosa vuol dire, per me, essere di sinistra? E perchè la mia concezione è così diversa da quella della maggior parte di coloro che rivendicano quell'appartenenza?
 
Se state continuando a leggere vuol dire che, incredibilmente, vi importa qualcosa più di un fico secco della risposta che mi sono dato. Risposta la quale è di una semplicità disarmante, nella formulazione che ha raggiunto il mio cervellucolo di sciocco ignaro dei siderei saperi: libertà, uguaglianza, fratellanza. Ecco qua. Principi che reputo essere alla base dell'unico futuro possibile per la specie umana, in quanto naturale e necessaria evoluzione delle sue forme di organizzazione socio-economica. A patto che si rispetti una condizione essenziale: che questi principi siano portati avanti, perlappunto, nella sfera socio-economica, e non confinati a sterili liturgie che attribuirei alla sfera culturale, se avessi meno rispetto per il concetto di cultura.
 
 Non vi tedierò con i mille tortuosi percorsi mentali e con gli orribili dubbi che mi hanno attanagliato, ma salterò a piè pari alla concllusione che ho raggiunto, perchè sono persuaso che sia ormai evidente a chiunque voglia vederla: la Sinistra, in Italia e in Europa, si è trasformata nella più accanita nemica del lavoro. A parte poche eccezioni, i "compagni" sono oggi arcigni, anaffettivi professori intenti a promuovere o bocciare analisi, posizioni, strategie, che ormai non hanno più niente a che vedere con il lavoro e il suo potenziale di liberazione. Protesi verso l'alto come tanti Titani all'assalto del cielo, tragicomicamente incapaci di vedersi per i nani che sono. Negromanti irriducibili, preferirebbero far morire di fame interi popoli, piuttosto che ammettere di aver sbagliato, e rivedere molte delle loro incrollabili certezze. Custodi del tempio del Nomos, depositari della Legge, sacerdoti del Dio degli Eserciti. O marci al suono dei loro tamburi (senza che si scorga tra l'altro uno straccio di logica nelle loro strategie), o sei il nemico.

Questa è la logica che, abbigliata della sfarzosa livrea del Potere o travestita con gli stracci di un presunto antagonismo, ha ridotto questo paese al deserto morale che è oggi. E mentre chi lavora, o prova a farlo, se la deve vedere con un capitalismo sempre più corsaro e tagliagole, gli "intellettuali" contano i peli in culo alla salma del Novecento. E allora vi chiedo perdono se tiro in ballo per l'ennesima volta Eduardo, ma dovete capire che  io con il teatro di questo straordinario artista e uomo ci sono cresciuto. Io sono Luca Cupiello. Io voglio fare il presepe. Lo voglio fare bellissimo, più belllo di tutti gli altri anni, voglio far scorrere l'acqua vera. E sopra ci voglio scrivere "Libertà, uguaglianza, fratellanza". Concetta mi guarda e, cinica, sogghigna. La nemica della casa, la nemica dei figli, la nemica mia.

sabato 21 giugno 2014

L'onestà andrà di moda?

Cari amici del Bradipo, sappiate che questi splendidi occhi azzurri hanno visto svariate manifestazioni dell'orribile, in 41 anni di vita. Se tante volte a generarle era la sventura, o cause di forza maggiore, c'era e c'è poi tutta una fenomenologia del raccapriccio volontario e consapevole. Ad esempio, quando io ero adolescente, si portavano i pantaloni a zompafuosso: non è che ci fosse una tale miseria che avevamo bisogno di risparmiare quei pochi centimetri di stoffa, è che andavano di moda così, i pantaloni. Serviva a far vedere gli orribili calzettoni Burlington, che costavano al paio più o meno quanto una multiproprietà al Sestriere, e ti davano l'aria di un gentleman inglese dell'era tardo-vittoriana ad una battuta di caccia. Tu lo sapevi, ma azzelliavi i tuoi genitori fin quando non te ne compravano uno o più paia, e dopo te li mettevi pure. Si portavano.

A stabilire quello che andava di moda non era il gusto collettivo, una sorta di minimo comun denominatore delle preferenze individuali; erano decisioni prese colà dove si puote, ovvero al livello di un network di "agenti culturali" che andavano dalle agenzie pubblicitarie all'industria musicale, passando per il cinema e la televisione. L'alternativa, nella percezione di un quattordicenne degli anni Ottanta, era secca: o ti vestivi come uno spaventapasseri, spendendo anche discrete somme per farti identificare come imbecille, oppure ti rassegnavi alla morte sociale, alla solitudine e al perpetuo scherno delle genti.

Mo', a noi nessuno ci pagava per vestirci da paninari. Non avevamo alcun interesse economico a farlo. Figuriamoci un po' come possono andare le cose nella sfera pubblica, dove questo interesse c'è, ed è molto spesso incontrastato, in quanto unico principio di sopravvivenza e, laddove è possibile, di prosperità. Dunque, che senso ha dire che "l'onestà andrà di moda", quando non si ha un'idea di come diffonderla, promuoverla, renderla oggetto di emulazione?

Volete sapere come ci rendevamo conto, i miei compagni di scuola e io, che qualcosa era passata di moda? Semplice: guardavamo come andavano vestiti quelli che avevano più successo con le ragazze. Quelli, i maschi alfa, imponevano modelli e codici. Sarebbe stato perfettamente inutile dirci che facevamo ridere con quelle cinture dalle fibbie sproporzionate e quei giubbini stile omino Michelin. Era inutile. Mia madre me lo ripeteva continuamente, con risultati nulli. Quando gli iniziati all'imtimità sessuale dismettevano il fibbione da mezzo chilo, noi li imitavamo. 

Se vogliamo che l'onestà vada di moda, io credo che il meccanismo non debba essere troppo diverso. Mostratemi che l'onestà paga, che ti fa fare strada, che ti dà la possibilità di migliorare la tua condizione. Fornitemi un modello vincente di onestà, uno stuolo di onesti che non subiscono continuamente gli strali della sorte avversa, per dirla con quel famoso poeta di S. Maria Capua Vetere. Io ormai sono abituato e rassegnato a prendere le mazzate dietro le orecchie, come dicono nel Lanarkshire settentrionale; le masse ignave no. Se vedranno l'onestà arricchire, in tutti i sensi, i loro vicini, i loro parenti, i loro amici, la abbracceranno con entusiasmo. Ma se resterà solo un nobile principio, la consolazione morale degli sconfitti, l'onestà, ahimé, non andrà mai di moda.

giovedì 19 giugno 2014

Un popolo a cui piace abbuscare



Prima che la violenza di genere finisse in bocca alle professoresse se ne poteva ancora parlare seriamente, come fa fare Eduardo al portiere interpretato da Ugo D'Alessio nella versione televisiva di Questi fantasmi. In questo breve monologo si coglie anche la complessità del rapporto che si stabilisce fra vittima e aguzzino: la prima, annichilita dalle botte e dalla paura, non trova di meglio che cercare protezione fra le stesse braccia che l'hanno percossa. Che quegli schiaffoni siano stati motivati da un affetto anch'esso evidentemente contraddittorio, o dalla pura e semplice volontà di dominio, l'effetto che sortiscono è quello di riavvicinare la coppia in crisi. 

Spero di non sembrarvi troppo contorto se ipotizzo, facendo la solita psicologia da due soldi che può fare un ignorante come me, che proprio le mazzate rappresentano il miglior collante in una relazione profondamente asimmetrica. Ricordano a me, essere non autosufficiente, dipendente dall'altro, della sua forza e determinazione. Per questo il cane bastonato continua ad amare il padrone che lo maltratta, e la moglie del portiere gli si getta al collo dopo averle prese. Il forte può farmi male, ma può anche offrirmi protezione: sta a me far sì che si disponga favorevolmente nei miei confronti.

Un tipo molto simile di rapporto esiste fra gli italiani e la loro classe politica. Ne è la chiara riprova il fatto che, davanti a un movimento che offriva loro la possibilità di ridefinire completamente il modo di concepire la rappresentanza e quindi il governo, hanno puntato dritto verso l'uomo forte, trasformandolo in una sorta di Messia. Più quell'uomo sbracava, urlava, evocava sciagure, più lo osannavano. Poi, quando si sono accorti che non era abbastanza forte da togliere di mezzo in poco tempo quelli contro i quali aveva tuonato per anni, in tre milioni hanno smesso di votarlo. 

Ora l'uomo forte è un altro. Si chiama Matteo Renzi. Ha un altro stile, più simile a quello, di lunga e gloriosa tradizione qui in Italia, del mafioso. Il suo potere è così grande che gli basta dire mezza parola per distruggere politicamente una persona sgradita. Non accetta critiche da nessuno. La Corte dei Conti gli dice che non ci sono le coperture per un intervento? Lui butta lì una supercazzola e tira dritto. Questo, non so se riuscite a capirlo, è molto peggio di un vaffanculo. Equivale a dire "me ne frego altamente di te e del tuo lavoro, io faccio di testa mia. E tu non servi a un cazzo, anzi, se mi gira faccio 30 e uno 31, e insieme al Senato riformo anche l'organismo di cui fai parte, quindi occhio". 

Ecco come mi spiego io il successo di Renzi. Ed ecco perchè il M5S, con la nuova linea decisa dalla sua "dirigenza", si ridurrà a partitello di opposizione destinato a una progressiva emorragia di consensi. L'antidoto a quella cancrena morale e politica che qualcuno chiama "casta" non è l'onestà, è la democrazia. Ed ora azzardo un'altra predizione: se gli attivisti in buona fede non lasciano la nave che affonda e si costruiscono una nuova casa, si ritroveranno in un partito esattamente come tutti gli altri, come poteva essere qualche anno fa l'IDV di Antonio Di Pietro, e non potranno che ratificare, con votazioni sempre più pilotate e ridicole, quanto deciso dall'aspirante uomo forte. Per quanto mi riguarda, non mi interessa se Ugo D'Alessio mi vuole bene o no; mi deve togliere le mani da dosso.