martedì 23 novembre 2010

The monster files: storia di un decorso

Cari amici, la convalescenza volge al termine. Ormai solo qualche strisciolina di quel particolare nastro adesivo d'uso medico che a Napoli chiamiamo sparatrappo copre questo capolavoro che ha sostituito il mio naso. Come vi avevo promesso, ho documentato con un coraggioso reportage fotografico i giorni successivi all'intervento. Si sconsiglia la visione ai deboli di cuore e di stomaco.

Day 2

Day 3

Day 5

Day 8

Come potete vedere, ormai sono tornato quello splendido esemplare di ometto che ero. Visto il successo di questo intervento, ho pensato di farmi rifare anche un'altra appendice, un po' più a sud del naso. Non vorrei si creasse una questione meridionale all'interno del mio organismo. Non potrei sopportare l'apertura di circoli leghisti all'interno delle mie narici. E immaginate quanto sarebbe incresciosa un'emergenza rifiuti nella mia area genitale...dubito fra l'altro che Saviano interverrebbe sull'argomento. Ora si tratta di trovare un donatore: pare che un falegname della Val di Susa abbia perso in un incidente di lavoro il dito mignolo del piede sinistro. Mi sono già messo in lista.

venerdì 19 novembre 2010

Lacrime, sangue e muco: e vi lamentate delle manovrine?


Dunque, è fatta. Martedì 16 novembre il vostro entra in sala operatoria, all'ospedale Monaldi di Napoli. Dopo una lieve anestesia e un breve intervento si sveglia con un'impalcatura al posto del naso. Gli sembra, nella foschia del risveglio, di udire anche le garrule, vivaci esclamazioni tipiche dei muratori partenopei...
Ma no, non vi sono industriosi, seppur lillipuziani, operai sul mio naso. Esso, raddrizzato con abile manovra dal sapiente chirurgo (cosa della quale ho un vago e stranamente rilassato ricordo), è ora protetto da una robusta armatura, quale cavaliere medievale abbigliato per il nobile ufficio della guerra.
Seguono due giorni penosi, durante i quali il vostro Bradipo è costretto a tenere dei fastidiosi tamponi nelle narici, al fine di evitare pericolose emorragie e stabilizzare il nuovo assetto dell'appendice (si parla sempre del naso). Due giorni fatti di noia, brodini e diarrea, dei quali il primo passato in ospedale, il secondo a casa (la formula era quella del day hospital). Ci tengo ora a precisare, per evitare grotteschi fraintendimenti, che i brodini e la diarrea seguivano un senso di marcia obbligato all'interno del mio organismo, ovvero dalla bocca verso lo sfintere: mangiare diarrea sarebbe stato davvero troppo!
Ordunque, scontata la condanna della tamponatura, antica tortura medievale citata peraltro nel Malleus Maleficarum, alla quale si dice sia stato sottoposto anche il Campanella, mi reco dal simpatico cerusico per la rimozione dei tamponi stessi. Con un'altra abile manovra quest'ultimo mi sfila dalle narici due corpi estranei di mezzo metro l'uno, che probabilmente avevo conficcati nel cervello, senza farmi fare il tiro a segno con i santi del paradiso. Non altrettanto delicata è l'infermiera, la quale, in un impeto di calvinismo, si mette in testa di pulire i grumi di sangue che ho intorno al naso. Ne fanno le spese Sant'Antonio da Padova, San Giovanni decollato e San Crispino, scelto non a caso in quanto protettore degli scarpari. A questo punto, non ancora disposta ad arrendersi, la donna propone di versarmi dell'acqua ossigenata sulla parte, mentre mi tiene chiusa la bocca con della carta assorbente. Quello che segue è praticamente una sessione di waterboarding, come se il vostro Bradipo fosse un fanatico seguace di una religione che gli precluderebbe i suoi spuntini notturni a base di salame e vino rosso. Tale è il trauma che rimango in silenzio, in uno stato di completo shock, per alcuni secondi, al termine dei quali fortunatamente Giovanna D'Arco desiste dai suoi propositi e mi lascia quieto.
Non resta altro all'operatore, del quale non faccio il nome per non associarlo in alcun modo al mio, con probabile grave detrimento per lui, che indicarmi le terapie da seguire per i prossimi giorni e darmi appuntamento a martedì per togliere ciò che resta dell'armatura, ovvero un gessetto che mi stringe la parte centrale del naso, per cause a me ignote.
Per ora l'appendice (sempre il naso) è un turgido ricettacolo di sangue, muco e pomata per curare le piaghe. Ma un giorno, lo so, guarirà. Sarà libero e funzionale, e io correrò per prati fioriti gridando "Allelujah". Tornerò ad abusare di vino e salame (possibilmente piccante) senza dover più temere fastidiose irritazioni della mucosa. Danzerò nella pioggia come Gene Kelly, facendomi beffe dell'umidità come uno che indossa la fascia del dott. Gibaud.
Ma diamo tempo al tempo. Il decorso è appena cominciato, anche se il peggio ce lo siamo già lasciato alle spalle. Tornerò a raccontarvi del mio naso, amici. Nel frattempo, annusate un fiore per me, che ancora non posso.

venerdì 12 novembre 2010

Un uomo e il suo naso

Cari amici, martedì 16 novembre il vostro Bradipo sarà ricoverato all'ospedale Monaldi di Napoli per un delicato intervento di riallineamento del setto nasale. Si tratta di una chirurgia estremamente difficile e perniciosa, con una percentuale di eventi infausti che si avvicina al 100%. Ma non è questo che mi preoccupa. Non ho paura della grande consolatrice, no. Quello che mi preoccupa veramente è che il chirurgo, in un impeto di generosità o di intolleranza estetica decida arbitriamente di rimodellare le mie fattezze. Mi atterrisce l'idea di risvegliarmi dal torpore dell'anestesia con un nasino alla francese, e chiedere come prima cosa un bicchiere di Pernod per rifarmi la bocca. Mi angoscia la possibilità di essere privato dell'unica estremità di ragguardevoli dimensioni di cui dispongo.

Quanti sventurati e quante sventurate, ogni giorno, si sottopongono a interventi ugualmente delicati e potenzialmente letali, per ridurre le dimensioni dei loro nasi! Ma perchè mai? In un post di qualche tempo fa ebbi a dire che 'a panza è ppresenza. Non difforme è la mia posizione sul naso. Il naso è la finestra sul mondo dei nostri polmoni. Io ho una veranda: perchè privarmene?

Del resto, se Javier Bardem è riuscito a diventare un sex symbol con il suo naso importante, perchè non dovrei poterlo essere io? E che dire di Gerard Depardieu? E anche De Niro mica scherza! E allora Castellitto? Insomma, il naso l'uomo ce lo deve avere. Ancora meglio se dritto e funzionale. E allora bisturi e scalpello! Restaurate questa maestosa, meravigliosa appendice di virilità!

mercoledì 27 ottobre 2010

Cantona e le banche


Salve a tutti. Visto che il freddo annunciato non è poi così intenso, in barba al rag. Casoria mi trovo in condizione di poter scrivere un nuovo post. E stavolta, anche per prendere una metaforica boccata d'aria, non ci occuperemo di Italietta, ma delle parole di un calciatore francese che ha giocato per buona parte della propria carriera in Inghilterra, su un problema globale.

Mentre perdevo tempo su Facebook come al solito, questo video ha attirato la mia attenzione. Eravamo abituati alla "istintività" di Eric Cantona, quando era sotto i riflettori in quanto calciatore del Manchester United. Chi non ricorda il calcione volante rifilato a un povero tifoso, reo di avergli rivolto qualche parolina evidentemente sgradita? Oggi, ad anni dal suo ritiro, forse preso dalla nostalgia dei fasti del tempo che fu, il nostro si esprime sulla recessione e il fermento sociale che agita la Francia. La soluzione, a sentire lui, è semplice: su cosa si fonda il potere delle banche? Sui soldi, no? E allora se tutti insieme ritiriamo il nostro denaro dalle banche queste inevitabilmente crolleranno, e saremo liberi dalla loro tirannia. Non fa una grinza, vero? Il simpatico monellaccio aggiunge addirittura uno sfottò all'indirizzo dei sindacati, secondo lui a corto di idee, e bisognosi di input.

E adesso cerchiamo di capire perchè queste affermazioni di Cantona non sono altro che una ulteriore prova di impulsività e scarsa propensione al ragionamento. Premetto subito che non ho alle spalle studi di economia, ma le cose che scriverò sono di una tale semplicità, direi ovvietà, da non necessitare del cervello di un Milton Friedman o di un John Maynard Keynes per essere esposte e comprese. Cantona si chiedeva da dove venisse il potere delle banche. Poniamoci un'altra domanda: da dove proviene il denaro? Dobbiamo pensare che il buon Eric questo non se lo sia chiesto. Perchè, cari lettori, la risposta è proprio... dalle banche! Il denaro viene generato sotto forma di credito all'impresa o al consumo, o in alternativa prestato dalle stesse banche agli stati, ad esempio per l'emissione di titoli o per coprire parzialmente il debito. Il criterio che regola e limita questa emissione si chiama riserva frazionaria. A questo si riferisce Cantona quando ci esorta a fare presto, perchè non ci sono soldi per tutti. E ha perfettamente ragione. Il nostro sistema economico si fonda sull'assunto che la gente terrà i propri risparmi su un conto, ritirando di volta in volta quanto sia necessario per i propri acquisti e investimenti. Se tutti ritirassimo tutti i nostri soldi lo stesso giorno, come suggerisce di fare il professor Cantona, gli istituti di credito fallirebbero, e la già dura crisi che stiamo attraversando assumerebbe toni drammatici. La prima conseguenza sarebbe l'inflazione, che schizzerebbe a livelli da Repubblica di Weimar. O da Argentina nei primi anni 2000, per intenderci. Difatti, è proprio in questo modo che è iniziata la gravissima recessione che ha colpito l'Argentina qualche anno fa. La gente correva a ritirare i propri soldi, senza rendersi conto che, una volta distrutto l'impianto su cui si reggeva la loro economia, l'unica cosa che avrebbero potuto ricevere dalle banche era carta straccia. Del resto esisteva un precedente illustre, ma si sa, di fronte ai soldi la gente perde la testa.

Scusate, ma su cosa si fonda un'economia, se non sulla produzione di beni e servizi? E le aziende che producono questi beni e servizi come possono sopravvivere senza il credito fornito loro dalle banche? Ecco perchè un crollo del sistema bancario causerebbe una drastica riduzione dei posti di lavoro. E più gente resta senza un reddito, più l'economia va a fondo, perchè i consumi diminuiscono di pari passo con il potere d'acquisto dei cittadini, intaccato non solo dalla disoccupazione ma anche dall'inflazione sempre associata ai crolli finanziari. Perchè il valore reale del denaro non è fisso, a differenza di quello nominale, ma dipende da tutta una serie di fattori dal delicato equilibrio, che un'azione come quella auspicata da Cantona manderebbe a gambe all'aria. Immaginiamo che suddetta azione riceva ampia adesione a livello europeo: la BCE non avrebbe altra scelta che immettere sul mercato una certa quantità di moneta, per far ripartire gli investimenti. Per la legge della domanda e dell'offerta, più ce n'è di qualcosa, più quel qualcosa si deprezza. I soldi non fanno eccezione. Vedete? Siamo a livelli da Monopoli Junior, quello per i bambini dai 4 agli 8 anni. Inoltre, nel momento in cui il livello dei consumi calasse bruscamente, diminuirebbero anche le importazioni, mentre le esportazioni verso paesi extracomunitari, in virtù del deprezzamento della valuta, aumenterrebbero. Questo causerebbe un'ulteriore svalutazione, fino al punto in cui avremmo bisogno di bisacce per i nostri euro.
Insomma, Cantona ha preso una bella cantonata.

Ma allora, dirà qualcuno, non possiamo fare niente contro il malvagio potere delle banche? Io credo che la risposta la possa dare solo la politica, oggi completamente assoggettata ai diktat del mondo economico e finanziario. Quando la politica riuscirà a ottenere il primato sull'economia potrà regolarla, moralizzarla, indirizzarla verso il bene comune. Ma questo non è un obiettivo che si può perseguire a botte di calci volanti.

martedì 26 ottobre 2010

In balia del ragioniere Casoria


Pare che domani a Napoli farà freddo. Lo ha detto il meteo. Da quando la mia salute mi ha abbandonato, io sono abbastanza freddoloso. La mia salute, questa vecchia compagna che mi ha lasciato, e che mi ricorda le parole di un famoso tango argentino: "desde que se fue triste vivo yo"...insomma, domani la temperatura scenderà e io soffrirò. Sì, perchè vivendo in un condominio sono soggetto agli arbitrii inevitabili quando si parla di riscaldamento centralizzato.
Ecco, il condominio è uno di quegli aspetti della cultura italiana che fanno capire agli stranieri come il nostro sia un paese in cui i pagliacci hanno preso il potere. Il pagliaccio ride e ne ha ben donde, visto che comanda lui.

Il condominio, dicevo, è un concetto che nei film di Woody Allen evoca un certo status, una certa eleganza, il massimo del comfort e del servizio per i suoi inquilini. Li vediamo nei suoi film, con quei portieri in livrea, la musica di Gershwin in sottofondo, i suoi inquilini sono professori universitari o critici cinematografici... Da noi, viceversa, il condominio è una specie di girone infernale piccolo borghese in cui pratichiamo il nostro sport preferito, ovvero infliggerci disagi e umiliazioni vicendevoli, ricavandone così un danno collettivo (perchè è la somma che fa il totale), pur di toglierci la soddisfazione di andare in culo al nostro prossimo. Sì, perchè l'italietto (ovvero il piccolo borghese che potremmo assumere a simbolo della mai abbastanza vituperata Italietta, sorella minore del paese minoritario e pressochè invisibile al quale mi ostino ad appartenere) è uno spregevole individuo, meschino, pavido, diffidente, incapace di una visione d'insieme che riservi uno spazio al progresso, all'evoluzione. Se fosse stato per questa gente, saremmo ancora nelle caverne. Del resto, la cultura anglosassone ha espresso Woody Allen e noi il Bagaglino. Ma non tergiversiamo. Il punto è che io domani avrò freddo perchè nel mio palazzo il riscaldamento non si accende mai, e dico MAI, prima del 15 novembre.
Ricordate lo scambio di battute fra il rag. Casoria e il guardaporta Antonio Buonocore in quel piccolo capolavoro che è "La banda degli onesti"? Il furbo ragioniere, amministratore del condominio, cerca di lesinare sul carbone per l'inverno, a costo di lasciare gli inquilini al freddo, e propone a Buonocore di spartirsi il denaro risparmiato sul preventivo. Quest'uomo ingordo di zucchero attinge a ciò che è di tutti come se fosse suo e basta, rasenta il codice penale ma non incappa. Come si evince da questo scambio di battute, 120 quintali sono appena sufficienti.
Ma in quel gigantesco feudo del rag. Casoria che si chiama Italia, si fa con quaranta. E allora che dirvi? Non cresta che adeguarsi. Cercansi Lo Turco e Cardone per avviamento attività in proprio. Massima onestà richiesta. Astenersi perditempo e pagliacci.

lunedì 27 settembre 2010

Tre fesserie


Ho scritto poco ultimamente. Colpa della sinusite, o di qualsiasi altro male oscuro risieda nel mio cranio. Giovedì ritiro la TAC e vi comunicherò il verdetto, ammesso che ve ne freghi qualcosa. Stasera mi sono imposto di scrivere, perchè altrimenti si perde smalto, e i miei lettori (che siete voi) si dimenticano di me. E allora andiamo, scriviamo.

Cosa è successo ultimamente nella mia vita? Ho scelto tre avvenimenti (o presunti tali) che vi espongo in ordine sparso. Innanzitutto, ho comprato una nuova chitarra elettrica. Una Fender Telecaster American Special bianca (la Fender lo chiama "olympic white") con battiplettro nero. Proprio come questa:



A dirla tutta, me la sono fatta comprare. Da un amico che frequenta quella sorta di covo dei predoni che è Via S. Sebastiano. Naturalmente i soldi li ho messi io, sebbene le Poste Italiane facciano di tutto, ultimamente, per rendermi difficile accedere ai miei pur magri risparmi. Perchè ho fatto questo acquisto, visto che non ho un gruppo e sono un semi-vegliardo che non ha mai imparato a suonare secondo i canoni correnti della teoria e tecnica musicale occidentale? Perchè volevo finalmente uno strumento decente. Voglio fare i bending. Quelli dove tiri le corde e la chitarra protesta, producendo un effetto sonoro gradevole. Con la mia vecchia Epiphone non potevo, non mi reggeva l'accordatura. E ora sto scoprendo un mondo fatato di manici doppi e suono definito. E questo è quanto.

Il secondo argomento di cui vi parlerò è un sogno che ho fatto, e che mi ha turbato non poco. Ero in un postribolo (o meglio, un appartamento adibito a postribolo), e mi trovavo in compagnia di alcune donnine allegre. Eravamo in camera da letto, e io mi rivolgevo a una di loro per ottenere una prestazione. Incredibilmente, lei diceva di non essere disponibile, la qual cosa risultava poco credibile, in virtù del fatto che la giovane donna era seminuda. Accostavo allora un'altra, con la stessa finalità, ma anche lei mi dava buca. La terza prostituta, infine, mi spiegava che sarebbe arrivata a breve una sua collega che era di turno, e finalmente avrei potuto consumare il rapporto. Questo sogno ci conferma un sospetto che ho sempre avuto: Tinto Brass e Samuel Beckett vanno tenuti a debita distanza.

L'ultimo argomento di cui vorrei scrivere sono le donne sopra i 30 anni. Naturalmente la mia finestra sul mondo è piuttosto limitata, un po' per necessità, un po' per scelta. Per essere più corretto, dovrei dire che vi parlerò delle ultratrentenni che frequentano il supermercato di fronte casa mia. Si tratta di donne molto ordinarie, che a occhio e croce possono essere definite rappresentanti abbastanza tipiche del loro gruppo statistico. Diciamo subito che io non mi faccio eccessivi problemi quando esamino e valuto un membro del sesso opposto. Guardo sfrontatamente, con un'espressione neutra (almeno credo), e non per fantomatici intenti di seduzione (calma!!!!), bensì per capire. Guardo le donne come si guarda un animale o una pianta, o una qualsiasi altra forma di vita. Dall'altra parte non mi è mai capitato di riscontrare un interesse di natura analoga. Queste semi-vegliarde si distinguono in due categorie:

1) Quelle che hanno piacere di essere guardate.

2) Quelle che si sentono a disagio se guardate.

A volte le due categorie si sovrappongono. Quello che manca assolutamente in loro è la naturalezza, la mancanza di malizia che porta una persona a stare in mezzo agli altri senza dover stabilire confini e rapporti di forza come superpotenze rivali. Sono brutte, anche quando le loro fattezze potrebbero suggerire armonia di forme. Sono brutte perchè in loro ogni minimo gesto, ogni sguardo, ogni atteggiamento è finalizzato al raggiungimento di uno scopo, per di più assolutamente banale e meschino. Provano un disagio eccessivo, che non è timidezza ma una forma di aggressività, se hanno un filo di grasso in più. E trasudano una violenza sconcertante se sono sicure del loro aspetto. Le ultratrentenni sono per lo più brutte. Almeno quelle che fanno la spesa al supermercato di fronte casa mia.

E allora io cercherò la bellezza nel mio nuovo strumento. Sì, le chitarre sono più belle delle donne, in linea di massima. Non hanno scopi, esistono per essere chitarre. Puoi suonarle ogni giorno, o lasciarle a riposo per una settimana prima di imbracciarle ancora, e suoneranno sempre bene. Basta cambiare le corde, ogni tanto. Questo mi fa pensare che la mia chitarra non ha ancora un nome. Alle chitarre vanno dati dei nomi, è importante. E allora diamo un nome alla mia nuova Tele. Bene, eccolo. Visto che è bianca, la chiamerò Bianca. Ed esplorerò la sua tastiera con l'amore di un novello sposo un po' imbranato, ma volenteroso. Lei sarà paziente e sempre disponibile, concedendosi al mio tocco impacciato fino a quando un perfetto bending non la farà gemere di piacere.

mercoledì 8 settembre 2010

Ricordati che devi morire

Buonasera, signore e signori. Questo post è un atto di contrizione. Perdonatemi. Perdonatemi voi, che mi seguite su questo blog. E perdonatemi voi, dottori in medicina, health freaks e amici con una certa conoscenza della fisiologia. Martedì sera ho commesso un atto sconsiderato, per un individuo della mia età, della mia costituzione e con il mio stile di vita: ho fatto dell'attività fisica. Anatema su di me. E ora devo espiare, facendo impennare da solo le vendite della Peroni, dando così una flebile speranza almeno ad un settore dell'economia italiana. Ma prima vorrei esporvi alcune riflessioni, visto che tale scempio potrebbe ripetersi presto, con estreme conseguenze per la mia salute e, ebbene sì, la mia stessa vita.
Qualche giorno fa, mentre leggevo l'ennesimo thrilleraccio per una nota casa editrice italiana che mi paga come un lavapiatti senza permesso di soggiorno, mi arriva un SMS, annunciandomi che presto sarei tornato a calcare un campo di calcetto. Quello che ho provato è stata gioia mista a paura. Gioia perchè il calcetto ci riporta alla nostra adolescenza e giovinezza, alle sgambate spensierate, ai terribili attimi di tensione quando qualcuno "metteva in mezzo le mamme"; e paura perchè , dopo anni di assoluta inattività fisica, bisognerebbe riprendere gradualmente. Ad esempio, facendo una passeggiata ogni tanto, anzichè girare sempre su uno scooter senza le sospensioni pur di non compiere il considerevole sforzo di mettere un piede davanti all'altro. O cercando di capire cosa non va nel tuo organismo, quando ti svegli la mattina con la vitalità di Don Zauker (quello di Daitarn 3).
Fatto sta che, facendo un po' di riscaldamento prima di entrare in campo, martedì sera, mi sono accorto di stare peggio di quanto pensassi. Quello che è venuto dopo è stato penoso e umiliante. Se Franco Baresi tornasse a giocare oggi, sarebbe più mobile e scattante di me. Di me, che con tenace anacronismo mi ostino a interpretare il ruolo del libero perchè sta più dietro di tutti (scusate il ritardo...), e perchè corre meno di tutti. E poi perchè si chiama libero, che è sempre un bell'aggettivo.
Ma se libero potevo essere da marcature, in quella piacevole serata settembrina, non altrettanto potevo dire di un pensiero maligno e cazzimmoso come un goblin con la scabbia: la consapevolezza della mia mortalità. Ormai è chiaro, cari lettori, che il vostro amato Bradipo è entrato nella seconda metà della sua vita, quella in cui un lento, progressivo e ineluttabile declino fisico e mentale lo traghetterà verso la terza età e il suo ruolo senile di vecchio che bofonchia parole incomprensibili in luoghi pubblici. Si può cercare di opporsi a questa universale sciagura, si può ritardare il processo di senescenza combattendo i radicali liberi con una serie di costosi prodotti pseudo-farmaceutici, ma resta il fatto che la festa è finita. Tutto ciò che mi attende, da ora alla fine, è un degradante scemare di tutte le mie facoltà.
Tanto più dura è l'accettazione di questa realtà per un sottoccupato cronico, senza un futuro professionale e quindi senza possibilità concrete di soluzioni sentimentali che si addicano a questa età di passaggio, in cui si appendono le scarpette al chiodo e, magari sullo stesso muro, le foto dei tuoi bambini, che insieme a tua moglie hai portato al mare con i risparmi di un anno di lavoro (quello pagato con i soldi veri anzichè con quelli del Monopoli). Sul muro del mio fato beffardo campeggiano solo caricature del mio buffo volto, collezionate in gioventù per schernirmi in quella che dovrebbe essere la maturità, ma che per me non è altro che un prolungato, avvilente addio alla giovinezza. Giovinezza che si allontana come una leggiadra fanciulla dopo averti respinto, ma continua a sorridere, per umiliarti di più. Giovinezza, assurdo travestimento di un'età che non esiste, inventata dai teoreti dell'avidità umana, a metà fra l'adolescente e il cittadino. Datemi un lavoro, per amor di Dio! Mi devo fidanzare, prima che sia troppo tardi! Devo impregnare del mio seme qualche povera demente, prima che arrivi l'andropausa (e temo non manchi molto)!
Perchè la libertà non è un ideale astratto, è la possibilità concreta di fare ciò che si intende fare. In altre parole, il potere di ciascuno di decidere il corso della propria vita. Senza lavoro, non c'è libertà. Chi non lavora, non fa l'amore. Nè si sposa. Nè fa i figli. Resta un giovane che ha passato la data di scadenza e per essere libero non può fare altro che infilarsi le scarpette e sistemarsi, ancora una volta, alle spalle di tutti.