sabato 31 maggio 2014

Analizzare e verseggiare a cuor leggero e tasche vuote


Cari amici del Bradipo, buondì. La tempesta è passata, la nave è affondata, e noi poveri naufraghi siamo circondati da un carosello di pinne dorsali che non promettono niente di buono. Ma anche nei naufragi si può trovare allegria, non foss'altro che per il fatto di non avere più nulla da perdere. Orsù, la vita continua. Riede alla sua parca mensa, fischiando, il zappatore; e il vostro Bradipo ritorna all'opra antica di far che il mondo intier di lui si burli. Andiamo avanti.

Un quesito si pone all'attenzione del volgo, che in queste triste lande è abbarbicato a una visione del mondo pressoché feudale, come la tellina allo scoglio: gli 80 euro di Renzi sono di sinistra oppure no? Detta in altri termini: gli italiani, fiaccati nello spirito da una storia di immobilismo e impotenza praticamente ininterrotti, e incapaci dunque di dare vita a un partito, un movimento, un circolo delle bocce che esprima un'alternativa, fosse anche la più blanda, al cannibalismo ideologico che chiamano "liberismo", si chiedono se Renzi sarà il Babbo Natale che regalerà loro un paese più equo e umano. Concedetemi un'ultima riformulazione: la zanzara gigantesca e apparentemente onnipotente che mi sta succhiando il sangue mi ha appena fatto una modestissima trasfusione; è forse questo l'inizio di un nuovo corso?

A uno studio lacunoso e approssimativo della Storia come quello che può vantare il vostro umile servo si impone all'attenzione un fatto: i popoli sono sempre stati un passo indietro rispetto alle loro classi dirigenti. Sono sempre stati reattivi, mai proattivi. Perfino il socialismo, con tutte le sue diramazioni dottrinarie e tutte le sue prassi rivoluzionarie, non è altro che una rielaborazione dell'economia politica classica, ovvero dello strumento attraverso il quale la borghesia si riproponeva di regolare il suo dominio, allo scopo di renderlo più saldo. E siccome l'uomo collettivo non reagisce a un principio, ma alla sua espressione concreta e materiale, è capitato molto spesso che l'opposizione a un determinato ordine si riducesse a pura resistenza passiva, senza che potesse emergere un principio alternativo con cui lavorare. Per principio non intendo un'idea o una convinzione, ma qualcosa che fosse effettivamente alla base dell'azione quotidiana di donne e uomini, e potesse trasformare il mondo. Lo spirito mercantile che si affermò in Europa fra il trado Medio Evo e l'età moderna era esattamente il tipo di principio di cui parlo. Per questo l'agire del mercante era insieme di tipo economico e politico.

Il marxismo-leninismo ha seguito un'altra strada. Ha detto "beh, il potere sta là, è già bello strutturato e organizzato, noi ce lo prendiamo con la forza e lo restituiamo gradualmente al popolo". Ad altri lascio le analisi sui motivi del fallimento di questo approccio, almeno per quanto riguarda la nostra piccola fetta di mondo. Il punto è che coloro i quali avrebbero dovuto guidare l'assalto al cielo a un certo punto si sono resi conto che la battaglia era persa, ma che lassù qualcuno li amava. Avevano bisogno di loro, della loro competenza e del loro patrimonio morale. E allora sono entrati educatamente, pulendosi i piedi sullo zerbino, e si sono messi a demolire la civiltà a colpi di maglio.

Su una cosa contano, questi signori: sul fatto che il guardo nostro al ciel si volga ognora. Perchè se cominciamo a guardarci dentro, e a guardarci intorno, scopriamo che il principio in grado di schiacciare una volta e per sempre quella fetente di zanzara esiste: si chiama mutuo appoggio. Non carità. Sentirci responsabili gli uni degli altri, lavorare gli uni per gli altri, concepire il benessere come conquista sociale, non personale. Per questo gli 80 euro del caccavellaro sono una trovata da genio del male: ristabiliscono, di fronte a un accenno di orizzontalità e di rifiuto della rappresentanza classica, il prestigio del modello verticale, e la nostra sudditanza ad esso. E il naufragar v'è dolce in questo mare...

lunedì 26 maggio 2014

Vi dovete fottere


Avete fatto la vostra scelta, avete puntato su quella che probabilmente in larga maggioranza credete essere la continuità. Adesso la palla è nel campo del caccavellaro, e voi non avete la minima possibilità di influenzare il suo agire. Adesso vi dovete fottere. Quando vi accorgerete che gli ottanta euro entrano da una parte ed escono dall'altra, vi dovete fottere. Quando vi apriranno la discarica o l'inceneritore sotto casa, vi dovete fottere. Quando sarete in dubbio se bervi un bicchiere d'acqua o uno di coca cola del discount perchè costa meno, vi dovete fottere. Quando la banca vi abbasserà l'interesse sul conto corrente, vi dovete fottere.

E voi, strenui difensori della Costituzione appena Zagrebelsky fa un pirito, che glissate con nonchalance sui comportamenti inqualificabili del vostro Capo dello Stato e su ombre e sospetti che basterebbero a far dimettere un dittatore africano, vi dovete fottere quando Licio Gelli si rivendica il merito di aver partecipato a plasmare nostro presente politico e batte cassa. Voi che basta non mettere una croce sul simbolo del PD per illudersi di non averlo fatto vincere, sapete cosa dovete fare la prossima volta che un esponente della sinistra da aperitivo ride dei morti sul lavoro e della gente che prende il cancro per salvaguardare i profitti dei padroni? Vi dovete fottere.

Voi che avete fatto battaglie su battaglie per darci un paese civile, con una scuola e una sanità pubblica, con dei diritti civili da primo mondo, e ieri siete andati a votare il rottamatore di tutto questo, sapete cosa dovete fare quando vi accorgerete che vengono giù le mura dell'edificio? Vi dovete fottere. Voi "saggi antifascisti" con i capelli bianchi, sapete cosa dovete fare quando il comico "che sembrava Hitler" non avrà più fiato per urlare e comincerete a sentire i bisbigli del vero fascismo, della vera xenofobia che la crisi farà montare come un'onda anomala? Vi dovete fottere. 

Voi comunisti duri e puri, che senza la falce e il martello nel simbolo non se ne parla, o magari neanche con quella, a voi non dico di fottervi. Vi chiedo di riflettere. Può essere che il voto non paghi, può essere che siano altre le strade da percorrere. Bene. Se pensate questo, agite. Scontratevi con la realtà, uscite dal sottosuolo, misuratevi. Oppure sventolate una bandiera rossa a mo' di bacchetta magica, e vediamo cosa succede. Niente? E allora forse ci conviene prendere atto che o riusciamo a erodere quella catena montuosa di inerzia, oppure tutti noi, a prescindere da qualsiasi idea o valore professato, ci dovremo fottere.

domenica 25 maggio 2014

I barbari

Quando io andavo alle elementari, cari amici del Bradipo, la società italiana non si era ancora completamente rincoglionita. A nessuno fregava niente della nostra coordinazione psicomotoria, perchè quella si sviluppava giocando a pallone in mezzo alla strada, come prima di noi avevano fatto i nostri padri e i nostri nonni. Le competenze relazionali le sviluppavamo attraverso complesse dispute pseudo-filosofiche sugli attributi delle rispettive mamme, e quelle logico-matematiche nell'effettuare i difficilissimi calcoli di probabilità che ci servivano a stabilire il valore di ciascuna delle figurine dei calciatori che ci scambiavamo. La nostra scuola, fin dalle elementari, si preoccupava ogni tanto, così, tanto per gradire, anche dei contenuti. E quindi studiavamo la storia, non dico come si studia all'università, ma a un livello di complessità e di approfondimento pari forse a quello di un istituto tecnico di oggi. Tutto questo per dire che a me i Romani mi stavano parecchio sul cazzo.

Allora non l'avrei detto così, ma erano degli imperialisti della peggiore specie. Sì, espressero una grande cultura, mutuandola però dai popoli che andavano conquistando, in primis i Greci. E produssero un livello di corruzione e degenerazione morale notevolissimo. Da Gibbon in poi, fior di storici hanno dibattuto le cause della caduta dell'Impero Romano, ma una cosa è certa: nella sua ultima fase a quell'impero erano venute meno tanto le basi materiali quanto quelle morali della grandezza di un tempo. Il compito di tirare alla Storia questo dente ormai marcio spettò ai cosiddetti "barbari".
Il termine, di origine greca, è onomatopeico. I barbari sono coloro che, quando parlano, non si capiscono. Ba-ba-ba, ma che cazzo stai dicendo? Parla come ti ha fatto tua mamma! Eh, il problema è che a quello la mamma lo ha fatto ostrogoto, e lui ostrogoto parla. Se vogliamo distanziarci un attimo da questo termine palesemente razzista e xenofobo, li chiameremo popoli germanici, o semplicemente, con Tacito, Germani. Abbiamo già stabilito che i Romani li discriminavano. Adesso vediamo un po' se l'immagine che ce ne ha consegnato la storiografia più conosciuta è corretta. Erano veramente così rozzi, violenti e spietati?  

Il pregiudizio ha una grande forza: si insinua laddove non c'è conoscenza dei fatti. E siccome l'ignoranza è tanta, il pregiudizio prospera. Io stesso, ve lo confesso, se non avessi a suo tempo sostenuto un esame di filologia germanica, avrei ancora quell'idea distorta dei Germani. E invece fortunatamente l'esame l'ho sostenuto, e preparandomi a quell'esame ho imparato che le tribù che discesero sulla nostra bella penisola e che la misero a ferro e fuoco avevano un'organizzazione sociale egalitaria, fondata sulla cooperazione e sull'interesse comune. Certo, erano ignoranti, non avevano il minimo accenno di cultura giuridica, nè una cultura scritta. Ma le impararono, queste cose, dai nostri avi in toga. Dopo aver distrutto le strutture di potere di una civiltà completamente putrefatta, ne recuperarono gli aspetti positivi. Non trattarono il loro nemico con lo stesso razzismo e la stessa sprezzante superiorità che da lui avevano ricevuto. Le nostre tradizioni religiose, giuridiche e culturali non ci sono state tramandate da un branco di depravati che mangiavano fino a vomitare, e dopo ricominciavano; non è dalle macerie del loro fallimento che è nata la nostra civiltà, ma dal lavoro dei "barbari" che su quelle macerie hanno ricostruito, riconoscendo il valore del patrimonio ideale di chi li considerava e li trattava alla stregua di selvaggi.

Ai patrizi romani deve essere sembrato che il mondo stava per finire, quando dovettero scappare dall'Urbe per sfuggire alla vendetta di Alarico, condottiero di un popolo ripetutamente ingannato e dunque incattivito. Non era la fine del mondo, era la loro fine. La fine di un ordine che era diventato insostenibile, e che in secoli di storia aveva causato certamente molti più danni di quelli che fecero i suoi saccheggiatori, ai quali fu ordinato di risparmiare i luoghi di culto. Questo, cari signori, erano i "barbari". Ricordatevelo, la prossima volta che leggete La Repubblica o Il Corriere. E ricordatevelo quando entrate in cabina elettorale.


sabato 24 maggio 2014

La dittatura delle professoresse

Parliamo di politica. Anzi, parliamo di cultura. O meglio, parliamo del nostro calvario quotidiano. Questi tre elementi formano una santissima trinità, in cui ciascun elemento non sussiste in assenza degli altri. Adesso che siamo sotto elezioni, gli agenti di questa particolare forma di oppressione si danno un gran da fare per riaffermare un predominio che vedono in pericolo.

Avete mai assistito a una lezione di editing? Io sì. Anni fa ho frequentato un corso di traduzione letteraria, il principale risultato del quale è stato creare in me diffidenza e disgusto per il mondo dell'editoria. Vedere come un editor professionista prende una cosa fatta bene o male, ma comunque con passione, e la trasforma in una sorta di omogeneizzato che non sa di niente (e dunque buono per tutti i palati), è stato fastidioso. Ancora più fastidioso è constatare che esiste un pubblico che premia questa logica distopicamente autoritaria. E la premia, secondo me, proprio perchè la riconosce come tale.

Il fatto è complesso e io non vi voglio ammorbare, per cui risolvo con l'ipersemplificazione: quando un ceto non produttivo abituato al privilegio si sente venire meno il terreno sotto i piedi, reagisce con le armi che ha a disposizione, che poi di solito sono i ferri del mestiere: la penna rossa e la penna blu. Gli intellettuali (termine che uso in senso lato), sommo esempio di classe per se oggi in Italia, assumono tutta una gamma di atteggiamenti che vanno dal conservatore al reazionario, e pretendono di mettere in castigo dietro la lavagna le contraddizioni che non hanno saputo o voluto affrontare. Contraddizioni incarnate, ad esempio, nel percorso lavorativo kafkiano di questo vostro umile servo, o nella parabola maligna che porta laureati in filosofia nei call centre (non è un refuso, professoressa, è lo spelling britannico) a farsi coprire di insulti da centinaia di persone ogni giorno.

Io dietro la lavagna non ci vado. Nel mio tema ci scrivo quello che mi pare, e il voto da voi non me lo faccio dare. Siete voi, piuttosto, che dovreste stare attenti al giudizio che delle vostre pedantissime lezioni emergerà da quella infallibile griglia di valutazione chiamata Storia.

giovedì 22 maggio 2014

Scapezzo e palingenesi

Cari amici del Bradipo, domenica si vota. C'è chi vi mostra il culo, chi preferisce rivolgersi agli armenti, e chi prova a imbonirvi con promesse di paghette e improbabili detrazioni fiscali. Io non farò niente di tutto questo. Mi cimenterò invece, per l'ennesima volta, in un tentativo di ragionamento. Localizzate l'uscita più vicina e cominciate a staccare la linguetta all'estintore. Cominciamo.

Come sempre, il vostro umile servo parte dal personale per arrivare al sociale. Siccome nella vita ho letto quattro libri, tutti per giunta pieni di figure (non dimenticherò mai il tratto soave e le placide tinte che davano forma al meraviglioso mondo di quegli anatroccoli...), non so dire se questo metodo si chiama induttivo o deduttivo. Ma insomma, mo' vi conto il fatto. Come qualcuno di voi forse già sa, io mi reco due volte alla settimana in un borgo selvaggio (che non essendo natio vieppù mi ripugna) vicino Napoli per fingere di insegnare inglese in un istituto paritario. Allo scopo di guadagnare il punteggio in graduatoria che mi consenta di lavorare per lo Stato, io presto opera in un luogo in cui si infrangono costantemente le sue regole e si fanno pipì e pupù sulla sua Costituzione. Questo è fondamentale per capire l'essenza del nostro paese.

Dunque, nell'istituto paritario di cui sopra, si regalano i diplomi. O meglio, si regalano dal punto di vista del merito scolastico, ma si acquistano regolarmente presso la segreteria al momento dell'iscrizione. Naturalmente, questo è implicito nel sistema, non specificatamente espresso in alcun documento. E ci mancherebbe. Ma quello che regola veramente la vita di una comunità, che sia una scuola o uno stato, non sono le sue regole scritte, bensì quelle implicite nei rapporti socio-economici fra i suoi membri. In pratica, in una scuola in cui la promozione è stata pagata in moneta sonante e quindi bocciare non è un'opzione, viene meno agli alunni ogni incentivo allo studio. Sebbene esistano registri, voti e scrutini, questi si riducono a una ridicola pantomima, dal momento che non esiste un barlume di attività formativa. Gli insegnanti, pertanto, sono ridotti alla condizione di baby sitter o, nella migliore delle ipotesi, di fratelli maggiori degli alunni. E per questo ricevono punti in graduatorie che attestano la loro esperienza come insegnanti.

Ora, io non credo che in altri settori della vita economica di questo paese le cose vadano tanto diversamente. La discrasia fra quello che dovrebbe essere e quello che è testimonia, per come la vedo io, una semplicissima verità: il sistema di regole e rapporti informali che chiamiamo "corruzione" è il vero ordine, in Italia. Fin quando non si pone rimedio a quella discrasia, a quello sfasamento, è inutile parlare di programmi e di piattaforme politiche.

Molte persone di sinistra, o sedicenti tali, insistono a riconoscersi in questo o quel candidato, in questa o quella lista, per via del discorso che porta avanti o degli elementi di identificazione che ha scelto. Mi permetto di far rispettosamente notare a quelle persone che si sono fatte irretire in un concetto liberale della rappresentanza. In buona sostanza, acquistano il prodotto che preferiscono, come se il fine della politica fosse offrirci uno specchio in cui rimirarci, e non gli strumenti per modificare il mondo. Dobbiamo scegliere con attenzione le nostre priorità. E oggi la priorità in questo paese e in tutto il continente, politicamente parlando, è lo scapezzo di un modello sciagurato. Un modello che non ha mai funzionato e che ha prodotto discrasie su discrasie, risolvendo con la censura morale questioni che erano eminentemente, ripeto, socio-economiche. 

Abbiamo bisogno di licenziare questo modello, non mettere una croce sulla sua interpretazione che più ci aggrada. Se riteniamo che il voto sia utile a tale scopo, allora dobbiamo votare. Se invece pensiamo che l'astensione sia una strategia più efficace, allora dobbiamo astenerci. Ma se non ci rendiamo conto che ci dobbiamo scapezzare, che dobbiamo aprire la porta alla confusione, a nuovi paradigmi che ancora non siamo in grado di prevedere del tutto, allora ci dovremo tenere un paese, un continente, un mondo molto simile all'esamificio di cui vi ho parlato: un mondo ignorante e senza visione del futuro, pieno di regole che nessuno rispetta, e che va avanti comprandosi gli esami.

lunedì 19 maggio 2014

Effetto Larsen




Chiunque abbia mai fatto parte di un gruppo musicale conosce i nefasti effetti del feedback. Si narra di giovani imberbi che al termine delle due ore di prove settimanali nel solito scantinato male o punto insonorizzato non erano in grado di ricordare con certezza non solo cosa avessero suonato (se di suonare si poteva parlare in simili contesti), ma neanche le proprie generalità. Oltre le varie forme di distorsione delle onde sonore, oltre le colonne d'Ercole del rumore indecifrabile, era in agguato un terribile, spaventoso mostro: l'effetto Larsen.

Avete presente quando nei film di fantascienza comincia a lampeggiare il bottone rosso, la sirena dell'allarme si mette a suonare e una voce metallica annuncia senza la minima emozione "questa astronave si autodistruggerà fra 20 secondi"? Ecco, era così che ci sentivamo quando l'effetto Larsen squarciava l'aria umida e stantia della sala prove e minacciava di far esplodere prima i nostri timpani e poi i coni delle casse da cui fuoriuscivano i nostri misfatti "musicali".  

Bastava, in quegli anfratti angusti e sovrappopolati, collocare male un microfono, e il batti e ribatti di onde sonore da una parte all'altra del circuito elettroacustico culminava invariabilmente in un tetro presagio di strumentazione distrutta. I più pessimisti e teatrali arrivavano a immaginare incendi che divampavano fulminei, alimentandosi della immancabile moquette, del legno degli strumenti e dei vestiti di chi li imbracciava. Nel mezzo, sghignazzando la propria follia, Nerone pizzicava la cetra.

Eppure c'è chi l'effetto Larsen ha saputo dominarlo e incanalarlo nel proprio stile, arrivando a trasformarlo da fastidioso problema in opportunità espressiva. Hendrix è il più classico degli esempi, ma non ne mancano tanti altri, pensate ad esempio ai Sonic Youth.

Adesso voi vi state ponendo una domanda: ma perchè questo ci sta parlando dell'effetto Larsen? E io ve lo dico: perchè denoto, in un momento storico di profonda trasformazione del discorso politico e delle sue coordinate, una forte paura, tanto più forte nei sedicenti rivoluzionari, rispetto all'equivalente politico dell'effetto Larsen: la mobilitazione. Un leader - o potenziale tale - scorge nella società in cui vive determinate istanze, le porta avanti, ne guadagna prestigio, catalizza nuove istanze. E così via, in un loop che può portare a conseguenze mai del tutto prevedibili, ma tanto più controllabili quanto più quel leader conosce e sa gestire i principi che governano il feedback.

Forse coloro che disdegnano queste dinamiche preferirebbero suonare a spartito, secondo una concezione più classica della musica, in cui il rumore è puro e semplice disturbo. Può darsi anche che abbiano ragione. Io mi limito a prendere atto che oggi milioni di persone esprimono chiaramente il desiderio di ascoltare Hendrix, e non mi dispiace affatto la cosa. Se pure la sala prove dovesse andare a fuoco, credo che mi aprirei una birra e la guarderei bruciare insieme a Nerone. Tanto va comunque rifatta da capo.


domenica 18 maggio 2014

Un post lungo, noioso e pretenzioso


Da tempo sento una necessità che non so dire se sia frutto di una mia presunta maturità intellettuale o di un tempo che mi pare gravido di cambiamento: capire qualcosa di filosofia. Non è facile, amici, se tenete conto, come vi ho più volte candidamente ammesso, che sono ignorante e fesso. Non è che adesso io mi metto dieci minuti davanti a Wikipedia e capisco Kant ed Hegel. Eppure si avverte il bisogno, nell'assenza di autorevoli ingegni e di un dibattito politico e culturale serio, di avere criteri di analisi e valutazione. Non possiamo accontentarci delle letture prodotte da persone stupide e ignoranti più o meno quanto noi, e per di più interessate a turlupinarci. Il faro è spento, dobbiamo navigare a vista. E se il massimo a cui posso ambire io, personalmente, è un accendino Bic con poca carica, penso che farò con quello. Io voglio vedere la scogliera sulla quale temo che potremmo infrangerci da un momento all'altro, non una cartolina della scogliera di vent'anni fa.

La Storia è maestra di vita, non c'è dubbio, a patto che si capisca che si cambia spesso d'abito. E l'abito, si sa, non fa il monaco. Quello che fa il monaco è la convinzione di servire il creatore di tutto ciò che esiste, il nomos, stabilito il quale (ovviamente per rivelazione) tutto il resto viene da sé. La morale è obbedienza, aderenza a una legge immutabile a cui l'uomo è soggetto, costi quel che costi.

Mi è parso di capire, anche grazie all'aiuto di amici che la filosofia l'hanno studiata come si deve, e sono forse anche un po' meno fessi di me, che questa idea entri profondamente in crisi nel XVIII secolo, e soprattutto con Kant. Mi pare, e qui potrei sbagliarmi clamorosamente perchè si tratta di una mia impressione non sottoposta al vaglio dei saggi, che il buon Immanuel sia stato quel che si direbbe oggi un "innatista" per quel che concerne la sua concezione della ragione umana. Quanto sia sgradita questa concezione lo si può capire dal numero e dalla varietà di animali ai quali si è tentato e ancora si tenta di insegnare il linguaggio umano, con l'unico risultato di confermare sempre lo stesso semplice fatto: gli animali non hanno il concetto di sintassi, non ci arrivano. Ma non divaghiamo.
La mente umana ha caratteristiche proprie. Il modo di vedere il mondo dell'uomo non è quello del gorilla, dello scimpanzé o del pappagallo. L'uomo ha di più: ha il logos. E per questo, evidentemente, si è evoluto oltre il gorilla, lo scimpanzé e il pappagallo. Può concettualizzare la conoscenza e trasmetterla attraverso il linguaggio. E può giudicare, in un modo molto più sofisticato dell'animale, in quanto appunto articolato e comunicabile. Può, mannaggia a tutti i santi, produrre una sua morale.

Torniamo a Hegel. Lo maneggeremo con la stessa superficialità e imperizia che è toccata a Kant. Hegel credeva in dio. Per cui, quando ha sviluppato il suo sistema filosofico, ce lo ha messo dentro. Semplice, no? Se io descrivo una dinamica devo anche spiegare qual è la forza che la muove, e questa in Hegel, se non ho capito male, dovrebbe essere la Provvidenza. Il nomos di cui sopra che dall'esterno plasma la Storia.

Mo', se voi credete a dio, vi può anche stare bene tutto questo. Resta però un Kant appeso, e una domanda sorge spontanea: e se dio non esistesse? Il nomos dove lo andiamo a prendere? Al Carrefour? No, lo produciamo noi, cari lettori che ancora non mi avete mandato in mona, come dicono a Castellammare di Stabia. Lo produciamo noi costruendo giudizi su ciò che chi fa le veci della Provvidenza ci propina attraverso il ben noto processo di tesi-antitesi-sintesi. 

Non invidio i teisti, in questo preciso momento storico e in questo paese. La loro fede sarà messa a dura prova. Perché cercheranno il nomos, la legge, l'ordine immutabile che cambia continuamente nella forma per lasciare la sostanza immutata, dal momento che la sostanza è la divinità; lo cercheranno e, come la Titina della vecchia canzoncina, non lo troveranno. Inorridiranno nel vedere stuoli di semianalfabeti completamente ignari dei concetti di noumeno e giudizio sintetico a priori dare l'assalto alle loro chiese, ai loro santi e ai loro paramenti sacri. Si rifugeranno sui tetti, chiederanno al nomos di trarli in salvo, mentre la manifestazione fenomenica della minchia cacata inonderà le strade e le piazze. E quando resteranno buggerati da chi aveva scommesso, nonostante tutto, sull'Uomo, capiranno con un certo fastidio nella regione rettale cosa vuole dire "la legge morale dentro di me".