venerdì 17 maggio 2013

La realtà non esiste


Sempre di più sento l'impellente necessità di portare costantemente un filosofo al guinzaglio. Talmente tanti sono i simboli da decifrare in questa fitta foresta, e talmente limitate la mia cultura e preparazione, che mi farebbe veramente comodo avere un dotto al mio perenne servizio. Ché poi, io le cose le intuisco; il problema è che non so argomentarle con rigore, e finisco sempre per produrmi in narraffioni che vengono puntualmente fraintese.

Ora, io questa cosa ce l'ho ben chiara. La ripeto, per effetto drammatico: la realtà non esiste. Questo è quello che pensate voi, che mi crocifiggete ogni volta che ve la metto davanti, nella sua natura essenzialmente antinomica, contraddittoria. Pardon, sconfino nella filosofia, della quale ho nozioni scarse e sparse. Procediamo per suggestioni. Lo conoscete Francis Fukuyama? Se parlate inglese, e ovviamente se ne avete voglia, provate a leggere questo articolo. Da lì poi l'autore sviluppa il discorso in un libro omonimo. Se siete pigri come me e volete una pillola del "pensiero" di questo sciagurato, ecco che il vostro Bradipo (che vi vuole bene, non dimenticatelo mai!) vi ritaglia qualche riga dalla pagina di Wikipedia:

Per Fukuyama la forma di stato ispirata al liberalismo democratico è l’ultima possibile per l’uomo, ed anche la più perfetta: essa non può infatti degenerare in niente di peggio, ed essa stessa non è degenerazione di nessun’altra forma politica. La storia si muove verso il progresso e il progresso tecnologico e industriale è stato assicurato, guidato ed indirizzato dal capitalismo in ambito economico. Il capitalismo ha il suo corrispettivo politico nella democrazia liberale, sia perché questa è meglio compatibile con il governo di una società tecnologicamente avanzata, sia in quanto l'industrializzazione produce ceti medi che esigono la partecipazione politica e l'uguaglianza dei diritti.

Come si arriva a un simile delirio? Perdonatemi se vi espongo la mia opinione in modo filosoficamente scorretto, ma mi difetta il dotto al guinzaglio. E allora ve lo dico come so dirvelo, alla buona: ci si arriva capovolgendo il rapporto fra realtà e pensiero. Perchè se il capitalismo vuole sopravvivere alle sue contraddizioni, ve le deve nascondere, insieme con le loro nefaste conseguenze. E allora il discorso politico deve diventare metadiscorso, deve parlare delle  parole, si deve staccare completamente dalla realtà, la quale semmai sarà il punto di arrivo, mai di partenza. 

Accendi la TV, c'è Santoro. Immaginiamo un probabile parterre. Ospite fisso Travaglio, giornalista professionalissimo, per carità, ma autenticamente ossessionato dal tema "delitto e castigo". Fosse per lui, tutti i mali di questa società si risolverebbero a botte di sentenze. C'è la vaiassa di destra che impersona la femmina ruspante e sensuale, e c'è quello che io ritengo il personaggio più improbabile e assurdo, ovvero il giornalista "di destra". Abbiamo poi il bocconiano "di sinistra", l'operaio o il piccolo imprenditore che grida, e il sindacalista "buono". Ognuno con i suoi dati, ognuno con il suo discorso, ognuno con il suo arsenale di decibel. Ora, io non ricordo di aver mai visto una puntata di Servizio Pubblico in cui si arrivasse a una verità condivisa. E non mi stupisce: il programma è fatto apposta per impedirlo. Si tratta, in fin dei conti, di una liturgia: alla fine ciascuno avrà preso la sua comunione, consistente nell'aver ascoltato il verbo del personaggio o dei personaggi di riferimento. I problemi reali, afferenti ai bisogni materiali, continueranno a risolverli l'evasione fiscale, il lavoro a nero, il nepotismo e via discorrendo.E chi non rientra in questo ordine di soluzioni, semplicemente si fotte.

Bene, oltre io non posso andare. Tocca ai dotti, dovunque essi siano, rimettere nuovamente Hegel con i piedi per terra. Questo, s'intende, sempre che i compagni ci facciano la cortesia di smettere di giocare con i palloncini.

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