sabato 27 maggio 2017

Orrore perpetuo

Cari adepti, buongiorno. Come vi trova questa bella mattinata di tarda primavera? Dal momento che trova me in uno stato pressoché pietoso, e non ho neanche la forza di farmi la doccia, scriverò. Scriverò dell'orrore perpetuo che mi è toccato come sorte professionale.
Lo avete visto il film del quale vi ho azzeccato la locandina sulla pagina? Guardatelo, è fatto molto bene. Si tratta di un tizio che per lavoro scrive recensioni degli alberghi, il quale finisce in una stanza maledetta di un hotel statunitense. Questa stanza ha la peculiarità di farti rivivere la stessa giornata in eterno; ogni volta che il ciclo ricomincia si presentano orrori leggermente diversi, ma sostanzialmente tutti riconducibili alla natura malvagia della stanza stessa. Ecco, vi sembrerà strano, ma io sono fortemente convinto che l'autore di questa sceneggiatura abbia avuto una pessima esperienza scolastica. Sì, perché quello che racconta il film è qualcosa di molto, ma molto simile a una cattiva scuola.
Ieri una collega mi diceva di essere delusa dal fatto che i nostri alunni, quelli della classe che abbiamo in comune, non hanno dato mostra di aver fatto una maturazione significativa nel corso di questo anno. Credo che abbia ragione. Giorno dopo giorno, sono entrati in aula per dare vita a un orrore leggermente diverso nei dettagli da quello del giorno prima, ma fondamentalmente generato dalle stesse cause: sfiducia in se stessi e nei propri insegnanti, e di conseguenza ansia e rabbia di fronte alle prove che non possiamo esimerci dal sottoporre loro.
Ma l'orrore va oltre. Per noi docenti è ancora peggiore. Sì, perché se i ragazzi se ne liberano in cinque anni, per noi questo tormento continua, ci vede invecchiare (male) e diventare sempre più deboli e sprovvisti di strumenti ed energie per farvi fronte. Deboli perché perdiamo l'entusiasmo e le forze, e privi di strumenti perché il tessuto sociale degenera rapidamente e noi non possiamo farci assolutamente niente. Gli adolescenti sono inesperti e ignoranti, e dunque le prime vittime designate di questo degrado. Le seconde siamo noi, chiusi in una stanza in cui il tempo si è fermato e non esiste più il futuro.

lunedì 24 aprile 2017

L'ordalia del fuoco, il Socialismo e la barbarie



C'è uno spartiacque che oggi è molto più importante delle presunte differenze fra Destra e Sinistra, diventate ormai due diversi segmenti di mercato, nella maggior parte dei casi. Si tratta della differenza fra coloro che credono all'idea di fine della Storia (ovvero la stragrande maggioranza degli Italiani e dei cittadini europei occidentali in generale, a giudicare dai loro processi politici) e coloro che non ci credono. Questi ultimi guardano con occhi più critici a quello che accade nel mondo, come a qualcosa che continua la storia del Novecento, rispetto a cui non vedono cesure. I primi, di contro, applicano quello che al vostro umile servo sembra una forma di pensiero magico agli eventi succedutisi fra il 1989 e il 1991, con lo sgretolamento del blocco orientale. Un po' come il visigoto spettatore dell'ordalia del fuoco, traggono dal fatto che l'imputato non sia riuscito a camminare sui carboni ardenti la conclusione della sua colpevolezza. La Storia ha emesso il suo giudizio: gli uomini non sono tutti uguali, e mai potranno esserlo. Di più: uguaglianza e libertà sono inconciliabili fra loro, e la seconda è naturalmente preferibile alla prima, perché insomma, è chiaro, qualsiasi coglione può farcela nella società dei reality e delle favolette politically correct. Io non voglio essere di più nell'uguaglianza, voglio avere di più. Questo, ovviamente, perché sono subalterno fino al midollo, e non potete pretendere che la mia ambizione vada oltre il feticismo della merce, la necrofilia del consumo.

La Storia non è finita, si è fermata a riposare. Ed appare sempre più preoccupantemente evidente che dovrà rimettersi in marcia, che non c'è stabilità in questo modo di produrre, distribuire, consumare e intendere la vita. Quale strada prenderà è da vedere, ma non potrà rimanere ferma ancora a lungo. Chi la orienterà? Mi sembra chiaro: coloro che non si fanno ingannare nel crederla finita. A quale prezzo? Questo dipenderà dalla consapevolezza che avranno i visigoti ai bordi del percorso infuocato che quella prova li riguarda e ci riguarda tutti; che alla fine di quella passerella rovente c'è una vita decente per tutti, senza la minaccia dell'esclusione, della privazione, della guerra. E che chi ci ha messo i carboni ardenti è l'unico, vero nemico.

Ma i Visigoti non brillano, parafrasando un vecchio cantautore francese, ni par le goût, ni par l'esprit. Fin quando saranno tali, non potranno che applicare alla realtà i principi interpretativi superstiziosi e fallaci che costituiscono le uniche risorse di una società senza cultura scritta. Ne consegue che il mondo si salva in un solo modo : con l'educazione. Non crediate di proteggere i vostri figli, di fare il loro bene, nell'essere permissivi e poco esigenti. Fidatevi, la Storia non è finita. Non vi illudete, non finirà fino a quando le masse dei lavoratori e dei miserabili, i soliti, eterni imputati della storia, non riusciranno a superare l'ordalia. Se amate i vostri ragazzi, preparateli a camminare su quei carboni ardenti, o preparateli alla barbarie.

 

mercoledì 19 aprile 2017

Difendere la città

Signore e signori, buonasera. In attesa di Barcellona-Juventus, parliamo un po' di questa nuova iniziativa del sindaco De Magistris: uno sportello per denunciare chi parla male di Napoli. La nostra città va difesa, giusto. Come? Con una forma di segnalazione non dissimile da quella che taluni sfigati rancorosi fanno nei confronti di questo o quel personaggio che su Facebook riceve qualche consenso e qualche like in più di loro.
 
Io sono carne di macello, sono emigrante, lo sapete. Se me ne sono andato, è perché la mia città natale qualche difettuccio ce l'ha. Se non altro, offre molto poco in quanto a opportunità lavorative. E tanti altri sono i limiti di cui si potrebbe scrivere, se non temessi di finire sul patibolo di questa nuova Inquisizione partenopea.
 
Intendiamoci bene, io non mi vergogno delle mie origini. Sapete perché? Perché significano molto poco, ve lo assicuro. I vizi napoletani sono, per la massima parte, vizi italiani. E lo stesso vale per la maggior parte dei nostri pregi. Da Genova a Napoli cambia l'accento, e poco più. Noi italiani siamo imbroglioni, pigri, bugiardi, fanfaroni. Gli ingredienti del cocktail sono questi, le quantità variano leggermente da città a città, da regione a regione. Ah, dimenticavo, e siamo campanilisti. Questo ci porta a vedere solo il bello del nostro luogo natio, e tutto il male delle altrui contrade.
 
Volete difendere Napoli? E allora vivete da persone per bene. Lavorate con serietà e passione, vivete la città in cui abitate (qualunque essa sia) con senso civico, crescete bene i vostri figli, pagate le tasse. E poi, quando qualche miserabile vi giudica per la vostra provenienza, scrollate le spalle e fatevi una risata: il napoletano serio si difende così. 

martedì 28 marzo 2017

Rumenta

"Rumenta" è parola genovese che indica, come forse avrete intuito, la monnezza. Ora, vi ricordate quella storia che tutti gli uomini sono uguali, senza distinzioni di razza, censo eccetera? Si tratta di una clamorosa cazzata. Gli uomini, semmai, nascono uguali; il seguito sta a noi scriverlo. Dico "semmai" perché dobbiamo, se parliamo di uguaglianza, tenere conto di tutti coloro che nascono con seri handicap. Un esempio potrebbero essere le mie mani, geneticamente inadatte a suonare la chitarra, o qualsiasi altro strumento a corde.
 
Dunque, nasciamo più o meno tutti uguali. Ma poi ognuno di noi si scrive la propria parte nella commedia del mondo, e tutti insieme, di conseguenza, ne scriviamo la trama. E, per scrivere, bisogna saper tenere la penna in mano. Questo, in buona sostanza, è l'educazione. Parlo di educazione, e non di istruzione, perché siamo esseri umani e non lavatrici. Tutti diversi, sebbene uguali, e tutti sprovvisti dei programmi di lavaggio. Se sai scrivere, partecipi alla stesura del copione. Altrimenti, fai la comparsa fino al giorno in cui butti il sangue.
 
Amarcord. Quando ero fanciullo, mia madre insegnava in un istituto tecnico, proprio come me adesso. Io leggevo i temi dei suoi alunni (insegnava italiano e storia) con grande curiosità, frammista a un senso di ammirazione; sì, perché quei ragazzi e quelle ragazze, nonostante l'augusta genitrice li tempestasse di insufficienze, scrivevano non c'è male. Almeno, così mi pareva all'epoca, quando ancora avevo tutti i capelli in testa e neanche un pelo di barba. Oggi che la mia peluria è migrata verso Sud come una rondine, magari avrei un'impressione diversa, chissà. Ma una cosa mi appariva chiarissima: quei ragazzi e quelle ragazze si impegnavano.
 
Quando ho cominciato a insegnare, mi sono chiesto che tipo di insegnante volessi essere. Ho letto qualcosa, visto che a me hanno insegnato a leggere, e un testo in particolare mi ha colpito molto: La pedagogia degli oppressi di Paulo Freire. In questa opera ho trovato una formula che mi ha affascinato tanto da impararla a memoria: "la vocazione storica e ontologica a essere di più". Parole bellissime e sommamente pregne di significato. Ripetetele, assaporatele, palleggiatevele un po'. Sono la fine del mondo. O l'inizio di uno nuovo.

Già, un mondo nuovo. Una volta c'era chi ci credeva. Ora nessuno perde più tempo a immaginare qualcosa al di là dell'esistente. Forse molti non si rendono neanche conto che esista un divenire storico, che le società vanno cambiando. Ad ogni modo, non si concepisce più la possibilità di essere di più. Tutto è ciò che è, e basta. Chi è poco farà finta di essere molto, o almeno un po' di più, per non sentirsi quello che è: rumenta. La scuola non serve più al resto di niente. Dovrebbe insegnare (e in molti casi lo fa) a mentire, a imbrogliare, a falsificare, e soprattutto a nascondersi a se stessi. La Storia è finita, e la speranza di un futuro migliore è ormai qualcosa di inutile, inservibile: è rumenta.


sabato 18 febbraio 2017

Cicerone, le canne e la libertà.


Il post di ieri ha acceso dibattiti, come prevedevo. Me ne beo, visto che il mio fine è sempre e soltanto quello di provocare una reazione, positiva o negativa che sia. Nell'epoca del pensiero unico, dell'autoritarismo invisibile, perfino uno sprovveduto come me può e deve farsi carico dell'irrinunciabile compito di fare ironia, nel senso socratico del termine. 

Dunque, per prima cosa constatiamo che tutta l'Italia, non solo Lavagna, è in collera con la madre di Giovanni; in seconda battuta, notiamo come questa morte venga strumentalizzata per fare una battaglia presuntamente libertaria sul diritto a farsi le canne (battaglia sacrosanta, finché riguarda consumi che avvengano fuori dalle istituzioni educative). Personalmente, per chiarire quello che ho scritto ieri e per aggiungere ulteriori ammonimenti da vecchio bacucco, tornerò a insistere su un altro aspetto.

Cari catecumeni, ormai sono tre anni che insegno nella scuola pubblica, e un'idea dei sedicenni di oggi me la sono fatta. Ho insegnato in una grande città e in provincia, in un professionale, un liceo e un tecnico, e vi scongiuro quindi di credermi se vi dico che, nella maggior parte dei casi, i ragazzi non hanno un Nord, niente in base a cui orientarsi, vanno a vento. Ad eccezione di quei pochi che hanno la fortuna di vivere in una famiglia vera, sono immersi in un vuoto assoluto. Avvertono vaghi malesseri ai quali non hanno la minima idea di come rimediare, dato che la scuola, ormai trasformata in poco più che un bivacco, non li aiuta a sviluppare le proprie capacità di analisi della realtà, né il proprio carattere. Vittime? Certo. Ma non di chi vorrebbe spingerli a cambiare.

E adesso, come si conviene al mio stile, passo alla modalità autobiografica. Quando io avevo quattordici anni, mi si è imposto di imparare a tradurre dal greco e dal latino; oggi, grazie alla valenza formativa di quei pomeriggi passati a bestemmiare i morti di Cicerone e Senofonte, sono in grado di insegnare un po' di inglese ai più abbelinati del reame. Ma se non fosse stata esercitata su di me una pressione severa e costante da parte della mia famiglia affinché mi impegnassi nei compiti scolastici, io non avrei mai imparato neanche la prima declinazione. L'essere stato costretto a farlo non costituisce una violenza perpetrata contro la mia libertà, e chi pensasse una cosa del genere si sbaglierebbe clamorosamente; il fatto è che a quattordici anni bisogna imparare ad essere adulti, e questo è difficile. Il richiamo della diversione è più forte di quello del dovere. La diversione: quella cosa a cui un adulto ben formato si dedica nel tempo libero e in modalità che non interferiscano con i suoi impegni.

E veniamo alle canne. Io sono un antiproibizionista. Se le bevande alcoliche sono acquistabili tranquillamente in un supermercato o in un'enoteca, non ha senso che la cannabis sia illegale. Il vino, tanto comune e radicato nelle tradizioni di qeusto paese, è potenzialmente più nocivo dell'hashish o della marijuana. Io lo bevo, in quantità modiche. Qualche volta, diciamo la verità, bevo un po' di più di quello che può essere definito "quantità modica". Ma - e qui casca l'asino - non lo faccio mai a scuola, o nelle ore precedenti alla mia entrata in classe. Una cosa del genere inficerebbe la mia sovrumana capacità di spiegare i verbi modali a gente che ha difficoltà perfino a scrivere il proprio nome (non posso mostrarvi le loro verifiche perché è contro la legge, vi prego ancora una volta di credermi sulla parola). Né tantomeno mi permetto comportamenti che possano essere configurati come reati, mentre sono a scuola. Cerco, nonostante la mia cazzonaggine congenita, di dare un esempio positivo ai miei alunni.

Chi sono le persone che si troveranno impreparate quando la vita e la Storia le chiameranno alla lavagna, dunque? Quelle che, invece di crescere nel lavoro e nell'impegno, sono rimaste piccole. Tutta la cannabis, tutte le macchine di lusso, tutte le pellicce, tutti i gioielli del mondo potranno distrarli, ma non cambieranno di una virgola il giudizio. E la galera peggiore a cui si possa essere condannati è l'incapacità di capire cosa ti sta succedendo, e perché: in una parola, l'ignoranza.

giovedì 16 febbraio 2017

Alla lavagna

Ho saputo della morte di Giovanni, il suicida di Lavagna, mentre facevo lezione. Non frequentava la mia scuola, ma alcuni dei miei alunni lo conoscevano. Frequentava un liceo sportivo, una delle tante sontuose florescenze della "combo" di riforme che ha messo in ginocchio il sistema educativo italiano. Ora, io non so - e preferisco non sapere - cosa si insegni in un tipo di scuola chiamata "liceo sportivo", ma so che Giovanni non era uno "studente che studia", come avrebbe detto Totò; era uno dei tanti ragazzi che la mattina vengono parcheggiati in un'aula, aspettando il momento della campanella, che li libera dall'obbligo di avere a che fare con quei quattro rompicoglioni che siamo noi. E allora li vedi in giro per Chiavari, dove sono concentrate tutte le scuole superiori della zona, o nella vicinissima Lavagna, che con le sue giostre rappresenta la Mecca degli sfaticati. 
Giovanni fumava droghe leggere, e questo non è scandaloso; ma, se mi permettete, a me che ho già dato agli stili di vita alternativi (due anni di militare al Tien'a Ment, sempre per parafrasare Totò), una cosa è farlo nel tempo libero, un'altra dedicare intere giornate a questo consumo. Io ogni sera mi apro una birra, ma dopo aver fatto lezione, aver preparato quelle del giorno successivo, corretto eventuali compiti; insomma, ho un tempo di lavoro e un tempo di svago. La scuola, molte lune fa, mi ha insegnato a fare questa distinzione.
La GdF, questi macellai, questi assassini di stato, è stata chiamata dalla madre di Giovanni. Il paesello, questa tristerrima cittadina di SUV e pellicce, di cattolicesimo bigotto e divorzio facile, di adulti distratti e figli allo sbando, si è indignato. Loro, i loro figli, li proteggono, e una cosa del genere non l'avrebbero mai fatta. Se Giovanni fosse stato figlio loro, passerebbe ancora le giornate a farsi le canne, tra la scuola e la strada, mai veramente distinte in quanto vissute con le stesse identiche modalità. 
 
Voi, che vi definite comunisti, o quantomento progressisti, e adesso parlate di brutalità poliziesca e legalizzazione delle droghe leggere (sulla quale peraltro concordo), siete sicuri che il problema - in questo caso - sia la repressione? Prima o poi la vita di ciascuno di noi, o la Storia - che è vita collettiva delle civiltà - ci chiama tutti alla lavagna; che vergogna sarebbe fare scena muta perché abbiamo passato una vita intera a scambiare il vuoto assoluto per la libertà. 

sabato 28 gennaio 2017

Il monopolio della forza


Ebbene, è arrivato il fine settimana. Dal momento che il cane mozzica lo stracciato, il tempo fa schifo e io ho tutta la scatola cranica indolenzita per via della sinusite. Viene così sventato, per l'ennesima volta, il pericolo che io possa godermi questi due giorni senza fanciulletti posseduti dal Maligno. Essendo costretto da un tasso di umidità del 4675% a restare a casa, scriverò.

Avrete letto della legge approvata recentemente in Russia (per ora solo da una delle due Camere), che "legalizzerebbe" la violenza domestica. Naturalmente si tratta dell'ultimo di una lunghissima serie di attacchi a un paese considerato nemico dalle elite europee e nordamericane, per motivi che ovviamente non hanno niente a che vedere con quei quattro valori di cartapesta che ci siamo ridotti a coltivare. La verità è che i Russi possono anche trovare una cura definitiva per il cancro, azzerare la disoccupazione e far crescere la palma da datteri in Siberia, saranno sempre cattivi. Ma non è di questo che voglio parlare, bensì del modo in cui la notizia è stata travisata.

Andando sul sito della BBC ci rendiamo conto che questa legge, in effetti, ne corregge una precedente  che era piuttosto severa contro gli autori di violenze in famiglia. Il nuovo quadro normativo prevederebbe pene lievi per coloro che non causano danni fisici, a patto che non siano recidivi. Come possiamo vedere, siamo ben lontani da un semaforo verde offerto ai violenti. Sebbene la notizia sia stata prontamente associata al problema della violenza sulle donne, che come sappiamo bene fa tanta audience, a ben vedere questo aspetto c'entra poco e niente. Gli uomini che picchiano le loro donne lo fanno "per bene": i danni li fanno, eccome. Qui c'è un'altra cosa in ballo, e cioè il classico ceffone dato a un figlio o a una figlia quando passano il limite.

E nemmeno mi voglio addentrare nel discorso sulla validità del metodo mazza e panella, sul quale ognuno ha la sua idea e se la terrà. Il punto è come, dietro una patina di tolleranza e libertà, si nasconda il potere più dittatoriale e spietato che il mondo abbia mai conosciuto: quello del capitale. I bambini devono crescere liberi, senza costrizioni. Certo, perchè la pubblicità, la pressione dei pari (già belli indottrinati dai sacerdoti del consumo sfrenato) e il gran carrozzone dei mezzi di comunicazione non applicheranno su di loro nessun condizionamento, per carità. Non si permettano, mamma e  papà, di frapporsi tra questo colorato, simpatico totalitarismo e i loro figli. Gli unici che possono dare mazzate alla cecata sono i detentori del vero, unico potere che sopravvive in questa era petalosa: quello di guidare un gregge di imbecilli consenzienti alla fine della propria umanità.