domenica 14 febbraio 2016

L'importanza di essere membro esterno

Cari amici, rieccomi a voi. Reduce da una tornata infernale di scrutini, in cui immancabilmente si apre il vaso di Pandora della italica pubblica distruzione, torno a rendere conto degli usuali orrori. Per me, titolare di supplenza su sei classi del triennio, l'orrore in questo momento si chiama 5A e 5C. Costoro, perlopiù ignari di quasi tutto lo scibile umano, dalla scoperta del fuoco in poi, formano un Calibano collettivo che provoca la rabbia del docente nel vedersi rispecchiato in cotanta turpitudine. E neppure sperano di affrancarsi un giorno dalla loro schiavitù, della quale non hanno percezione alcuna. Pascono beati nei prati dell'indeterminatezza come l'agnellino di Blakiana memoria, allietando le verdi vallate con i loro placidi belati. Bene, che belino pure.

V'è stato un tempo in cui il pedagogo si dannava, strappandosi per la disperazione quella rada peluria che ancora gli ricopre il capo, nel tentativo di ridestare nei fanciulli una prometeica scintilla di ribellione alla Vita nella Morte che vinse ai dadi l'antico marinaio di cui cantava il buon Coleridge. Non è stato sempre così serafico, il vostro Bradipo, di fronte all'inerzia dei neuroni che lo fissavano da quegli occhi vitrei, come di squalo. Ma, per quanto si sforzasse, non riusciva a strappare segnali di vita senziente a quei ricettacoli di inanità. Ogni suo tentativo si scontrava con l'impenetrabilità, l'imperturbabilità, l'irremovibilità di quei corpi virtualmente privi di vita, dando luogo a un penosissimo effetto Has Fidanken.  

Ma tutto questo, ormai, è solo un brutto ricordo. Il commissario di Lingua e civiltà inglese, quest'anno, al Liceo Artistico, sarà esterno. A qualcun altro toccherà sedersi di fronte a questi ruminanti e ascoltarli violentare la morfosintassi e la logica, mentre un sudore gelido gli imperlerà la fronte a dispetto del caldo estivo. A me toccheranno altri ebeti ruminanti, altri placidi ovini, altri atarassici canidi. Non sarà meno madida la mia fronte, ma almeno, per Giove, non dovrò fingere che Has Fidanken sia dotato di talento. E questa è, in poche parole, l'importanza di essere membro esterno.

giovedì 21 gennaio 2016

Ricchiòòòòòò!!!!!

Signori, qua il fatto è serio. Non sono più i tempi in cui tutto era lecito fin quando non si mettevano le mamme in mezzo; oggi il linguaggio è una selva di divieti e trappole. Puoi dire a qualcuno, ad esempio, che è la schiuma di mezzo alle pacche dei cavalli di Bellomunno quando arrancano sulla salita di Capodimonte sotto il sole di Agosto, trainando un morto chiattone, e nessuno avrà molto da eccepire; ma prova a mollare il classico "ricchione" e sarai subito nell'occhio del ciclone. La rima non era voluta, è che non so scrivere. Non c'è neanche bisogno di pronunciarlo con quella carica di disprezzo di quando uno dice "sì 'nu ricchione 'e mmerda!". Qui anche un ricchione semplice, un frocio o un finocchio, è passibile di gogna. Ma che ci sarà mai di offensivo nell'essere ricchione? Niente. Infatti, ormai nessuno che abbia completato la terza media ti chiama più ricchione per denigrare la tua omosessualità. Ad esempio, se io trovo dopo mille giri a vuoto un posto auto e faccio per entrare, ma vengo preceduto all'ultimo momento da un  astuto lestofante, potrei esclamare "ma tu vide a 'stu ricchione!", pur non avendo alcun elemento probatorio sul quale basare la mia ingiuria. Se lo chiamassi "figlio 'e zoccola", il ragionamento da fare sarebbe lo stesso. Le probabilità che io conosca la madre dello stronzo in questione, in una grande città, sono scarse. Succede che a volte usiamo certe parole ed espressioni in un modo che abbiamo ricevuto in eredità dal passato, quando i padri prendevano i figli a cinghiate e il delitto d'onore era punito con minore severità di un furto d'auto.

Ma una cosa è vera, nel mondo del calcio c'è tanta omofobia. La mia teoria, che forse troverete irrispettosa e irriverente, o forse bislacca, è che non possiamo dare tutta la colpa agli scostumati che spostano con la bocca. Un po' di responsabilità ce l'hanno anche i responsabili del design e del marketing (due parole discretamente gay, a mio parere), che hanno arricchiunito il meraviglioso giuoco del calcio. Ecco le mie umili proposte per riportare un po' di ommità nel mondo dell'arte pedatoria e così contrastare l'annoso problema dell'omofobia sul rettangolo verde:

- Abolire gli scarpini colorati. Cioè, voglio dire, porti lo scarpino fucsia e poi ti sorprendi se ti danno del buliccio? A questo punto mettiti il tacco dodici...

-  Decretare per legge che la superficie esterna del pallone deve essere composta tassativamente da pentagoni di colore nero ed esagoni di colore bianco; o, ancora meglio, presentare una colorazione omogenea, quella del bruno, ruvido cuoio non verniciato. Ommità a manetta.

- Togliere i nomi dei giocatori dalle maglie. Che cos'è questo vezzo da prime donne? Maradona non aveva scritto niente sulla schiena, ma la gente sapeva chi era. Certo, se sei un fesso qualsiasi rischi che nessuno ti riconosca quando tocchi palla. Ma se sei un fesso qualsiasi, perchè ricordarlo continuamente a tutti?

- Le maglie stesse devono essere in lana per i tempi freddi e in cotone - rigorosamente non acetato - per quando fa più caldo. Saranno ammesse solo tinte unite e strisce. Se guardando la divisa sociale in controluce si riesce a intravedere femminei ghirigori, il club riceve una penalizzazione di 10 punti.

- Ai giocatori non sarà consentito lamentarsi o restare a terra per più di cinque secondi, a meno che non abbiano subito un infortunio grave. Nel caso in cui un perito medico super partes dovesse verificare che il calciatore sta simulando, procederà con un apposito randello a procurare l'infortunio, e ristabilire così un clima di leale virilità.

- Per finire, gli arbitri torneranno a indossare la casacca nera e saranno diffidati dal sorridere. Un arbitro come si deve è brutto, cornuto e di estrema destra. 

 

giovedì 7 gennaio 2016

Un bastimento carico carico di...

Immaginate, cari lettori, un bastimento carico carico di affiliati ai Casalesi, ultras dell'Atalanta, borgatari romani, sottoproletari semi-analfabeti del profondo Veneto di quelli che tirano sassi dai cavalcavia, pluriomicidi della Locride e sicari di Cosa Nostra. Immaginate che questo bastimento carico carico di merda approdi nel porticciolo di una tranquilla cittadina norvegese. Quanto tempo impiegherebbero, secondo voi, i suoi occupanti per ridurre la suddetta cittadina a una landa desolata e devastata, in cui la gente si chiuderebbe in casa per paura di essere accoltellata, derubata, stuprata, torturata senza motivo, e mangiata viva? Magari questi infelici si lamenterebbero, naturalmente sottovoce, dell'arrivo degli italiani. E sbaglierebbero. Perché è evidente che in un caso simile non sarebbero gli italiani ad essere arrivati, ma la monnezza degli italiani.

Mi rendo conto di essere ripetitivo, ma certe contraddizioni sono diventate così lampanti, e la dimostrazione del fatto che io avevo ragione è così chiara, che non posso fare a meno di venire a riscuotere la mia vincita. Il sindaco di Colonia, una donna, ha invitato le sue concittadine a non vestirsi in modo vistoso per evitare molestie: di fronte al pericolo di un'ondata di razzismo, ha ritenuto preferibile enfatizzare le responsabilità delle donne, piuttosto che la bestialità di certi uomini. Se questa dichiarazione fosse stata fatta in un'altra città e in un altro momento, apriti cielo. Ma è stata fatta adesso, a Colonia, in un contesto in cui il migrante (categoria generica, guai a fare distinzioni!) è sacro, e anche la donna, di solito (giustamente) tutelata con particolare attenzione, è sacrificabile sull'altare della "multiculturalità". In buona sostanza, se ti metti la minigonna oggi a Colonia e uno qualsiasi degli animali che sono entrati in Germania nel votta votta della scorsa estate ti violenta, "te la sei cercata".

Vi stupite? Vi indignate? Pensavate che nel votta votta in questione ci fossero solo poveri profughi siriani in fuga dall'orrore della guerra? Ma ci siete mai stati allo stadio? Ma li avete fatti i tre giorni? Ma non lo sapete che una fetta ragguardevole della specie umana fa schifo al cazzo e non aspetta altro che un'occasione per dimostrarlo? Figuriamoci, poi, in una situazione in cui saltano tutti i controlli. Questa è la multiculturalità, non l'Erasmus a Barcellona. L'Erasmus non serve ad arricchire trafficanti di esseri umani, non serve alle organizzazioni criminali per muovere merce e manovalanza, non serve ai padroni a indebolire la posizione contrattuale dei lavoratori. Serve, quello sì, a scambiarsi esperienze e confrontarsi, venendo a contatto con altre culture. Tutte cose, come vedete bene, inutili, se non come spot pubblicitario. La "multiculturalità", quella seria, è un'altra cosa: è un bastimento carico carico di merda.

mercoledì 30 dicembre 2015

Partire dal traguardo

Cari amici, da un po' non scrivevo. Poiché l'anno sta per finire, credo sia importante apporre il mio suggello di orrore a questo 2015 che, come già il suo predecessore e come sarà certamente per il suo successore, ha fatto schifo. Ormai non è più lecito aspettarsi del bene dalla vita, e sapete perché? Perché la vita è finita. Siamo zombie che si aggirano in un deserto morale e intellettuale, in cui gli impietosi sacerdoti del potere si sono impadroniti di tutto quanto è ancora fertile e fonte di nutrimento. E, stando così le cose, ci imboccano sotto mentite spoglie cucchiaiate di omogeneizzato, per farci rimanere nello stato infantile nel quale, palesemente, ci troviamo.

Poco fa leggevo su Facebook un commento fatto da un amico appartenente a quella nutrita schiera di militanti della sinistra salvinofoba e politically correct. Era un augurio al contrario fatto a chi non accoglie a braccia aperte, senza condizioni né remore, tutti coloro che intendano stabilirsi in questo paese, a prescindere da qualsiasi considerazione di carattere socio-economico, in base a cui si rischierebbe di dover concludere che la solidarietà non è solo un valore astratto, ma una prassi condizionata da molti fattori. Suppongo che queste esitazioni ad aprire il mio cuore e il mio conto Bancoposta (la scelta dei campioni!) a chi soffre mi collochino ipso facto nella schiera dei gretti piccolo-borghesi fascio-leghisti contro cui un esercito di polacchine indignate protesta a gran voce, intonando all'unisono un canto ricolmo di amore per l'Umanità e fair play. 
Un feticcio piccolo-boghese e fascio-leghista: la carta Bancoposta

A me piace il pensiero laterale. Quando vedo Peppone e Don Camillo affrontarsi nella piazza del paese, penso immediatamente che ci debba essere una terza opzione. Sarà che non ho la struttura fisica per fare a cazzotti. Sarà anche, magari, che le esperienze fatte mi stimolano a modificare il modo di vedere la realtà, man mano che le pecche e le inadeguatezze della mia ideologia vengono a galla. Dopo un anno e mezzo vissuto nel centro storico di Genova, non sono più disposto a tollerare discorsi retorici sul tema dell'immigrazione. Salvini ha torto, e le polacchine hanno torto, perché né Salvini né le polacchine sono in grado di dare ragione della complessità che ho avuto modo di constatare in prima persona in un luogo in cui gli immigrati, in gran parte irregolari, costituiscono una fetta consistente della popolazione.

Ma, e veniamo al punto, se il mio pensiero si modifica, si evolve, se le mie prospettive cambiano, è perché io cerco un punto di partenza, non di arrivo. L'identità filosofico-politica è, per come la vedo io, un affaccio sul mondo, non una cartolina o un poster; perché quando il mio viaggio mi porta in quegli stessi luoghi e me li mostra diversi dall'iconografia imperante, alla quale è considerata quasi una caduta di stile opporre un "ma in realtà", io non mi sento di nascondere la verità dietro la cartolina. Io so che il traguardo non è la costruzione del mio io, ma di un mondo decente. Dice, e allora la tua identità? Ah, che bello aver confessato al mondo di essere un fesso! Auguri di un felice 2016 a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici, che abbiano un lavoro o che lo debbano ancora trovare. Con gli altri, io non ho niente da spartire.

martedì 1 dicembre 2015

Casa



Ho scoperto tardi il rugby, avevo già trent'anni. Uno dei primi ricordi che ho del Sei Nazioni è lo stadio di Murrayfield che canta Flower of Scotland, inno non ufficiale della Scozia. Questa canzone celebra la battaglia di Bannockburn, in cui gli scozzesi, guidati dal leggendario Robert Bruce, si guadagnarono sul campo il diritto all'indipendenza dall'Inghilterra. Ho un ricordo indelebile di quel momento: ottantamila persone la cantavano perfettamente all'unisono, senza sbagliare le parole, man, woman and child, come direbbero a Orta di Atella. 

In quinta stiamo affrontando il Modernismo, in particolare Joyce e la Woolf. Costoro, come saprete (e se non lo sapete ve lo dice lo zio Bradipo), saltavano di palo in frasca. Apparentemente. Io, nel mio piccolo, faccio lo stesso.

Oggi sono andato a vedere un appartamento, in quanto presto lascerò l'anfratto che ho in affitto (l'allitterazione è voluta, perbacco!) in quel meraviglioso letamaio che è Piazza San Luca, nel centro storico di Genova. Appena tornato dalla ordinaria via Canevari nel mio oscuro budello, sono stato preso da una ineffabile tristezza, degna quanto meno di una signora Dalloway, se non di un Leopold Bloom. Appena salito a casa, ho avuto modo di udire la melodiosa e sonora voce del solito balordo. E questo ha scatenato nel mio subconscio qualcosa.

Il concetto di casa è complesso. Io sono andato a vedere quattro mura in cui dormire, mangiare e preparare le lezioni o correggere le verifiche. Ma una casa è molto, molto di più. Senza una casa comune, siamo tutti stranieri a noi stessi e al nostro prossimo. Ancora più stranieri del malnato che ha innescato, con il suo sgraziato e probabilmente adirato gridare in arabo, la mia joycianissima epifania. 

Un dì, se non andremo sempre fuggendo, parafasando Gigione (era Gigione, vero?), troveremo anche noi una patria, calpestata e mal ridotta, ma miracolosamente viva. Non un coacervo di retorica e xenofobia, ma una casa da abitare insieme, da buoni vicini. Scavando scavando, forse anche noi ritroveremo il fiore sepolto nel fango del nostro essere italiani, e impareremo a cantare all'unisono di come ci siamo finalmente ritrovati in una casa bellissima, accogliente e pulita.

sabato 28 novembre 2015

Una brutta fine

Il signore che vedete nella foto è Francis Fukuyama. Nel 1992 pubblicò un libro dal titolo The End of History, "la fine della Storia". Il libro espandeva concetti già esposti in un articolo di qualche anno prima, nel quale si suonava una marcia trionfale per la "American way of life" e si infieriva sul nemico agonizzante. La Storia era finita, o stava per finire. Si era arrivati al capolinea, si era visto tutto, nulla rimaneva da conquistare. L'essere umano, se non perfetto, non era comunque più perfettibile, perchè non esisteva più la spinta necessaria per mettere in moto cambiamenti significativi. Marx si era sbagliato: il capitalismo era sopravvissuto, e alla grande. Presto avrebbe portato benessere in ogni angolino del globo ancora non raggiunto. E questo perchè per Fukuyama la democrazia, intesa come liberaldemocrazia borghese, vale più di un piatto a tavola. 
Farneticazioni, naturalmente. Chiunque abbia mai avuto il problema di mettere il piatto a tavola capisce bene come il bisogno sia gerarchicamente superordinato rispetto al desiderio. Per esempio, tanti giovani oggi lavorano in quelle aberrazioni morali che sono i call centre; il desiderio di libertà li porterebbe altrove, il bisogno li inchioda alla loro postazione. Dunque, o traiamo la conclusione che la Storia si chiude per Fukuyama con il banchetto di pochi a fronte di un resto del mondo che muore di fame, o rimettiamo in discussione le (involontariamente) sacrosante parole di Malthus: non cè posto per tutti al grande banchetto della Natura. Non c'è posto per chi consuma il suo, il mio e il vostro.
Ma Fukuyama, è evidente, ha vinto.  Ce ne accorgiamo dalle dichiarazioni di molti esponenti della nostra "classe dirigente". Quelli che ci chiamano "choosy", "sfigati", "mammoni", che ci danno dei fannulloni e ci esortano a terminare gli studi in fretta, e correre a farci sfruttare come schiavi nell'antico Egitto. Ce ne accorgiamo dal fatto che, nell'epicentro della American way of life, la gente fa letteralmente a botte per un televisore in saldi. Ce ne accorgiamo, infine, dal livello di abietto servilismo raggiunto da buona parte dei nostri "intellettuali" e "giornalisti", che risponde alla tragica evidenza che la Storia non è AFFATTO finita con letture da sottoproletariato analfabeta, se non con forme di malcelato razzismo.
E me ne accorgo io, misero e tapino, quando faccio lezione. L'assoluta incapacità dei miei alunni di collegare quei quattro eventi e fenomeni a cui si fa riferimento nell'imancabile historical background mi conferma che questi poveracci sono stati privati degli strumenti per capire da dove viene l'orrore in cui li fanno vivere. La mia sfida personale, quest'anno, è di far capire a qualcuno, fosse anche una sola persona, che sangue della colonna sono state le enclosures nell'Inghilterra della prima età moderna, e quanto siano tristemente attuali. Dare a qualcuno la possibilità di capire che il modus pensandi feroce di gente come Poletti, come Martone, come la Fornero, è atrocemente vicino a quello dei Puritani di 400 anni fa che spiegavano con la predestinazione alla dannazione la causa di ogni male sociale.
No, non credo che questa sia la fine. La Storia non è finita. Un'opera così grandiosa, nel bene e nel male, non può avere una fine di merda come questa. Noi, se non ci diamo un svegliata, sì.

lunedì 16 novembre 2015

Perchè siamo superiori


Ebbene sì, scrivo questo post per affermare e celebrare la superiorità di una cultura sulle altre: la cultura dell'uomo. Che vuol dire? Vuol dire che, come sostenevano Protagora e il professor Bellavista, l'uomo è la misura di tutte le cose, ed è dunque in base alla loro utilità o desiderabilità in rapporto all'uomo che esse vanno giudicate. L'uomo è il metro di giudizio, non le cose.

Non il denaro, non le merci, non la proprietà, e nemmeno i libri, se pretendono di innalzarsi con la forza sopra il nostro libero giudizio. Per questo mi ritengo indiscutibilmente superiore rispetto a un fanatico che si fa saltare in aria in nome di una guerra santa. Perchè, quando leggo un libro, ci vado cercando dentro me stesso e il mondo che conosco, non dio. Perchè mi fanno ridere Totò e Troisi, ma anche i fratelli Marx e i Monty Python. Perchè Dickens e Dostojevskij non mi sono estranei. Perchè riempio la mia prosa di allitterazioni e sogghigno fra me e me come un bambino discolo, e me ne beo. Perchè la scorsa settimana ho aiutato due turisti francesi a comprare della focaccia, e ho anche proferito un paio di parole del loro oscuro idioma, nonostante aggiungano lo zucchero al vino e pretendano di affermare che è migliore del nostro.

Sì, sono sicuramente migliore di uno qualsiasi di quei fanatici che hanno seminato il terrore a Parigi nella notte fra venerdì e sabato. Sono, molto semplicemente, di più. Ma, by the same token, come dicono a Guardia Sanframondi, sono anche meglio di un creazionista dell'Alabama e di un corporate fascist o tecnocrate tedesco. Sono meglio di un medico obiettore della provincia di Perugia, meglio di un sivigliano che aspetta la Semana Santa per flagellarsi. Sono meglio di loro perchè stamattina ho imparato a fare le melanzane a funghetto, poi ho preparato le lezioni di domani, ho strimpellato un paio di canzoni alla chitarra e ho scritto questo. Le mie giornate sono dedicate all'uomo, non alle cose. Per questo sono superiore. Se qualcosa sopravviverà alla follia che stanno innescando i fanatici delle cose, sarà merito nostro, di Totò, dei fratelli Marx, delle melanzane a funghetto e di tutto quanto ruota intorno all'uomo e lo arricchisce veramente. Se, invece, dovessimo morire tutti, che vi devo dire? Voglio morire mangiando le melanzane a funghetto. Credo nell'uomo, e credo nelle melanzane a funghetto. Non ho bisogno di credere in altro.