domenica 24 novembre 2013

Primero hay que trabajar


Amici del Bradipo, una volta ogni tanto anche il vostro pigro mammifero arboricolo scende dall'albero e si prende una boccata d'aria e di vita. Ieri sera si è recato, pede lento come gli si confaceva, a Galleri Art, il nuovo spazio occupato nella galleria Principe di Napoli. In cartellone l'esibizione di Rafael Viloria, giovane e valido cantautore venezuelano, preceduto dal navigato ma non certo senescente Massimo Ferrante e seguito da un altro giovane di prospettiva, nella fattispecie nostrano, che risponde al nome di Andrea Tartaglia. Diciamo subito che ne è valsa la pena. E tenete presente che mi è necessario tanto, ma proprio tanto sforzo per mettermi le scarpe e scendere, specie quando il tempo è così uggioso. Ho fatto bene a farlo.

Dopo aver passato un'oretta buona ad armeggiare tra cavi e mixer per eliminare un fastidioso rumore di sottofondo, cosa che mi ha ricordato i lustri vissuti da musico fallito, mi faccio mescere una birra e mi siedo. Nemmeno il tempo di mettermi comodo, che la chitarra del maestro Ferrante mi mette l'arteteca addosso. Bevo e percuoto la terra con il piede senza remore, come mi ingiungono di fare i nostri antenati comuni, per la breve durata dell'esibizione. Solo pochi brani e il maestro stacca la chitarra e va via, per un impegno lavorativo. E già il musicista che lavora per me guadagna automaticamente punti. Non mi metto a spiegarvi perché, sarebbe un discorso lungo, e magari lo capite lo stesso leggendo il resto del post.

Sale sul palco Rafael. Un po' nervoso per la gripe, l'influenza che gli ha abbassato la voce, e per la barriera linguistica. Si fa aiutare da un compagno ispanofono, che traduce qualche verso dei vari pezzi prima dell'esecuzione. A un certo punto, omaggio a Victor Jara. Una canzone che si chiama Ni chicha ni limoná. Nel testo, le seguenti parole:

Si usted quiere más que toca/primero hay que trabajar

Se vuoi più dello stretto necessario, prima bisogna lavorare. Quelli fra voi così masochisti da leggermi con assiduità capiranno quanto questa frase possa piacere al vostro Bradipo. Conoscevo la canzone, ma ieri sera per la prima volta l'ho capita veramente. L'ho capita alla luce di quello che sta succedendo in questo paese. Quando poi, in una conversazione successiva al concerto, Rafael mi dice: "La gente non ama più il lavoro, e questo è un problema", o qualcosa del genere, io strabuzzo gli occhi, e mi dico che questo giovanotto deve essere il mio alter ego venezuelano e con i capelli. 

Questo, cari amici del Bradipo, perché noi viviamo in un paese di dottrinari dalle voluminose epe, il cui scopo nella vita non è modificare di una virgola la realtà che li circonda, bensì farsi dare ragione. Poco cale, a costoro, che la ragione è notoriamente dei fessi. "Pragmatismo" è, per questi alti funzionari della Motorizzazione del ben pensare, una parolaccia. Se non ti rilasciano prima la patente di rivoluzionario, non puoi circolare. Il lavoro? E che ne sanno questi del lavoro? Ne possono parlare in termini astratti, ma la verità è che non lo capiscono. La canzone di Victor Jara è una critica intelligente e ironicamente severa della classe media, e della sua assurda pretesa di consumare senza lavorare. Questa è la sfida: ripensare noi stessi, da consumatori (passivi, assoggettati alle scelte e alle decisioni altrui, umanamente immaturi) in lavoratori, e quindi artefici del mondo di cui vogliamo godere. Non basta ripartire più equamente il prodotto di un lavoro del quale non siamo protagonisti; dobbiamo riprenderci il lavoro, altrimenti continueremo a oscillare fra l'uomo di ieri e quello di domani, fra una concezione e un'altra dell'esperienza umana. Non saremo ni chicha ni limoná.

lunedì 18 novembre 2013

Furbacchioni in vetrina


Vi imploro, datemi tregua. Sono fesso, non lo nego, e anzi lo rivendico. Anch'io cado vittima dell'errore e della stoltaggine, ma almeno, perdinci e perbacco, provo a farlo con moderazione. Su Facebook, invece, assisto a un festival perenne della'idiozia e dell'inanità. Le vette più sublimi si raggiungono con Pippo Civati, e tutti coloro che hanno passato più di cinque minuti della loro vita a prenderlo sul serio. Su costoro, e sulla loro progenie, ricade la colpa indelebile di aver trasformato in una sorta di guru un furbacchione che politicamente è meno di zero.

Ho fatto un'affermazione forte, e adesso la devo sostanziare. Se non lo facessi, sarei poco serio. Dunque, perché Civati è politicamente meno di zero? Per rispondere a questa domanda, credo sia utile accennare a come si è trasformato nel sentire comune il concetto di politica in Italia, negli ultimi 20-25 anni. 

Una volta, me lo ricordo perché non sono più un giovincello, la politica parlava delle cose. Non era metadiscorso. La politica parlava di fare, e spesso arrivava perfino a fare. Questo perché aveva un ruolo, che il momento storico le aveva assegnato: quello di mediare fra diverse visioni del mondo e soprattutto opposti interessi. la politica in Italia ha prodotto lo Statuto dei Lavoratori, la scala mobile, l'equo canone, e d'altra parte ha sorretto e incoraggiato lo sviluppo di un capitalismo nazionale, e gli ha consentito di sopravvivere alla concorrenza di sistemi produttivi molto più solidi e competitivi, in particolare quello tedesco.
Poi, all'inizio degli anni '90, il mondo ha preso a trasformarsi alla velocità della luce. Il blocco dei socialismi reali ha ceduto di schianto. Maastricht ha segnato l'inizio di un cammino che avrebbe portato, sotto l'egida della barbarie neoliberista, all'unione economica e monetaria che sta facendo a pezzi i popoli di mezza Europa. In questo scenario, la politica non aveva più, non poteva più avere il ruolo di prima, ma ne doveva assumere uno nuovo: catalizzare il consenso elettorale intorno a proposte e programmi che non invadessero il campo dell'economia e della finanza, ma al contempo consentissero ai cittadini  - ormai di fatto sudditi - di identificarsi con la forza politica di riferimento, e continuare ad avere l'illusione di vivere in democrazia.

Non è un caso che gli anni '90 abbiano visto una netta affermazione della "sinistra" in molti paesi europei. Per la prima volta gli ex comunisti arrivarono al governo in Italia, sebbene alleati con i cattolici, e in gran Bretagna  Blair ottenne una storica landslide victory, una vittoria a valanga. Le politiche di quest'ultimo, così come quelle di Prodi, erano chiaramente improntate al lasseiz faire, eppure questi signori passavano, in qualche modo, per esponenti della "sinistra". Come è possibile?

Perché, come accennavo prima, la politica è diventata metadiscorso. Il suo oggetto non è la trasformazione della realtà (la storia è finita, dunque cosa c'è da cambiare?), bensì uno sterile filosofeggiare che altro non è, in ultima analisi, che una contrapposizione di identità ideologiche pre-confezionate. Non le identità ideologiche del mondo novecentesco, costruite a partire dal prendere atto della propria appartenenza a una classe, con tutto ciò che questo comportava, ma identità il cui valore è esclusivamente estetico (mi correggano i filosofi se uso il termine impropriamente), ovvero relativo al modo in cui all'individuo piace percepirsi. Dunque, questa politica non è altro che nutrimento per il narcisismo di individui ormai completamente alienati dai concetti di democrazia e cittadinanza così come sono stati declinati dall'Illuminismo fino alla fine degli anni '80. E' un prodotto di consumo, un bene voluttuario.

Pippo Civati tutto questo lo sa bene, essendo molto più colto e intelligente di me. Quello di cui difetta è l'onestà intellettuale che gli sarebbe necessaria per ammettere che, se vuole realizzare solo la metà di quello che propone, dovrebbe cominciare col lasciare il partito in cui milita, vera fucina in Italia della concezione della politica alla quale alludevo prima. Se si vuole che la politica riacquisti dignità la si deve rendere utile, le si deve ridare il suo spazio. La si deve far uscire dalla vetrina dietro cui l'hanno messa quelli che volevano governare il mondo con mano libera, mentre noi litigavamo su parole senza la minima conseguenza sulla realtà. Ci si deve liberare dell'assurda convizione che sia questione di competenza (da quale mente di tecnocrata fascista è stato partorito un simile concetto???) e che un'idea debba piacerci, non già essere valida, per essere condivisa. Altrimenti continueremo a discutere di quale negozio ha la vetrina più bella, mentre Equitalia ci pignora i mobili.

lunedì 11 novembre 2013

Meat and two veg


Meat and two veg è un'espressione che indica l'idea britannica di una dieta equilibrata: carne più due tipi di verdura. La prima garantisce le proteine, mentre il contorno offre un importante apporto in termini di vitamine. Purtroppo, in questa epoca sempre più cinica e povera di valori, meat and two veg si usa sempre più spesso per riferirsi all'apparato genitale maschile; ma non è questo il senso che ci interessa, nella fattispecie.

Dunque, la carne per la sostanza, le verdure per, diciamo così, l'equilibrio. Criteri simili si potrebbero applicare alla costruzione della rosa di una squadra di calcio: c'è bisogno di chi corre e di chi sa vedere il campo, di chi sa giocare il pallone e di chi sa recuperarlo, di chi attacca gli spazi e di chi li copre. Le squadre vincenti non sono necessariamente quelle in cui militano i migliori talenti, ma quelle che assortiscono meglio l'organico.

Lo stesso Diego Armando Maradona, il più grande calciatore quanto meno del XX secolo, che sfidava le leggi della fisica e dell'ottica con la semplicità e la noncuranza del vero genio, non riuscì a vincere uno scudetto da solo. Nella stagione '84-'85 il Napoli si piazzò a un deludente ottavo posto. Fu con l'arrivo dei Bagni, dei Giordano, dei Garella e di tanti onesti e più o meno oscuri gregari, che finalmente riuscimmo a cucirci il Tricolore sul petto.

Al Napoli attuale, a mio modestissimo avviso, non manca la sostanza. Il nostro attacco è uno dei più forti, se non il più forte in assoluto, della Serie A. Quello che ci difetta è l'equilibrio dato dalla verdura. Male assortito, in particolare, il centrocampo, con un Hamsik che di fronte alle grandi sfide rientra di colpo nella pre-adolescenza e un Inler che, mo' ci vuole, ha urgente e disperato bisogno di mangiarsi la fetta di carne. Intendiamoci, stiamo parlando nel primo caso di un campione, nel secondo di un buon giocatore. Semplicemente, non si può pretendere che il lavoro sporco lo faccia tutto il pur straordinario Behrami. In difesa beneficeremmo forse di un centrale più rapido e reattivo (e magari più scafato) di Fernandez, e non guasterebbe un terzino che aggiungesse un po' di dinamismo e sagacia difensiva.

A gennaio il mercato si riapre. Se il cazzaro di Castelvolturno ha veramente intenzione di vincere, interverrà in maniera significativa. La ricetta per la vittoria prevede tanti ingredienti, non la prima cosa che ti capita di trovare nel frigo. La carne che abbiamo messo a cuocere merita un degno contorno. Altrimenti non avremo mai un top team, bensì, come si può chiaramente intuire da un esame cursorio dell'immagine che correda questo post, un saciccio.

sabato 9 novembre 2013

I soldi che ci sono sempre e quelli che non ci sono mai

 
Cari amici, rassegnatevi. Sono un qualunquista, un populista, un "grillino", carente di quel sano realismo politico italiano che ha portato milioni di persone a votare per decenni la Democrazia Cristiana, il partito che ci ha donato i manganelli Mario Scelba e le infinite macchinazioni di Giulio Andreotti, tanto per fare un paio di nomi a caso; quel sano realismo politico che ci porta a dire, come quel nobilotto di manzoniana memoria, "adelante, con juicio", non sia mai un progresso troppo rapido dovesse farci sentire qualche scossone; quel sano realismo politico, infine, che ci ha indotti ad assistere impassibili, mentre quattro guappetielli in uniforme ci toglievano ogni libertà e diritto, pensando che la cosa più conveniente fosse tenere la testa bassa e sperare di non prenderle, o almeno di non prenderne troppe. Quel sano realismo politico che è, in buona sostanza, l'accettazione della tirannide.

Saprete forse che quei populisti, qualunquisti e marrani felloni del M5S hanno presentato una proposta di legge per istituire un reddito di cittadinanza. Questi fascistoidi, essendo evidentemente sprovvisti di cultura politica, prova ne sia che credono nell'esistenza delle sirene, si sono fatti inspiegabilmente abbindolare dall'idea che il lavoro sia un diritto. Un'idea, correggetemi se sbaglio, storicamente cara alla Sinistra. A questo punto Stefano Fassina, il John Maynard Keynes del Partito Democratico, che naturalmente è un partito di Sinistra, ha detto che questa è una pia illusione. Non c'è la copertura. Comincia a venirmi il sospetto che i qualunquisti potrebbe non avere tutti i torti quando parlano di crisi delle ideologie: i populisti fascistoidi propongono qualcosa che sembrerebbe di sinistra, e la Sinistra dice che non si può fare.

Non c'è la copertura. Questo vi dice la gente seria, la gente che ha letto i libri, che non perde tempo a guardare i video sulle scie chimiche. Orsù, un po' di realismo! Se fosse stato possibile, non vi pare che lo avremmo già fatto? Eh, già! Adesso arrivate voi, che pochi mesi fa non sapevate nemmeno dov'era il Senato, e restituite la dignità ai disoccupati! Non si può fare.

Ebbene, io che sono qualunquista, populista e carente di realismo, vorrei a questo punto fare un'osservazione. Perché l'argomento della copertura che non esiste salta fuori sempre e soltanto quando si tratta di fare spesa sociale? Quanto denaro sarà stato buttato nella TAV? Era proprio essenziale l'alta velocità ferroviaria? E sono necessarie le consulenze con compensi spesso incongrui che enti pubblici, come ad esempio la RAI, affidano continuamente all'esterno? A giudicare dalla programmazione della televisione di stato, si direbbe che i suoi dipendenti difficilmente potrebbero fare peggio. Eppure in quei casi i soldi non mancano mai.

Non so voi, ma io di assistere a tutto questo sperando che prima o poi qualche briciola tocchi anche a me non ne ho voglia. Affibbiatemi tutti gli appellativi che vi pare, io tifo per il populismo, il qualunquismo, l'avventurismo politico di questi ingenuotti. Perché il "juicio" è la modalità della conservazione, non del progresso. Perché io non dico che bisogni versare sangue in nome della Rivoluzione (democratica e pacifica, non vi allarmate), ma non potete pretendere di cambiare un paese senza versare qualche goccia di vino sulla tovaglia buona. Se non ritenete questo cambiamento necessario, prendete atto di essere dei conservatori, e facciamola finita con le pantomime. Se invece lo auspicate, forse quelli poco realisti siete voi: quelli per cui i soldi ci sono sempre sono, sono sempre stati, e sempre saranno, il nemico del progresso.

domenica 3 novembre 2013

The dark side of the moon

Bene, ormai vi sarete resi conto che questo è una sorta di diario di bordo. Così come Antonio Gramsci intendeva trasformare la sua detenzione in un tempo di studio, così io ho da tempo deciso di fare della mia permanenza forzata nella condizione di sfasulato e reietto un tempo di elucubrazione, essendomi preclusa l'azione in quasi tutte le sue forme. 

Sogghigno al pensiero dell'oltraggio che ho certamente arrecato al vostro senso del sacro, accostandomi al più grande intellettuale italiano di tutti i tempi, ma che ci volete fare? Io sono un cretino ormai palesemente irredimibile, e poi vogliamo negare questi sollazzi da primate arboricolo a un condannato alla deboscia perpetua? Ridete di me, dunque, o compatitemi. Fate voi. E continuate a seguirmi, se così vi piace,  nell'intricata selva di argomentazioni in cui ho in mente di condurvi.

Poc'anzi, un commento su Facebook relativo all'ennesimo editoriale ad mentulam canis di Eugenio Scalfari mi ha colpito. Lo definiva un "signore feudale". Sapete, se mi leggete assiduamente, quanto spesso io ricorra al concetto di feudalesimo per spiegare la realtà di questo paese. Con la locuzione "signore feudale" questo internauta aveva, a mio modestissimo parere, colto un aspetto importantissimo del discorso politico italiano in questo momento.

Chi è il signore feudale? Uno che vive delle fatiche altrui. Siccome lui ha le armi e sa usarle, i marrani (vili per definizione) gli si sottomettono, e spesso anche di buon grado. Trovano sicurezza nella gerarchia, nell'ordine e nella protezione dai pericoli che offre loro. Dal feudalesimo si esce, attraverso un lavorio secolare, per merito di una classe mercantile che dice "io sotto questo ombrello non ci voglio stare". Al potere militare dei feudatari e dei loro vassalli oppone il potere economico raggiunto attraverso il lavoro. Sorgono i comuni, che si costruiscono le loro cinta murarie e formano le loro milizie. Questi comuni rappresentano uno dei punti più alti raggiunti dalla civiltà medievale. E quando, già infiacchiti dall'ascesa di parassiti "di produzione propria" e trasformati in signorie, saranno definitivamente piegati all'arroganza imperiale, nel primo Cinquecento, comincerà il declino della penisola italiana.

Le società si sono sempre divise, almeno per quanto riguarda la storia europea conosciuta, fra coloro che lavoravano e coloro che vivevano a spese dei primi. La verità immensamente rivoluzionaria che gente come Scalfari vorrebbe nascondere è che oggi questo non è più necessario. Il concetto di democrazia, se compreso a fondo e messo in pratica tanto nella sfera politica quanto in quella socio-economica, ci affrancherebbe da parassiti di qualsivoglia genere. Però bisogna guardare il lato oscuro della Luna, non quello che il sistema mediatico feudale continua a illuminare con i suoi riflettori. Bisogna capire che, con tutti i nostri CD, iPad, iPod, PC e Smartphones noi, il popolo, siamo gli eredi dei marrani, degli artigiani, dei mercanti che si ribellarono all'Impero e dissero "il nostro ordine sociale ce lo costruiamo da noi". E, proprio perché abbiamo un patrimonio di conoscenze e tecnologie che quelli non avevano, dobbiamo andare oltre: dobbiamo costruire un ordine così giusto, così ben disegnato, così conforme alla nostra natura e alla sua capacità di evoluzione, da sbaragliare per sempre feudatari e vassalli, e stabilire una volta per tutte che il lavoro può e deve essere l'unica fonte legittima di sostentamento. Maneggiare una spada non è per tutti, pensare può e deve esserlo. I signori feudali non ci servono più.


giovedì 31 ottobre 2013

Il catechismo


Io lo dico sempre che sono ignorante e vorrei essere edotto. Capisco qualcosina, e vorrei capire di più. Quando qualcuno dei miei lettori ha pensato, forse perché i toni ironici e scanzonati che spesso uso possono essere fraintesi, che volessi mettermi a fare il maestro di vita o qualcosa del genere, ho aggiunto al titolo di questo blog la dicitura "confessioni di un fesso reoconfesso". Dunque, non c'è bisogno che me lo facciate notare. Non sono un capoccione, e non aspiro a esserlo. Mi basterebbe capire il 30-40% di quello che c'è da capire. Sarebbe già un ottimo risultato.

Dicevamo, ho sete di conoscenza. Ma non di mere e aride tassonomie, o di interminabili sequele di articoli di fede. Eh, no. E qui la cosa si complica. Ho sete di un tipo di conoscenza che in questo paese - me ne rendo conto ogni giorno di più - non ha molti fan. Perché se io mi identifico con la mia storia personale, per quanto faccia schifo, con i miei ricordi, i miei affetti, e d'altro canto anche con i miei errori e i miei insuccessi, molti intorno a me si ostinano imperterriti a identificarsi con entità intangibili e astratte. Hanno fede. E la fede, si sa, va dimostrata credendo in proposizioni astruse. O' Brien, il perfido torturatore di Winston Smith in 1984, pretendeva che la sua vittima credesse che lui gli mostrava un numero di dita diverso da quelle che effettivamente aveva alzato. Non bastava che lo dicesse. L'essenza della fede è proprio questa: condividere un'immagine della realtà clamorosamente deformata. Non riesco a pensare a niente di più efficace per compattare un gruppo.

Recentemente ho avuto modo di collaborare a un progetto pomeridiano in una scuola napoletana. Il fato, come si sa beffardo, ha voluto che proprio io dovessi aiutare due ragazzini sui dieci anni a fare i compiti per il catechismo. Io, che tra le poche fortune ho avuto quella di non essere mai stato mandato a farmi indottrinare dai preti (con tutto il rispetto per chi crede), guardavo il mio compagno d'ateismo più vicino e ridevo. Eppure, svolgendo quei semplici esercizi e osservando il coinvolgimento dei pargoli negli stessi, ho compreso il sottile piacere che li animava, al punto di spingerli a tirare fuori i libri senza che nessun adulto glielo intimasse. Si sentivano appagati dal fatto che attraverso l'apprendimento di quelle semplici nozioncine stavano diventando parte di una comunità, una "congregazione", come dicono gli anglosassoni.

Io sono un tipo strano. Di fare branco non me ne è mai fregato molto. Mi sento a disagio, come tutti, quando sono circondato da persone che si trovano su un'altra lunghezza d'onda. Solo che a me non basta il catechismo. E allora me ne sto a casa da solo, leggo, immagino. I commune with the dead and their wisdom, potrei dire nella mia splendida lingua acquisita, che amo perché mi ha dato nuovi orizzonti. Provo un senso di comunanza nel leggere gente morta e saggia. Mi rendo conto, con uno stupore che talvolta rasenta la commozione, che alcuni di loro capiscono il mio presente più dei miei conemporanei. 

E così mi abbevero a questa conoscenza e a questa comprensione che mi isolano e mi precludono quella categoria dell'ecumenico che agli italiani, tanto spesso cattolici senza rendersi conto di esserlo, piace da morire. "Scusate, non mi lego a questa schiera, morrò pecora nera" cantava Guccini, prendendosela con chi si era fatto chiudere il cuore da una morale. Si era dimenticato, evidentemente, di menzionare chi si fa chiudere il cervello da un credo.  

Provo fastidio ogni volta che leggo uno status di Alessandro Di Battista su Facebook. Non perché trovi sbagliato quello che scrive. Tutt'altro. Perché, se è vero che esistono una saggezza e un'umanità infinite in tutto il pensiero e la letteratura socialista (intendo il termine nel senso più ampio, di nuovo, come lo intendono gli anglosassoni), è anche vero che oggi di questo pensiero non resta che il catechismo nell'azione e nel discorso della "sinistra". E questo mi rattrista. Perché, per quanto saggi siano i morti, il mondo lo cambiano i vivi. E io Cristo non voglio adorarlo nella morte, voglio farlo scendere dalla croce.

lunedì 14 ottobre 2013

Il bianco, il nero, e mille sfumature di grigio

Elio Petri mi scuserà se lo contraddico, ma io sono convinto che la proprietà sia ancora un furto. Da quando ho letto il libro proibito dell'arabo pazzo, in cui si esponeva questa massima, non ne ho mai dubitato. No, è inutile che lo cerchiate su Google, non è al famigerato Necronomicon di lovecraftiana memoria che mi riferisco, ma a un'opera che non oso menzionare, temendo che i compagni più ortodossi mi diano del petit bourgeouis e si rifiutino di farsi vedere al mio stesso tavolino, sotto i fronzuti olmi di un certo ritrovo di perdigiorno vomeresi. Dicevo, la proprietà è ancora un furto, e il mondo si divide ancora in chi lavora e chi ruba. A queste due categorie corrispondono logiche, etiche, visioni del mondo contrapposte e inconciliabili. Tutto questo è vero oggi come lo sarà domani, e fino a quando esisteranno lavoratori e ladri.

Come si spiega, allora, che la più dinamica forza politica italiana degli ultimi 20 anni (se non di più) sia nata sul principio che "le ideologie sono morte"? Come si spiega il suo ostinato attaccamento al concetto di superamento di Destra e Sinistra? Per provare a dare una risposta a queste domande, il vostro umile servo ha immaginato un'allegoria.

Pensiamo a un pittore che abbia nella sua tavolozza solo due colori di base: il bianco e il nero. Se l'artista in questione non è proprio lento di comprendonio, li mescolerà per ottenere varie sfumature di grigio, che accosterà al bianco e al nero nella creazione della sua composizione. Quello che l'occhio vede è un po' di bianco, un po' di nero, e molto grigio. Quello che c'è nel quadro è esclusivamente pittura bianca e nera. 

Le ideologie non sono affatto morte. Non esiste agglomerato umano privo di ideologia, dal più piccolo villaggio di pescatori della Groenlandia alla più sconfinata metropoli asiatica. Quello che è accaduto è che, formandosi e crescendo all'interno delle normali dinamiche di sviluppo capitalista, un ceto medio, in Italia come altrove, il bianco e il nero si sono mescolati. E, poichè ogni ideologia è funzionale all'autoidentificazione e alla perpetuazione della classe sociale che la genera, il ceto medio ha prodotto un'ideologia "grigia". Eppure quel grigio non esiste di per sé: è solo una mescolanza di bianco e nero.

Di fronte a eventi inaspettati, che sfuggono ai nostri schemi di riferimento, ai nostri modelli cognitivi, ci troviamo di colpo messi di fronte al bianco e al nero. La tragedia di Lampedusa (il primo dei due gravi naufragi che si sono purtroppo succeduti a breve giro) è stato uno di quegli eventi. Comprensibilmente, e inevitabilmente, la fregnaccia del post-ideologico (con tutto il rispetto per chi ci crede) si è sciolta come neve al sole. Il gruppo M5S al Senato ha fatto una scelta coraggiosa, della quale vado fiero come elettore pentastellato. La sconfessione venuta dal duo Grillo-Casaleggio è stata un gesto inopportuno e miope: tu che ti proponi come forza a suo modo rivoluzionaria non puoi contrappore il grigio al bianco e al nero. Non c'è bisogno che io mi dilunghi su un'analisi di questa gestione disastrosa del dissenso, lo ha già fatto benissimo Andrea Scanzi in questo ed altri articoli.

Adesso il Movimento, che io ritengo molto di più che non una falange armata di palmari al servizio dei suoi leader (altrimenti non lo avrei certo votato), deve prendere atto che è venuto il momento di abbracciare una visione del mondo. Se proverà ad oscillare fra i due estremi del bianco e del nero, a seconda della convenienza del momento, perderà il suo slancio rivoluzionario, la sua ragion d'essere, e quindi i suoi voti e il suo potere. Deve scegliere se stare con i lavoratori o con i ladri. Con i migranti o con i Tinazzi. Con i tossicodipendenti in astinenza lasciati a farsela addosso e gridare di dolore in una cella o i discutibili ideologi. E rendersi conto che, in ballo, c'è molto, ma molto di più dei rimborsi elettorali o delle auto blu.