venerdì 7 febbraio 2014

La sfaccimma della gente


Cari bradipo-dipendenti, buongiorno. Il sole splende, gli uccellini cinguettano, i clacson strombazzano, le sirene delle ambulanze sqaurciano l'aria, innescando sistematicamente l'antifurto di qualcuno che non è ancora stato messo al corrente dell'esistenza degli antifurti satellitari. Insomma, una ordinaria giornata di Febbraio, in questo caotico angolo di città. Di una città scostumata, rumorosa, sporca, aggressiva, sempre più disumanizzata e disumanizzante.

Provo un grande fastidio quando si fa confusione, per ignoranza o per convenienza, fra quel sistema di relazioni sociali informali che caratterizza la vita di alcuni rioni napoletani, e la completa anomia che sempre più si fa strada fra le giovani generazioni. Gli ultimi della Terra sono una cosa, i Morlock sono un'altra. Su questo stesso blog ho difeso a spada tratta i diritti del parcheggiatore abusivo, rimediando il sempreverde biasimo delle genti. I diritti degli scippatori, no. Quelli non li difendo. E la mia intelligenza si ribella quando si fa del sociologismo e si cerca di giustificare una forma di crimine odioso come lo scippo con la miseria, il degrado e compagnia cantante. Penso all'albino che vende paccottiglia assortita in funicolare, penso a un tizio che da decenni va in giro per il Vomero vendendo penne e bloc notes, penso ai Rom che passano spesso con amplificatore e sassofono sotto casa mia, penso agli stessi parcheggiatori abusivi. E concludo che la violenza non deve, non può essere un'opzione.

Ieri è uscito su Repubblica online un video ripreso dalla telecamera di un negozio di via D. Capitelli, a due passi dalla centralissima P.zza del Gesù. Mostrava un giovane in scooter che prova a strappare la borsa a una signora di mezza età, di stazza minuta. Lo scippatore perde l'equilibrio e cade dal mezzo. Subito un pezzo di marcantonio di colore si precipita a recuperare la borsa della donna, e pare che dica qualcosa al ladro. Questo sembra essere stordito dalla caduta, o forse preoccupato dalla reazione del capannello di gente che si sta formando intorno a lui. Ma poi vediamo un ragazzo aiutarlo a rialzare lo scooter, sul quale lo scippatore risale subito, preparandosi ad andarsene. Il giovane di colore è l'unico a provare a ostacolarlo. Nessuno, purtroppo, gli dà manforte. E così il gaglioffo dà manetta e scappa.

Grazie al video e alla sua diffusione, lo scippatore è stato identificato e fermato. Eppure giustizia non è fatta. Io adesso voglio sapere da voi perchè nessuno ha seguito l'esempio di quel ragazzo, che si chiama Benjamin ed è stato intervistato a proposito dell'episodio. Non si trattava di bloccare il mariuolo in attesa dell'arrivo delle forze dell'ordine, ma di fargli passare un brutto quarto d'ora. Perchè risulta evidente che questa città sia stata abbandonata dalle cosiddette istituzioni, delle quali in questi paraggi si favoleggia come nel Medio Evo si favoleggiava delle ricchezze del Catai. Perchè a P.zza del Gesù ci sono pattuglie di militari e Carabinieri 24/24h, ma nessuno è accorso sul luogo dello scippo. Ci dobbiamo arrangiare noi anche in questo. Due paccheri a quella latrina di uomo glieli doveva dare la popolazione. Le cosiddette forze dell'ordine sarebbero dovute intervenire per sottrarre il lestofante al sano paliatone che gli spettava.

Ma il fatto è che l'anomia avanza, in tutti i campi e a tutti i livelli. Non vogliamo capire che o diventiamo un popolo, o stabiliamo rapporti di corresponsabilità, oppure sprofondiamo nella barbarie. Pardon, la barbaria. Tertium non datur. Fin quando preferiremo tenere la testa bassa e sperare di cavarcela, le mazzate continueranno a volare, come in una sorta di lotteria al contrario. E le nostre strade, le nostre aziende, le nostre istituzioni, saranno in balia della sfaccimma della gente, e delle loro scorribande. E poco poco la sfaccimma della gente ci scipperà il futuro.

mercoledì 5 febbraio 2014

Nun me piace 'o presepio. Ovvero, dell'etica e dell'estetica


- Ma come puoi dirlo, se quello ancora non è finito?

- E pure quando è finito non mi piace.

Che cos'è un pregiudizio? Proviamo a darne una definizione funzionale. Diciamo, per esempio, che il pregiudizio è un filtro che ci permette di non dover rimettere costantemente in discussione tutto quello che sappiamo e in cui crediamo. Ad esempio, se abbiamo una visione del mondo aridamente utilitaristica e amorale, il presepe non può piacerci

Adesso mi addentro in un'operazione che è scorretta se pretende di arrivare a conclusioni oggettive, ma secondo me legittima fintanto che si costruiscono ipotesi senza pretese di autorevolezza. Per me, quando alla fine del III atto Tommasino dice al padre che il presepe gli piace, sta dicendo la verità. Ha prevalso in lui l'aspetto migliore dela mentalità infantile: la capacità di trovare gioia e appagamento in ciò che è semplice. Di questo tratto della personalità del "nennillo" Eduardo ci aveva dato diversi indizi, dallo strummolo che porta sempre in tasca, fino alla pazziella di carta con cui si gingilla alla fine del I atto. Tommasino è un bambino viziato che non vuole crescere. Non cerca lavoro, non studia, non fa niente di niente. Pazzea co' strummolo. Non sente il bisogno di evolversi. Il presepe non gli piace, e basta.

Poi la tragedia colpisce, e allora Tommasino è costretto ad affrontare la realtà, e assumersi le sue responsabilità. Le scale del palazzo le fa trenta volte al giorno, come racconta la madre a Donna Carmela, correndo fra la farmacia, il medico e il capezzale del padre in fin di vita. Troppo tardi. Per meglio dire, troppo tardi Tommasino si è reso conto di non essere un bambino, ma un uomo, che con il suo operato crea ripercussioni nel mondo che lo circonda. Se Vittorio Elia finisce a cena in casa Cupiello, la sera della vigilia, è anche per l'intervento del nennillo. E sappiamo come finirà la serata. Mentre Concetta serve la prima portata, sperando che ci si possa mettere a tavola "in grazia di Dio", si consuma la fase culminante del dramma privato di Ninuccia e Vittorio. Ma non è troppo tardi per capire il valore dell'integrità. La famiglia non può funzionare senza la sincerità, la fiducia e il rispetto reciproci. Il presepe è bello. Chi lo denigra è semplicemente chi ne è rimasto fuori.

Ecco perchè ci corre l'obbligo di allestire un presepe che metta tutti d'accordo, perchè nessuno, ma proprio nessuno, ne rimanga escluso. Tranne Nicolino Percuoco, fabbricante di bottoni, che sarà anche "un grande galantuomo", ma non capisce che il brodo vegetale è meglio di quello di gallina, e soprattutto non capisce che una famiglia non si compra.

E qui arriviamo alla pietra angolare di questo post e del capolavoro che è Natale in casa Cupiello: Concetta. La nemica della casa, la nemica dei figli, la nemica mia. Io, cari lettori, sono un integralista della libertà. Per questo vi dico che Concetta ha torto, e Lucariello ha ragione. Se Ninuccia avesse avuto la libertà di scegliersi il marito che più le aggradava, la famiglia Cupiello si sarebbe fatto Natale veramente in grazia di dio. E invece Concetta le impone Nicolino, perchè non le piace il presepe, ma vuole che la figlia si distingua socialmente, che sposi quell'uomo che ha centinaia di operai.

Il presepe, cari amici, non deve essere bello per essere bello. L'importante è farlo. Poi, se pure non esce l'acqua vera, perchè l'enteroclisma non era disponibile, non fa niente. Ma chi non fa il presepe, chi non lo apprezza, sono coloro che non capiscono e non apprezzano il valore dell'armonia, dell'inclusione, del rispetto reciproco, e della LIBERTA', che solo questi presupposti rendono veramente possibile. Il resto è arbitrio, è violenza, è raggiro. Vittorio Elia, che aveva schernito il presepe di Don Luca, torna disperato da lui per baciargli la mano prima che la morte se lo porti via. E finisce lui stesso in un amaro, tragico presepe, mano nella mano con Ninuccia.

Quello, cari i miei lettori, è il presepe che dobbiamo fare noi, con la differenza che noi dobbiamo farlo consapevolmente. Un  presepe che raddrizzi i torti, riavvicini gli scettici e i cinici come Tommasino, e dimostri a Donna Concetta che TUTTI devono partecipare alla vita della famiglia. Pertanto concedetemi di esprimere il mio biasimo per Concetta Cupiello e la sua gestione fallimentare della casa. E quando arriverà da Roma Nicolino Percuoco non fatelo entrare. Nel presepe c'è il macellaio, il pescivendolo, la lavandaia...la fabbrica di bottoni con centinaia di dipendenti, no. E Ninuccia nun te vo' bbene. Vittorio, vieni qua. Dai la mano a Ninuccia. Tommasì, hai visto come è bello il presepe? Certo che è bello. Lo abbiamo fatto noi. E' casa nostra.

lunedì 3 febbraio 2014

Tra il dire e il fare


Cari lettori delle mie elucubrazioni, buondì. Siete profondamente scandalizzati dall'inaccettabile e becero sessismo che costituisce la più profonda essenza del M5S, e che ne determina l'agire politico? Non ne potete più di questa progenie culturale dei film di Alvaro Vitali, che inneggia allo stupro di una ineccepibile garante delle nostre istituzioni, costantemente vilipese dai turpi grillini? Siete convinti della necessità di cancellare dalla faccia della terra questa armata Brancaleone di energumeni antidemocratici? Tranquilli, non sono impazzito. Sto facendo ironia, perchè solo con l'ironia mi sembra di poter rispondere alla insensatezza che ormai permea il discorso mediatico in questo nostro povero paese.

Ora vi dico di cosa sono veramente stanco. Sono stanco di vedere che si investe sempre di meno nella scuola, nell'università, nella formazione, nella sanità, nell'occupazione. E questo, a beneficio di sparute elite industriali e finanziarie. Sono stanco di vedere amici disoccupati che emigrano per trovare lavoro, o restano qui e rinunciano a cercarlo. Sono stanco di vedermi proporre lavori improbabili, mal pagati e qualche volta addirittura loschi. Sapete, io ho fatto l'università, non una carriera criminale, e sarei dunque portato a dare per scontato di poter lavorare e guadagnare qualche spicciolo nell'alveo della legalità. Sono stanco di vedere che, mentre nel mio Sud mancano infrastrutture essenziali, il governo del mio paese insiste su un progetto di alta velocità ferroviaria che molti giudicano inutile, e che la popolazione osteggia in modo evidente. Sono stanco di furbetti, sodali, amici, amici degli amici e della loro manovalanza, con la pistola o senza. Sono stanco del sottoproletariato abbrutito che si vende il voto per una spesa al discount. Sono stanco di dover tollerare la presenza di associazioni criminali dal carattere medievale nella mia città, modellata a immagine e somiglianza delle sue ignobili classi dirigenti.

E mi fermo qui, perchè faremmo notte. Ci hanno detto che questo sarebbe stato il governo del fare. In un certo senso, stanno mantenendo la promessa. Se quel "fare" vuol dire accelerare il naufragio di un popolo nel mare in tempesta della barbarie neoliberista, si stanno dando da fare. Certo, lo fanno con il massimo dell'educazione, con i modi impeccabili e il rispetto del protocollo che contraddistinguono chi gestisce il potere. Del resto, perchè dovrebbe sbracciarsi, alzare la voce, ricorrere al turpiloquio colui che sa di essere più forte della sua vittima designata, e di poterla angariare nella più completa impunità? Chi ruba caramelle ai bambini lo fa con aplomb. Qualche crepa si comincia a intravedere, ma essenzialmente il volto di questa classe politica è Gianni Cuperlo, impassibile di fronte all'accusa di collaborare allo sfascio di un paese. Non so voi, ma io di uno che, di fronte alla sfuriata di Di Battista, resta impassibile, non mi fido. Uno che si regola così a me fa paura.

A molti italiani fanno più paura invece,a quanto pare, il linguaggio colorito, i toni accesi, le cadute di stile, le battutacce da osteria. Mi stupirei di più di tutto questo se Fukuyama e i suoi proseliti non mi avessero avvertito. La storia è finita, la lotta di classe non c'è più, non è forse così? Perchè stupirci, allora, se un'opinione pubblica intrisa di questa deprecabile ideologia non riesce più a capire la differenza fra il dire e il fare, e ha perso di vista l'essenziale verità che è la realtà a produrre i discorsi, e non viceversa? Questi consumano narrazioni, perchè da soli non sono più in grado di rappresentarsi il mondo. Si fanno raccontare se stessi e le loro vite dagli altri. Da quello che un tempo era "il nemico di classe". E basta con tutte queste puttanate sul rapporto fra fascismo e piccola borghesia: il ceto medio è il proletariato col frigorifero e la lavatrice, nient'altro. Ora che è colpito dalla crisi, che non è un terribile accidente, ma un vero e proprio episodio di lotta di classe (i padroni sanno ancora farla benissimo), va aiutato a capire come e perchè lo stanno attaccando.

Se invece scegliamo di prendercela con l'unico soggetto politico di una certa rilevanza numerica, l'unico movimento di massa che oggi difenda questo paese dal saccheggio a cui lo stanno sottoponendo, perchè manda la gente a fare in culo, facciamo un torto al futuro, alla Storia, e a noi stessi. E la sofisticata cultura umanistica, l'impeccabile proprietà di linguaggio che ci fanno gridare allo scandalo di fronte alla rozzezza e volgarità degli esasperati le potremo mettere a frutto scrivendo un'elegia per una Patria inghiottita dal mare.

domenica 2 febbraio 2014

L'Italia giusta

Cari amici del letargico mammifero, ho capito tutto. Ho capito perchè, da quando ho dichiarato al mondo (leggi Facebook) di aver votato per il M5S, non mi fanno più stare un pomeriggio quieto. Voi pensate che io scherzi quando mi dichiaro fesso; e invece no. Vi sto esortando, senza offesa per nessuno, a prendere atto della vostra insignificanza, proprio come ho fatto io. Potete aver letto tutti i libri che volete, potete avere due lauree, potete avere un quoziente intellettivo stellare; tutto ciò è assolutamente ininfluente ai fini della vostra fessaggine. Siete fessi perchè le vostre vite sono in balia di personaggi che vanno dal mediocre al losco, passando per il diabolicamente machiavellico. Perchè, come nel famoso sonetto del Belli, li soprani possono vendervi a tanto al mazzo. E se vi impiccano, non vi strapazzano. Perchè se a un certo punto una combriccola di questi illuminati governanti decide che il vostro potere d'acquisto (per quanto scarso) deve diminuire a vantaggio delle elite economiche e finanziarie che dettano la loro agenda, il vostro potere d'acquisto diminuisce. E la profondità, la complessità, la dottrina che sciorinate nelle vostre ineccepibili (forse...) analisi non altera di una virgola la vostra subalternità.

Oserei dire, a questo punto, che magari io sono addirittura un po' meno fesso, nel momento in cui prendo atto di tutto ciò. E, una volta presone atto, concludo (ma correggetemi se sbaglio) che solo l'unione d'intenti, la compattezza, la visione d'insieme, può salvare i fessi dal loro destino di sudditi inconsapevoli. E qui scatta, nel mio cervellino atrofico e raggrinzito come una prugna secca della California, una riflessione. Se un fesso come me è arrivato a questa conclusione; se circa nove milioni di fessi hanno realizzato di essere sudditi, e si sono in qualche modo ribellati a quella condizione, è mai possibile che li soprani der monno vecchio restino a guardare? Mentre masse di scontenti si rendono protagonisti di una vera e propria fuga cognitiva, possiamo pensare che il potere costituito si astenga dal rielaborare modi nuovi di riproporre e rilanciare la loro egemonia?

A me pare di no. Di questo, cari amici, sono abbastanza certo. Sebbene quelli che mandano avanti siano i meno dotati (i lestofanti si regolano sempre così) quelli che stanno dietro, i cosiddetti backroom boys, sanno il fatto loro. Sanno comunicare, e anche molto bene. Non pensate all'espressione bovina di Renzi, o al grigiore senza eminenza di Cuperlo. Quelli sono la fanteria, la soldataglia sacrificabile. Dietro ci sono le teste pensanti. Quelle che hanno prodotto uno degli slogan politici più geniali che questo fesso abbia mai sentito: "L'Italia giusta".

Di domenica mattina il vostro Bradipo non ha nè la testa nè la voglia di imbarcarsi in un post impegnativo. E ve l'ho detto che sono un fesso, un nonnulla mi surriscalda il cervello come un processore ante-Pentium alle prese con un sofisticato programma di grafica vettoriale. Vi invito solo a solo riflettere sul doppio significato della parola "giusto". Giusto perché equo o giusto perché esatto, come la risposta giusta a una domanda? Siamo sempre lì, cari adepti: l'uomo contro dio. Io, che sogno uomini come dei, punto sull'equità. E, se la risposta sarà sbagliata, non avrò perso niente. Fesso ero, e fesso rimarrò.

sabato 1 febbraio 2014

Il negro di casa e il negro di campo

Cari amici del Bradipo, buonasera. Lo sapete che sono un populista, qualunquista, giustizialista e forcaiolo, vero? Fuori da questo paese bislacco, azzardo l'ipotesi che qualcuno mi potrebbe definire semplicemente una persona per bene, che si sforza di distinguere ciò che è morale da ciò che non lo è; ma in questo, che ha un senso della moralità quanto meno peculiare, io sono tutte quelle cose di cui sopra. E quindi adesso vi ammorbo l'anima. Se pensate che questo incipit sia pesante e moraleggiante, vi conviene smettere di leggere, perchè andremo solo a peggiorare.

Forse avrete letto che la Corte d'Appello ha pronunciato la sentenza sul caso di Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa a Perugia nel 2007. I verdetti di colpevolezza emessi in primo grado sono stati confermati per Amanda Knox e Raffaele Sollecito, già assolti in un processo d'appello annullato dalla Cassazione. Amanda ha ascoltato la sentenza dalla sua casa di Seattle, dichiarando chiaro e tondo di non avere la minima intenzione di venire a scontare la sua condanna. Del resto, il nostro ruolo nei confronti dell'alleato atlantico è sempre stato quello del negro di casa. Non c'è da stupirsi se non ce la restituiscono. Ci hanno forse reso giustizia quando a un posto di blocco alla perifieria Baghdad Mario Lozano aprì il fuoco sull'auto in cui viaggiavano Giuliana Sgrena e Nicola Calipari, uccidendo quest'ultimo? Ci hanno reso giustizia quando un loro top gun, per dimostrare la propria abilità a un collega pilota di livello intellettivo evidentemente pari al suo, tranciò i cavi della funivia del Cermis, uccidendo venti persone? Va da sé che, se un comune cittadino italiano si macchiasse di sangue statunitense, l'ergastolo sarebbe il minimo che dovrebbe aspettarsi.

Ma non è per inveire contro gli yankee che scrivo questo post. Gli imperi hanno sempre attuato politiche imperialistiche. Altrimenti, che imperi sarebbero? Il punto è che Amanda Knox ci ha già fatto ciao ciao, e la possiamo anche bruciare in effigie, a lei je rimbarza, come dicono nell'Urbe. Il semi-furbo Sollecito, rampollo di una famiglia influente della Bari bene che nemmeno la carogna riesce a fare come si deve, ha tentato di espatriare. Nel paese europeo con più chilometri di coste, questo genio ha tentato di raggiungere l'estero via terra, anzichè affidarsi al mare, una via di fuga meno controllata ma decisamente più scomoda. Perfino davanti al pericolo di una lunga detenzione si è confermato figlio di papà viziato e apatico. Una volta almeno questo paese aveva dei criminali seri. Vallanzasca avrebbe certamente fatto perdere le sue tracce, e nel farlo magari ci avrebbe rimediato pure una scopata. Niente, ormai ci toccano i Sollecito...

Dove voglio andare a parare? Ebbene, vi ricordate di Rudy Guede? In tutta questa vicenda, è l'unico che abbia già ricevuto una condanna definitiva, che sta scontando. Lui è il negro di campo, quello che da piccolo veniva picchiato se il figlio del padrone combinava una marachella. Quello che viene sfruttato come una bestia da soma. Quello che viene frustato se osa guardare la moglie del padrone, mentre questo abusa impunemente delle schiave presenti sulla piantagione. Un altro uomo di colore, Patrick Lumumba, fu arrestato e dovette subire l'onta del carcere, in seguito alle false accuse della signorina Knox. Fu poi scagionato da un professore universitario che si trovava nel suo locale, mentre Meredith veniva uccisa. Per Lumumba, il principio giuridico apparentemente scontato in base a cui l'onere della prova spetta a chi accusa si capovolge: è lui a dover dimostrare la falsità delle dichiarazioni "creative" di una giovane che faceva la "ruota" nei corridoi del commissariato in cui stava per essere interrogata, a pochi giorni dall'omicidio della Kercher.

Qulasiasi cosa accada in questo disgraziato paese, cari amici del Bradipo, riflette la convinzione profondamente radicata di una essenziale diseguaglianza fra gli esseri umani. Gli italiani, per la maggior parte, trovano perfettamente naturale che ci siano padroni e schiavi, fra gli individui come fra le nazioni. Io no. per questo dovete perdonarmi se ogni tanto vi sembra che io sragioni. Io credo veramente che siamo tutti uguali, e credo che la costruzione di una società di uguali passi anche, se non soprattutto, dal nostro interiorizzare veramente questo principio. I bianchi, i neri, gli statali, i commercianti, i milanesi, i palermitani, gli interisti e perfino gli juventini. Tutti uguali, cittadini dello stesso paese, con gli stessi diritti e doveri. Un popolo, come forse direbbero fuori da questo paese bislacco.

E adesso, per chiarire il messaggio o aumentare il senso di straniamento e di fastidio che devo avervi causato, chiudo il post con una simpatica scenetta di dave Chappelle, in inglese sottotitolato. Buonanotte e buona domenica.


giovedì 30 gennaio 2014

Piacere, sono la democrazia

Parola composta da δῆμος e κράτος, traslitterati nell'alfabeto latino in dêmos e kratos, ovvero il popolo e il potere. Per essere più precisi, nell'ordinamento dell'antica Atene il dêmos era formato dall'insieme di tutti i cittadini, ovvero gli ateniesi liberi. Sul secondo lessema che forma il termine "democrazia", ovvero sul kratos, vale la pena di notare che non vuol dire "governo", bensì "potere". Quando si parla di democrazia come di "governo del popolo", si commette un errore. La democrazia è il potere del popolo. Una cosa, cari i miei bradipucci, sommamente sovversiva. La realizzazione della piena democrazia, tanto nel campo politico quanto in quello economico, è l'incubo di chiunque goda del benchè minimo privilegio. Non c'entra niente l'idea che si professa. 

Molti, in Italia, si meravigliano del fatto che intellettuali provenienti dal PCI o addirittura dalla sinistra extraparlamentare siano poi andati a finire nei ranghi dei berluscones, o abbiano comunque avuto una deriva "destrorsa". Lo stesso PD è formato per buona parte da ex-comunisti che oggi professano tranquillamente idee neoliberiste. Come è possibile? Come si spiega?

Si spiega con estrema facilità. Si spiega con il fatto che, laddove non esista la coscienza del dêmos, parlare di coscienza di classe lascia il tempo che trova. Senza il concetto di dêmos resta solo la lotta di infinite fazioni, clan e tribù per il kratos. Se non si impara a essere cittadini, col cazzo che saremo compagni; una birra, uno spinello, due canzoni strimpellate con la chitarra e poi tutti a casa a fare i cazzi propri. Il che non significa necessariamente qualcosa di losco o moralmente reprensibile. Ma vuol dire, questo sì, che tutto si concluderà in una liturgia inutile.

Il kratos, nel frattempo, è saldamente in mano a una classe sociale transnazionale, apolide, amorale, che si avvantaggia del modo in cui molti di noi esprimono ancora il dissenso; un dissenso esclusivo  piuttosto che inclusivo, e che in questo senso riproduce la logica del privilegio su cui si regge tanto il capitalismo quanto qualsiasi altro sistema di oppressione passato, presente e futuribile. Soprattutto, mentre quelli parlano con il loro agire, come è consueto in coloro che gestiscono il potere, quel che resta della sinistra continua a riproporre discorsi intraducibili in un'azione politica dotata di prospettiva. Ha percorso per decenni una strada lunga e diritta, e quando è arrivata davanti a un bivio è uscita di strada e si è arricettata.Vittima dell'assurda ostilità all'uso del volante, o dei suoi paraocchi. O forse, in una lettura tragicomica di amarezza monicelliana, della sconsiderata ostinazione a guardare indietro mentre si va avanti.

Bisogna sforzarsi di capire che diavolo sia questa democrazia. Io, da impenitente anglista, propongo una suggestione di matrice ammerigana, ovvero statunitense. Una poesiola scritta dal vecchierel canuto e bianco riprodotto nella foto, un signore di nome Walt Whitman:


Still Though the One I Sing

Still though the one I sing,
(One, yet of contradictions made,) I dedicate to Nationality,
I leave in him revolt, (O latent right of insurrection! O
quenchless, indispensable fire!)


E siccome vi voglio bene, nonostante tutto, vi regalo pure la traduzione di Giorgio Manganelli:

Anche se l'uomo che canto

Anche se l'uomo che canto
(Un tutto unico, ma fatto di contraddizioni) io lo consacro al sentimento nazionale,
Gli lascio la rivolta (o latente diritto all'insurrezione! oh inestinguibile, indispensabile fuoco!)

E vi regalo, guardate un po', anche la nota del traduttore: "Il messaggio gioca sulla doppia connotazione di one, vale a dire la pronominale (colui che, come nella traduzione) e la qualificativa one=uno (rispetto alla molteplicità e alla contraddittorietà)."


E adesso mi ritiro anch'io nelle mie personalissime liturgie quotidiane. Quando pensate di aver capito quel one fatemi un fischio, e ci confrontiamo. La democrazia, secondo il modestissimo parere di qeusto fesso, sta tutta lì.

venerdì 24 gennaio 2014

Il diavolo che conosci e quello che non conosci

Cari amici del Bradipo, se non siete ancora a conoscenza di questo fenomeno, lasciate che ve lo faccia presente: io sono tendenzialmente un incapace, un inetto, uno che di base fallisce nei suoi tentativi di impadronirsi della competenza. Quante ore ho passato con la chitarra in mano, solo per farmi respingere da lei come un amante indesiderato, che non sapeva toccare le sue corde! Meno male che le chitarre non possono denunciare molestie, altrimenti sarebbe da un carcere di massima sicurezza che scriverei queste righe. E tanti altri esempi potrei farvi, di risultati scadenti ottenuti in questa o quella attività.

In qualcosa ho raggiunto la sufficienza, come ad esempio nel fare il caffè, che  modestamente non mi riesce troppo male. Ma una cosa, almeno una, ho imparato a farla bene: parlare inglese. Sull'inglese non mi potete dire niente. Magari posso dire io qualcosa a voi, visto che pratico ossessivamente questo idioma; ho con esso un rapprto quotidiano e al limite della sensualità, perché mi sono reso conto che gli anglofoni, e in particolare i Britannici, sono gente che dà pane al pane e vino al vino, e questo mi piace molto. Gli Italiani sono bizantini, iper-ideologici, ridicolamente conservatori, fanno salti mortali pur di non cambiare idea (anche quando l'idea a cui si aggrappano con tanta pervicacia si è dimostrata ampiamente fallimentare). I Britannici no. Loro, quando vedono una vanga, la chiamano "vanga". Come tutti i popoli hanno il loro patrimonio di buonsenso accumulato in secoli di trasmissione orale di conoscenza empirica, e dunque un vasto repertorio di proverbi. Fra questi c'è il seguente: Better the devil you know than the one you don't. Meglio il diavolo che conosci di quello che non conosci. Come dicevo prima, "trasmissione orale di conoscenza empirica". Prima dell'affermazione del metodo scientifico, ogni innovazione è una scommessa. La gente è comprensibilmente riluttante a cambiare la via vecchia per la nuova, perchè le conseguenze non sono prevedibili in base allo studio di dati certi. E dunque spesso preferisce sopportare i mali presenti (the devil you know) piuttosto che rischiare di incappare in mali peggiori. Ma poi emerge una nuova stirpe di "dotti" che la Chiesa di Roma non può più ardere vivi, per varie ragioni, e si mette a giocare con i tubi e le provette. E piano piano costruiscono una conoscenza verificabile e rigorosa, basata certo su dati empirici, ma ottenuti in condizioni controllate e ripetibili. Nasce la scienza moderna.

Capirete, cari amici, che a questo punto io i diavoli li voglio conoscere tutti! Non ho più paura di loro. Anzi, semmai sarebbero l'ignoto, la superstizione, la magia che dovrebbero temere me, nelle loro incarnazioni squisitamente umane.
Un'incarnazione dell'ignoto, della superstizione e della magia. Un'incarnazione, peraltro, piuttosto in carne.
 
Questo, ovviamente, sempre che la scienza sia intesa come processo, e non come insieme chiuso di conoscenze e nozioni da trasmettere di generazione in generazione. E non è senza fatica che la prima accezione si afferma sulla seconda. Quando Darwin affermò che le specie animali e vegetali presenti sul pianeta erano il risultato di milioni di anni di evoluzione, e che in particolare la nostra si era evoluta a partire da un primate non molto dissimile dagli scimpanzè o dai gorilla, la comunità scientifica lo mise alla berlina. Evidentemente il DNA di quegli "scienziati" si era evoluto di meno, ed era più simile a quello del cercopiteco o come caspita si chiama che tutti dovremmo chiamare "nonno".
 
Non sono solo le scienze naturali a essere investite da questa rivoluzione. Anche nel campo delle discipline umanistiche (che non sono affatto vaghe e arbitrarie come a molti piace pensare) il diavolo non sa più dove nascondersi. L'inferno è un inganno che si può svelare. Grazie al rigore e allo spirito di indagine si può dare ragione, scientificamente, dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, dell'imperialismo, del razzismo, delle persecuzioni confessionali e di molti altri mali che purtroppo abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene. E così, dopo quella di Charles Darwin, un'altra illustre e folta barba si staglia all'orizzonte della Storia. Molti altri seguiranno questa tradizione di rottura, offrendo alla considerazione del pubblico i sistemi e strumenti di conoscenza più svariati, ma tutti comunque fondati sull'idea che la buona organizzazione della convivenza umana, del lavoro e del consumo, dell'istruzione e della correzione, delle forme di espressione del consenso e del dissenso siano questioni da risolvere scientificamente.

Questo perchè ormai il proverbio ha cambiato significato: il diavolo che conosci è meglio di quello che non conosci perché diventa inoffensivo. Si fa piccolo piccolo, abbassa lo sguardo e va via con la coda fra le gambe. E allora non dobbiamo rifuggirli, questi diavoli; li dobbiamo conoscere tutti, uno a uno, dobbiamo strappare loro il forcone da mano, spezzargli quelle corna che manco il Paparesta dei giorni migliori, e mandarli a morire nel campo di prigionia dei diavoli: il sapere condiviso. Non dobbiamo più convivere con loro. Certo, i diavoli sono come i papi: morto uno, se ne fa subito un altro. Ecco perchè non possiamo rifiutarci di capire il nuovo, oppure il nostro destino sarà una questione decisa a morra cinese tra un Belzebù e un Satanasso che avremmo potuto esiliare in qualsiasi momento.