mercoledì 8 settembre 2010

Ricordati che devi morire

Buonasera, signore e signori. Questo post è un atto di contrizione. Perdonatemi. Perdonatemi voi, che mi seguite su questo blog. E perdonatemi voi, dottori in medicina, health freaks e amici con una certa conoscenza della fisiologia. Martedì sera ho commesso un atto sconsiderato, per un individuo della mia età, della mia costituzione e con il mio stile di vita: ho fatto dell'attività fisica. Anatema su di me. E ora devo espiare, facendo impennare da solo le vendite della Peroni, dando così una flebile speranza almeno ad un settore dell'economia italiana. Ma prima vorrei esporvi alcune riflessioni, visto che tale scempio potrebbe ripetersi presto, con estreme conseguenze per la mia salute e, ebbene sì, la mia stessa vita.
Qualche giorno fa, mentre leggevo l'ennesimo thrilleraccio per una nota casa editrice italiana che mi paga come un lavapiatti senza permesso di soggiorno, mi arriva un SMS, annunciandomi che presto sarei tornato a calcare un campo di calcetto. Quello che ho provato è stata gioia mista a paura. Gioia perchè il calcetto ci riporta alla nostra adolescenza e giovinezza, alle sgambate spensierate, ai terribili attimi di tensione quando qualcuno "metteva in mezzo le mamme"; e paura perchè , dopo anni di assoluta inattività fisica, bisognerebbe riprendere gradualmente. Ad esempio, facendo una passeggiata ogni tanto, anzichè girare sempre su uno scooter senza le sospensioni pur di non compiere il considerevole sforzo di mettere un piede davanti all'altro. O cercando di capire cosa non va nel tuo organismo, quando ti svegli la mattina con la vitalità di Don Zauker (quello di Daitarn 3).
Fatto sta che, facendo un po' di riscaldamento prima di entrare in campo, martedì sera, mi sono accorto di stare peggio di quanto pensassi. Quello che è venuto dopo è stato penoso e umiliante. Se Franco Baresi tornasse a giocare oggi, sarebbe più mobile e scattante di me. Di me, che con tenace anacronismo mi ostino a interpretare il ruolo del libero perchè sta più dietro di tutti (scusate il ritardo...), e perchè corre meno di tutti. E poi perchè si chiama libero, che è sempre un bell'aggettivo.
Ma se libero potevo essere da marcature, in quella piacevole serata settembrina, non altrettanto potevo dire di un pensiero maligno e cazzimmoso come un goblin con la scabbia: la consapevolezza della mia mortalità. Ormai è chiaro, cari lettori, che il vostro amato Bradipo è entrato nella seconda metà della sua vita, quella in cui un lento, progressivo e ineluttabile declino fisico e mentale lo traghetterà verso la terza età e il suo ruolo senile di vecchio che bofonchia parole incomprensibili in luoghi pubblici. Si può cercare di opporsi a questa universale sciagura, si può ritardare il processo di senescenza combattendo i radicali liberi con una serie di costosi prodotti pseudo-farmaceutici, ma resta il fatto che la festa è finita. Tutto ciò che mi attende, da ora alla fine, è un degradante scemare di tutte le mie facoltà.
Tanto più dura è l'accettazione di questa realtà per un sottoccupato cronico, senza un futuro professionale e quindi senza possibilità concrete di soluzioni sentimentali che si addicano a questa età di passaggio, in cui si appendono le scarpette al chiodo e, magari sullo stesso muro, le foto dei tuoi bambini, che insieme a tua moglie hai portato al mare con i risparmi di un anno di lavoro (quello pagato con i soldi veri anzichè con quelli del Monopoli). Sul muro del mio fato beffardo campeggiano solo caricature del mio buffo volto, collezionate in gioventù per schernirmi in quella che dovrebbe essere la maturità, ma che per me non è altro che un prolungato, avvilente addio alla giovinezza. Giovinezza che si allontana come una leggiadra fanciulla dopo averti respinto, ma continua a sorridere, per umiliarti di più. Giovinezza, assurdo travestimento di un'età che non esiste, inventata dai teoreti dell'avidità umana, a metà fra l'adolescente e il cittadino. Datemi un lavoro, per amor di Dio! Mi devo fidanzare, prima che sia troppo tardi! Devo impregnare del mio seme qualche povera demente, prima che arrivi l'andropausa (e temo non manchi molto)!
Perchè la libertà non è un ideale astratto, è la possibilità concreta di fare ciò che si intende fare. In altre parole, il potere di ciascuno di decidere il corso della propria vita. Senza lavoro, non c'è libertà. Chi non lavora, non fa l'amore. Nè si sposa. Nè fa i figli. Resta un giovane che ha passato la data di scadenza e per essere libero non può fare altro che infilarsi le scarpette e sistemarsi, ancora una volta, alle spalle di tutti.

8 commenti:

  1. Daccordissimo con te!
    ...Pensa un pò un calciatore, tipo Baresi, che è riuscito a giuocare a pallone mantenendo il ruolo da libero, però riuscendo a farne un lavoro molto ben pagato e quindi, mi suggerisci tu, ad avere una vita sessuale e sentimentale attiva e tempisticamente feconda!

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  2. La colpa è di chi ci ha mandati a scuola...

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  3. ahahah sisi "la scuola" che parola antica!

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  4. però..
    si può essere più atletici e voler bene alla propria pancia..
    e poi chi lavora troppo rompe il cazzo e neanche fa l'amore..
    recuperiamo noi stessi: fanculo il capitalismo (dico sul serio)

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  5. Bravo Ale, è una questione di equilibrio. Ed è proprio quello che mi manca...

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  6. non so se questo cambierà le sorti della tua pancia ma dal maggio 2003 la Sab Miller, multinazionale Sud Africana, ha acquistato il 60 % delle quote azionarie della Peroni..

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  7. oddio, leggo solo ora questo commento, e me agghiaccio...

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