giovedì 15 marzo 2012

Ma quanti giganti può mai abbattere Davide?


E così è finito il sogno. Si torna alla dura realtà. A soffrire contro il Siena e il Cesena, a lanciare bestemmie all'indirizzo di Cannaguaio, a sperare in una finale di Coppa Italia che impreziosisca una stagione esaltante, ma che ha palesato finora anche limiti e difficoltà. Vincere il trofeo appare invece impresa difficile, alla luce della manifesta incapacità della nostra squadra di amministrare i 180 minuti.

Sapete quanto io goda nell'attaccare il presidente del nostro club. Sapete che lo ritengo un cazzaro, un esaltato, un narcisista con una visione distorta della realtà e una cupidigia che se esistesse il padreterno lo farebbe andare dritto dritto all'inferno. Ma oggi non voglio abbandonarmi agli insulti e al turpiloquio, bensì fare delle semplici constatazioni. Ieri in campo c'erano due squadre separate da un chiaro divario: da una parte campioni affermati ed esperti, con altri campioni seduti in panchina e pronti a sostituirli, dall'altra un manipolo di ragazzotti volenterosi, non privi di tecnica, talento e fiato, ma evidentemente non ancora completi e pronti a muoversi agevolmente su un palcoscenico come quello della Champions League.
Per arrivare a sfidare il Chelsea, abbiamo dovuto affrontare altre corazzate del calibro di Manchester City e Bayern Monaco. Quanto abbiamo fatto è straordinario, alla luce dei nostri mezzi, della nostra rosa, delle difficoltà più volte evidenziate in campionato contro compagini anche modeste. Straordinario se si tiene conto che abbiamo affrontato dei giganti; noi, squadra di discreto livello ma niente di più, armati della nostra fionda. 

Irriverenti e francamente assurdi paragoni sono stati fatti tra questo Napoli e quello che partecipò alla Coppa dei Campioni nella stagione '90-'91. Siamo seri, ragazzi: quello era uno squadrone, questa è una squadra dal grande, grandissimo cuore. Nel calcio di oggi per primeggiare bisogna spendere paccate di milioni, per usare un'espressione cara al nostro ministro del lavoro; non si può sperare di vincere con una difesa titolare formata da Cannavaro, Campagnaro e Aronica. Non è un attacco personale a questi giocatori, professionisti seri e attaccati alla maglia, ma una semplice presa di coscienza. Per far fuori Golia con una fionda ci vuole anche una buona dose di fortuna: ieri non ne abbiamo avuta. 

Mi sono volutamente astenuto dall'ascoltare o leggere interviste, stamattina. Non mi interessa cosa hanno da dire il grandissimo Walter Mazzarri, al quale dobbiamo il 60-70% del nostro successo, ma che spesso offre analisi poco lucide e obbiettive delle sconfitte; e non mi interessa, soprattutto, quello che ha da dire il presidente. Carnevale è passato, le chiacchiere non ci servono a niente. Applaudo Davide, pesto e malconcio dopo il faccia a faccia con un Golia cinico e spietato, e mi auguro che anche noi si abbia un giorno un gigante da far scendere in campo contro le grandi del calcio europeo. Nella contingenza, attendo con ansia il 21 marzo e la sfida contro il Siena per conquistare la finale di Coppa Italia. Una sfida a colpi di fionda, come si conviene a noialtri militi normodotati.

martedì 13 marzo 2012

Caro Giacobbo...


Caro Roberto Giacobbo, come sarebbe bello se avessi ragione tu. Se esistessero i marziani, i vampiri, dio, Capitan America e la rabdomanzia. Se io, incapace di imprimere un qualsiasi cambio di direzione alla mia vita, seppur minimo, potessi restare sprofondato in un divano, avviluppato dal tanfo della deboscia, mentre i leprecani e le fate intrecciano il mio destino danzando al ritmo di una giga irlandese nelle colline di Connemara... Se all'improvviso, mentre affronto la titanica impresa di grattarmi il punto più centrale della schiena, arrivasse una letterina dal Polo Nord, in cui Babbo Natale mi comunica di aver versato un sostanzioso bonifico sul mio conto. Se, infine, dopo la morte per inedia che di certo mi attende le Valchirie mi prendessero per mano e mi conducessero verso i verdi prati del sempiterno coito, accompagnato da smodate libagioni di idromele e dalla immortale e vagamente guerrafondaia musica di Richard Wagner.
Sarebbe bello, ma non sarà. Perchè di tutto quello che ho nominato solo tu, caro Giacobbo, esisti. E scusate se è poco.

Su questo riflettevo ieri sera dopo ua conversazione con una signorina la cui identità non sarà rivelata per proteggerla dalle famigerate logge massoniche segrete dei malvagi gnomi venusiani. Nell'essere informato di emanare energia, reagivo come il pythoniano sig. Praline quando il sindaco di Derby entra nell'ufficio postale in pompa magna, su un paio di trampoli. Io emano energia? Possibile? Ma se potessi incanalarla...quante cose potrei farci...mi viene in mente la vecchia pubblicità del lievito Bertolini...
Potrei trovare un lavoro ben pagato, accendere un mutuo, comprare una casa di quattro stanze, fidanzarmi con una donna che non mostri alcun segno di squilibrio mentale e farci un paio di figli modello, che non si drogano, non bestemmiano e non guardano le donne nude su Internet.
Certo, se gli antichi Egizi hanno costruito le piramidi...e caro Giacobbo, tu sai bene che in realtà gli Egizi altro non erano che alieni, se vogliamo anche male camuffati, con quegli assurdi copricapo, e che sono venuti sulla terra a colonizzarla, ma poi a un certo punto è successo un fatto che va' trova tu che è successo, e se ne sono tornati nella galassia di Alpha Centauri a suonare sempre le stesse cinque note sul sintetizzatore.

Come sarebbe bello, caro Roberto, abbandonare ogni rigore scientifico e rinunciare finanche ai nostri averi, per seguirti sulle strade polverose dellla Galilea a dorso di mulo. E se si resta senza provviste qual è il problema? Si guarda in cielo con le fauci spalancate a ricevere la manna che non tarderà a scendere su di noi. E se finisce il vino? Si trasforma l'acqua, che ci vuole? Io ti seguirei proprio, caro Roberto, perchè qui, come si dice a Roma, non c'è trippa per gatti. E sai, quando le tenebre calano sulla Terra (che pare non sia piatta, secondo recenti scoperte), e insieme all'alcol offuscano la luce del giorno, l'ipotalamo prende il sopravvento e la ragione si fa un bel weekend lungo; allora si sogna, e nel sognare si rimuove qualsiasi ostacolo a ciò che nella mia bella lingua d'adozione si chiama wishful thinking, ovvero la tendenza a pensare che qualcosa sia semplicemente perchè noi vorremmo che fosse. Ma, ahimè, il giorno non tarda ad arrivare, e a dissipare, anche con una certa brutalità, i sogni e le visioni formatisi in cotale stato. Il bonifico di Babbo Natale non è arrivato, ne sono certo. Ho fatto l'estratto conto. La donna che aveva preso forma nella melassa dei sogni era solo un riflesso di una gentil dama che ora chissà dov'è, semmai esista, e nutro forti dubbi sul fatto che le Valchirie mi condurranno in un qualsivoglia luogo dopo il mio trapasso.

Caro Giacobbo, non serve cercare prove dell'esistenza del mostro di Loch Ness, o dell'abominevole uomo delle nevi: queste bislacche creature esistono nella nostra immaginazione, e tanto ti basti. L'immaginazione è l'unica risorsa del tutto gratuita, che nessuno potrà mai sottrarci. In un derelitto angolino della mia psiche, io credo in te. Credo nei leprecani, nelle fate, nella felicità coniugale e nel tempo indeterminato. Ti seguirò sempre, d'ora in poi. Su Voyager, quando le tenebre scendono sul mondo. Se invece tu dovessi indossare una veste di ruvida iuta e vagabondare per villaggi e deserti della Giudea, temo che dovrò passare la mano. Una forza occulta e misteriosa mi attrae verso un triangolo che ha come vertici il mio letto, la mia postazione Internet e la cucina. Saranno i poltergeist degli antichi Babilonesi?

giovedì 1 marzo 2012

Quando le pecore fanno il gioco del lupo


Sempre alieno al contesto, ormai è un'abitudine consolidata. Nel giorno in cui vengono a mancare simultaneamente Lucio Dalla e Germano Mosconi, il vostro Bradipo sente l'impulso a scrivere di tutt'altro. La Repubblica online pubblica oggi un'intervista al carabiniere ormai noto all'Italia intera con l'appellativo di "pecorella". Leggo l'articolo, e rifletto sul concetto di violenza, che è a mio parere molto più complesso e problematico di come venga posto dall'informazione mainstream

Essendo stato uno studente di linguistica, ed essendo uno che si diletta a giocare con le parole, mi sembra naturale partire proprio dal lessema violenza, e chiedermi cosa voglia dire. Molto spesso si usa il sostantivo violenza, o l'aggettivo corrispondente, per riferirsi a qualcosa di rude, duro, ma non violento in senso stretto. Il rugby è uno sport violento, opina qualcuno; se parliamo poi di pugilato, il giudizio è quasi unanime. Eppure, quando due pugili salgono sul ring, sanno benissimo di doversi prendere a pugni, e di solito sono preparati atleticamente e psicologicamente a subire i colpi dell'avversario. Dunque sarà più appropriato dire che la boxe è uno sport rude, duro, piuttosto che violento. Se pensiamo al verbo violare diventa più visibile quell'area semantica coperta dai termini "violenza" e "violento", e spesso dimenticata. Se risaliamo all'etimo di questa famiglia di parole, ci rendiamo conto che l'essenza della violenza non sta nell'uso della forza, ma nell'uso illegit timo, perverso (nel senso latino) di essa. Violenza è un sinonimo quasi perfetto di prepotenza. Un pugno non è necessariamente violenza, mentre un tratto di penna può essere un gesto smodatamente violento. La violenza non implica l'esercizio della forza fisica o un atteggiamento rabbioso e scomposto; anzi, la peggiore violenza è quella talmente strutturata e consolidata da poter essere praticata in assoluta serenità.

Facendo un ulteriore passaggio logico, possiamo affermare che il concetto di violenza è indissolubile da quello di prevaricazione. Quando il debole tira un pugno, è invariabilmente per difendersi. E non lasciamoci ingannare dal fatto che il forte se ne sta lì serafico, senza una piega o una gualcitura sul doppiopetto di Saville Row: la sua violenza è delegata ad altri, e quel magnifico esempio di alta sartoria che indossa è, a ben vedere, una sorta di uniforme della peggiore categoria di violenti. 

Il ragazzo sardo di 25 anni che si è guadagnato l'encomio del suo capo e il plauso di qualche radical chic che legge Repubblica è uno strumento di violenza. Impassibile, senza titrare un solo colpo di manganello, senza reagire alle provocazioni che subiva, il giovane F. ha difeso con il suo corpo, unito a quello di tante altre pecorelle, un sopruso di inusitata violenza. come altro definire un'opera che si fa passando su un dissenso così forte e diffuso? Il carabiniere F. non è cattivo, come Mario Placanica. Certo, non è neanche Salvo D'Acquisto o uno di quegli eroi delle fiction. Fa il suo lavoro di pecorella, a difesa dell'altrui violenza, usando la forza solo se è necessario. Ma non è una vittima, quello no. Lasciate stare Pasolini, e non ci rompete i coglioni con la storia che F. è figlio di un operaio. La violenza, quella seria, quella pesante, è un fiume di merda che sgorga da sorgenti d'alta quota. Quando arriva da noi, qui a valle, si può scegliere solo se navigarlo oppurtunisticamente o cercare di arginarlo. E il giovane F. ha scelto di farci rafting, in quella merda, sulle teste di chi ci affoga.

mercoledì 15 febbraio 2012

La voce del padrone



Preso dalla noia dell'inoccupato perdigiorno, ho acceso poc'anzi il televisore. Si tratta per me di un'ultima risorsa, di un tentativo estremo, del rinnovare il beneficio del dubbio a un mezzo di comunicazione ormai evidentemente avviato a un peggioramento costante e progressivo. Sky: un miliardo e mezzo di canali, di cui una decina, sì e no, guardabili. Scorrendo i programmi, mi sono imbattuto in un uno di quegli show fatti con mille lire che ormai costituiscono il 99% del palinsesto nella sua totalità: "the dog whisperer", atrocemente tradotto in italiano come "uno psicologo per cani". Sorvolando sulla sconfortante crisi delle professionalità legate al mondo della televisione e del cinema, vi dirò subito cosa ha attirato la mia attenzione. "Colui che sussurra ai cani", al secolo César Millán, rimproverava la coppia dall'aria affabile e simpatica proprietaria del cane in questione per l'eccessivo lassismo nel rapporto con l'animale stesso. Il cane va messo in riga, insisteva l'ispanico dallo sguardo vagamente torvo, solo imponendo la vostra disciplina riuscirete ad avere un compagno docile e obbediente. 

A questo punto, cari lettori, non ho potuto fare a meno di pormi una domanda: ma se io compro un cane, o lo prendo dalla strada o da un canile; insomma, se accolgo in casa un amico a quattro zampe, è perchè cerco compagnia o un essere vivente da assoggettare alla mia volontà? Naturalmente non nego che un cane debba rispettare il proprio padrone, ma non vedo perchè questo non dovrebbe valere anche in senso contrario. E allora la mia mente, seppure impigrita dal dolce far niente, recentemente riconquistato, ha fatto un'associazione: c'è un altro programma, più o meno della stessa tipologia, in cui si assiste spesso allo stesso tipo di script. "Supertata USA" va in onda verso le 9.30 della mattina, orario da casalinghe, ed ha pertanto come argomento le tribolazioni di alcune famiglie americane, così disperate e spaesate di fronte al compito di educare i propri figli da dover ricorrere ai servigi di una governante inglese. Anche qui, sorvoleremo sul fatto che la Gran Bretagna ha un tasso di criminalità minorile spaventoso, probabilmente senza eguali nel mondo occidentale, per cui io una governante la farei venire da qualsiasi paese del mondo meno l'Inghilterra. Osserveremo invece che anche in questo caso, in cui si ha a che fare con degli esseri umani, l'approccio è lo stesso: si bada prima di tutto all'obbedienza, alla sottomissione, alla disciplina. Non so se i casi seguiti dalle supernannies siano reali o inscenati per la telecamera, ma questo non cambia la sostanza delle cose: i bambini vanno gestiti in un rapporto rigorosamente asimmetrico, esattamente come i cani.

Ora, sarà vero che io ho problemi con l'autorità, e certo non me ne vergogno, semmai ne faccio un vanto. Ma è possibile concepire la convivenza domestica come una questione di disciplina e obbedienza, trasformando di fatto il focolare in caserma? Se un bambino piange, se un cane abbaia, è moralmente accettabile trattare questi comportamenti come infrazioni o fastidi arrecati al padrone/genitore? Non è piuttosto un dovere di questi ultimi sforzarsi di capire il motivo di quei comportamenti e porvi rimedio? E allora, dato che purtroppo ho passato anni e anni della mia vita a studiare invece di rubare e toccare le femmine, è scattata un'altra associazione, in virtù di ciò che resta nella memoria di un esame dato anni fa.


Nel 1524, in piena riforma protestante, i pezzenti si ribellarono in molte regioni dell'odierna Germania, e presero le armi. Contro chi? La gente povera e ignorante non bada a sottigliezze, ha un solo nemico: il potente, a prescindere dall'abito che porta. Che sia la tonaca del chierico o il mantello del nobile, il pezzente lo riconosce, perchè non è vestito di stracci come lui. E, direi con ragione, vuole conferire alla sua regione lombare le proverbiali sembianze del tarallo. Ignoro come si dica arrevuoto in Alto Tedesco; so però che Lutero deluse parecchio gli insorti, condannandone le rivolte e chiosando che chiunque detenga una qualsiasi autorità la deve direttamente a dio, il quale gliela toglierebbe se lo ritenesse indegno di esercitarla. Verrebbe da chiedersi, allora, come Lutero giustificasse la sua stessa ribellione al papato, ma è ben noto che il florido frate non era una mente eccelsa, e che il più sprovveduto dei domenicani se lo sarebbe mangiato a colazione. 

Ma non usciamo fuori traccia. Concludiamo il ragionamento iniziato. Dunque, Lutero inizia una vera e propria rivoluzione, salvo poi correggere il tiro di fronte alle spaventose conseguenze delle sue bravate, e di fatto porre le basi per una nuova dottrina dell'obbedienza, dovuta non più all'autorità morale del clero, ma a quella secolare e politica  dell'aristocrazia. Un altro signore di teutonici natali, vissuto molti anni più tardi, ci ha spiegato come siano i rapporti economici e i modi di produrre e distribuire la ricchezza a fare la storia, e che anche dietro personaggi straordinariamente carismatici e apparentemente unici ci sono processi di graduale mutamento. L'indebolimento dei legami feudali, il nuovo modo di fare la guerra (con la polvere da sparo) che rendeva obsoleta la cavalleria come istituzione, i progressi nella navigazione che cominciavano a consentire l'apertura di nuovi mercati hanno permesso che un panciuto e teologicamente non eccelso crucco lasciasse la sua impronta sulla storia del mondo. E quegli stessi cambiamenti e processi hanno portato alla nascita del mondo moderno, capitalista e colonialista, un mondo in cui ha ragione non chi riesce a dimostrarlo in un confronto dialettico, ma semplicemente chi ha il coltello dalla parte del manico. Sapete che non ho la minima simpatia per la chiesa cattolica, ma fra Lutero e Calvino da una parte, e la Controriforma dall'altra, io scelgo la Controriforma. L'etica e la teologia protestanti sono una serie ininterrotta di aberrazioni disumane, dalla dottrina della predestinazione alla convinzione che la povertà sia un segno dello sfavore divino. Tutto a uso e consumo delo nuovo modo di fare soldi e di immaginare il consorzio umano: non più un qualcosa di regolato, per quanto ingiuste possano essere le regole vigenti,  ma come una fossa dei gladiatori, una lotta perenne, tutti contro tutti. Per tornare alla televisione, come The Weakest Link, il famoso gioco a premi britannico in cui otto concorrenti devono collaborare per far crescere il montepremi, ma eliminarsi a vicenda dopo ogni turno per poi rimanere in due soli a contendersi il denaro accumulato.

Guardando a ciò che sta accadendo in Grecia in questi giorni, e più in generale al modo in cui si è trasformato il mondo negli ultimi decenni, senza che i popoli si indignassero, protestassero, dessero fuoco alle banche e ai parlamenti, mi viene da interrogarmi sul ruolo svolto dall'etica dell'obbedienza che mi sono sforzato di descrivere. Non ci sono abbastanza manganelli da costringere centinaia di milioni di persone a sopportare  in silenzio soprusi e raggiri. I padroni di questo mondo hanno bisogno di psicologi per cani e supertate che ci ricordino a ogni ora della giornata l'importanza della disciplina, della cieca sottomissione a un'autorità autoriferita, priva di fondamento morale. Siamo cani da tenere al guinzaglio, strattonare, finanche prendere a calci. Ma non prendiamocela troppo: se faremo i bravi, magari il padrone ci regalerà un bell'osso di plastica.


sabato 11 febbraio 2012

Storia d'anarchia e diabete



Cari amici del Bradipo, come sapete uno dei obiettivi nel creare questo blog era quello di recuperare storie perdute, dimenticate da tutti, e ridare lustro e dignità a eroi ignoti senza volto. Oggi intendo parlarvi di Gualtiero Santamadonna, anarchico, intellettuale, martire della criminalità organizzata e della glicemia alta. Di lui la storia non ci ha consegnato una fotografia, un ritratto, neppure una descrizione fisica; ma gli eroi son tutti giovani e belli, per cui  immaginatelo come più vi aggrada. 

Nato nel 1859 a San Marcellino d'Aversa da un bracciante e una lavandaia, viene sin da giovanissimo destinato al lavoro dei campi. A nove anni Gualtiero è già al lavoro nelle piantagioni di percoche, assoggettato a condizioni di lavoro durissime, orari disumani e caporali senza pietà. In questi anni si forma lo spirito ribelle del Santamadonna, che a soli quindici anni lo porta a fuggire da quella vita durissima e senza speranza di riscatto, per cercarne una migliore a Napoli. Qui conosce il Malatesta e l'idea anarchica, alla quale rimarrà legato per tutta la vita. Ben presto, però, entra in polemica con il suo maestro. Pur essendo rigorosamente analfabeta, Gualtiero ha le idee molto chiare: rifiuta nettamente ogni forma di ricorso alla violenza, dichiarandosi fermamente convinto che sia possibile convertire il mondo attraverso la dolcezza dei frutti di bosco. Così, a soli sedici anni, Gualtiero fonda una setta massonica di rito scozzese, sotto l'egida della quale attorno a lui si stringono fruttivendoli, pasticcieri e rivoluzionari orfani di una causa.

E. Malatesta, maestro e mentore di Santamadonna 

Gualtiero impara a leggere e scrivere da autodidatta. Dopo aver pubblicato un libello dal titolo "Terra e libertà, pane e fragole" (del quale purtroppo non ci sono arrivate che citazioni sparse nell'opera altrui), il Santamadonna si dedica anima e corpo a un progetto oltremodo ambizioso: creare, sul finire del XIX secolo, un ghiacciolo al gusto di fragola con un'anima di fiordilatte, da brandire come gioiosa arma contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Al termine di anni e anni di ricerca, duro lavoro e svariati tentativi, il sogno di Gualtiero prende forma: si chiama Fragolibero, e rappresenta l'affrancamento da ogni schiavitù per mezzo degli zuccheri e del fruttosio. Naturalmente, come i più perspicaci di voi avranno intuito, si tratta dell'antenato dimenticato del Fiordifragola, che molti anni dopo sarebbe stato spacciato da una famosa quanto disonesta ditta di gelati come una sua brillante invenzione. Nessuna traccia rimane nei libri di storia delle manifestazioni organizzate dal Santamadonna fra il 1881 e il 1902, il cosiddetto ventennio rosso, in cui migliaia e migliaia di lavoratori, artigiani, studenti e disoccupati percorrevano le strade della città campana brandendo ghiaccioli alla fragola. Il Fragolibero diventa un segno di riconoscimento tra gli aderenti al movimento, costretto ad operare nella clandestinità dalla dura repressione di uno stato insensibile alle istanze dell classi subalterne, e al richiamo del dolce e carnoso frutto. 

Ma non è lo stato borghese l'unico nemico di Santamadonna: da quando un capoclan locale si burla di lui per via dei suoi spessi occhiali, Gualtiero giura eterna inimicizia alla camorra, contro la quale scrive violentissime invettive, fino al grave incidente del '97: il Santamadonna, coadiuvato da alcuni adepti della sua setta, fabbrica una rudimentale granata ripiena di ghiacciolo alla fragola, e la scaglia nel basso ove ha residenza il guappo che l'aveva canzonato, Taniello Sfaccimma. Alcuni passanti lo odono gridare "viva l'anarchia, viva la fragola!" prima di  lanciare l'ordigno nell'abitazione. L'esplosione investe lo Sfaccimma, la sua numerosa famiglia e un compare di battesimo, che muoiono tutti all'istante di diabete fulminante.

Taniello Sfaccimma, in una illustrazione di Gustavo Dorè

L'inchiesta viene archiviata per l'omertà degli abitanti del quartiere, e da allora in poi nessun camorrista darà più noia al nostro Gualtiero. Ma un altro nemico, ben più pericoloso della camorra, sta per sferrare il suo attacco al rivoluzionario: la glicemia alta. Il consumo continuo di ghiaccioli alla fragola ha ormai minato la sua salute: Gualtiero finirà in un letto d'ospedale il 15 aprile 1902, e non si riprenderà più. Il 7 maggio dello stesso anno, a soli 43 anni, Gualtiero Santamadonna esala il suo ultimo respiro. Viene sepolto in una tenuta del suo agro aversano, oggi adibita a frutteto. Indovinate un po' quale frutto producono quegli alberi...


venerdì 27 gennaio 2012

Memorie incomplete...


Giornata della memoria. Bene. Abbasso il razzismo, l'intolleranza e il fascismo. Ora che l'abbiamo detto, possiamo sentirci tutti buoni e a posto. Se invece questo incipit non ti convince, e solo in quel caso, ti esorto a continuare la lettura.

Ormai il vostro Bradipo sta invecchiando, come la Concetta di eduardiana memoria. Gli danno un fastidio incalcolabile gli automobilisti che suonano il clacson senza motivo, e i giovinastri che producono con i loro scooter truccati abbastanza inquinamento acustico da soddisfare il fabbisogno una metropoli indiana. Potrete dunque immaginare la sua reazione alle innumerevoli immagini di bambini orrendamente mutilati condivise negli ultimi giorni su Facebook, e riferentisi presumibilmente a quell'odioso crimine contro l'Umanità che è stata l'operazione Piombo Fuso. A corredo di alcune di tali immagini, diatribe demenziali in cui il cretino di turno (solo così posso definirli) scaricava su Hamas o genericamente sui "palestinesi" la responsabilità di quelle indescrivibili atrocità. 

Perchè pubblicare quelle foto nel giorno della memoria dell'Olocausto? La risposta credo sia evidente: la narrativa dominante vede Israele come una sorta di compensazione resa al popolo ebraico per le persecuzioni sofferte ad opera del regime di Hitler, e dei suoi alleati. Chiunque abbia un minimo di conoscenza della storia contemporanea sa che non è così. La colonizzazione della Palestina comincia prima della persecuzione degli Ebrei, sulla spinta di un movimento, il Sionismo, nato alla fine dell'Ottocento. La risoluzione ONU del 29 novembre 1947 con la quale nasce lo stato di Israele non fa che sancire uno stato di fatto, ovvero l'insediamento, spesso con metodi violenti, se non addirittura terroristici, di un'agguerritissima minoranza ebrea in Palestina. Quella parte della storia si tende in genere a ignorarla; ad esempio, prendo ora atto che la pagina di Wikipedia sull'attentato all'hotel re David non è tradotta in italiano. Eh, ma mi rendo conto che alcuni voi in questo momento sono a disagio... Ma come, nel giorno della memoria ci mettiamo a parlare male di Israele?

Rieccolo, l'equivoco, fare capolino beffardo e sfuggevole. Israele non c'entra niente con l'Olocausto. Milioni di ebrei vivono oggi sparsi per il mondo, in condizioni infinitamente più sicure degli abitanti di Tel Aviv o Gerusalemme. I rest my case, direbbe non senza una puntina di spocchia il buon Perry Mason. 

Orbene, smontato il primo equivoco, resta un dubbio: se la storiella che vuole gli ebrei/israeliani (una confusione evidentemente coltivata dai partigiani dello stato ebraico) vittime per definizione è falsa, chi ci garantisce che quella in base a cui l'Olocausto è tutta colpa di un signore con i baffetti tanto, tanto cattivo sia vera? Non sarebbe il caso di rifletterci un po' su?

Ora vi chiedo di seguirmi per qualche minuto sgombrando dalla vostra mente la parola "antisemita", che molto probabilmente sta ora lampeggiando come un spia dell'olio. L'unico popolo nei confronti del quale ho un'antipatia preconcetta sono i francesi, perchè fumano nei luoghi pubblici e fanno sesso con eccessiva frequenza rispetto a me, che non lo faccio mai.
Bene, fra il 1596 e il 1598 William Shakespeare scrive un lavoro dal titolo Il mercante di Venezia, una delle sue commedie di maggior fortuna. Per la trama vi rimando alla pagina di Wikipedia linkata. Se la leggerete, capirete quale peso abbia nell'impianto drammatico il personaggio di Shylock; tuttora il nome dell'ebreo di Venezia è sinonimo di avidità nella cultura anglosassone, e la sua libbra di carne una proverbiale metafora dell'assenza di compassione. Sorvolando sulle ridicole accuse di antisemitismo (porca miseria, l'ho detto io) mosse da alcuni critici contemporanei a un drammaturgo vissuto in un'epoca che non ha conosciuto quella categoria, possiamo andare un attimo oltre la confessione religiosa di Shylock per coglierne un elemento realmente essenziale. Se racconto una barzelletta con dentro un napoletano, quello sarà identificato con la furbizia o con la disonestà. Nelle barzellette inglesi, gli irlandesi sono stupidi e i gallesi fanno l'amore con le pecore. Stereotipi. Come quello che vuole gli ebrei avidi e tirchi. Ma è pur vero che gli stereotipi nascono dalla generalizzazione di elementi reali. Gli ebrei vengono reputati eccessivamente venali perchè sono stati fra i primi in Europa a praticare il prestito ad interesse. Shylock, non a caso, è un usuraio. E allora smettiamo di definire Shylock ebreo, e chiamiamolo come si merita: strozzino.
La grandezza di Shakespeare sta nel cogliere la complessità di questo personaggio, farcene ascoltare le ragioni, farci percepire l'ingiustizia del trattamento che riceve dai cristiani in quanto ebreo; quello che attira su di lui il biasimo degli altri personaggi e degli spettatori però, in ultima analisi, non è la sua religione ma il suo comportamento antisociale. Vero è che l'astuzia di Porzia consente ai suoi antagonisti cristiani di umiliarlo in modo francamente poco elegante nel finale, ma è vero anche che in tribunale Shylock ci è finito per essersi ostinato ad esigere un tributo inumano. Insomma, se non fosse ancora abbastanza chiaro, questo signore è una perfetta incarnazione dello spirito del capitalismo.



Piccolo salto temporale: siamo nel 1929. Il 29 ottobre la Borsa di New York cede di schianto, dando inizio alla Grande Depressione. Poichè la globalizzazione è una realtà da molto prima che se ne cominciasse a parlare, questo evento si ripercuote necessariamente non solo sull'economia degli Stati Uniti d'America, ma su tutto il mondo. Sarà una coincidenza che l'ascesa al potere di Hitler ricevette una potente accelerazione in seguito agli effetti devastanti di quella crisi economica? Il partito nazionalsocialista sale alla ribalta con il referendum del 1929 per l'abrogazione del Trattato di Versailles, le cui condizioni avevano ridotto la Germania in ginocchio alla fine della Prima Guerra Mondiale, e si rafforza nelle successive consultazioni elettorali. Più i tedeschi si impoveriscono, più aumenta la disoccupazione, più forti si fanno le proteste e le mobilitazioni della sinistra, più consensi riceve l'imbianchino austriaco. Il capitalismo fallisce, e le camicie brune ringraziano. Ora, per i motivi suesposti, la gente era tentata di dare la colpa delle sue sciagure a due categorie di persone: i comunisti, perchè scioperavano continuamente, mostrando scarso patriottismo e nessuna dedizione al benessere comune; e soprattutto gli ebrei, visti come i padroni del mondo che banchettano con le loro libbre di carne cristiana. E questo non solo in Germania, sia ben inteso. Immaginate che sollievo dovevano provare i padroni del mondo, ebrei o meno che fossero, rispetto a questa lettura delle cose. Noi li riduciamo agli stracci con le nostre speculazioni, e quelli se la prendono con una confessione religiosa. E con i comunisti. L'ebreo che si frega le mani è una costante dell'iconografia antisemita (aridaje!), ma non ho dubbi che la fregatura di mani fosse un'usanza interconfessionale in quegli anni, tanto più che si preparava un'altra bella guerra; quella che avrebbe fatto uscire le potenze vincitrici da una lunghissima recessione. 

Per carità, il Bradipo non ha velleità di storiografo! Io rivendico con orgoglio la mia condizione di ignorante! Queste sono pillole, piccole nozioni accumulate in anni di esposizione a eresie varie, che ricerco con una certa costanza. C'è in me un bisogno, forse un po' infantile, di ricondurre tutto a principi universali e omnicomprensivi. L'antisemitismo, Hitler, Mussolini, lo sterminio dei palestinesi, l'Intifada; tutto mi pare riconducibile a un medesimo paradigma, a un sistema economico che ci impedisce di convivere in pace, senza sfruttare nessuno e senza essere sfruttati. La prossima volta che qualcuno esigerà  una libbra della vostra carne, dnon lasciatevi distrarre dalla foggia del suo copricapo e chiedetegli se può strapparvela senza versare una goccia del vostro sangue: è quello il punto.

lunedì 16 gennaio 2012

L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro...

...dice l'articolo 1 della Costituzione, o almeno così mi pare. Costituzione che, alla luce della realtà in cui ci tocca vivere, si direbbe scritta a quattro mani da Salvador Dalì e Luis Bunuel, con la supervisione di Graham Chapman. La mia tastiera non è abilitata a produrre la "egne", nè la "i" con l'accento acuto, quindi non potete accusarmi di sciatteria grafica. Il mio spagnolo è almeno da DELE Basico (di nuovo, manca l'accento acuto), a differenza del mio inglese, che è come quello del partigiano Johnny, ovvero equipollente a quello di un fottutissimo lord. Proprio questa mia capacità, più non una ma DUE raccomandazioni, mi ha consentito di trovare una specie di lavoro in una specie di azienda, la quale mi corrisponderà una specie di stipendio quando colà dove si puote verrà ritenuto opportuno; questo sempre che mi venga proposto una specie di contratto in cui vengano specificate e stipulate una serie di condizioni che poi verranno sistematicamente ignorate e disattese, in nome della flessibilità e del profitto facile (non il mio).

"I decree today that life is simply taking and not giving, England is mine, it owes me a living" scriveva quel maledetto genio insano di Stephen Patrick Morrissey. Sostituite England con Italy e avrete il mio status esistenziale corrente. Se non capite cosa vuol dire, mi sa che non abbiamo niente da dirci; passi non conoscere bene l'inglese, ma Morrissey - soprattutto il periodo Smiths - è proprio la base. 
Temete adesso che voglia ammorbarvi con deliri adolescenziali sui mille disagi che costituiscono la mia vita interiore? Non preoccupatevi, ho già finito. Ma poichè proprio durante quella travagliata epoca della vita che è la prima giovinezza ho capito che tutto è politica, o perlomeno tutto ha una dimensione politica, vorrei riflettere insieme a voi, cari lettori del Bradipo, sulla discrasia fra Costituzione formale e Costituzione materiale.

Qualche mese fa ebbi, seduto a un tavolo di Gallo's, un'interessante scambio di vedute con una delle due persone che mi hanno agevolato nell'ottenere il lavoro di cui sopra. Costei, avendo ricevuto dalla vita il mixed blessing di fare l'avvocato in un paese incancrenito da corruzione e un approccio sbarazzino alla legalità, mi esponeva con impeccabile eloquio la distinzione fra verità storica e verità processuale. Io, avendo una cultura giuridica che non va oltre l'ordalia del fuoco, non proverò neanche a riprodurre quella dotta disquisizione. Del resto, si intuisce già dai termini usati quale sia la differenza fra le due verità. E come potrebbe risultare ostico il concetto a noi italiani, che abbiamo sempre avuto due verità per tutto? Una ovvia, quella dettata dal buonsenso, l'altra dettata dal potere, e pertanto vincente in partenza. 
Un anarchico vola dalla finestra della questura? Si è suicidato. Un imprenditore mette insieme una fortuna spropositata, senza essere in grado di dar conto della propria rapidissima e apparentemente troppo facile ascesa? Sono i comunisti ad essere invidiosi e pieni d'odio. Periodicamente qualche individuo particolarmente immune al senso di vergogna prova addirittura a convincerci che la mafia non esiste. Evidentemente, allora, Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Siani e tutti gli altri che sarebbe troppo lungo elencare e che normalmente vengono considerati vittime della mafia (o camorra o 'ndrangheta, a seconda della regione) devono essere stati ammazzati dal simpatico ma dispettoso monaciello, o meglio da una versione ultra-incazzata e Charles Bronsoniana dello spiritello in questione.

Il monaciello. Di regola mite e simpaticamente discolo, in seguito all'abuso 
di droghe o film di Charles Bronson può diventare estremamente violento.

E ci si abitua. Ci si adatta. Si smette di resistere, perchè si crede che sia inutile. Si accetta il "male minore", si accettano mille forme di compromesso, e si comincia a pensare che la Storia sia e non possa essere altro che un fiume in piena, da navigare come si può, badando più che altro a non naufragare. Cambiarne il corso, nel clima culturale che si è venuto a creare in questo paese, sembra una pretesa assurda. Questo, con buona pace  di quei milioni di persone che, dall'Illuminismo alla Resistenza, si sono battuti qui e nel resto del nostro continente per darci non già la democrazia (per quella c'è ancora una Salerno-Reggio Calabria da percorrere), ma perlomeno la possibilità di aspirare ad essa. Libertà, uguaglianza, giustizia, non sono slogan di Oliviero Toscani per vendere i maglioni o i preservativi; sono contenuti della vita di ognuno di noi, e della nostra interazione sociale. Sono oggetto di conquista, non di concessione. Basta adattarsi. Basta accettare compromessi dai quali non guadagniamo niente. Basta accettare verità alternative. Il processo alle classi dirigenti di questo paese non può che essere sommario, e la verità che ne emerge è una e semplice: fanno schifo. Ma se aspettiamo che se le porti via la corrente, stiamo freschi: in quel fiume che trascina noi alla deriva loro ci hanno calato l'ancora.

Un Clint Eastwood d'annata ci consiglia come rapportarci alla classe dirigente italiana.