lunedì 14 gennaio 2013

La mafia, questa terza persona plurale...


Cari letturi di 'stu blog, oggi vi vogghiu parrari della mafia. Quannu 'nu cristianu si mette la coppula e pigghia 'a lupara pe gghiri a sparari a autri cristiani, chiddu si chiama mafiusu. 'U mafiusu di solitu ave i baffi e 'a pelle scura, e jè sicilianu. Sciuri, sciuri, sciuri di tuttu l'annu, l'amuri ca me disti te lu rennu...

Bene, potrei continuare per tutto il post con questo siciliano inventato, ma credo di aver ormai ottenuto lo scopo che mi ero prefisso. Avrete capito, se non avete di recente subito l'asportazione di quella parte del cervello preposta all'ironia, che sto cugghiunannu. Ma siccome nessuna realtà sociale ed economica è oggetto di tanti equivoci e tante convinzioni errate e infondate quanto la fantomatica mafia, sarà il caso di spiegarsi meglio.

La mafia non esiste. Ah!!! Anatema! Come osi!!!! Ma che stai dicendo!!!! Lapidate subito questo eretico!!!!
Ripeto: la mafia non esiste. Non più. Quel signore ritratto in foto è una testimonianza storica. Nell'Italia di oggi (Sicilia compresa) lo stereotipo che incarna non trova più corrispondenza. La mafia, quella vera, era un'organizzazione di carattere eminentemente politico e militare. Lo stesso dicasi per la camorra, sua omologa campana. Si trattava di società segrete, al pari della Carboneria o della Massoneria, con rigidi codici e ferree gerarchie. Ma mentre queste ultime erano composte da borghesi e nobili illuminati, mafiosi e camorristi erano di estrazione popolare, e si opponevano con la forza al potere borghese. Per finanziarsi e sussistere, ricorrevano esattamente agli stessi metodi praticati dallo stato e dalla società "civile: solo che un governo "legittimo" tassa, un'organizzazione nata per difendere gli interessi dei morti di fame "taglieggia".

Naturalmente non c'è posto, nel mondo di oggi, per organizzazioni simili. Il mafioso, il camorrista, nel mondo di oggi non durerebbe cinque minuti. Attenzione, non sto elogiando quell'etica impregnata di violenza e pregiudizi, sono ben conscio che per ricomporre un dissidio il dialogo è un sistema migliore della zompata, ma è importante capire che cosa c'era alla base delle vecchie mafie, quelle vere. E che anche il criminale, come chiunque altro, è figlio del suo tempo. E adesso vi sconvolgerò ulteriormente, affermando che i valori del criminale sono, nella stragrande maggioranza dei casi, i valori trasmessi dalla cultura egemone. Nel caso della nostra epoca, i valori del capitalismo senza freni, del mercato selvaggio, del denaro come misura del valore di una persona. La differenza tra il criminale e Sergio Marchionne è che quest'ultimo, pur essendo socialmente assai più pericoloso di Pascale naso 'e cane o di Giggino Bombammano, opera nell'alveo della legalità.

Capirete allora che conviene, ai Marchionne di questo mondo e a chi ne fa le veci, farci credere che i "mafiosi" siano gente, per così dire, venuta da Marte, anzichè operatori economici che un particolare sistema di leggi ha lasciato scoperti dall'ombrello della liceità. Non staremo a discutere dei perchè e dei percome; ci limiteremo a osservare che sono almeno trent'anni che si parla ossessivamente di "lotta alla mafia", e che la presenza criminale non accenna a diminuire. Tutt'altro. I "mafiosi", ovvero gli avventurieri dell'economia, i pezzenti che arrivano in cima perchè hanno una fame feroce di successo e autoaffermazione e nessuno scrupolo, sono presenti nelle stanze del potere, nella finanza, in tutti i giri di soldi più importanti. Non hanno più codici, nè regole, nè coscienza. Saranno anche guappi di cartone come il Malacarne, ma il duello con il professore vesuviano, ultimo fautore di una criminalità ormai anacronistica, lo hanno vinto loro. Vedete, quello che Cutolo non aveva capito è che con lo stato non si entra in antagonismo, come la vecchia camorra, ma ci si mette d'accordo. C'è posto per tutti. La cocaina non può mica venderla il tabaccaio, non vi pare? I rifiuti tossici da qualche parte dovranno pur andare a finire. E che male c'è se uno che lavora tutto il santo giorno, fra omicidi da commissionare e transazioni da concludere, la domenica si svaga un po' con il pallone?

Ci sono tanti, ma tanti soldi nel mondo del calcio professionistico. Si può scommettere sulle partite; una volta c'era il Totonero, adesso c'è la Snai, non è nemmeno più necessario tenere in piedi tutta una macchina organizzativa. Lo fanno altri per te. Tu devi solo preoccuparti di truccare le partite, e a quanto pare non mancano calciatori disposti a prestarsi al gioco per qualche migliaio di euro in più (nonostante percepiscano stipendi piuttosto ragguardevoli). Adesso si insinua, in seguito alle dichiarazioni di un "pentito" (parola che trasforma d'incanto il malavitoso traditore, e quindi ancor più spregevole, in figliuol prodigo), che alcuni calciatori siano stati "spinti", "aiutati" da questo o quel boss (termine che, curiosa combinazione, in inglese indica il padrone). Insomma, sono stati raccomandati. Come milioni di italiani, dirà qualcuno. Esattamente. Solo che c'è sempre la stessa discriminante: prima notavamo che al governo dell'equo e democratico Re Bomba si riconosceva il diritto di esigere tributi, all'Onorata Società no; allo stesso modo osserviamo che quando il raccomandato sono io o un mio amico non c'è niente di strano, la società purtroppo funziona così e via discorrendo; se la raccomandazione la riceve un calciatore da un criminale è inaccettabile e scandaloso.

Svegliatevi. E, se siete già svegli, smettetela di fare gli ipocriti. La criminalità è un problema principalmente sistemico, non morale. L'ipocrisia la favorisce, perchè ci impedisce di capire che le leggi vanno modellate in base a concetti di equità, a partire da un'analisi onesta e disinteressata della realtà. Ma in un paese e in un mondo che hanno rinunciato a chiedersi cosa è giusto e cosa è sbagliato da un punto di vista politico (perchè la giustizia è un problema intrinsecamente politico), la lotta alla mafia non si può fare. Si può additare di volta in volta questo o quel partecipante alle molteplici dinamiche dell'illegalità, con le varie gradazioni e sfumature di responsabilità, ed esclamare, presi da un sacro di furore di retta e borghesissima indignazione: Talìa, u mafiusu! E poi tornare alle nostre dinamiche legali, per bene e senza coppole e lupare.



 

venerdì 11 gennaio 2013

Il monopolio della forza e lo spicciolo della vergogna


Orbene, questo post è da considerarsi un'appendice al precedente, ed è motivato dalle critiche mossemi da alcuni amici su Facciabucco. Il succo di tali critiche, se ho ben capito, è che il parcheggiatore abusivo non avrebbe alcun diritto di esigere lo spicciolo dal cittadino (nè con le cattive, nè con le buone). Diverso è il caso in cui lo stato o le istituzioni locali esigono da noi tasse, dazi, balzelli, tributi e quant'altro; a loro tutto è dovuto. Ci si può lamentare, certo, si può invocare la calva, lucente calotta cranica di un Benito o il baffo imponente e importante di un Giuseppe, a seconda dell'orientamento ideologico; tutto rimarrà naturalmente al livello del più inane sfogo, giacché entrambi i convocati giacciono in pace da svariati decenni, e per fortuna non hanno troppi epigoni al giorno d'oggi. Alla fine, quando l'uomo in divisa ti intima l'ALT, ti fermi; quando l'astrusa formulazione di codici e codicilli ti ingiunge di aprire i cordoni della borsa, li apri; quando il grigio e tristo esercito dei burocrati, armato di penne notoriamente più letali delle spade, ti comunica che il tal giorno alla tale ora dovrai espletare il tale obbligo, ti presenti come un soldatino, ed è capace che ti metti anche il maglioncino un poco meglio.

Tutto questo perchè esiste un principio nel mondo in cui viviamo, un'abitudine storicamente costituita a rispettare l'autorità pubblica e obbedire a chi ne è investito: il principio del cosiddetto monopolio della forza da parte dello stato e delle istituzioni locali ad esso subordinate. Sarà il caso di notare che questo principio non è universalmente riconosciuto; chiunque sia cresciuto a Napoli sa bene quanto assoluto sia il disprezzo del sottoproletariato di questa città per tutto ciò che è "stato", o assimilabile ad esso. Se ci piacciono Fabio Fazio, Roberto Saviano e la disfunzione erettile, vedremo in questo una prova di ineffabile grettezza; se qualche cosa l'abbiamo appresa, dai quattro libri che abbiamo letto e dalle discussioni un po' più "impegnate" fatte con quei quattro stronzi dei nostri amici, ci interrogheremo sulle ragioni storiche di una così netta divergenza di opinioni.

Che cos'è lo stato? Una forma di organizzazione del potere politico e giuridico, nient'altro.  Nasce, nella sua forma moderna, con l'ascesa della borghesia, e cresce e si sviluppa insieme a quella. La sua comparsa è inseparabile dal fenomeno dell'inurbamento (del resto il termine "borghese" indica proprio l'abitante di un borgo, una piccola cittadina). Queste sono conoscenze ampiamente condivise, e spero che non mi si contesteranno. A cosa serve lo stato? A creare un clima di sicurezza, attraverso rapporti di forza ben definiti, che consenta al cittadino (borghese) di esercitare i suoi commerci o la sua attività artigianale senza il timore di essere taglieggiato da svariate masnade. Tutta la storia del Medioevo, e parliamo di secoli e secoli, vede un costante sforzo da parte dei poteri più forti di rafforzare e consolidare il controllo su determinati territori, sui quali immancabilmente si muovono e operano altri poteri, più o meno autoreferenziali, in competizione fra loro e con il primo. Di sviluppo economico, in una tale situazione, difficilmente può essercene. Bisogna sapere chi comanda. Bisogna limitare l'uso organizzato, militare, della violenza alle contese con altri stati, e lasciare che a mantenere l'ordine a casa propria sia un potere forte e riconosciuto da tutti. Naturalmente, per tutti intendiamo la borghesia e l'alta nobiltà (la piccola e media nobiltà hanno spesso combattuto questo processo, che ne minacciava il prestigio e i privilegi, e che di fatto è sfociato nella Rivoluzione Francese). Il popolo questo nuovo assetto sociale lo subiva come aveva sempre subito qualsiasi altro mutamento ed evento storico.

Alcuni filosofi, ovviamente di estrazione borghese, hanno provato a dare un fondamento razionale e giuridico al potere statale, che evidentemente appariva loro come cosa "naturale" e confacente ai loro interessi. Hanno parlato di "contratto sociale". Semmai sia accettabile la tesi di un contratto stipulato per tacito assenso, e mai rinnovato e ridiscusso, va tenuto presente che questa sorta di accordo lascia comunque fuori tutti coloro che, privi di istruzione e completamente disinformati sulla realtà che li circonda, non hanno neanche mai sentito parlare di Locke. Quelli, i miserabili, hanno fatto la rivoluzione per cacciare il re e la regina, e si sono ritrovati, pochi decenni dopo, un imperatore borghese. Hanno imparato dalla scuola dell'esperienza che cambiano i titoli e le fogge degli abiti, ma non la loro sorte. E si sono organizzati anche loro.

Quando hanno provato la strada del riscatto collettivo, li hanno chiamati sovversivi e gli hanno puntato le mitragliatrici addosso; quando si sono armati, i membri di quella classe egemone che si era resa responsabile di due guerre mondiali, causando decine di milioni di morti, li hanno chiamati criminali. E allora io mi chiedo che cosa debbano fare i Gennaro Esposito di questo mondo per campare. Forse mettersi una camicia di un determinato colore e marciare ben inquadrati per mazzolare altri Gennaro Esposito, e difendere così gli interessi della gente "per bene"? Sì, effettivamente la borghesia li ha molto apprezzati in quella versione. Oggi hanno altre  divise, quei Gennaro Esposito supporters del potere statale, e hanno dovuto rinunciare a certuni sollazzi, come ad esempio la somministrazione forzata dell'olio di ricino, ma se la passano ancora discretamente, e soprattutto hanno l'approvazione e il rispetto di chi vive e prospera sotto l'ombrello di quel potere. Sì, dunque dev'essere questo il criterio: se hai la divisa mi puoi opprimere, reprimere, sopprimere, sputare sui miei resti e rifiutarti di renderli al petto della madre mesta. Se la tua divisa è una faccia scolpita dal sole, dal vento e dalla pioggia, non ti permettere neanche di avvicinarti, che grido al bruto. E vergognati di chiedere un euro a una persona che lavora.

A scanso di equivoci, e per evitare interminabili polemiche, vorrei chiarire una volta per tutte il mio pensiero. Per me divise e timbri non validano un beato cazzo, mi si perdoni il francesismo. Se rispetto una norma è perchè la ritengo giusta, o perchè non voglio incorrere nella sanzione che comporta la sua infrazione; non certo perchè riconosco l'autorità di chi me la impone. L'unico potere che reputo legittimo è quello - ipotetico e futuribile - di ciascuno su se stesso, e tutti su tutti. Rispetto, senso civico, e l'ambiguissima legalità, per me sono concetti che hanno valore solo in relazione al mio prossimo (prossimo, colui che mi è vicino), non a un potere che è il risultato di una storia in confronto alla quale la faida di Scampia è una barzelletta. Sì, avete ragione, il crimine non è una soluzione. E allora, la prossima volta che parcheggiate l'auto sulle strisce blu, invece del grattino, lasciate in bella mostra un cartello con su scritto, bello grande: "QUESTO AUTOMOBILISTA NON PAGA I CAMORRISTI".

giovedì 10 gennaio 2013

Prego, dottò!

 
Cari amici del Bradipo, oggi affrontiamo un tema che mi si è rivelato ancora più spinoso di quanto pensassi: quello dei parcheggiatori abusivi. Adesso voi mi direte: con tutti i problemi che ci sono in Italia, e in particolare a Napoli, che cosa sarà mai l'euro da dare al guardamacchine? E invece a molti quell'euro gli brucia, e tanto. Cerchiamo allora di fare qualche considerazione su questo problema ingiustamente sottovalutato.
 
Il mestiere di parcheggiatore abusivo ha una lunga tradizione in Italia. Totò lo esercitava in Totò, Peppino e la dolce vita, arrivando a un certo punto del film a capeggiare una protesta per la regolarizzazione di tutta la categoria. Salvo poi, all'arrivo delle madame, dileguarsi al grido di battaglia di "arrangiatevi"; ed è proprio questo il nocciolo della questione.

Esiste in economia un concetto, quello di disoccupazione strutturale. Wikipedia la definisce come "la mancanza di un impiego legata all'assenza di corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro. In altre parole, è la mancata corrispondenza tra abilità del lavoratore e richiesta del datore, oppure la differenza di posizione geografica." Tradotto per gli umanisti come me, la disoccupazione strutturale è quel concetto in base al quale un terzo della popolazione di Napoli, a occhio e croce, è tagliato fuori da tutte quelle opportunità di impiego che prevedono competenze acquisite attraverso un determinato percorso formativo, o la residenza in una zona con un certo sviluppo industriale. Semplificando ulteriormente il concetto, la disoccupazione strutturale dice, in termini non meno perentori dei dieci comandamenti, che se sei nato povero a Milano puoi fare l'operaio, se sei nato borghese - tanto a Napoli quanto a Milano - puoi fare il web designer; ma se sei nato povero a Napoli ti devi arrangiare. 

Che cosa vuol dire arrangiarsi? Vuol dire procurarsi il denaro, valore di scambio indispensabile all'ottenimento dei generi di prima necessità e al pagamento di affitti e utenze, nei modi che ti prospettano i circuiti economici a te accessibili.Ora, per quanto questo possa turbarci e indignarci, e vi assicuro che mi turba e mi indigna non meno di voi, l'unico circuito economico accessibile a moltissimi napoletani è la cosiddetta camorra. Parola che noi usiamo a sproposito, che in passato designava un particolare tipo di società criminale ormai scomparsa, ma che noi continuiamo imperterriti a utilizzare. Forse, e perdonatemi la malizia, per rimarcare una differenza dal sottobosco dell'illegalità che a ben vedere è piuttosto tenue.

Non avrei mai creduto di fare riferimento a una parabola evangelica in questo blog. Come sapete, o avrete capito, sono tutt'altro che un  devoto cristiano. Eppure la storia dell'adultera che Gesù avrebbe salvato dalla lapidazione è così calzante che la tentazione di servirmene è stata troppa. Chi è senza peccato, dunque, scagli la prima pietra. Chi ha sempre operato nell'alveo della legalità, chi non si è mai reso complice di un raggiro, di un imbroglio, di una piccola infrazione, spari pure a zero su questa categoria di prepotenti estorsori di spiccioli. E poi, cortesemente, mostri a noi comuni mortali la strada per la santità. Attenzione però a dove mette l'aureola: sembriamo tutti gente per bene, ma 'na vutata d'uocchie e scompaiono l'aureola, l'accendino e le sigarette. 

L'ovvia obiezione, a questo punto, è che nei paesi civili queste cose non si fanno. Certo che no. Nei paesi civili esiste uno stato sociale serio, in base a un principio saldamente radicato, nonostante l'opposizione che ha sempre incontrato e che continua a incontrare: la povertà è un problema sociale, e a livello sociale va risolta. Se Tizio non ha di che mangiare, non ci possiamo seriamente aspettare che si accomodi su un cartone, all'entrata di un grande magazzino o di una chiesa, e si metta a chiedere l'elemosia. Non è realistico pensare che tutti i disoccupati, magari con famiglia, si riducano a questo, e a mio giudizio non è neanche morale. I protestanti del Nord Europa guarderebbero anche con indifferenza gli infelici che dio ha predestinato all'inferno morire di fame e di freddo, ma si sono fatti i loro conti e hanno capito che aiutarli era più conveniente.
 
Inoltre, e con questo chiudo la mia breve disquisizione sull'argomento (affinché da breve non arrivi a meritare gli appellativi di interminabile e tediosa), non vedo grande differenza, in termini pratici, fra pagare un parcheggiatore o un grattino. Anzi, il parcheggio abusivo è custodito. Il ladro sa che da qui a lì le macchine non si toccano. Lo garantisce un potere criminale, nefasto, esecrabile, ma funzionale. Quali straordinari servizi vengono offerti ai cittadini "onesti" in cambio delle loro tasse? Ci costano più i parcheggiatori o politicucci, faccendieri, raccomandati e affini? Suvvia, dunque, critichiamo tutto quello che non va nel nostro paese e nella nostra città, ma ricordiamoci che il pesce puzza dalla testa. E lasciamo perdere la retorica degli anatema e della superiorità morale; finisce che qualche pietra, nella foga lapidatoria, arriva anche addosso a noi.


lunedì 7 gennaio 2013

Lo sciroppo della coscienza


Signore e signori, ecco a voi la camorra! Camorra a colazione, camorra a pranzo, camorra a cena, camorra per merenda e per lo spuntino di mezzanotte. Dimenticate ipocrisia, cerchiobottismo, evasione fiscale, ingerenze clericali, corruzione, nepotismo, arretratezza economica, carenza di infrastrutture, ancora corruzione, assenza di valori e progettualità nei nostri giovani. Il male di questo paese sono Cicciotto di Mezzanotte, Sandokan, i Di Lauro e i parcheggiatori abusivi. E si sconfiggono con l'indignazione, ma soprattutto sfruttando il tema per diecimila prodotti di intrattenimento più o meno "intelligente" e "impegnato", dal libro al film, dallo spettacolo teatrale alla fiction. Chissà, magari faranno anche un videogioco in cui tu sei Saviano e devi andare in Vespa da Scampia fino a Casal di Principe, senza farti uccidere dai sicari.

Cosa dite? Che la criminalità organizzata è la prima industria di questo paese? Che le industrie che sversano rifiuti tossici fra Napoli e Caserta sono perlopiù del Nord Italia? Che il problema ha una dimensione nazionale (e per certi aspetti transnazionale)? Anatema su di voi!!! Così distraete l'attenzione dai gaglioffi che terrorizzano la gente onesta (espressione cara a quella brava persona di Bassolino) nell'inenarrabile disagio delle Vele. Ma che dico, inenarrabile? Quel disagio VA NARRATO! Ce li dovete far filmare, quei ballatoi sporchi e fatiscenti, li dobbiamo far vedere a tutti gli italiani, ma che dico a tutti gli italiani, a tutto il mondo! Eccoli i cattivi, i manigoldi, i fetentoni! I bigotti, da che mondo è mondo, hanno sempre avuto bisogno di capri espiatori. In questo infausto paese l'evasione fiscale la praticano milioni di persone, senza l'attenuante dell'ignoranza e della disperazione; ma si tratta pur sempre di brave persone, persone che vanno al cinema e qualche volta leggono pure un libro, persone che puoi incontrare ogni giorno al supermercato, o mentre fai la fila all'ufficio postale. O magari alla riunione di condominio, perchè sono i tuoi vicini di casa. Oppure quei signori così simpatici e per bene che hai conosciuto l'estate scorsa al mare (e che al mare ci sono andati con i soldi truffati all'erario). E allora che vuoi fare, vuoi prendertela con loro se questo paese va a rotoli, e ci sono posti come Scampia? No,che non puoi. Scampia fa schifo perchè è abitata da una razza di subumani, magari tu non lo sai, ma non fa niente, rimediamo subito: facciamo una bella fiction e la mandiamo in onda su RAI 1, così le casalinghe rincoglionite da otto ore al giorno di TV (se otto ore vi sembran poche...) aggiungono anche quello al repertorio dei luoghi comuni. 

Eh, ragazzi, qui c'è gente che lavora. Parliamoci chiaramente, chiunque conti qualcosa se lo fa passare per il cazzo che il vostro potere d'acquisto è sempre minore, che i vostri figli non trovano lavoro, che i servizi pubblici (o che tali dovrebbero essere) sono sempre peggiori e vi costano sempre di più. Se ne fregano altamente del fatto che il salvataggio dell'euro sta mettendo in ginocchio centinaia di migliaia di famiglie, e che, parlando più in generale, il capitalismo sta attraversando una crisi di portata gigantesca. Crisi che, come è ovvio, pagano i fessi che non contano niente. Cioè voi. Però non siamo così malvagi e senza cuore da lasciarvi in questo pozzo di pessimismo senza un raggio di luce. Dai, una possibilità ve la lasciamo: quella di arrangiarvi come potete, fra piccole infrazioni, raccomandazioni, imbrogliucci, piccole ipocrisie quotidiane. Questo è il messaggio che noi, classe dirigente di questo paese, vi lanciamo: parafrasando il pelato quanto carismatico Telly Savalas, "fate come noi".

Odo una vocina fastidiosa provenire dal fondo della sala. Dice che anche i gaglioffi di Scampia si arrangiano. Che non fanno altro che seguire l'esempio delle classi egemoni, aggiunge, facendo un antipatico utilizzo di un'espressione di origine inconfutabilmente pedofaga. No, così non va. Adesso state esagerando. Ipocriti, democristiani e bigotti, vi vogliamo. Fate come noi, vi dico, e poi guardatevi la fiction su Gomorra per dimenticarvi di quanto siete complici dello sfacelo generale. Vi mostreremo reietti d'ogni guisa, senza nemmeno la licenza media, con le facce sporche, brutte e cattive. Li faremo parlare vernacoli incomprensibili, antichi codici criminali. Canticchieranno le più patetiche e melense litanie neomelodiche. Li renderemo in tutto e per tutto diversi da voi, tranne che nei veri valori che ne guideranno l'azione. Ma quello è un dettaglio minore. Te lo spiego. Se tu prendi uno sciroppo per la tosse, senti il sapore della fragola o della codeina? Eppure, è quest'ultima a svolgere la sua azione benefica. Prenditelo, dunque, questo sciroppo a puntate. Sa di politicamente corretto, con un tocco di epica borghese da fumetto, e calma subito le irritazioni della coscienza. E calmare le irritazioni, credimi, è il massimo che tu possa fare. Perchè, se non lo avessi ancora capito, la vera Gomorra non si tocca.


martedì 18 dicembre 2012

Il deserto morale


Brutto dover convivere con i propri senescenti genitori, quando i tuoi stessi capelli iniziano timidamente a imbiancare, uno qua e uno là, e il tuo giudizio si affina, trasformandosi da furia iconoclastica giovanile in un sano e maturo moralismo. Se alla parola "moralismo" avete fatto una smorfietta con la bocca e mi state dando del prete in cuor vostro, mi pare inutile che continuiate la lettura. L'ho detto e lo ripeto: un sano e maturo moralismo. Brutto, dicevo, condividere il desco con i suddetti genitori, quando costoro ti impongono la visione di programmi televisivi dai contenuti che tu ritieni una violenza bella e buona pepretrata ai danni dello spettatore.

Nella fattispecie, mi riferisco allo spot elettorale del PD fatto da Corrado Augias ogni giorno, intorno all'una. Ospite, oggi, di questa pedante e radicalscicchissima trasmissione era Ezio Mauro. Si commentava, naturalmente, la lettura della Costituzione fatta ieri sera da Benigni su Rai Uno. Al termine dei servizi filmati e dei relativi commenti di Augias e Mauro, tutti di una banalità estrema, si dava come sempre la parola al pubblico per le domande. Dovete sapere, se non avete mai visto il programma, che il pubblico è di norma costituito da studenti di scuole superiori. Dunque, questa ragazza diciottenne prende la parola e chiede lumi a Mauro su come porsi di fronte al diritto-dovere del voto, che dovrebbe esercitare quest'anno per la prima volta. 

Bene, prima ho detto che i commenti alla lettura della Costituzione di Benigni erano stati banali; ma la risposta del direttore di Repubblica alla giovane studentessa ha superato ogni limite immaginabile di vacuità e retorica. Sono abilissimi in questo senso, va riconosciuto. Pensate a me, che mentre mangio la mia pasta e cavoli devo sentirmi nelle orecchie Ezio Mauro che parla, parla, parla, senza dire niente. Non reggo, sbotto. Non è possibile che a un uomo di simile pochezza morale sia consentito di parlare in televisione, non è accettabile che una ragazza di diciotto anni debba avere queste figure come suoi riferimenti. L'anziana genitrice esprime dissenso rispetto alla mia presa di posizione. Penso, con tutto il rispetto dovuto alla mamma, che non ci sia molta differenza fra lei e la ragazza diciottenne che ha posto la domanda: entrambe sono sprovviste di una chiave di lettura adeguata a comprendere la realtà politica e sociale dell'Italia odierna. La piccina, perché è nata e vissuta in un paese privo di confronto ideologico, poverissimo di idee e progetti per il futuro, un deserto morale. Ecco, l'ho usato un'altra volta, quell'aggettivo. L'anziana, perché non ha capito, come buona parte della sua generazione, che per avere una socialdemocrazia, con annessi e conessi, devi avere una forte base di dissenso radicale. Quando viene meno la dialettica fra modelli diversi e distanti, ecco che quello dominante, quello che non si vergogna di proporsi nudo e crudo, senza edulcorazioni, emerge prepotente, e ti ritrovi un Marchionne a dire tranquillamente cose che in altri tempi avrebbero incontrato una condanna quasi unanime.

La Costituzione, il voto, il sostegno dato a una forza politica parlamentare piuttosto che un'altra sono mezzi per raggiungere un fine, non sante reliquie e doveri di natura liturgica. Giovane amica, non ricordo il tuo nome, e so che non mi leggerai, ma voglio rivolgermi a te, perché non si può sempre parlare con chi è già d'accordo con noi. Fai una cosa, da adesso alle elezioni ci sono un paio di mesi: usali per provare a immaginare come vorresti che fosse il futuro. Per te, per le tue amiche, per il tuo fidanzato o il ragazzo che ti piace. Poi prova ad ascoltare i discorsi dei candidati. Se trovi anche la minima traccia di quel futuro nelle parole di uno solo di loro, corri a votarlo. Se no, annulla la scheda, rifiutala, resta a casa, fai come ti pare. Perché - e questo non devi consentire a nessuno di togliertelo dalla testa - il futuro è roba tua.

lunedì 17 dicembre 2012

La vittoria non è un caciocavallo.


E insomma, alla fine è arrivata la sconfitta clamorosa. Dopo una serie di prestazioni deludenti, con vittorie fortunose e pareggi striminziti, abbiamo preso la classica doccia fredda. Che succede, si chiedono i meno avveduti. Che deve mai succedere? Che non ti può andare sempre bene. Che quando una squadra va avanti da anni con evidenti lacune - SEMPRE LE STESSE, PORCO IL MONDO - non può arrivare sempre la prodezza individuale che ti risolve la partita. O magari, come ieri sera, questa prodezza la esegue un avversario, e si porta a casa i tre punti.

E giù con le diquisizioni e disamine, più o meno dotte, sulle ragioni di un rendimento inferiore alle aspettative. Basterebbe guardare con assiduità le partite di questa squadra (sto parlando del Napoli, per chi non lo avesse capito) per prendere atto di una verità lampante, accessibile a tutti: a parte Cavani, la nostra rosa è interamente composta da giocatori carenti sotto il profilo tecnico, atletico o mentale. E perché stupirsi? Oggi come oggi, nell'era dei mercati globalizzati, a quei livelli, i giocatori veramente completi non passano certo inosservati, e la loro valutazione sale di conseguenza. E non date retta a chi vi dice che è andato a scovare un campione che conosce solo lui; è come quando l'amico cazzaro vi dice che conosce un posto dove si vende un vino squisito a due euro al litro. Voi, che vi ostinate a credere nell'umanità, gli date retta, e lo assaggiate; a quel punto vi rendete conto di avere un altro amico del tutto inaffidabile, da aggiungere al già interminabile elenco. E vi resta in bocca il saporaccio di un intruglio da interrogazione parlamentare.

Insomma, il Napoli ha una rosa lacunosa. Dall'isterico De Sanctis, decisamente più abile nel ruolo di zitella acida che non in quello di estremo difensore, al fumoso Zuniga, autore di finte che confondono solo lui, passando per "Mezapalla" Hamsik, la cui notevole tecnica è controbilanciata da una personalità pari a quella di un suricato. Per non parlare della difesa, quasi sempre inattenta sui calci piazzati, e spesso in difficoltà nel rilanciare l'azione. Ma per quello che ha speso il nostro presidente, questo si compra. Tutt'al più si potrebbe ambire a ingaggiare qualche giocatore esperto e "stagionato" a parametro zero, strada che però il club non ha voluto intraprendere, preferendo la logica di acquistare giovani talenti da far crescere per poi vendere, realizzando plusvalenze. Così ha fatto con Lavezzi, e così farà, vedrete, con Hamsik e Cavani.

E perché? Perché il proprietario di questa società è un bottegaio, un pizzicagnolo, uno charcutier. Perché la SSC Napoli è la sua mega-salumeria, non una creatura amata alla quale si augura il successo, ma una vacca da mungere per fare mozzarella da vendere a una tifoseria poco critica. Eppure qualcuno evidentemente sta cominciando a svegliarsi, se ieri lo stadio era semivuoto. Forse qualcuno comincia a capire che lo scudetto non si vince con le mozzarelle, ma con i campioni. Abbiamo sofferto di buon grado nell'inferno della C e nel purgatorio della B, perchè lì l'obiettivo era chiaramente quello di vincere. Ci siamo attrezzati per farlo, e lo abbiamo fatto. Adesso che abbiamo raggiunto il massimo livello sportivo compatibile con il nostro fatturato l'obiettivo, ipocritamente non dichiarato, è quello di arricchire il padrone. E quindi ci dobbiamo intossicare con partite come quella di ieri sera.

E ora mi rivolgo a voi, "ragionieri" del pallone, esperti di contabilità e partita doppia, montiani dell'ars pedatoria, che più d'ogni altro male aborrite e temete il deficit di bilancio. Il mondo è bello perché è vario. C'è gente che si realizza nel completare una collezione di francobolli, o nel conoscere tutte le capitali del mondo. Se voi trovate soddisfazione nel constatare che il bilancio della vostra squadra del cuore è in attivo, io non vi biasimerò. Ma che voi vogliate convincermi che il successo di una società di calcio si misuri da quello, non lo accetto. Il sucesso di un club lo determinano i trofei vinti, e i piazzamenti conquistati. E con la filosofia del caciocavallo, amici miei, non si riempiono le bacheche, ma solo le salumerie.

martedì 11 dicembre 2012

L'arancia, l'epifania e il doppio fondo della morale


 Ieri sera, cari amici del Bradipo, ho avuto un'epifania. Non mentre attraversavo Merrion Square in una fredda serata novembrina, o mentre guardavo il paffuto Buck Mulligan farsi la barba, bensì mentre consumavo un'italianissima - anzi, sicula - arancia. Già questo dovrebbe cominciare a darvi il senso della qualità dei miei processi mentali, che rimandano più a un film di Franco e Ciccio che non alle rarefatte e raffinate atmosfere joyciane. Il punto è che, per recuperare la suddetta arancia, ero costretto ad attraversare la cucina, in cui la vetusta e veneranda genitrice, dalla cui tutela il tramonto dell'era della socialdemocrazia non mi consente di affrancarmi, stava visionando quella che personalmente ritengo la peggiore fra le trasmissioni di "approfondimento politico": l'Infedele.

Ogniqualvolta mi capiti davanti agli occhi qualche fotogramma di questo orrore televisivo e ideologico mi pongo la stessa domanda: perchè un pubblico costituito in massima parte da elettori di sinistra segue con assiduità programmi del genere? E non vi parlo solo dei trentenni piddini figli di papà che giocano a fare i progressisti con il culo al caldo; l'Infedele se lo guarda anche gente che trenta o quaranta anni fa scendeva in piazza, e alla bisogna si prendeva pure le mazzate (senza però doversi sorbire le prediche di Don Saviano e i suoi inviti ad amare il celerino che ti spaccava la faccia, va detto). Qualcosa non torna.

Ma torniamo all'arancia in questione, alle parole che ho dovuto ascoltare e alle immagini che mi sono passate davanti agli occhi mentre cercavo il galeotto agrume fra un mare di mele annurche. Gad Lerner era lì, a intervistare Elsa Fornero, che mi pare sia ministro per le public relations con la plebe o qualcosa del genere. Ebbene, dallo sguardo dell'intervistatore si evincevano incontrovertibilmente la simpatia, l'ammirazione, l'assoluta sudditanza rispetto all'intervistata. Inutile copiare le scenografie della BBC, se poi vai a fare un'intervista così, ho pensato. E mentre quella povera donna, priva di spessore sotto qualsiasi aspetto, sciorinava i suoi soliti luoghi comuni ferocemente classisti ed elitari, io scommetterei sul fatto che il vecchio Gad avesse un'erezione che ci avresti potuto appendere il cappotto.

Fin qui, tutto normale. Gente elegante che, invece di fare l'aperitivo in Piazza Duomo, si fa una chiacchierata davanti a una telecamera, e che viene anche pagata per farlo. Un po' come se pagassero me e qualche mio amico per bere birra e commentare la partita del Napoli o il culo di una che passa di là. Ma ci sarebbe un solo folle che, con tutti i canali messi oggi a disposizione dello spettatore televisivo, deciderebbe di guardare proprio me? Perchè, dobbiamo tornare a ripeterlo, la gente guarda Lerner?

Ecco, orbene, la mia epifania. Perchè sono orfani delle vecchie liturgie, non delle vecchie idee. Perchè sono clericali dentro. Perchè appartengono alla classe media, la macchina e il frigorifero hanno fatto irruzione nelle loro vite tanti anni fa, e non ne sono più usciti. Perchè non avvertono la minima necessità di un cambiamento sociale profondo, non si incazzano come mi incazzo io quando  vedono che il piatto forte di una trasmissione "di sinistra" è una donna che palesa senza alcuna remora il più profondo disprezzo per il lavoro salariato e i lavoratori. Pensano che il capitalismo vada "riformato", mi accusano di non avere i piedi per terra se parlo di alternative radicali all'esistente, e non si rendono conto di quanto sia estremo e saturo di violenza lo scenario che si è venuto a costituire fra un tentativo e l'altro di "riformare" un sistema economico basato sul sistema di valori incarnato da una iena come quella che ieri sera faceva andare in brodo di giuggiole Gad Lerner. Il capitalismo è un dato di fatto, chi si è mai sognato di superarlo, in questo paese? Il PCI, che molti degli spettatori dell'Infedele probabilmente votavano, o del quale avevano addirittura la tessera? Ma fatemi il piacere. Vedreste il vecchio Gad sorridere, se affermaste una cosa del genere. Certo, il PCI di Gramsci, quello dell'anteguerra...

E allora noi persone mature di sinistra, che dobbiamo fare? Quello che fa ogni buon credente: ostentare una morale diversa da quella che informa le nostre azioni. Vogliamo una società più giusta, ma senza fare troppa confusione, eh, che mio marito dorme. Redistribuiamola, questa ricchezza, ma mo' il servizio buono lo vado a inzerrare, non si sa mai. Questa unione monetaria all'insegna del neoliberismo sta distruggendo il futuro dei nostri figli e nipoti, ma che volete? Che si alzi lo spread? Guardatevi Gad Lerner, ascoltate i suoi educatissimi scambi di vedute con i carnefici della dignità umana, e non preoccupatevi troppo se il capitale, in crisi come non lo era da decenni, chiava mazzate alla cecata; prima o poi passa. Magari lascia qualcuno di voi per terra, ma che ci possiamo fare noi? In frangenti come questi, dobbiamo tenere d'occhio l'argenteria.