mercoledì 21 luglio 2021

Il Salvini che si nasconde in te

 

 

Non c'è dubbio sul fatto che quello che detestiamo ci definisce come persone molto di più di quello che amiamo. Dopo vent'anni di Berlusconi l'uomo che ha raccolto il testimone di esponente politico più odiato dalla sinistra è stato questo signore, Matteo Salvini. 

Cosa si rimprovera a Salvini? Innanzitutto, l'atteggiamento xenofobo di chiusura verso i migranti, dipinti come una minaccia per la sicurezza e la prosperità degli gli italiani. Si tende a sorvolare sul fatto che queste paure non sono state inventate di sana pianta dal leader del Carroccio, ma erano e sono presenti nella società italiana, generate da un sistema in cui gli ultimi possono salvarsi solo a spese dei penultimi. Se hai il minimo dubbio, la più remota perplessità sulla sostenibilità di un'accoglienza illimitata, senza se e senza ma, sei razzista, fascista e via discorrendo. 

Un altro argomento contro Salvini è il suo stile comunicativo, che fa appello all'emotività piuttosto che alla ragionevolezza. La Lega trasforma la paura, il disorientamento, la frustrazione sociale in consenso, e questo non solo è moralmente censurabile, ma abbassa drasticamente il livello del dibattito politico.

Bene, facciamo una deviazione. Immaginiamo che al posto dei migranti ci siano gli "untori" e al posto dell'italianità la condizione di vaccinati; ecco che, come d'incanto, fare leva sulla paura è perfettamente accettabile, in nome della "scienza". Ecco che si possono tranquillamente indirizzare gli epiteti peggiori a coloro che minacciano la nostra illusione di immunità (che onestamente non trovo molto diversa dalle fantasie di purezze ancestrali condite da riti mistici in riva ai fiumi). I muri che si deprecavano quando servivano a tenere fuori l'altro (il messicano dagli USA, il siriano dall'Ungheria eccetera) adesso si invocano in formato digitale per escludere l'altro (il non credente nella nostra illusione di salvezza biochimica) dalla vita sociale. 

Lo vedete quello che state diventando? Naturalmente, sarete terribilmente offesi da questo paragone e vi affretterete a puntualizzare che i vostri argomenti sono validi. E perché, credete che il disagio sociale di cui si nutrono  le destre da decenni non fornisca argomenti validi a chi purtroppo lo vive per votare in un certo modo? E se la soluzione si trovasse non in una verità assoluta e, in quanto tale, impermeabile a ogni dialogo, bensì nella comprensione di altri punti di vista? E se si provasse a postulare che una società libera e giusta è una società che si guarda da più di una prospettiva? Perché temo che l'alternativa sia un mondo in cui i muri non si vedono, e proprio per questo sono spietatamente efficaci.

domenica 18 luglio 2021

Il monolocale angusto, i testimoni di Geova e il pensiero circolare

Come alcuni di voi sapranno, sono nato a Napoli ma vivo a Genova da alcuni anni, per la precisione dal 2014. Il secondo alloggio che ho abitato in questa città che ormai considero casa era un monolocale di 25 metri quadri affacciante su una piazza di spaccio del centro storico. Vi garantisco che niente, nell'annetto scarso che passai in quel budello oscuro, era normale. Non deve destare quindi sorpresa il fatto che, in un monotono pomeriggio d'estate, ricevetti la visita di alcuni testimoni di Geova e li feci entrare.

Ora, io non conosco i testimoni di Geova delle altre città (compresa Napoli, dove non ricordo mai di un loro tentativo di approccio), ma i testimoni di Geova di Genova hanno una strana reazione quando li inviti a entrare. Non si fidano. Deve essere uno scenario nuovo, insolito. Voi vi starete forse chiedendo se io avessi sentito una sorta di vocazione, un richiamo da parte di un ente supremo infinitamente buono; niente di tutto questo. Ero curioso di sentire cosa avrebbero detto. Dunque, dopo esserci studiati per qualche secondo con l'uscio di mezzo, finalmente vennero dentro.

Non sbagliai ad accoglierli. Quella fu una delle esperienze più istruttive della mia vita. Come vi ricorda il nome di questo blog, io sono un fesso reoconfesso. Penso di avere tanto da imparare, e quel pomeriggio imparai qualcosa. Sì, perché ogni volta che chiedevo a queste persone di giustificare le loro affermazioni, mi mostravano un passo della Bibbia. In pratica, nel loro testo di riferimento c'era una spiegazione completa e dettagliata di tutta l'esperienza umana. E questo mi sembra ovvio, visto che quel libro è stato messo insieme, editato, espunto e corretto nel corso dei secoli da chissà quante mani e quante teste molte più sofisticate delle nostre. Su quel libro si è fondata una religione che ha conquistato miliardi di persone in più continenti; è ovvio che abbia una certa coerenza interna, e che anche laddove sembra contraddirsi siano state proposte soluzioni per risolvere il contrasto.

La domanda era, in quell'assolato pomeriggio di luglio, e resta sempre la stessa: cosa rende la Bibbia una fonte affidabile? La Bibbia è la parola di Dio, mi venne risposto. A quel punto non c'era più niente da dire. Era diventato ovvio che il motivo per cui queste persone si erano avvicinate a un credo forte come quello che erano venute a propormi era proprio la sicurezza che mostravano nel rispondere a ogni mia obiezione. Non vacillavano mai. Penso che proprio a quello servisse la loro fede: a non vacillare. Ci lasciammo senza che nessuno convincesse nessuno, ma nel mutuo rispetto. Io con il mio rito assolutamente pagano della birretta alle sei, loro con Geova. Non li biasimo. In un certo senso, sono certamente più ricchi di me.

Biasimo, invece, coloro che applicano questo genere di atteggiamenti non già a insolubili domande di ordine metafisico, ma alla conoscenza del mondo sensibile. In quel campo l'unico lume possibile è il dubbio, la sperimentazione, il costruire sugli errori. Una spiegazione di un fenomeno fisiologico non è vera in quanto scritta da qualche parte, come la parola di Geova. L'autorevolezza del più grande scienziato deve necessariamente, in nome della scienza stessa, rinnovarsi giorno dopo giorno nel confronto con ipotesi diverse. Il vituperio, il rifiuto al dialogo, il ricorso a principi di autorità premoderni e indegni della nostra civiltà destano sospetti e preoccupazioni. Perché, vedete, i testimoni di Geova vi fanno una testa così, ma alla fine se ne vanno; i tribunali ecclesiastici e gli inquisitori, una volta che gli abbiamo aperto la porta, si piazzano lì e ci impongono di vivere come dicono loro.

giovedì 15 luglio 2021

Il mattacchione, gli occhiali a raggi X e il sacro rituale liberatorio

 

Cari adepti, seguaci e catecumeni, seguitemi, e vi porterò fuori dalla terra d'Egitto! Il Signore degli Eserciti aprirà un varco nel mare e lo richiuderà alle nostre spalle, annegandovi gli empi nostri nemici! Così è scritto, e così sia!

Scusate, mi sono fatto trascinare, deve essere il clima di questi giorni. Non sono un profeta né un intellettuale di riferimento, sono un mattacchione, e vi racconterò quindi una storia da mattacchioni, traendone un irriverente parallelo con la realtà che purtroppo siamo costretti a vivere da oltre un anno e mezzo.  

Quando i motorini andavano ancora a miscela e i giocatori di calcio erano numerati dall'1 all'11, senza nomi sulla maglia, quando la gente andava in giro nelle Fiat Uno se era figa (se no avevi la 500 o la 126) nel nostro paese circolavano pubblicazioni come Alan Ford, L'intrepido e tante altre. Si trattava di fumetti indirizzati a un pubblico adolescente in un'epoca in cui la sessualità era ancora oggetto di limiti e tabù. Non deve stupirci, dunque, che questi giornali tipo Lando pubblicizzassero gli indimenticabili occhiali a raggi X. Non sto a spiegarvi cosa fossero perché l'immagine lo fa in modo piuttosto esauriente.

Io ero un preadolescente credulone, eppure di fronte a questo presunto prodigio della Scienza restavo un po' scettico. Ammesso e non concesso che fosse possibile a un paio di occhiali proiettare dei raggi X, avrei visto lo scheletro delle donne, mica le vergogne, mi dicevo e dicevo ai miei amichetti di allora. Eppure questi inserti pubblicitari non mancavano mai nelle succitate pubblicazioni. Evidentemente, qualcuno doveva comprarli. La speranza di poter vedere la supplente di chimica nuda doveva essere più forte della voce della ragione.

Oggi che sono un ometto di mezza età e la maggior parte dei miei amici e conoscenti ha i capelli sale e pepe, mi ritrovo di fronte a un fenomeno per certi versi simile. Ci hanno spiegato che questo virus muta in modo rapidissimo, per cui esistono già chissà quanti ceppi sui quali i "vaccini" (che vaccini peraltro non sono) non possono nulla; abbiamo letto degli effetti avversi, talvolta gravissimi, provocati da vaccinazioni di massa indiscriminate che non tengono conto dei fattori di rischio individuali; siamo (o dovremmo essere) consapevoli del fatto che i tempi con cui si è arrivati alla commercializzazione di queste preparazioni sono stati abbreviati rispetto al normale iter; infine, prima di iniettarci il siero benedetto ci fanno firmare una liberatoria. Ora, per come ragiono io questi elementi dovrebbero essere sufficienti a instillare qualche dubbio sulla valenza messianica di siffatte inoculazioni; e invece assistiamo non solo a una disperata corsa alla puntura (fin qui niente di male) ma addirittura al vilipendio di chi preferisce non offrire il braccio all'ago.

Se ne deve dedurre, pare chiaro, che il desiderio di risolvere magicamente un problema che ormai devi avere il prosciutto sugli occhi per non riconoscere come principalmente politico, economico e sociale supera le barriere della razionalità, un po' come il desiderio degli adolescenti di antan di vedere la supplente di chimica nuda superava il buonsenso e la ragionevolezza. Per quanto mi riguarda, mi sembra facilmente deducibile che, di fronte a un successo così travolgente della prima campagna vaccinale, sarebbe stupido da parte delle grandi case farmaceutiche non fare il bis. E lo faranno, il prossimo autunno-inverno, e poi ancora chissà quante volte, perché... sorpresa! Il virus muta!

Chiudo questo testo di dubbio valore formale e contenutistico con due constatazioni dolorose: primo, che sei vuoi vedere la supplente di chimica nuda devi trovare il modo di convincerla a spogliarsi in tua presenza; secondo, che se vuoi uscire dal clima di terrore che ci hanno imposto non hai altro sistema che smettere di avere paura.

sabato 22 maggio 2021

Il dramma di Otello

 

Cari amici, il bradipo è ancora vivo. Certo, fra mascherine e coprifuoco parlare di vita è un clamoroso overstatement, come dicono a Battipaglia, ma sappiate che le mie funzioni vitali sono, grosso modo, nella norma.

Dopo il dramma di Vittorio Elia, che anni fa riscosse un discreto successo, torno dall'oblio per parlarvi di un altro dramma: quello del moro di Venezia. Come forse sapete, io ho il vizio di andare quasi sempre contro il sentire comune e le nozioni condivise; per questo vi dico che Otello NON è il dramma della gelosia, ma dell'integrità perduta.

Sì, tutti conosciamo la famosa citazione sul mostro dagli occhi verdi - la gelosia, ovviamente - che dileggia il cibo di cui si nutre. Ma ricordiamoci che quelle sono parole di Iago, il diabolico antagonista di Otello, che muove i personaggi come marionette attraverso le sue menzogne E allora, come se fossimo in una crime fiction, ricostruiamo gli eventi che hanno portato al delitto, e capiremo la verità.

Otello è un generale dell'esercito della Repubblica di Venezia, pur non essendo veneziano. Al suo servizio c'è un ufficiale, veterano di molte battaglie, di nome Iago. Nel momento in cui resta vacante un posto di prestigio nella gerarchia militare, Otello gli preferisce Cassio, un fiorentino senza molta esperienza come soldato. Insomma, un raccomandato, un damerino forestiero che non ha versato una sola goccia di sangue, né di sudore, al fianco del moro. Questo suscita la gelosia di Iago (certo, è il lui il primo a provarla), il quale architetta un piano per distruggere Otello: gli farà credere che la sua giovane moglie Desdemona, che lo ha sposato contro il volere il volere del padre e le convenzioni sociali, lo tradisce con Cassio. Due piccioni con una fava. 

Per raggiungere il suo scopo Iago sa di dover minare la fiducia di Otello in Desdemona; contemporaneamente, deve creare un motivo affinché Desdemona si mostri empatica nei confronti di Cassio. Deve, insomma, creare un'illusione coerente, credibile, che mandi in pezzi l'amore del suo generale per quella che noi sappiamo essere una ragazza non solo innocente, ma buona d'animo. Ci riesce convincendo sua moglie a rubare il fazzoletto donato da Otello a Desdemona come pegno d'amore. Il fazzoletto verrà poi usato per mettere la pulce nell'orecchio dell'uomo, quando Iago insinuerà di averlo visto addosso a Cassio. Il fatto che Desdemona interceda a favore del fiorentino presso il marito, dopo una rissa fra soldati in cui il primo era stato coinvolto, scatena i sospetti del moro. Questa è la prima picconata nell'edificio dell'amore di Otello: è così che comincia a rompersi l'integrità del suo mondo. 

Certo, da questo momento in poi, la gelosia comincerà a divorare il poveraccio, ma siamo già al terzo atto. Un altro mondo era già andato in pezzi: quello di Iago. Ed ecco che vediamo impazzire di gelosia Otello, i cui comportamenti diventano sempre più bizzarri, fino al limite del grottesco. E poi succede qualcosa di inatteso: Otello recupera la lucidità. Otello, e qui è il punto, non uccide Desdemona in un accesso di rabbia, ma in ossequio a una necessità morale. Soffocando Desdemona, che continua ad amare nonostante tutto, conta di riacquistare la propria integrità. Non si tratta di onore, no. Il vecchio generale afferma chiaramente che Desdemona deve morire, o tradirà altri uomini. Si tratta di giustizia, si tratta di rimettere a posto le cose, di fare pulizia. Il dramma di Otello, quello più vero, quello più atroce, non è il tradimento di Desdemona, ma quello di Iago, che lo spinge a privarsi di quanto di più prezioso ci fosse nella sua vita. Il dramma, insomma, può essere letto come una cautionary tale, secondo l'espressione comunemente usata a Cercola, Volla e San Giorgio a Cremano, che ci mette in guardia contro la menzogna, quel terribile veleno che corrode il tessuto della nostra integrità e ci trasforma in nemici inconsapevoli di noi stessi.

 

sabato 29 agosto 2020

Complotti e non...

 

 Buongiorno a tutti. Il mese di agosto sta finendo, settembre si avvicina, e con esso la riapertura delle scuole, per la quale tanto si stanno impegnando una pluralità di soggetti, dalla ministra ai presidi, fino ad arrivare ai soldati semplici di questo gaio esercito, gli insegnanti. Se il 14/09 è ormai dietro l'angolo, comunque abbastanza vicino è l'autunno, con la prossima ondata di influenza stagionale. Combiniamo questi due fattori, e aggiungiamoci lo stile comunicativo e la linea editoriale della maggor parte dei mezzi di informazione, e l'unico risultato possibile è il panico. Se questo ragionamento è tanto trasparente quanto scontato, ci si potrebbe chiedere per quale motivo i timonieri della nave dello Stato puntino dritto dritto contro l'iceberg, anziché virare con decisione. Bene, prendiamo le mosse da questo dubbio.

Ora, sappiamo bene come chiunque sollevi dubbi sul modo di inquadrare tutta una serie di eventi e fenomeni (dei quali il covid è solo l'ultimo in ordine temporale) venga immediatamente bollato come complottista. Per questo credo possa essere utile fare una distinzione: quella fra complotti e congiure da un lato, e qualcosa di più sottile e sfuggente dall'altro, che proveremo ad afferrare insieme con la stessa grazia e destrezza con la quale un ubriaco prova ad afferrare una farfalla; dopotutto siete nelle mani di un fesso, non ve lo dimenticate mai.

Orbene, e dico orbene, sappiamo che i complotti non mancano nella storia. Giulio Cesare non è morto cadendo dalle scale, a quanto ci risulta. La Rivoluzione Francese, da un certo punto in poi, non è altro che la cronaca di una serie di macchinazioni e tradimenti, con annessi omicidi.

 

 La congiura delle polveri ha lasciato un'impressione così viva nell'immaginario inglese da essere ricordata ogni anno, il 5 di novembre, con dei falò in cui la gente brucia oggetti non più desiderati. Ma questi complotti hanno tutti una caratteristica in comune: sono scontri fra potenti. Nessuno trama nell'ombra per accoltellare un poveraccio. Forse è questo l'elemento che rende ridicolo il complottismo propriamente detto.

Poi c'è una cosa diversa, che con i complotti c'entra veramente poco, e che  non è facile - almeno per questo fesso - definire in poche parole: chiamiamolo la capacità delle classi dominanti di orientare il discorso pubblico. Una volta si sarebbe potuto parlare di egemonia culturale, ma il mondo in cui ci troviamo a vivere è andato oltre; indebolendo i legami sociali e spingendo a tavoletta il pedale dell'individualismo, lascia i singoli soli davanti a uno schermo, terrorizzati dall'eventualità di rimanere soli, aggrappati all'unica forma di gregarietà che sopravvive ai cataclismi socioeconomici che ormai non ci danno tregua: l'identità di vedute. Siamo animali sociali, dobbiamo sentirci uniti agli altri in qualche modo. Che questo modo sia una comune fede religiosa, politica, calcistica, è poco più che un dettaglio. Abbiamo bisogno di sapere che altri esseri umani vedono lo stesso mondo che vediamo noi.

Naturalmente, l'AD di un grande gruppo industriale o finanziario non vede lo stesso mondo che vediamo noi, mi sembra chiaro. I suoi interessi non sono i nostri, i modi in cui tesse i suoi rapporti sociali e le finalità a cui essi sono ispirati sono profondamente diversi dai nostri. Ma, e questo è il punto cruciale, nel momento in cui queste persone controllano in modo capillare ed estremamente sofisticato il discorso (come è sempre accaduto in tutte le epoche, ma mai in modo così pervasivo), i loro occhi diventano i nostri. Quindi ha perfettamente ragione chi ride delle pur esistenti teorie del complotto, sostenendo che tutto avviene alla luce del sole. Certo che è così. Il punto non è cosa vediamo, ma come lo guardiamo. I giochi di prestigio, si sa, si eseguono proprio sotto il naso del pubblico.

 

venerdì 8 maggio 2020

Nelle mani di Biascica

Cari amici, ho la netta sensazione che il mondo sia oggi conteso fra due categorie di persone, delle quali non so quale sia la più temibile: gli sciocchi e gli amorali. Spesso queste due qualità coesistono negli stessi soggetti. E allora la missione del Bradipo, poiché tra l'idiozia e la sopraffazione, va detto, scarseggia anche l'esprit, è quella di intrattenervi con delle simpatiche arguzie.
Ogni tanto, lo confesso, leggo dei libri scritti fitti fitti e senza figure. Non so quale insana libido mi spinga a farlo, dal momento che viviamo in una società completamente immune alla forza delle idee, ridotte al ruolo di corredo dalla valenza estetica più o meno apprezzabile della inattaccabile etica dei cazzi propri. Mi piace però pensare che sia più serio dare pane al pane, vino al vino, e catene alle catene.
L'osservazione che vorrei fare è piuttosto semplice, e per illustrarla mi servirò di riferimenti a una serie televisiva che forse qualcuno di voi conosce, Boris. Questa serie l'ho amata, perché credo che mostri l'Italia più o meno per quello che è, e ci vogliono coraggio e bravura per raccontare la realtà, e non uno spaccato selezionato e sanificato della stessa. Ma basta con questi toni seriosi, veniamo al dunque without further ado, come dicono ad Atripalda.
Io sostengo che la storia dell'Europa dal 1989 ad oggi possa essere letta attraverso la calzante allegoria della troupe di René Ferretti. Nel 1989, in maniera inaspettata per il general public, come si suole designarlo a Cancello Arnone, viene giù il muro di Berlino. La notizia viene raccontata con trionfalismo, anche con una certa commozione di contorno, nella migliore tradizione di quella che nella parlata dell'agro nolano viene chiamata human interest story: la Germania è di nuovo una, uomini con tagli di capelli che necessitano di spiegazioni si abbracciano, le donne piangono, i giovani mostrano euforici i pezzi di sfravecatura che hanno preso al fu-muro come tanti scalpi, e le parole "libertà" e "democrazia" riecheggiano in ogni dove. Era successa una cosa molto semplice: qualcuno aveva gridato "apri tutto, Biascica!", perché la poetica del maestro in quel momento lì era la completa apertura. Ricordate la fotografia di Beautiful? Ecco, quella era la politica del neoliberismo degli anni '80, del "abbiamo l'esclusiva", del passaggio da una società densa di rapporti umani regolati e vincolanti in quanto carichi di aspettative, a una società sempre più fliuda e, infine, liquida.

Gradualmente, com'era inevitabile che fosse, ad aprire tutto, a inondare di luce un set pieno di attori cani, è venuto fuori il brutto. La soluzione è stata semplicissima: quando il dottor Giorgio faceva qualcosa di moralmente reprensibile, in realtà non era lui, ma il suo gemello cattivo. Il gemello cattivo in questione è stato chiamato, a turno o in sincrono, "fascista", "razzista", "sovranista" e via discorrendo. Strutturalmente, le stesse identiche politiche creavano la società più aperta alla differenza della storia della modernità e il degrado più abietto delle periferie, ma chi osava suggerire che, forse, si poteva anche pensare di chiudere un po', veniva immediatamente coperto di improperi, come fa  sempre Biascica con Lorenzo, lo stagista che è molto più competente di lui e di quasi tutti sul set, e proprio per questo è universalmente antipatico.

Tutto questo dare addosso a Lorenzo ha quindi un presupposto: la mancanza di professionalità e di etica professionale della troupe. Se tu a Duccio dici di aprire tutto, lui apre tutto; se gli dici di chiudere, lui chiude. Alla fine gli è indifferente. Le sue priorità, come sa bene chi conosce la serie, sono altre. Ultimamente, in modo inaspettato come era successo nel 1989, perché certi processi non sono visibili da vicino, ma solo in prospettiva storica, a Biascica è stato detto di chiudere tutto. A quella stessa regia che prima non si peritava di trasformare il set in un bagno di luce è parso opportuno regolarsi così. Adesso, se rivolete la luce, dovete accettare la poetica del maestro, la dovete smettere di rompere i coglioni. Intanto, ci hanno lasciati in mutande, come Lars von Trier. Per favore, non dite più che un'altra televisione è possibile, o il dottor Cane ci manda tutti per stracci.

lunedì 27 aprile 2020

Winston Smith col mandolino


Si sbagliava di grosso il rag. Filini quando ingiungeva a Fantozzi di "smetterla con quel mandolino, se no ci cacciano". Le strimpellate sul balcone, i "ce la faremo" (salvo poi sputare al passante di turno, si intenda), i tricolori e via dicendo sono graditissimi alle nuove classi dirigenti, che talvolta parlano tedesco, talvolta inglese, e talvolta anche italiano, ma con l'accento di Harvard. 

Cosa voglio dire? Voglio dire che mentre noi, con addosso la paura che sfocia nel ridicolo tipica del servo, infornavamo pizze mal lievitate e cantavamo in modo penosamente approssimativo Bella Ciao, c'era tutta una classe di persone che non era chiusa in casa, ma decideva, colà dove si puote, dove portarci.

Per chi non lo sapesse, Winston Smith è il protagonista di 1984, il capolavoro di George Orwell. Questo grigio ometto di mezza età, "giornalista" al servizio della menzogna, a un certo punto della sua vita non riesce più a tacitare la sua coscienza critica, il suo senso morale, e si ribella alla dittatura totale e panottica che gli è stata imposta. Insieme a una donna, con la quale sfida uno dei tabù più atroci del mondo in cui ha avuto la sfortuna di nascere, quella della proibizione dell'amore, trama contro l'ordine costituito. Purtroppo per lui, l'organizzazione alla quale si era affiliato per rovesciare la tirannide del Grande Fratello era un'esca: Julia e lui vengono arrestati, e Winston è sottoposto a orribili torture, che culminano in un lavaggio del cervello.

Ora, chi ha letto il libro si accorgerà che ci sono dei punti di somiglianza fra quella storia e l'attualità, anche se la nostra situazione mescola il comico al tragico come i migliori film di Monicelli. Andiamo dunque a elencare questi punti di contatto:
  1. la paura diffusa. Solo che i cittadini di Airstrip 1 temevano la più brutale delle repressioni poliziesche, noi gli starnuti;
  2. la psicopolizia; naturalmente, nella narrazione distopica orwelliana si veniva liquidati, qui ti trollano su Facebook;
  3. la proibizione del contatto fisico. Solo che Orwell si era limitato a immaginare un potere ostile al potenziale di sovversione di una sessualità vissuta liberamente, il metro di distanza non se lo sognava nemmeno;
  4. la penuria di generi di prima necessità: a Winston mancavano le lamette da barba, a noi le penne lisce e il papier hygiénique;
  5.  l'esistenza di un'organizzazione dal potere illimitato che mantiene un controllo assoluto e terroristico sulla popolazione: Ingsoc, il temibile Partito del perfido O' Brien nel romanzo, la comunità "scientifica" dei virologi-soubrettine da noialtri;
  6. la perdita della privacy, compromessa dai telescreens, alla quale Winston sfuggiva chiudendosi in bagno. Noi, che siamo più tecnologicamente avanzati, lo schermo che ci controlla ce lo portiamo ovunque, anche nella toilette;
  7. i due minuti di odio. Il nemico di Winston si può chiamare Eurasia o Estasia, il nostro Giulio Tarro o Stefano Montanari, ma la violenza degli attacchi è la stessa;
  8. l'esistenza di un volto familiare, di un leader paterno che veglia su di noi; solo che il Grande Fratello è un po' come il Megadirettore di Fantozzi, nessuno lo ha mai visto e non è neanche certo che esista; il nostro Giuseppi, invece, lo vediamo tutte le sere come un amico al bar;
  9. infine, come a Winston Smith, anche a noi hanno fatto il lavaggio del cervello. Poiché abbiamo un coraggio paragonabile a quello di Alberto Sordi in divisa, non c'è stato bisogno di torturarci con la corrente elettrica o con un topo dentro un cappuccio; è bastato farci vedere un reparto di terapia intensiva pieno di gente moribonda. Caspita, chi l'avrebbe mai detto che in terapia intensiva la gente muore... 
Bene, ora mi preparo all'arrivo della psicopolizia ripassando un po' il mio doublethink

L'ignoranza è forza.
La guerra è pace.
La libertà è schiavitù.

Era così, no?



domenica 5 aprile 2020

La liceità del cannibalismo

Cari lettori, si sta come d'autunno sugli alberi le foglie. Anzi, peggio, perché le foglie hanno solo due alternative: restare attaccate al ramo o cadere. Gli esseri umani, in quanto appartenenti al regno animale piuttosto che a quello vegetale, ambiscono a vivere piuttosto che, appunto, a vegetare. Abbiamo bisogno di esercizio fisico e intellettuale. Essendo già stato a fare la spesa stamattina, procedo a darmi sfogo di tipo intellettuale. E lo faccio a vostre spese.

Il signore nella foto si chiama Armin Meiwes, ed è noto come "il cannibale di Rotenburg an der Fulda". Qualcuno di voi potrebbe ricordare l'incredibile e grottesco episodio di cui fu protagonista nel 2001, e che ebbe ampia risonanza nei media italiani. Il signor Meiwes contattò su un sito Internet per cannibali chiamato The Cannibal Cafè (sì, esisteva un sito per cannibali, e aveva proprio quel nome) un certo Bernd Jürgen Brandes che, non chiedetemi e non chiedetevi perché, aveva voglia di farsi mangiare. Se volete conoscere i dettagli del loro incontro potete leggerli su Wikipedia. Fatto sta che, dopo aver mangiato Brandes, Meiwes pubblicò un annuncio in Rete per trovare un'altra vittima.

Meiwes non è certo l'unico ad aver praticato il cannibalismo nel mondo sviluppato contemporaneo. Jeffrey Dahmer, il "mostro di Milwaukee", è ritenuto responsabile di 17 omicidi, e quando fu arrestato nel 1991 nel suo congelatore furono trovati pezzi di svariati cadaveri. Quello che colpisce nella vicenda di Meiwes è il fatto che la sua vittima fosse consenziente. Al processo, la difesa di questo insolito gourmet si basò proprio su questo elemento.

La questione che mi interessa sollevare qui, però, non è giuridica. Legale e lecito sono due cose diverse. Quando l'Italia fascista cominciò a collaborare all'Olocausto, chi denunciava gli ebrei nascosti era perfettamente in regola con la legge; la qual cosa non mi impedisce di mettere in discussione la liceità di quel comportamento. L'arbitrio umano può scrivere qualsiasi cosa su un pezzo di carta, metterci una firma e un timbro e renderlo pubblico. Anche in spregio ai più basilari e ovvi principi di convivenza civile.

Questo video, che mi è capitato di guardare stamattina, rappresenta un punto di vista che mi pare simile a quello del cannibale Meiwes: lui era consenziente. Le regole dell'UE le abbiamo decise collegialmente, tu italiano spaghetti baffi neri mandolino devi rispettarle, non puoi fare sempre i tuoi comodi. Badate che il video dei Cartoni Morti è stato pubblicato ieri, in piena emergenza sanitaria globale. Sorvolando sul fatto che Italia, Francia, Germania e così via non sono entità monolitiche e quindi non restano uguali a se stesse nei decenni, per cui può sopraggiungere un nuovo indirizzo politico di maggioranza che ne modifica il volere comune, sorvolando sul fatto che uno stato non è un'azienda che può essere vincolata a un contratto in quanto, pur costituita da una molteplicità di soggetti, rappresenta un'unica personalità giuridica, sorvolando sul fatto che i popoli europei non hanno mai avuto scelta rispetto ai processi di "integrazione" calati dall'alto, resta un elemento ancora più evidente e clamorosamente ignorato dagli europesti: il fine della convivenza è la civiltà, ovvero realizzare insieme quello che da soli non potremmo mai realizzare. Progredire materialmente e moralmente. Condividere esperienze e conoscenze, arte e cultura. Non macellare e cannibalizzare i deboli. Si rendano conto, i sostenitori del "non c'è alternativa", che oggi non c'è alternativa alla solidarietà, se non vogliamo perdere ogni traccia d'umanità. Il cannibalismo potrà diventare pure legale con firme e timbri, ma non sarà mai lecito.

martedì 24 marzo 2020

L'importanza delle parole e il pensiero magico

Buongiorno, compagni di prigionia. Volete sapere come va la mia quarantena? Purtroppo non posso rispondervi. E già, perché io non mi trovo in quarantena e, spero, nemmeno voi. Dicesi quarantena:

Isolamento di persone, animali, cose infette o sospette di malattie contagiose, che in origine durava quaranta giorni. (Hoepli online)

Misura profilattica, oggi spesso superata, consistente nell’isolamento forzato per quaranta giorni di individui, animali o cose provenienti da aree infette o sospettate tali. (De Mauro online)

Dunque, se non siete risultati positivi a un tampone o non esistono altri fondati motivi per ritenere che possiate essere infetti - come ad esempio un familiare già contagiato - non siete in quarantena. Ho capito che le parole si possono usare in un senso non letterale, ma ritengo anche che in certe situazioni sarebbe meglio mettere i proverbiali puntini sulle "i". Gli anglosassoni, che non hanno comunque adottato misure drastiche quanto le nostre, parlano di lockdown, che in parole povere vuol dire "'nzerra chella porta". Gli anglosassoni sono un po' brutali, un po' terra terra, ma anche meno portati al cavillo, alla maliziosa sottigliezza, alla sofisticazione della verità. Dunque, una 'nzerrata generale, non una quarantena.

Ma allora perché noi usiamo questa parola? Innocente estensione semantica o qualcosa di più sinistro? Ovviamente, la risposta giusta è la numero due. Se di quarantena si tratta, chi la viola è un untore. Sei andato a fare jogging? Sei pazzo?!? Devi restare a casa!!! Sei un anziano che si è appoggiato due minuti su una panchina di ritorno dal supermercato, perchè hai ottanta anni e con cinque, sei chili di spesa in mano te la devi prendere con calma? Fila subito a casa, e le scale te le devi fare di corsa! Non vedi che la gente muore? Vergogna!!!!111

Del resto, se i nostri antenati sono stati capaci di far tacere Giordano Bruno e Galileo Galilei, l'uno con il rogo e l'altro con la minaccia, non desta stupore quello che sta succedendo in questi giorni. Chi ragiona non ci piace, mettiamola così. Il nostro dibattito pubblico ricorda ricorda quella scena di un film dei Monty Python in cui, dopo una serie di bislacchi sillogismi, una strega veniva condannata perché pesava quanto un'anatra. Piuttosto che affrontare la realtà di una minaccia sanitaria ma non solo (pensate ai danni economici che il Covid-19 ha causato e causerà) senza colpevoli noti e che probabilmente non è colpa di nessuno, preferiamo affidarci al pensiero magico e illuderci che, se sacrifichiamo la nostra libertà per qualche tempo a una qualche oscura e terribile divinità del contagio, placheremo la sua ira. Io non so se la strategia che stiamo seguendo sia vincente o meno, non lo sa nessuno. Solo il tempo lo dirà. Dunque, prima di tirare secchiate di acqua gelida o bestemmie e insulti a chi transita sulla pubblica via, ci penso mille volte.

Ultima notazione. Come è noto, il sazio non crede al digiuno. Odo, o meglio leggo, genti che fino a non molto tempo fa tuonavano contro il pericolo fascista rappresentato dal primo governo Conte e dal suo reale leader Matteo Salvini, invocare pene sempre più aspre, dare il proprio entusiasta appoccio alla politica dell'esercito nelle strade. Adesso che si sentono minacciati da un virus ancora poco compreso - e quindi inquietante - quanto il sottoproletariato urbano si sente minacciato da un'immigrazione fuori controllo, scavalcano a destra qualsiasi populista conservatore. Dunque, tutti a casa e il primo che esce lo facciamo secco. 

La domanda che mi pongo io, a questo punto, è la seguente: farà più danni il Covid-19 o l'imbecillità animale che sta risvegliando?  E così, fra tanti dubbi, trovo una certezza.

martedì 10 marzo 2020

Nostalgia

 
Cari amici del Bradipo, io sono un giovane maturo. Dal momento che le nevi del tempo hanno tinto d'argento le mie tempie, come cantava Gardel, sogno il ritorno non già della giovinezza, che francamente non si è portata via granché, ma di un'Italia che bella non è mai stata, però viva sì.
 
Qualche anno fa - ma non troppi - Max Gazzè credeva di notare una leggera flessione del senso sociale; un understatement clamoroso. Il senso sociale è finito nel cesso, lasciandoci in uno stato della materia che non è liquido, secondo la nota definizione di Baumann, ma aeriforme.  
 
Sempre per rimanere in tema di canzoni, è la fine del mondo come lo conosciamo. Ne sta nascendo un altro, calato dall'alto su di noi mentre gli aedi di una libertà assurda e grottesca ci distraggono con varie e vacue amenità. E allora io voglio provare a immaginare, in questo momento di difficoltà collettiva, come affronterebbe un'emergenza sanitaria l'Italia di quando ero adolescente.
 
Sicuramente in questo momento gli ospedali non sarebbero al collasso, perché la Sanità allora era finanziata adeguatamente. E se fosse necessario fare degli investimenti per creare nuovi posti letto, si farebbero rapidamente e senza problemi, perché la "liretta" ci consentiva di essere padroni della nostra spesa pubblica. La gente non prenderebbe d'assalto i supermercati né affollerebbe i bar. Non ci sarebbero eccessi né da una parte né dall'altra, perché Mario Pastore direbbe buonasera e spiegherebbe a un popolo decorosamente alfabetizzato cosa sta succedendo e come bisogna comportarsi. 
 
Probabilmente non si sarebbe nemmeno arrivati a una situazione di diffusione ad ampio raggio. I pochi degenti farebbero il loro decorso in quelle tre o quattro regioni con epicentro a Milano, ricevendo cure adeguate. I treni, che essendo nazionalizzati non sono portatori di profitto ad ogni costo, si sarebbero fermati subito. Le autostrade, per la stessa ragione, sarebbero state immediatamente chiuse. Saremmo a casa in via precauzionale, e ci dovremmo sciroppare quantità industriali di Pippo Baudo e affini, ma in seconda serata ci sarebbe Arbore che fa ridere. 
 
I coglioni, gli eccentrici, i cialtroni, sarebbero tutti in quarantena al Maurizio Costanzo Show, dove verrebbero perculati come di dovere. Non diffonderebbero, non potrebbero diffondere fake news, non mentre i TG nazionali danno le notizie in modo chiaro, trasparente e in italiano corretto, per la miseria. Ed io, cari lettori, aspetterei che si faccia una certa ora per sperare di vedere il faccione di Lino Banfi fra le tette di Edwige Fenech. Dall'Italia che ci piace è tutto. Passo e chiudo.
 
 

lunedì 9 marzo 2020

Il paziente zero




Carissimi avventori di questo luogo sicuro perché tutt'altro che affollato, buongiorno. Mi credevate morto, anche io mi credevo tale, ma eccomi qua. Torno perchè me lo chiedono, a dispetto della mediocrità della mia scrittura e del mio pensiero. E come, adesso che abbiamo tanto tempo libero non ci vogliamo intossicare un po' con discussioni inutili e astio immotivato? Non dovrei dare qualche riga in pasto al vostro analfabetismo funzionale? Se non mi coglie il virus, cosa mi farà pentire di essere nato, in questa idilliaca situazione in cui le genti se ne stanno alle case loro e nessuno ha modo e agio di rimpermi i coglioni? Ordunque, cominciamo.

Parlavo di idillio, ma in realtà qualcosa che mi ha leggermente irritato in questa situazione c'è. Come sapete, io faccio l'insegnante, ed ho il folle ardire di ritenere la mia professione un contributo utile e necessario alla prosecuzione e alla salvaguardia di quel minimo di civiltà che ci resta. Naturalmente, così non la si pensa colà dove si puote. Pertanto, già da due settimane, mentre i navigli brulicavano di gente e i lombardi andavano su e giù per l'Italia come dei commessi viaggiatori, le scuole in Liguria sono state chiuse. Eccezion fatta per i proventi delle macchinette delle merendine, noi non produciamo profitti. In assenza di provvedimenti da parte delle istituzioni preposte, la popolazione si sobbarcava con ammirevole zelo e senso di responsabilità il compito di arginare l'epidemia con lodevoli iniziative spontanee, quali ad esempio picchiare cinesi a caso nei bar. Ora si sono decisi a fare quello che normalmente si fa quando c'è un'epidemia, ossia circoscriverla con un cordone sanitario. Peccato che ai buoi sia stato praticamente suggerito di scappare prima che la stalla venisse chiusa. 

E di questo voglio parlare. Non vi fate il sangue amaro, tutto insieme. Non ci stiamo ammalando adesso; lo siamo da tempo. Sono vent'anni e più che decliniamo la libertà solo alla prima persona singolare, come se la famiglia umana non fosse una interminabile catena in cui ogni anello è legato a tutti gli altri. Vi sembra una frase intrisa di idealismo d'altri tempi, o iniziate a capire che è veramente così? Si è liberi insieme, o si è tutti schiavi dell'ignoranza, dell'arbitrio, dell'egoismo. Si salvi chi può, come dice don Gennaro in Napoli milionaria, dopo essersi mangiato i maccheroni del figlio. E così Amedeo fa la fame. Si è liberi innanzitutto dal bisogno, dalla fame, dal freddo, dalla minaccia dell'annientamento. Altrimenti non siamo nemmeno uomini, ma animali. Prima si deve essere liberi da, e poi si può essere liberi di. La "libertà" di fare il proprio comodo, esponendo il resto della società al pericolo di un contagio, è in realtà arbitrio.

Smettiamola con la caccia alle streghe. L'abbiamo trovato, il vero untore: non è un giovane tedesco, né un ignaro pipistrello; è un sistema fondato sulla negazione di ogni principio di reciprocità, di giustizia, di compassione, di corresponsabilità. Il paziente zero si chiama neoliberismo.

mercoledì 15 agosto 2018

Tutti

 
Torno a scrivere dopo una lunghissima pausa. Ormai è così. Penso sempre di non avere più niente da dire, e poi qualcosa mi scuote. E penso che abbia un senso scrivere perché, fesso come sono, porto opinioni che non trovano molto spazio nel dibattito mediatico; e sì che i fessi, ora come ora, non scarseggiano di certo. Ma io, evidentemente, sono un po' più fesso degli altri, perché non mi faccio pagare da nessuno per scrivere fesserie.

Ieri, qui a Genova, è successa una cosa di una gravità inaudita. Se fossimo nell'Italia degli anni '80, prima del crollo del Muro di Berlino, prima di Maastricht e di Schengen, il paese chiederebbe a una voce le teste dei responsabili, individuandoli senz'altro nel gruppo finanziario che ha in gestione quel tratto di autostrada. Ma, d'altra parte, in quell'Italia le autostrade, così come le ferrovie e gli ospedali, le gestiva lo Stato. Oggi il Paese si divide fra coloro che se la prendono con i responsabili e coloro che, accecati da un odio inesorabile quanto apparentemente inspiegabile, inveiscono contro la forza politica che, insieme alla Lega del nuovo Hitler Salvini, sta spazzando via la classe politica responsabile del degrado morale ed economico nel quale viviamo.

Ora, per quanto mi riguarda, la questione del ponte è chiarissima: andava chiuso prima che crollasse. E ritengo anche ovvio, una questione di semplice buon senso, che la sicurezza delle persone non possa essere messa su un piatto della bilancia, quando sull'altro c'è il profitto dei privati. Non si può lucrare sulla pelle del prossimo. Tutto questo lo do per scontato. Quello che mi interessa è provare a capire l'atteggiamento a cui facevo cenno sopra. Non sono uno psicologo, ma sapete che c'é? Me ne infischio. Non credo che solo gli esperti abbiano il diritto di parola. Questa si chiama tecnocrazia, ed è un altro degli orrori del nostro tempo.

Bene, quel ponte portava in centro dall'aeroporto, ed era obbligatorio passarci (a meno di entrare in città) se si voleva attraversare Genova da Ponente. Insomma, ci poteva capitare chiunque. Come quello, a giudicare da quanto hanno scritto i giornali in queste ore, ce ne sono tanti altri in tutta Italia. Dunque tutti noi rischiamo, a meno che non ci chiudiamo in casa, di precipitare nel vuoto mentre siamo in macchina. E questo è solo uno dei modi in cui siamo stati ridotti a plebe dal disegno neoliberista di cui la nostra classe politica si è fatta interprete da oltre cinque lustri a questa parte. Se alcuni di voi, cari miei lettori, che siete TUTTI servi della gleba moderni, a prescindere da quanto guadagnate e da dove fate le vacanze, perché TUTTI rischiate di morire sotto un ponte mentre guidate, perché la vita di voi TUTTI vale poco e niente di fronte al profitto dei pochi; dicevo, se alcuni di voi difendono - consapevolmente o meno -  i nostri nemici è evidentemente perché non vi sentite plebei e pezzenti, insomma sudditi. 

Lo so che avete studiato, che avete un capitale cognitivo, che sapete leggere un articolo di giornale e trarne informazioni. Ma voi lo sapete che questo non vi conferisce nemmeno il potere di esigere il rispetto dei vostri diritti fondamentali, del più fondamentale dei diritti, ossia quello alla vita? Lo sapete che la politica è conflitto, non aperitivo? Lo sapete che senza i denari non si cantano messe? Scusatemi se scendo a questo livello terra terra, ma io plebeo so di esserlo, e non vedo il motivo di fingere altrimenti. La mia unica difesa la vedo nella difesa collettiva di interessi collettivi. Io non faccio eccezione, e nemmeno voi. E se non lo capite non siete meglio di quelli che riempiono le frasi di punti esclamativi, siete peggio.

Mesi cruciali attendono questo governo. Non sono fiducioso sulla sua capacità di dare risposte coerenti ed efficaci ai problemi che dovrà affrontare. Dopo tutto, questa banda di scalcagnati, impreparati e mediocri comunicatori sta provando a tornare a fare politica in Italia dopo un lungo "letargo". Non hanno una visione comune, nemmeno all'interno del solo M5S. Sarà indispensabile, inevitabile e salutare criticarli, quando falliranno, perché falliranno sulla nostra pelle. Ma forse ci converrà anche ricordarci che l'alternativa sono quelli che ci hanno tolto tutto, tranne la possibilità di vestire, parlare e mangiare un po' meglio di qualcun altro,e poter quindi essere così fessi da crederci messi meglio di lui. E invece siamo tutti sudditi. TUTTI.
 

lunedì 2 ottobre 2017

Lavorare, guadagnare e votare




DISCLAIMER: questo post contiene ironia.


Allora, gentaglia, fa d'uopo che io scriva qualcosa sulla situazione catalana. Come sempre, e come voi sapete bene, io vedo più lontano degli altri, appesantiti come sono da tutta una serie di inutili nozioni e pregiudizi. La verità sulla delicatissima impasse che si sta venendo a creare fra Barcellona e Madrid noi la possiamo capire solo se partiamo dalla canzoncina per bambini di cui ho linkato il video. Non c'è bisogno di parlare il catalano per capire che in questa regione si incita chiaramente, e senza vergogna, al lavoro minorile. Basta guardare i gesti inequivocabilmente agricoli dei pargoli per rendersene conto. Dovete sapere, miei cari catecumeni, che i catalani non sono come noi immaginiamo gli spagnoli; quelli sono gli andalusi. I Catalani sono uno specie di incrocio fra l'industriosità dei lombardi e l'attaccamento morboso al denaro dei genovesi. Sapete come è stato inventato il filo di rame? Da due catalani che si contendevano una peseta.

Ci sono altre mille barzellette sui Catalani, ma citarle tutte sarebbe beside the point, come dicono a Boscotrecase. Capite bene che in una regione in cui i bambini cantano in coro "Lavoriamo, così avremo l'avena" non potrà mai passare un discorso del tipo "ma dai, rilassati, va bene i politici ti mangiano le tasse ma alla fine basta che ci sta il sole, basta che ci sta il mare, io tengo uno zio sopra al comune, stai in mano all'arte, senti come è buono questo prosciutto, è serrano". Non sono Andalusi, sono Catalani. Lavorano, producono e si sentono, forse in parte giustificatamente, meglio di chi si adagia. Sono, in buona sostanza, settentrionali. Non so in quale misura siano colpiti dal priapismo di bossiana memoria, ma sono sicuramente gente del Nord.

Ora, uno potrebbe, a voler proprio ragionare, mettere l'accento sul fatto che questa visione mal si sposa con tutta la retorica di sinistra sciorinata in questi giorni. L'andaluso non è come il catalano per ragioni storiche, più o meno le stesse per cui il napoletano non è come il genovese o il lombardo. Allora, è giusto dire visca Catalunya se poi l'Andalusia deve morire di fame? Ed è giusto che la Catalogna torni ad essere rica i plena a spese della Galicia e dell'Extremadura? 

Lancio un'idea: lavorare meno, lavorare tutti. Meno treballar per i bambini catalani, e più sviluppo e occupazione per le regioni che oggi la Catalogna sente come una palla al piede. Più giustizia, più solidarietà e più rispetto per tutti i cittadini di questo paese bellissimo e straordinariamente vario che è la Spagna. Tapas, tortilla de patatas e paella per tutti; e che l'avena, cruda e non condita, se la mangino gli imbecilli, incoscienti e corrotti che hanno fatto manganellare anziani indifesi.

venerdì 22 settembre 2017

Avere fede nella scienza

Cari lettori, bentrovati. Ormai scrivo di rado, vedete; sono molto preso dai cambiamenti che stanno sconvolgendo, questa volta in positivo, la mia vita. Dopo la cattività lavagnese, sono tornato a Genova. Non si sono aperte le acque al mio passaggio, né è caduta manna dal cielo durante il trasloco che mi ha portato nella mia nuova dimora, umile ma onesta. Eppure, io giubilo, gongolo e in una certa qual misura zuzzurello. Ne ho ben donde. Dal mio trilocale sito sulle alture di Sampierdarena, domino via Cantore e tutto il Medio Ponente, compresa la scuola in cui ho cominciato a elargire a piene mani il mio verbo ai fanciulli. Lasciate che i pargoli vengano a me, ché potrebbero finire peggio...
 
Bene, oggi parliamo, come si evince dal titolo, di scienza. Una gran cosa, potenzialmente, ma con un grandissimo limite: nasce dalla disuguaglianza. Come? In che senso? Bene, vediamolo.
 
Nelle prime società sedentarie tutti contribuivano alla produzione del cibo, come agricoltori, raccoglitori o cacciatori; alla produzione del vestiario e delle suppellettili; o, infine, alla cura dei piccoli. Insomma, non c'era spazio per attività non tese alla soddisfazione di bisogni asolutamente primarti, perché non c'era surplus. Con il miglioramento delle tecniche agricole si comincia a ottenere questo surplus, e si libera manodopera per qualcosa che non è strettamente necessario, ma è certamente utile: l'osservazione del mondo. La religione, inizialmente, non è dogma, non è fare il tifo per Gesù contro Maometto o viceversa, ma un tentativo di spiegarsi il mondo. A chi ne era affidata la pratica? Naturalmente, ai più anziani e saggi. Ecco che nasce una casta.
 
Ora, non ho intenzione di tracciare una storia della scienza, a partire dai suoi albori per arrivare ai giorni nostri. La cosa che mi interessava era stabilire che, in un primo momento, la scienza e la religione sono la stessa identica cosa, e sono altro dal dogma. Ma poi, per una serie infinita di ragioni, l'esclusività dell'accesso alla conoscenza diventa potere, e il sapere si calcifica, si cristallizza. Ogniqualvolta che, nella Storia, una classe in ascesa cerca di assicurarsi maggior potere, deve sfidare l'ideologia dominante, ovvero quell'immenso complesso di dogmi e verità indimostrate (o fittiziamente dimostrate) su cui si regge l'edificio sociale.
 
Ora, cosa vuol dire "avere fede nella scienza"? Dubitare, ricercare, mettere in discussione, o trattare con disprezzo qualsiasi idea o nozione che vada contro il sapere cristallizzato? Questo dipende da come intendiamo schierarci rispetto al paradosso del surplus. Se intendiamo il sapere come servizio alla collettività, diffideremo della spocchia dei sommi sacerdoti di questa o quella disciplina; se invece lo intendiamo come impalcatura a sostegno dello status quo, faremo meglio a rifugiarci nell'autorità, nell'ipse dixit. Perché poi questi sommi sacerdoti, gira e rigira, sono quasi sempre dalla parte del torto (come lo è il privilegio, del resto). Gli egittologi hanno affermato per secoli, fino a tempi piuttosto recenti, che le piramidi di Giza erano state costruite da schiavi; oggi sappiamo che questo non è vero. Il punto è che, in una società autoritaria, votata alla coercizione, è preferibile pensare che la grandezza sia il risultato del dominio assoluto di un solo uomo - il faraone - su masse di disgraziati senza il minimo diritto. Per fare un altro esempio, quando Darwin ha suggerito che l'uomo discendeva da una qualche forma di grosso primate, lo hanno mandato a comprare il tozzabancone. La sua visione ci ridimensionava, ci costringeva a fare un bagno di umiltà. Ora l'eresia dello scienziato inglese è accettata da tutti tranne certuni bifolchi dell'Alabama, probabilmente affetti da disturbi specifici dell'apprendimento, così lenti nella lettura da non riuscire a terminare quel singolo libro e passare appresso.
 
Io ho fede nella scienza, è per questo che diffido dei sacerdoti. L'eresia è la vera e propria essenza  del sapere, lo scarto fra dogma e conoscenza, la strada che separa il selvaggio dall'uomo civilizzato. Se vogliamo avere un futuro, è solo in quella che possiamo permetterci di credere. Tanto nella casta, statene pur certi, non ci fanno entrare.

domenica 20 agosto 2017

Riflessioni su un semaforo genovese

Il Bradipo non scriveva da un po'. Si era appisolato sul suo ramo, nella dignitosa solitudine di chi ha ormai capito che l'unico modo per limitare i danni è prendere il genere umano a piccole dosi. Ma il fatto è che anche lui, per quanto forti siano le sue affinità agli ungulati arboricoli, ne fa parte; anche lui, dunque, deve pagare dazio a questo minuetto di efferate crudeltà reciproche che è diventata la società. L'unico lato positivo della faccenda è che si raccoglie materiale per invettive e bestiari. Ecco, ordunque, inveiamo! 
Oggi mi sono recato a Genova dal mio confino lavagnese. Mentre tornavo verso la stazione per prendere il treno diretto a Sestri Levante, dal quale sarei sceso alla penultima fermata, dopo uno stillicidio di oltre un'ora di continue fermate in borghi di poche centinaia di anime, ho avuto un'epifania. Mettetevi a sedere con la vostra bevanda preferita, e se per caso doveste avere un pirito in sala d'attesa, non fatevi venire in mente l'insano pensiero di trattenerlo per creanza o per soggezione nei confronti dei presenti: yours truly, come dicono a Vairano Scalo, se ne infischia del giudizio delle genti; orsù, fatelo anche voi! Scorreggiate fino ad esaurimento scorte e mettetevi comodi. Niente deve interferire con la trasmissione del Bradipo-pensiero e con il piacere che la suddetta trasmissione senz'altro vi procurerà.
Orbene, stavo attraversando via Balbi, quasi in Piazza Acquaverde, quando un ciclista è entrato in rotta di collisione con il vostro blogger preferito. Dovete sapere, cari lettori e catecumeni, che a Genova è in uso attraversare sulle strisce, e solo quando il semaforo è verde, o al massimo giallo. Ecco, il mio era proprio giallo. Allora, ben consapevole della quasi patologica mosciaria genovese, che si riflette anche nella temporizzazione dei semafori, ho affrettato il passo. Il ciclista, che aveva evidentemente il rosso, mi ha guardato con l'aria di chi subisce un torto. Questa espressione è durata una frazione di secondo, perché poi si è reso conto di non potermi muovere il minimo appunto. Il problema è quella frazione di secondo, e soprattutto il fatto che il ciclista in questione si sia sentito leso nel suo diritto di passare con il rosso. 
In molti, sulle nostre strade, hanno fatto la scelta di abbandonare auto e moto in favore delle biciclette. Certo, ci possono essere mille motivazioni dietro questa decisione, ma notate una cosa: non si fermano quasi mai con il rosso. E notatene un'altra, sono sempre, e dico sempre, in divisa da radical chic. Ecco, semplificando molto, ma non troppo per quanto mi riguarda, questa è la nuova Sinistra in Italia: un gruppo di persone che rivendica il diritto a passare con il rosso, a non dare alcun tipo di educazione ai propri figli (come insegnante ne so qualcosa...) e ad ammorbare chi li circonda con una variopinta panoplia di scelte alternative che hanno l'unico scopo di definirli in quanto élite. La loro libertà è libertà di culto, la libertà di essere setta e andare, alla bisogna, in culo al mondo universo. 
Io cari amici, tifo per il semaforo: una cosa meravigliosa, basata sul buonsenso e uguale per tutti. Buonanotte e sogni d'oro. Vi cuoro. 

sabato 27 maggio 2017

Orrore perpetuo

Cari adepti, buongiorno. Come vi trova questa bella mattinata di tarda primavera? Dal momento che trova me in uno stato pressoché pietoso, e non ho neanche la forza di farmi la doccia, scriverò. Scriverò dell'orrore perpetuo che mi è toccato come sorte professionale.
Lo avete visto il film del quale vi ho azzeccato la locandina sulla pagina? Guardatelo, è fatto molto bene. Si tratta di un tizio che per lavoro scrive recensioni degli alberghi, il quale finisce in una stanza maledetta di un hotel statunitense. Questa stanza ha la peculiarità di farti rivivere la stessa giornata in eterno; ogni volta che il ciclo ricomincia si presentano orrori leggermente diversi, ma sostanzialmente tutti riconducibili alla natura malvagia della stanza stessa. Ecco, vi sembrerà strano, ma io sono fortemente convinto che l'autore di questa sceneggiatura abbia avuto una pessima esperienza scolastica. Sì, perché quello che racconta il film è qualcosa di molto, ma molto simile a una cattiva scuola.
Ieri una collega mi diceva di essere delusa dal fatto che i nostri alunni, quelli della classe che abbiamo in comune, non hanno dato mostra di aver fatto una maturazione significativa nel corso di questo anno. Credo che abbia ragione. Giorno dopo giorno, sono entrati in aula per dare vita a un orrore leggermente diverso nei dettagli da quello del giorno prima, ma fondamentalmente generato dalle stesse cause: sfiducia in se stessi e nei propri insegnanti, e di conseguenza ansia e rabbia di fronte alle prove che non possiamo esimerci dal sottoporre loro.
Ma l'orrore va oltre. Per noi docenti è ancora peggiore. Sì, perché se i ragazzi se ne liberano in cinque anni, per noi questo tormento continua, ci vede invecchiare (male) e diventare sempre più deboli e sprovvisti di strumenti ed energie per farvi fronte. Deboli perché perdiamo l'entusiasmo e le forze, e privi di strumenti perché il tessuto sociale degenera rapidamente e noi non possiamo farci assolutamente niente. Gli adolescenti sono inesperti e ignoranti, e dunque le prime vittime designate di questo degrado. Le seconde siamo noi, chiusi in una stanza in cui il tempo si è fermato e non esiste più il futuro.

lunedì 24 aprile 2017

L'ordalia del fuoco, il Socialismo e la barbarie



C'è uno spartiacque che oggi è molto più importante delle presunte differenze fra Destra e Sinistra, diventate ormai due diversi segmenti di mercato, nella maggior parte dei casi. Si tratta della differenza fra coloro che credono all'idea di fine della Storia (ovvero la stragrande maggioranza degli Italiani e dei cittadini europei occidentali in generale, a giudicare dai loro processi politici) e coloro che non ci credono. Questi ultimi guardano con occhi più critici a quello che accade nel mondo, come a qualcosa che continua la storia del Novecento, rispetto a cui non vedono cesure. I primi, di contro, applicano quello che al vostro umile servo sembra una forma di pensiero magico agli eventi succedutisi fra il 1989 e il 1991, con lo sgretolamento del blocco orientale. Un po' come il visigoto spettatore dell'ordalia del fuoco, traggono dal fatto che l'imputato non sia riuscito a camminare sui carboni ardenti la conclusione della sua colpevolezza. La Storia ha emesso il suo giudizio: gli uomini non sono tutti uguali, e mai potranno esserlo. Di più: uguaglianza e libertà sono inconciliabili fra loro, e la seconda è naturalmente preferibile alla prima, perché insomma, è chiaro, qualsiasi coglione può farcela nella società dei reality e delle favolette politically correct. Io non voglio essere di più nell'uguaglianza, voglio avere di più. Questo, ovviamente, perché sono subalterno fino al midollo, e non potete pretendere che la mia ambizione vada oltre il feticismo della merce, la necrofilia del consumo.

La Storia non è finita, si è fermata a riposare. Ed appare sempre più preoccupantemente evidente che dovrà rimettersi in marcia, che non c'è stabilità in questo modo di produrre, distribuire, consumare e intendere la vita. Quale strada prenderà è da vedere, ma non potrà rimanere ferma ancora a lungo. Chi la orienterà? Mi sembra chiaro: coloro che non si fanno ingannare nel crederla finita. A quale prezzo? Questo dipenderà dalla consapevolezza che avranno i visigoti ai bordi del percorso infuocato che quella prova li riguarda e ci riguarda tutti; che alla fine di quella passerella rovente c'è una vita decente per tutti, senza la minaccia dell'esclusione, della privazione, della guerra. E che chi ci ha messo i carboni ardenti è l'unico, vero nemico.

Ma i Visigoti non brillano, parafrasando un vecchio cantautore francese, ni par le goût, ni par l'esprit. Fin quando saranno tali, non potranno che applicare alla realtà i principi interpretativi superstiziosi e fallaci che costituiscono le uniche risorse di una società senza cultura scritta. Ne consegue che il mondo si salva in un solo modo : con l'educazione. Non crediate di proteggere i vostri figli, di fare il loro bene, nell'essere permissivi e poco esigenti. Fidatevi, la Storia non è finita. Non vi illudete, non finirà fino a quando le masse dei lavoratori e dei miserabili, i soliti, eterni imputati della storia, non riusciranno a superare l'ordalia. Se amate i vostri ragazzi, preparateli a camminare su quei carboni ardenti, o preparateli alla barbarie.

 

mercoledì 19 aprile 2017

Difendere la città

Signore e signori, buonasera. In attesa di Barcellona-Juventus, parliamo un po' di questa nuova iniziativa del sindaco De Magistris: uno sportello per denunciare chi parla male di Napoli. La nostra città va difesa, giusto. Come? Con una forma di segnalazione non dissimile da quella che taluni sfigati rancorosi fanno nei confronti di questo o quel personaggio che su Facebook riceve qualche consenso e qualche like in più di loro.
 
Io sono carne di macello, sono emigrante, lo sapete. Se me ne sono andato, è perché la mia città natale qualche difettuccio ce l'ha. Se non altro, offre molto poco in quanto a opportunità lavorative. E tanti altri sono i limiti di cui si potrebbe scrivere, se non temessi di finire sul patibolo di questa nuova Inquisizione partenopea.
 
Intendiamoci bene, io non mi vergogno delle mie origini. Sapete perché? Perché significano molto poco, ve lo assicuro. I vizi napoletani sono, per la massima parte, vizi italiani. E lo stesso vale per la maggior parte dei nostri pregi. Da Genova a Napoli cambia l'accento, e poco più. Noi italiani siamo imbroglioni, pigri, bugiardi, fanfaroni. Gli ingredienti del cocktail sono questi, le quantità variano leggermente da città a città, da regione a regione. Ah, dimenticavo, e siamo campanilisti. Questo ci porta a vedere solo il bello del nostro luogo natio, e tutto il male delle altrui contrade.
 
Volete difendere Napoli? E allora vivete da persone per bene. Lavorate con serietà e passione, vivete la città in cui abitate (qualunque essa sia) con senso civico, crescete bene i vostri figli, pagate le tasse. E poi, quando qualche miserabile vi giudica per la vostra provenienza, scrollate le spalle e fatevi una risata: il napoletano serio si difende così. 

martedì 28 marzo 2017

Rumenta

"Rumenta" è parola genovese che indica, come forse avrete intuito, la monnezza. Ora, vi ricordate quella storia che tutti gli uomini sono uguali, senza distinzioni di razza, censo eccetera? Si tratta di una clamorosa cazzata. Gli uomini, semmai, nascono uguali; il seguito sta a noi scriverlo. Dico "semmai" perché dobbiamo, se parliamo di uguaglianza, tenere conto di tutti coloro che nascono con seri handicap. Un esempio potrebbero essere le mie mani, geneticamente inadatte a suonare la chitarra, o qualsiasi altro strumento a corde.
 
Dunque, nasciamo più o meno tutti uguali. Ma poi ognuno di noi si scrive la propria parte nella commedia del mondo, e tutti insieme, di conseguenza, ne scriviamo la trama. E, per scrivere, bisogna saper tenere la penna in mano. Questo, in buona sostanza, è l'educazione. Parlo di educazione, e non di istruzione, perché siamo esseri umani e non lavatrici. Tutti diversi, sebbene uguali, e tutti sprovvisti dei programmi di lavaggio. Se sai scrivere, partecipi alla stesura del copione. Altrimenti, fai la comparsa fino al giorno in cui butti il sangue.
 
Amarcord. Quando ero fanciullo, mia madre insegnava in un istituto tecnico, proprio come me adesso. Io leggevo i temi dei suoi alunni (insegnava italiano e storia) con grande curiosità, frammista a un senso di ammirazione; sì, perché quei ragazzi e quelle ragazze, nonostante l'augusta genitrice li tempestasse di insufficienze, scrivevano non c'è male. Almeno, così mi pareva all'epoca, quando ancora avevo tutti i capelli in testa e neanche un pelo di barba. Oggi che la mia peluria è migrata verso Sud come una rondine, magari avrei un'impressione diversa, chissà. Ma una cosa mi appariva chiarissima: quei ragazzi e quelle ragazze si impegnavano.
 
Quando ho cominciato a insegnare, mi sono chiesto che tipo di insegnante volessi essere. Ho letto qualcosa, visto che a me hanno insegnato a leggere, e un testo in particolare mi ha colpito molto: La pedagogia degli oppressi di Paulo Freire. In questa opera ho trovato una formula che mi ha affascinato tanto da impararla a memoria: "la vocazione storica e ontologica a essere di più". Parole bellissime e sommamente pregne di significato. Ripetetele, assaporatele, palleggiatevele un po'. Sono la fine del mondo. O l'inizio di uno nuovo.

Già, un mondo nuovo. Una volta c'era chi ci credeva. Ora nessuno perde più tempo a immaginare qualcosa al di là dell'esistente. Forse molti non si rendono neanche conto che esista un divenire storico, che le società vanno cambiando. Ad ogni modo, non si concepisce più la possibilità di essere di più. Tutto è ciò che è, e basta. Chi è poco farà finta di essere molto, o almeno un po' di più, per non sentirsi quello che è: rumenta. La scuola non serve più al resto di niente. Dovrebbe insegnare (e in molti casi lo fa) a mentire, a imbrogliare, a falsificare, e soprattutto a nascondersi a se stessi. La Storia è finita, e la speranza di un futuro migliore è ormai qualcosa di inutile, inservibile: è rumenta.


sabato 18 febbraio 2017

Cicerone, le canne e la libertà.


Il post di ieri ha acceso dibattiti, come prevedevo. Me ne beo, visto che il mio fine è sempre e soltanto quello di provocare una reazione, positiva o negativa che sia. Nell'epoca del pensiero unico, dell'autoritarismo invisibile, perfino uno sprovveduto come me può e deve farsi carico dell'irrinunciabile compito di fare ironia, nel senso socratico del termine. 

Dunque, per prima cosa constatiamo che tutta l'Italia, non solo Lavagna, è in collera con la madre di Giovanni; in seconda battuta, notiamo come questa morte venga strumentalizzata per fare una battaglia presuntamente libertaria sul diritto a farsi le canne (battaglia sacrosanta, finché riguarda consumi che avvengano fuori dalle istituzioni educative). Personalmente, per chiarire quello che ho scritto ieri e per aggiungere ulteriori ammonimenti da vecchio bacucco, tornerò a insistere su un altro aspetto.

Cari catecumeni, ormai sono tre anni che insegno nella scuola pubblica, e un'idea dei sedicenni di oggi me la sono fatta. Ho insegnato in una grande città e in provincia, in un professionale, un liceo e un tecnico, e vi scongiuro quindi di credermi se vi dico che, nella maggior parte dei casi, i ragazzi non hanno un Nord, niente in base a cui orientarsi, vanno a vento. Ad eccezione di quei pochi che hanno la fortuna di vivere in una famiglia vera, sono immersi in un vuoto assoluto. Avvertono vaghi malesseri ai quali non hanno la minima idea di come rimediare, dato che la scuola, ormai trasformata in poco più che un bivacco, non li aiuta a sviluppare le proprie capacità di analisi della realtà, né il proprio carattere. Vittime? Certo. Ma non di chi vorrebbe spingerli a cambiare.

E adesso, come si conviene al mio stile, passo alla modalità autobiografica. Quando io avevo quattordici anni, mi si è imposto di imparare a tradurre dal greco e dal latino; oggi, grazie alla valenza formativa di quei pomeriggi passati a bestemmiare i morti di Cicerone e Senofonte, sono in grado di insegnare un po' di inglese ai più abbelinati del reame. Ma se non fosse stata esercitata su di me una pressione severa e costante da parte della mia famiglia affinché mi impegnassi nei compiti scolastici, io non avrei mai imparato neanche la prima declinazione. L'essere stato costretto a farlo non costituisce una violenza perpetrata contro la mia libertà, e chi pensasse una cosa del genere si sbaglierebbe clamorosamente; il fatto è che a quattordici anni bisogna imparare ad essere adulti, e questo è difficile. Il richiamo della diversione è più forte di quello del dovere. La diversione: quella cosa a cui un adulto ben formato si dedica nel tempo libero e in modalità che non interferiscano con i suoi impegni.

E veniamo alle canne. Io sono un antiproibizionista. Se le bevande alcoliche sono acquistabili tranquillamente in un supermercato o in un'enoteca, non ha senso che la cannabis sia illegale. Il vino, tanto comune e radicato nelle tradizioni di qeusto paese, è potenzialmente più nocivo dell'hashish o della marijuana. Io lo bevo, in quantità modiche. Qualche volta, diciamo la verità, bevo un po' di più di quello che può essere definito "quantità modica". Ma - e qui casca l'asino - non lo faccio mai a scuola, o nelle ore precedenti alla mia entrata in classe. Una cosa del genere inficerebbe la mia sovrumana capacità di spiegare i verbi modali a gente che ha difficoltà perfino a scrivere il proprio nome (non posso mostrarvi le loro verifiche perché è contro la legge, vi prego ancora una volta di credermi sulla parola). Né tantomeno mi permetto comportamenti che possano essere configurati come reati, mentre sono a scuola. Cerco, nonostante la mia cazzonaggine congenita, di dare un esempio positivo ai miei alunni.

Chi sono le persone che si troveranno impreparate quando la vita e la Storia le chiameranno alla lavagna, dunque? Quelle che, invece di crescere nel lavoro e nell'impegno, sono rimaste piccole. Tutta la cannabis, tutte le macchine di lusso, tutte le pellicce, tutti i gioielli del mondo potranno distrarli, ma non cambieranno di una virgola il giudizio. E la galera peggiore a cui si possa essere condannati è l'incapacità di capire cosa ti sta succedendo, e perché: in una parola, l'ignoranza.