giovedì 19 marzo 2015

Bartleby lo scrivano


Herman Melville ha dato vita a personaggi inquetanti. Proverbiale il capitano Achab, il marinaio ossessionato dalla balena bianca fino al punto di perdere la vita nel vano tentativo di catturarla. Un altro di quei personaggi è Bartleby lo scrivano, protagonista dell'omonimo racconto. Si tratta di un impiegato che ogni giorno siede in silenzio al suo posto in un mesto ufficio della New York di metà Ottocento e copia documenti. Bartleby non sembra avere un passato, né una personalità. Non parla con i colleghi, né con il capufficio, del quale suscita talvolta il risentimento con il mutismo nel quale si ostina a chiudersi. Esegue i propri compiti in modo pedissequo e non mostra il minimo spirito di adattamento, né la minima creatività di fronte alle difficoltà. Non è indifferente solo agli altri, ma anche a se stesso. Gradualmente, perde ogni interesse nel proprio lavoro, e smette dunque di eseguirlo. Il principale, pur essendo infastidito dal suo comportamento, lo prende a ben volere, rinunciando a licenziarlo nonostante sia ormai del tutto improduttivo. Quando scopre che Bartleby abita nell'ufficio, anziché cacciarlo o chiamare la polizia, trasferisce la sede dello studio legale. Saranno però i nuovi inquilini a farlo arrestare. Eppure perfino in carcere, dove il capufficio va a trovarlo in un estremo tentativo di salvarlo, Bartleby continua a mostrarsi indifferente a ogni cosa.

Perché vi parlo di questo signore, cai lettori? Perché oggi, grazie a uno dei miei alunni, ho avuto un'epifania. Ho capito in che direzione vanno le riforme della scuola vergognose che ci rifilano da 20 anni a questa parte: nella direzione di Bartleby lo scrivano. Vanno verso la creazione di un esercito di copisti apatici, senza fantasia, senza slanci,  capaci di accettare passivamente un destino infinitamente grigio e triste. Sterili, improduttivi, morenti fin dalla più giovane età. Per questo si rifiutano ostinatamente di dare vita a un lezione dinamica e partecipata. Scrivono, copiano dalla lavagna, riproducono ciò che altri hanno prodotto. Ad ogni tentativo di scuoterli dal torpore in cui si trovano (nonostante un dinamismo esteriore tanto più amaramente ironico in quanto contrasta con il totale immobilismo della loro vita intellettuale), rispondono come Bartleby "preferirei di no".

Io, del resto, sono un po' come il capitano Achab: non voglio darmi per vinto. Continuo a inseguire il mostro degli abissi, non mi darò pace fin quando non ne avrò fatto saponette e calzascarpe. Se dovessi sopravvivere, chiamatemi Ismaele; in caso contrario, affidate a Bartleby le pagine di questo umile blog, affinché possa divulgarle fedelmente ai posteri...

martedì 17 marzo 2015

Giovani merda


Cari amici, buonasera. Come vedete, oggi sono di umore particolarmente positivo. Sarà il tempo marzolino, questi ultimi scampoli di inverno che assalgono i miei seni paranasali, sarà la sconfitta con il Verona che non riesco ancora a digerire, fatto sta che mi trovo in uno stato d'animo che somiglia a questo cielo genovese: grigio e pesante. Come sempre, da buon apprendista vecchio (l'unico mestiere veramente nobile, sto cominciando a pensare), reagirò formulando critiche. Quella di oggi, come capirete facilmente dal titolo, è rivolta ai giovani.

Per secoli i giovani non sono stati altro che individui anagraficamente definiti, inseriti in una certa fascia d'età, dalla quale sapevano bene che sarebbero progressivamente usciti per entrare in un'altra. Ciò che li rendeva tali era il fatto di avere poco passato e tanto futuro. Siccome "del doman non v'è certezza", costoro si sforzavano di essere lieti e di godersi la vita. Erano insomma persone ragionevoli, sebbene di scarsa esperienza.

Poi, nella seconda metà del Novecento, abbiamo cominciato a parlare di loro come se fossero una specie animale a parte. I giovani sono stati indagati, analizzati, rivoltati come calzini, perchè gli "adulti" non li capivano più. Non era successo niente di strano, semplicemente che quegli adulti avevano smesso di essere ragionevoli, facendo in mezzo secolo due guerre mondiali e svariati milioni di morti, inaugurando nel mentre l'arma atomica. I giovani non potevano più fare finta di niente, e raccogliere con nonchalance il testimone di quella follia organizzata. E allora si appartarono, o per evadere o per provare a immaginare alternative al mondo minaccioso e inospitale che stavano per ricevere in eredità. O magari per fare entrambe le cose insieme.

Successivamente, una nuova catastrofe si è abbattuta sulla specie umana: la cosiddetta "fine delle ideologie". La qual cosa si è tradotta, tragicamente, nella fine delle idee, la fine del pensare. Ormai anche concepire un'alternativa è diventato impossibile. Ci hanno ficcato  a martellate nella testa l'idea che non dobbiamo più seguire nessuna bandiera, e siamo rimasti fermi. Per evitare di sposare dogmi, abbiamo svuotato il cervello, e non siamo nenache più in grado di formulare giudizi di valore sulle cose che ci riguardano. Alla testa di questo cambiamento epocale ci sono i giovani. Un esercito di morti viventi che davanti non ha niente, ma proprio niente, e non se ne cura. Nella migliore delle ipotesi, se vengono da famiglie colte, se gli hanno messo in mano qualche libro, usano gli strumenti che hanno acquisito per lamentarsi in modo insopportabilmente petulante delle loro innumerevoli paturnie. Sono vittimisti, autoindulgenti, profondamente alienati (un'alienazione che non subiscono, ma abbracciano con entusiasmo). Sono incoscienti, terrorizzati dalla libertà, assuefatti alla propria subalternità. Quando anche si ribellano, la loro è la logica dell'ammutinamento, non di una contestazione minimamente strutturata e consapevole. Questi giovani non sanno cosa sia un adulto, e non lo diventeranno mai. Diventeranno vecchi senza passare per il "via", e passeranno chissà quanti turni in prigione. Avranno solo imprevisti, nessuna probabilità di successo individuale o collettivo.

Io, cari lettori, sono nel mezzo del cammin di nostra vita. Ho qualcosa dietro, e davanti un cammino da fare che, date le circostanze, mette paura. Non posso trainare anche questo esercito di zombie. Ci sarà un buco grande così nella Storia, non ci possiamo fare niente. Possiamo solo ripararci sotto l'ombrello del nostro vissuto e aspettare che passi la nottata. I primi raggi del sole disperderanno queste tristi ombre, e potremo allora illuderci di aver solo sognato tanto orrore.

sabato 14 marzo 2015

Il potere di andare nel cesso e il potere di uscirne

"E non hai pietà tu di me?" Così Michelle Apicella, alter ego cinematografico del primo Nanni Moretti, apostrofava un suo alunno durante un'interrogazione in Bianca. C'è pochissima pietà nella nostra scuola, miei cari lettori. Pochissima pietà e quantità industriali di astio e diffidenza. L'ignoranza dei nostri pargoli non dipende dall'impreparazione dei docenti, o almeno non solo da quello; è prodotta, in larga parte, dalla quasi totale assenza di empatia fra insegnanti e alunni.

Ho introdotto un concetto in un post di qualche mese fa, quello della trincea. Tutt'ora la mia immagine personale su Facebook è Gianmaria Volontè in Uomini contro. Un insegnante coscienzioso oggi è ipso facto in trincea contro un'idea di società fondata sul più completo e arrogante disprezzo per l'idea della perfettibilità dell'uomo. I nodi stanno venendo al pettine, la civiltà dei consumi non riesce più a spargere benessere diffuso, e il capitalismo sta scoprendo il suo vero volto. Nel paese dei balocchi c'è sempre meno posto, il futuro ci riserverà sempre meno zucchero filato e sempre più manganelli. Sapere, in questa triste epoca, equivale praticamente a ribellarsi. Per questo la diffusione del sapere va boicottata, a partire proprio dall'istituzione che in teoria dovrebbe favorirla: la scuola.
Il modo principale in cui la scuola boicotta la diffusione del sapere è la creazione di un clima di sfiducia. Questo viene fatto in vari modi: tagli alle risorse, precarizzazione degli insegnanti, ma soprattutto assenza di dialogo. Escludere gli alunni dalla creazione delle regole che dovrebbero instaurare un clima favorevole alla loro formazione, che può aversi solo con la loro partecipazione attiva, significa condannarli a essere subalterni. Non sfideranno mai l'autorità sul piano della sua legittimità, cercheranno di aggirarla con dei sotterfugi o magari anche apertamente, ma solo sul piano della loro capacità di sfuggire alla sanzione; in questo modo, sostanzialmente la validano.

Recentemente la presidenza della mia scuola ha emanato una circolare in cui si vieta agli alunni di lasciare la classe durante le ore di lezione, circoscrivendo questa possibilità a due ricreazioni di dieci minuti l'una. La motivazione di questo provvedimento è il costante abuso che gli alunni facevano della normale, direi, facoltà di uscire dall'aula per andare in bagno. Trasformatasi la scuola nell'Accademia di Atene, ricolma di peripatetico filosofeggiare, colà dove si puote si è deciso di ricordare ai docenti che esiste un regolamento, e che va rispettato. La risposta di alcuni alunni a questa "astuta mossa padronale" (cit.) è stata quella di munirsi di un certificato medico attestante il loro presunto bisogno di recarsi continuamente ai servizi igienici.

Il vostro Bradipo, cari amici, si è molto arrabbiato. A suo parere, non si reagisce così a un'ingiustizia. Ora io dovrei fare uscire solo i furbacchioni, e lasciare a pisciarsi addosso quelli che non hanno trovato un medico compiacente? Ma, soprattutto, mi fa ribrezzo il fatto che, come mi pare sostenesse un famoso erotomane calvo, i carcerati diventano talvolta i propri carcerieri più efficienti. Io vi manderò tutti nel cesso, miei confusi discepoli, ma vorrei anche che ne usciste.

Scriveva il nonno di Frankenstein che non esiste, non può esistere una forma di governo scevra da coercizione, e che dunque qualsiasi governo è un male; ma è d'altro canto un male necessario, dal momento che la specie umana non è ancora in grado di farne a meno. Solo studiando, migliorando la nostra concezione del mondo, liberandola dalla sfiducia in noi stessi e nei nostri simili, potremo uscire dal cesso in cui ci vorrebbe tenere chiusi chi ha cara la necessità del male minore. Uscirne, per poi andarci quando ne abbiamo bisogno senza dover esibire certificati.

martedì 10 marzo 2015

Il pesce puzza dalla testa



Cari amici, sono imperdonabile. Vi ho abbandonati per tanto, troppo tempo. Naturalmente ho una buona scusa per questo comportamento inqualificabile: mi sono cimentato nel difficile compito di insegnare qualcosa agli alunni di un istituto alberghiero, nel 2015, in Italia.

Alla ricerca disperata di riscontri positivi, ho tentato diversi approcci, alcui più confacenti alla mia natura e alle mie convinzioni, altri un po' meno. Mi sono messo in discussione, ho coltivato il dubbio nel mio personale orticello morale. Mi sono intostato e mi sono ammosciato, ho ricompensato e punito, ho minacciato e blandito, per poi tornare esattamente al punto di partenza. E ciò che ho imparato da qesto breve percorso di dubbi e tentativi empirici è che il pesce puzzza dalla testa.

Molti insegnanti, soprattutto della vecchia guardia ma non solo, sono convinti che la scuola debba contrastare la diffusione di quella barbarie ben confezionata che ci viene inoculata ogni giorno attraverso l'opera nefasta dei mass media. Altri, più in linea con lo spirito di questi tempi oscuri, ritengono che si debba invece tuffarsi nella modernità e cercare di rendere attraente l'insegnamento. Trovo quest'ultima idea bislacca, essendo convinto che l'apprendimento richieda sforzo e autodisciplina, e che l'unica vera motivazione per chi studia debba essere la curiosità intellettuale; ma anche la prima, seppure generata dalle migliori intenzioni, finisce nella pratica per fallire, creando barriere generazionali, sfiducia e disistima reciproche.

Arriva ciclicamente, nella mia attività di blogger come nella mia vita professionale e non, un momento in cui vorrei essere molto più colto e intelligente di quello che sono. Quel momento è arrivato proprio adesso. E, come sempre, l'ho accolto con soddisfazione, perché sta a significare che non sono una cosa fatta e finita, ma suscettibile di miglioramento. Alberga in me (in quanto docente dell'alberghiero) quello che Paulo Freire chiama "la vocazione ontologica e storica ad essere di più". Chi non ha voglia di imparare non sente questa vocazione, perchè percepisce il mondo, e se stesso in quanto parte di esso, come qualcosa che non può essere modificato, come un semplice sfondo della propria vicenda biografica. Questa concezione è tipica di chi, per un motivo o per un altro, vive ua condizione di subalternità: se non ho potere, se non posso fare cose che producano risultati, modifiche sostanziali nell'ambiente che mi circonda, non ha senso imparare.

Di chi è la colpa, se nella scuola oggi regnano la strafottenza, l'indifferenza, la sfiducia? Ve lo dico subito: è di chi l'ha trasformata, da luogo di formazione e apprendimento, in un terreno di caccia per manager e uomini d'affari; di chi l'ha riempita di distributori di merendine, mentre il gesso va razionato; di chi ha fatto diventare la didattica un orpello pressoché inutile, una velleità da idealisti. Di chi l'ha resa un agente di repressione. Identificarsi con questa istituzione non ha più il valore che aveva venti o trenta anni fa. Gli alunni non la rispettano più, perché percepiscono, probabilmente con ua certa chiarezza, l'abisso in cui una scelleratezza bipartisan la sta facendo sprofondare. E, cosa ancora più importante, perché commettono il tragico errore di scambiare per libertà lo spaventoso vuoto che si portano dentro per colpa di questa scuola e dei mutamenti sociali e politici agghiaccianti che l'hanno generata. Il che lascia un'unica opzione aperta all'insegnante che ragiona in un'ottica di contrapposizione: l'autoritarismo, che fatalmente lo porta ad allinearsi con la politica di repressione di cui sopra.

E il vostro Bradipo, il vostro umile servitore, come si pone davanti a tutto questo? Beh, come al solito. Procede a tentoni, come si addice ai tardi di comprendonio. Coltiva il dubbio, unico antidoto che abbia mai trovato contro il pubblico ludibrio. Cerca la propria collocazione, barcamenandosi fra nefandezze di vario genere e provenienza. E si ricorda, periodicamente, di quanto sia fuori luogo prendere troppo sul serio una umanità bambina che continua a fare i capricci perché non vuole crescere.


venerdì 9 gennaio 2015

Some, any e l'infanzia della specie umana

Cari amici, presto vi parlerò di una grande novità che sta per migliorare la qualità della mia vita qui nella bella Genova, e per certi aspetti mutarne il corso in misura non indifferente. Ma oggi vorrei riflettere con voi su un aspetto della mia professione che mi farebbe mettere le mani nei capelli, se ne avessi la possibilità.
 
 Dovete sapere che io non do mai compiti per casa: penso che sia sufficiente partecipare alle lezioni con costanza e impegno per raggiungere un livello accettabile di competenza (commisurato naturalmente agli standard mediocri della scuola italiana, e in particolare degli istituti professionali). Se poi qualcuno sente la voglia o il bisogno di ripetere o approfondire, sa bene (o dovrebbe saperlo, se avesse svolto il suo lavoro in classe) come fare. In qualche modo questa concezione, che a me pare estremamente vantaggiosa per i ragazzi, risulta a loro ostica o poco congeniale. Tornato dalle vacanze natalizie ho cominciato a interrogare in vista degli scrutini, e mi sono sentito dire da molti dei miei simpatici mostricciattoli che non erano preparati perché non avevano studiato. Mi chiedevano di rimandare il fatidico momento, e cosa studiare per non trovarsi in difetto. Insomma, in classe si cazzeggia, a casa si imparano a memoria due belinate dal libro di testo; questo è, per i miei alunni, studiare. Temo che un giorno di questi finirò per chiavare qualcosa in faccia a qualcuno.
 
Eppure la chiusura del quadrimestre si avvicina, e molti non hanno ancora una valutazione sull'orale. Dunque, non posso fare a meno di chiamare qualcuno alla lavagna, generando così orrore e raccapriccio fra le fila di questi strani gremlins che fanno di tutto per non venire a contatto con la competenza dell'inglese come seconda lingua, apparentemente temendo chissà quali nefasti effetti. Il mio argomento preferito è: some ed any. Sfido chiunque a darmi una regoletta semplice e chiara che ne spieghi l'uso. Sfido qualsiasi docente a insegnarlo, e qualsiasi discente a capirlo, senza dedicarci almeno una lezione, con frasi di esempio e una riflessione a posteriori. E infatti i ragazzi che lo studiano unicamente dal libro di testo non sono mai, dico mai in grado di dar ragione dell'uso di some ed any in alcune semplicissime frasette che io scrivo, non senza una certa sadica senazione di trionfo, alla lavagna. Godo, amici miei, nel dimostrare ai miei pargoli che la mia intelligenza, la mia preparazione e la mia visione del mondo sono superiori - ma non c'è proprio partita - all'intelligenza, alla preparazione e alla visione del mondo di quei/quelle quattro sventurati/e che li hanno rovinati e me li hanno consegnati in queste condizioni. Soffro nel constatare che le vittime di questi abusi educativi non imparano dagli errori. Soffro, ma non mi meraviglio. Sono stati istruiti, ammaestrati, a imparare solo in modo verticale, sempre dall'alto in basso, a non riporre fiducia in se stessi, a credere che ogni bene sia una concessione fatta da qualcun altro. E, cosa più tragica di tutte, si sono formati la convinzione che il prof è un antagonista a cui strappare una sufficienza con qualsiasi mezzo. Quindi non lo si ascolta in classe, si imparano due fesserie dal libro di testo, e si prega il santo di riferimento.
 
Oggi un bimbetto fra i più timidi e impacciati della mia seconda preferita si è sommamente stupito di essere riuscito a capire, grosso modo, come si usano gli stramaledetti some ed any dagli esempi che ho fatto alla lavagna. Deh, fanciullo, perché cotanta meraviglia? Io ho un cervello, tu ne hai un altro, li abbiamo fatti funzionare insieme e la magia si è compiuta. Ed è così, solo così, collegando miliardi di cervelli in rete e ragionando insieme, che la nostra specie uscirà dalla sua infanzia e non dovrà più temere gli scrutini della Storia.  

sabato 3 gennaio 2015

Becero e leghista, ribadiamolo

Anno nuovo, vita nuova? Manco per idea. La stessa vita di sempre, un eterno presente che si trascina stancamente, senza che si apra il benché minimo spiraglio al cambiamento. Siamo o non siamo in Italia? Siamo o non siamo un popolo fatto a brandelli dall'austerity, dalla disinformazione, dall'idiozia nelle sue mille e più manifestazioni pubbliche, sulla cui carcassa il nemico infierisce impietoso? Come, dunque, aspettarsi uno slancio d'orgoglio, o anche solo un debole segno di vita, da questo cadavere sfigurato? Non possiamo che trascinarci verso una morte che si spera non tardi ad arrivare, come Jeff Goldblum nel finale de La Mosca.

 L'aspetto più avvilente di questo lento declino è il fatto che alcuni di noi non riescono a rivestirsi di quell'involucro di incoscienza che ci salverebbe, se non altro, dalla consapevolezza delle sabbie mobili in cui stiamo beatamente sprofondando. Alcuni di noi si ostinano a credere che sia tutto un brutto sogno, che un bel giorno ci sveglieremo e ci saranno l'equo canone, la scala mobile, Novantesimo minuto e il Napoli di Maradona. Perché su, andiamo, vi sembra plausibile che in un paese dell'Europa Occidentale, nel 2015, sia possibile pubblicare sulla versione online di un quotidiano a diffusione nazionale un articolo come questo? In virtù di quale arcano e perfido sortilegio un certo modo di scrivere, un tempo giustamente rivolto alle parrucchiere e alle portiaie, ha invaso i quotidiani e i blog di approfondimento politico? Non che io abbia qualcosa contro le parrucchiere e le portinaie, fin quando sono coscienti di essere gente umile e culturalmente svantaggiata, e si misurano la palla. Perchè io, cari i miei, la palla me la misuro davanti a chi è meglio di me, e ritengo che sia non solo una questione di buon gusto, ma né più e né meno che di civiltà. Quando le parrucchiere e le portinaie escono dal loro degno, utile ruolo e prendono la penna in mano, dovrebbe suonare un campanello d'allarme.

Se volete capire come l'immigrazione viene subita dagli italiani, dovete evitare di leggere queste guardaporta d'alto bordo e farvi un giro nei quartieri presi d'assalto dai migranti. Sì, perché saranno anche il 7%, ma non si distribuiscono equamente sul territorio. Nel quartiere dell'autrice dell'articolo, ad esempio, dubito che ce ne siano molti, a parte quelli a servizio. Nei rioni popolari, dove possono permettersi una stanza o un appartamento diviso in cinque o sei, si notano tanto. Ve lo assicuro, da domiciliato in Via della Maddalena. E siccome, oltre al coraggio, molti di costoro sono per svariate ragioni portatori di disagio e di notevole cazzimma, cose che di tanto in tanto si traducono in comportamenti non proprio simpatici o episodi di violenza, a qualcuno hanno cominciato a stare sul cazzo. Ora io, partendo da questa semplice e facilmente riscontrabile verità, vorrei provare a parlarne non come farebbe una persona intelligente e colta (misurarsi la palla, sempre!), ma almeno utilizzando un minimo di buonsenso.

L'immigrazione non è certo scevra da aspetti negativi. In effetti, gli aspetti positivi sono pochi, a ben vedere. Ne abbiamo già parlato nell precendente post, per cui non mi dilungo. Siamo davanti a una vera e propria tratta degli schiavi che pennivendoli di infima caratura vorrebbero far passare per una manifestazione, naturale quanto lodevole, dell'umano spirito di intraprendenza. Perché sbaglia chi ce l'ha con gli immigrati? Perché sono creature moralmente superiori, incapaci di fare il male, che non arrecano e non potranno mai arrecare alcun fastidio a noi che abbiamo la disgrazia di dirci italiani? No, non per questo. Perché, se qualcuno mi spara, io non devo prendermela con la pistola o il proiettile, ma con chi ha premuto il griletto. Ecco perché non riesco a tollerare articoli come quello che ho linkato: perché quella retorica da due soldi è la foglia di fico della completa indifferenza del potere politico rispetto al benessere dei cittadini. Un benessere al quale si prepongono le possibilità di quadagni illeciti, e soprattutto vergognosamente immorali, che i migranti offrono. Dobbiamo avere il coraggio di farla cadere, quella foglia di fico. Non negare che qualcuno stia sparando, ma additare l'assassino, invece dei bossoli sul selciato.

lunedì 29 dicembre 2014

Carne 'e maciello


 
Cari amici, come è andato il Natale? Avete mangiato come tanti patrizi romani? Avete giocato a tombola, mettendo la dovuta enfasi su tutti i numeri più scostumati, fra i quali non possiamo mancare di citare 6, "chella ca guarda 'nterra", 29, "o pate d'e ccriature" e 71, "omme 'e mmerda"? Avete seriamente danneggiato il tavolo buono con un martello da fabbro nel vano tentativo di alterare l'irriducibile integrità del torrone? Bene, adesso io vi ammorbo l'anima. Mettetevi comodi.

Il mio Natale è stato del tutto ordinario, sotto quasi tutti gli aspetti. Anche io ho partecipato a tavolate con parenti, ho fatto e ricevuto regali, ho oziato mentre le lucine dell'albero lampeggiavano gaie e placide, e il capitone viveva una seconda vita nel mio apparato digerente. Un Natale ordinario, dicevo, sotto quasi tutti gli aspetti, meno uno: io sarei dovuto ripartire da Napoli per Genova, la città in cui mi sono trasferito per lavorare. La città in cui, diciamola com'è, sono emigrato.

Non che io voglia paragonare la mia condizione a quella del personaggio della canzone da cui prende spunto e titolo questo post, ci mancherebbe; la mia è un'emigrazione deluxe. Non vivo in un paese straniero, non faccio un lavoro duro né usurante, non sono costretto a mandare buona parte del mio stipendio a casa. Eppure non posso fare a meno di pensare, tanto più in questo momento dell'anno, che se avessi avuto la possibilità di costruirmi un futuro nella città in cui sono nato e cresciuto, sarebbe stato meglio.

Il migrante, qualunque sia il suo status, non si sposta per viaggiare, per conoscere, come ripeteva invano Massimo Troisi in Ricomincio da tre. Il migrante va dove lo vuole il mercato del lavoro, esattamente come qualsiasi merce va laddove sia richiesta. Non c'è assolutamente niente di bello in questo. Un certo tipo di retorica da manifesto della Benetton, quella esaltazione di un melting pot che serve a forgiare solo sfruttamento, e che purtroppo la nostra "sinistra" parlamentare sparge a piene mani su uno dei fenomeni più tragici e preoccupanti del mondo contemporaneo, non è solo fuorviante, ma anche ferocemente ipocrita. 

Chiamatemi reazionario, se vi fa piacere. Io affermo senza mezzi termini di vagheggiare un mondo becero e leghista in cui ciascuno se ne resta a casa propria, a meno che non abbia motivi precisi per volersi spostare. Voglio che il senegalese abbia da lavorare in Senegal, anziché affrontare un viaggio che ne mette a repentaglio la vita per far nascere un sorriso sulle labbra di qualche radical chic, e gonfiare il conto in banca di qualche canaglia nostrana. Voglio che il napoletano viaggi veramente per conoscere posti nuovi, tornando alla fine nella città prospera e civile che meriterebbe. Voglio che i padroni smettano di ricattarci con una povertà e una disperazione d'importazione. Perché, al netto delle favolette edificanti per "sinistrati", questo è il migrante: carne 'e maciello. E chi sventola i fazzoletti e batte le mani davanti ai bastimenti che ce lo portano, al macello, è per definizione un cannibale.