mercoledì 23 marzo 2016

Tertium non datur

Da un po' ormai latito dalle lunghe, estenuanti discussioni sulla politica nazionale a cui per un periodo mi sono dedicato su Facebook. La ragione è semplice: adesso ho modo di agire, in una professione secondo me cruciale nel forgiare il futuro di un paese, laddove prima non mi era concessa che un'inane chiacchiera. Oggi, come insegnante, io esercito un potere, che non è certo quello di scrivere numerini su un registro (e non mi sorprende che quegli alunni e quei genitori che ci vedono solo in tale veste ci considerino dei coglioni); il vero potere di un insegnante sta nell'opportunità che ha di risvegliare il senso critico dei suoi alunni, facendoli uscire dal dogmatismo e dal feticismo di nozioni morte che puzzano di cadavere.
 
Per questo, cari i miei loro, non parlo più di politica su Facebook. Preferisco dedicare le mie energie al lavoro, un'ora del quale vale più di mesi di sterili ciance. Questo perché sono i fatti, come si suol dire, che contano. I trionfi intellettuali ci danno soddisfazione, ma lasciano il tempo che trovano. E, soprattutto, i trionfi intellettuali spesso si realizzano in un nichilismo che nega ogni prassi, mentre conserva una purezza inutile quanto puerile. 
 
Eppure, di tanto in tanto, mi ritrovo taggato in qualche discussione. Ed ora che sono in vacanza, il vuoto temporaneo lasciato dai miei amati mostriciattoli dalla mente virginea come la prima neve deve essere occupato.Torno a chiedermi, dunque, perché ce l'avete così tanto con il M5S. Non sarà mica che anche voi vi siete chiusi nella cieca venerazione di nozioni morte che puzzano di cadavere? Perché, se guardiamo i fatti, la situazione è estremamente semplice: esiste un establishment politico che ha affossato questo paese, da qualunque prospettiva si voglia guardare la cosa. Per fermarlo, prima che ci riduca ancora peggio di come siamo ridotti, occorre una forza che coaguli intorno a sé consenso di massa. Questa forza, oggi, può essere solo il M5S. Non ne esistono altre, né è ipotizzabile che ne sorgano, nella situazione attuale. Chi vuole agire politicamente (agire, non elucubrare) oggi in Italia, deve necessariamente muoversi nella scia di questa forza, se non dentro di essa. Questo perché oggi in Italia l'unico tema generativo, per usare un'espressione mutuata dalla pedagogia, è l'onestà. Tutto il resto è chiacchiera liturgica. E l'onestà è una delle facce della giustizia. Fino a quando non si affermerà nel senso comune dell'italiano la necessità di rispettare delle regole, e di pretenderne il rispetto da chi gestisce il potere politico, qualsiasi cambiamento significativo sarà impossibile. 

Dunque, scegliete fra una visione opportunistica, vile e parassitaria della politica, e una imperfetta, eterogenea, contraddittoria forza di opposizione con una leadership discutibile. Tertium non datur. La vostra superiorità analitica e morale non ha valenza politica, e se non siete stupidi lo capite bene. O 1 oppure 0. O ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra. O ti tieni la classe politica della "buona scuola", o li mandi a casa. Tertium non datur. O resti a sviluppare raffinatissime costruzioni mentali mentre ti smantellano il paese intorno, o smetti di sedere e rimirare, e ti sporgi per guardare cosa c'è effettivamente oltre la siepe. Vedrai, esimio professore, un popolo esausto e moralmente distrutto. Se gli vuoi parlare, comincia da ciò che gli sta a cuore; oppure continua a parlare di lui, e mai con lui. O l'una o l'altra. Tertium non datur.

martedì 1 marzo 2016

Guai ai vinti!

Una volta esisteva una chiara differenza fra Destra e Sinistra. Al di là di ogni possibilità di confusione o di convergenza sul piano teorico, c'era un elemento che le distingueva immediatamente nel discorso quotidiano, informale, non accademico. Si trattava di un aspetto "sentimentale", sebbene indubbiamente collegato a una Weltanschauung precisa e strutturata: la Sinistra aveva pietà dei vinti. 
Quel signore che getta la spada sulla bilancia, facendola ulteriormente abboccare a danno dei poveri Romani, è Brenno. Nel 390 a.C. assediò l'Urbe, riducendone la popolazione allo stremo delle forze, fino a che non fu raggiunto un accordo per il pagamento di un tributo aureo da parte dei nostri antenati. Secondo le fonti romane, la bilancia con cui fu pesato l'oro da consegnare a Brenno era stata truccata dai Galli. Alle italiche proteste, il baffuto duce ribattè compiendo il suddetto gesto e pronunciando la frase riprodotta nel fumetto, e che io ho scelto come titolo di questo post.
Dov'è la ragione di Brenno? Nella forza. Nel mondo antico, il forte ha ragione e il debole ha torto. Ciò che distingue il debole dal forte, in quel momento storico, è il valore militare. In altre parole, chi ha il vigore e l'abilità necessarie per annichilire le ragioni dell'altro trionfa. Se sia giusto o meno questo principio lo lascio giudicare a voi, o augusti lettori.
Che differenza passa fra il mondo di Brenno e Furio Camillo e il nostro? Ecco, quando ci spostiamo dal passato al presente abbiamo subito un evidente vantaggio: la disponibilità di fonti dirette. Andate a fare un giro nei quartieri della vostra città abitati dagli immigrati, dalla "classe meno abbiente",  da chi oggi è assediato da parte di una forza al cospetto della quale le truppe di Brenno fanno sorridere. Poi accendete la televisione o leggete un giornale. Ecco, basta tanto a capire chi sono i forti oggi, e su cosa si fonda il loro diritto. Un diritto declinato in svariate forme, ma sempre riconducibile all'archetipo di tutti i diritti borghesi, cioè quello alla proprietà dei mezzi di produzione. Di tutti  i mezzi di produzione. Anche un utero, un ventre, sono mezzi di produzione. Guai ai vinti, che per sopravvivere all'assedio dell'altrui diritto sono costretti a gettare finanche la propria carne su una bilancia che insulta la giustizia quanto la pietà.

domenica 14 febbraio 2016

L'importanza di essere membro esterno

Cari amici, rieccomi a voi. Reduce da una tornata infernale di scrutini, in cui immancabilmente si apre il vaso di Pandora della italica pubblica distruzione, torno a rendere conto degli usuali orrori. Per me, titolare di supplenza su sei classi del triennio, l'orrore in questo momento si chiama 5A e 5C. Costoro, perlopiù ignari di quasi tutto lo scibile umano, dalla scoperta del fuoco in poi, formano un Calibano collettivo che provoca la rabbia del docente nel vedersi rispecchiato in cotanta turpitudine. E neppure sperano di affrancarsi un giorno dalla loro schiavitù, della quale non hanno percezione alcuna. Pascono beati nei prati dell'indeterminatezza come l'agnellino di Blakiana memoria, allietando le verdi vallate con i loro placidi belati. Bene, che belino pure.

V'è stato un tempo in cui il pedagogo si dannava, strappandosi per la disperazione quella rada peluria che ancora gli ricopre il capo, nel tentativo di ridestare nei fanciulli una prometeica scintilla di ribellione alla Vita nella Morte che vinse ai dadi l'antico marinaio di cui cantava il buon Coleridge. Non è stato sempre così serafico, il vostro Bradipo, di fronte all'inerzia dei neuroni che lo fissavano da quegli occhi vitrei, come di squalo. Ma, per quanto si sforzasse, non riusciva a strappare segnali di vita senziente a quei ricettacoli di inanità. Ogni suo tentativo si scontrava con l'impenetrabilità, l'imperturbabilità, l'irremovibilità di quei corpi virtualmente privi di vita, dando luogo a un penosissimo effetto Has Fidanken.  

Ma tutto questo, ormai, è solo un brutto ricordo. Il commissario di Lingua e civiltà inglese, quest'anno, al Liceo Artistico, sarà esterno. A qualcun altro toccherà sedersi di fronte a questi ruminanti e ascoltarli violentare la morfosintassi e la logica, mentre un sudore gelido gli imperlerà la fronte a dispetto del caldo estivo. A me toccheranno altri ebeti ruminanti, altri placidi ovini, altri atarassici canidi. Non sarà meno madida la mia fronte, ma almeno, per Giove, non dovrò fingere che Has Fidanken sia dotato di talento. E questa è, in poche parole, l'importanza di essere membro esterno.

giovedì 21 gennaio 2016

Ricchiòòòòòò!!!!!

Signori, qua il fatto è serio. Non sono più i tempi in cui tutto era lecito fin quando non si mettevano le mamme in mezzo; oggi il linguaggio è una selva di divieti e trappole. Puoi dire a qualcuno, ad esempio, che è la schiuma di mezzo alle pacche dei cavalli di Bellomunno quando arrancano sulla salita di Capodimonte sotto il sole di Agosto, trainando un morto chiattone, e nessuno avrà molto da eccepire; ma prova a mollare il classico "ricchione" e sarai subito nell'occhio del ciclone. La rima non era voluta, è che non so scrivere. Non c'è neanche bisogno di pronunciarlo con quella carica di disprezzo di quando uno dice "sì 'nu ricchione 'e mmerda!". Qui anche un ricchione semplice, un frocio o un finocchio, è passibile di gogna. Ma che ci sarà mai di offensivo nell'essere ricchione? Niente. Infatti, ormai nessuno che abbia completato la terza media ti chiama più ricchione per denigrare la tua omosessualità. Ad esempio, se io trovo dopo mille giri a vuoto un posto auto e faccio per entrare, ma vengo preceduto all'ultimo momento da un  astuto lestofante, potrei esclamare "ma tu vide a 'stu ricchione!", pur non avendo alcun elemento probatorio sul quale basare la mia ingiuria. Se lo chiamassi "figlio 'e zoccola", il ragionamento da fare sarebbe lo stesso. Le probabilità che io conosca la madre dello stronzo in questione, in una grande città, sono scarse. Succede che a volte usiamo certe parole ed espressioni in un modo che abbiamo ricevuto in eredità dal passato, quando i padri prendevano i figli a cinghiate e il delitto d'onore era punito con minore severità di un furto d'auto.

Ma una cosa è vera, nel mondo del calcio c'è tanta omofobia. La mia teoria, che forse troverete irrispettosa e irriverente, o forse bislacca, è che non possiamo dare tutta la colpa agli scostumati che spostano con la bocca. Un po' di responsabilità ce l'hanno anche i responsabili del design e del marketing (due parole discretamente gay, a mio parere), che hanno arricchiunito il meraviglioso giuoco del calcio. Ecco le mie umili proposte per riportare un po' di ommità nel mondo dell'arte pedatoria e così contrastare l'annoso problema dell'omofobia sul rettangolo verde:

- Abolire gli scarpini colorati. Cioè, voglio dire, porti lo scarpino fucsia e poi ti sorprendi se ti danno del buliccio? A questo punto mettiti il tacco dodici...

-  Decretare per legge che la superficie esterna del pallone deve essere composta tassativamente da pentagoni di colore nero ed esagoni di colore bianco; o, ancora meglio, presentare una colorazione omogenea, quella del bruno, ruvido cuoio non verniciato. Ommità a manetta.

- Togliere i nomi dei giocatori dalle maglie. Che cos'è questo vezzo da prime donne? Maradona non aveva scritto niente sulla schiena, ma la gente sapeva chi era. Certo, se sei un fesso qualsiasi rischi che nessuno ti riconosca quando tocchi palla. Ma se sei un fesso qualsiasi, perchè ricordarlo continuamente a tutti?

- Le maglie stesse devono essere in lana per i tempi freddi e in cotone - rigorosamente non acetato - per quando fa più caldo. Saranno ammesse solo tinte unite e strisce. Se guardando la divisa sociale in controluce si riesce a intravedere femminei ghirigori, il club riceve una penalizzazione di 10 punti.

- Ai giocatori non sarà consentito lamentarsi o restare a terra per più di cinque secondi, a meno che non abbiano subito un infortunio grave. Nel caso in cui un perito medico super partes dovesse verificare che il calciatore sta simulando, procederà con un apposito randello a procurare l'infortunio, e ristabilire così un clima di leale virilità.

- Per finire, gli arbitri torneranno a indossare la casacca nera e saranno diffidati dal sorridere. Un arbitro come si deve è brutto, cornuto e di estrema destra. 

 

giovedì 7 gennaio 2016

Un bastimento carico carico di...

Immaginate, cari lettori, un bastimento carico carico di affiliati ai Casalesi, ultras dell'Atalanta, borgatari romani, sottoproletari semi-analfabeti del profondo Veneto di quelli che tirano sassi dai cavalcavia, pluriomicidi della Locride e sicari di Cosa Nostra. Immaginate che questo bastimento carico carico di merda approdi nel porticciolo di una tranquilla cittadina norvegese. Quanto tempo impiegherebbero, secondo voi, i suoi occupanti per ridurre la suddetta cittadina a una landa desolata e devastata, in cui la gente si chiuderebbe in casa per paura di essere accoltellata, derubata, stuprata, torturata senza motivo, e mangiata viva? Magari questi infelici si lamenterebbero, naturalmente sottovoce, dell'arrivo degli italiani. E sbaglierebbero. Perché è evidente che in un caso simile non sarebbero gli italiani ad essere arrivati, ma la monnezza degli italiani.

Mi rendo conto di essere ripetitivo, ma certe contraddizioni sono diventate così lampanti, e la dimostrazione del fatto che io avevo ragione è così chiara, che non posso fare a meno di venire a riscuotere la mia vincita. Il sindaco di Colonia, una donna, ha invitato le sue concittadine a non vestirsi in modo vistoso per evitare molestie: di fronte al pericolo di un'ondata di razzismo, ha ritenuto preferibile enfatizzare le responsabilità delle donne, piuttosto che la bestialità di certi uomini. Se questa dichiarazione fosse stata fatta in un'altra città e in un altro momento, apriti cielo. Ma è stata fatta adesso, a Colonia, in un contesto in cui il migrante (categoria generica, guai a fare distinzioni!) è sacro, e anche la donna, di solito (giustamente) tutelata con particolare attenzione, è sacrificabile sull'altare della "multiculturalità". In buona sostanza, se ti metti la minigonna oggi a Colonia e uno qualsiasi degli animali che sono entrati in Germania nel votta votta della scorsa estate ti violenta, "te la sei cercata".

Vi stupite? Vi indignate? Pensavate che nel votta votta in questione ci fossero solo poveri profughi siriani in fuga dall'orrore della guerra? Ma ci siete mai stati allo stadio? Ma li avete fatti i tre giorni? Ma non lo sapete che una fetta ragguardevole della specie umana fa schifo al cazzo e non aspetta altro che un'occasione per dimostrarlo? Figuriamoci, poi, in una situazione in cui saltano tutti i controlli. Questa è la multiculturalità, non l'Erasmus a Barcellona. L'Erasmus non serve ad arricchire trafficanti di esseri umani, non serve alle organizzazioni criminali per muovere merce e manovalanza, non serve ai padroni a indebolire la posizione contrattuale dei lavoratori. Serve, quello sì, a scambiarsi esperienze e confrontarsi, venendo a contatto con altre culture. Tutte cose, come vedete bene, inutili, se non come spot pubblicitario. La "multiculturalità", quella seria, è un'altra cosa: è un bastimento carico carico di merda.

mercoledì 30 dicembre 2015

Partire dal traguardo

Cari amici, da un po' non scrivevo. Poiché l'anno sta per finire, credo sia importante apporre il mio suggello di orrore a questo 2015 che, come già il suo predecessore e come sarà certamente per il suo successore, ha fatto schifo. Ormai non è più lecito aspettarsi del bene dalla vita, e sapete perché? Perché la vita è finita. Siamo zombie che si aggirano in un deserto morale e intellettuale, in cui gli impietosi sacerdoti del potere si sono impadroniti di tutto quanto è ancora fertile e fonte di nutrimento. E, stando così le cose, ci imboccano sotto mentite spoglie cucchiaiate di omogeneizzato, per farci rimanere nello stato infantile nel quale, palesemente, ci troviamo.

Poco fa leggevo su Facebook un commento fatto da un amico appartenente a quella nutrita schiera di militanti della sinistra salvinofoba e politically correct. Era un augurio al contrario fatto a chi non accoglie a braccia aperte, senza condizioni né remore, tutti coloro che intendano stabilirsi in questo paese, a prescindere da qualsiasi considerazione di carattere socio-economico, in base a cui si rischierebbe di dover concludere che la solidarietà non è solo un valore astratto, ma una prassi condizionata da molti fattori. Suppongo che queste esitazioni ad aprire il mio cuore e il mio conto Bancoposta (la scelta dei campioni!) a chi soffre mi collochino ipso facto nella schiera dei gretti piccolo-borghesi fascio-leghisti contro cui un esercito di polacchine indignate protesta a gran voce, intonando all'unisono un canto ricolmo di amore per l'Umanità e fair play
Un feticcio piccolo-boghese e fascio-leghista: la carta Bancoposta

A me piace il pensiero laterale. Quando vedo Peppone e Don Camillo affrontarsi nella piazza del paese, penso immediatamente che ci debba essere una terza opzione. Sarà che non ho la struttura fisica per fare a cazzotti. Sarà anche, magari, che le esperienze fatte mi stimolano a modificare il modo di vedere la realtà, man mano che le pecche e le inadeguatezze della mia ideologia vengono a galla. Dopo un anno e mezzo vissuto nel centro storico di Genova, non sono più disposto a tollerare discorsi retorici sul tema dell'immigrazione. Salvini ha torto, e le polacchine hanno torto, perché né Salvini né le polacchine sono in grado di dare ragione della complessità che ho avuto modo di constatare in prima persona in un luogo in cui gli immigrati, in gran parte irregolari, costituiscono una fetta consistente della popolazione.

Ma, e veniamo al punto, se il mio pensiero si modifica, si evolve, se le mie prospettive cambiano, è perché io cerco un punto di partenza, non di arrivo. L'identità filosofico-politica è, per come la vedo io, un affaccio sul mondo, non una cartolina o un poster; perché quando il mio viaggio mi porta in quegli stessi luoghi e me li mostra diversi dall'iconografia imperante, alla quale è considerata quasi una caduta di stile opporre un "ma in realtà", io non mi sento di nascondere la verità dietro la cartolina. Io so che il traguardo non è la costruzione del mio io, ma di un mondo decente. Dice, e allora la tua identità? Ah, che bello aver confessato al mondo di essere un fesso! Auguri di un felice 2016 a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici, che abbiano un lavoro o che lo debbano ancora trovare. Con gli altri, io non ho niente da spartire.

martedì 1 dicembre 2015

Casa



Ho scoperto tardi il rugby, avevo già trent'anni. Uno dei primi ricordi che ho del Sei Nazioni è lo stadio di Murrayfield che canta Flower of Scotland, inno non ufficiale della Scozia. Questa canzone celebra la battaglia di Bannockburn, in cui gli scozzesi, guidati dal leggendario Robert Bruce, si guadagnarono sul campo il diritto all'indipendenza dall'Inghilterra. Ho un ricordo indelebile di quel momento: ottantamila persone la cantavano perfettamente all'unisono, senza sbagliare le parole, man, woman and child, come direbbero a Orta di Atella. 

In quinta stiamo affrontando il Modernismo, in particolare Joyce e la Woolf. Costoro, come saprete (e se non lo sapete ve lo dice lo zio Bradipo), saltavano di palo in frasca. Apparentemente. Io, nel mio piccolo, faccio lo stesso.

Oggi sono andato a vedere un appartamento, in quanto presto lascerò l'anfratto che ho in affitto (l'allitterazione è voluta, perbacco!) in quel meraviglioso letamaio che è Piazza San Luca, nel centro storico di Genova. Appena tornato dalla ordinaria via Canevari nel mio oscuro budello, sono stato preso da una ineffabile tristezza, degna quanto meno di una signora Dalloway, se non di un Leopold Bloom. Appena salito a casa, ho avuto modo di udire la melodiosa e sonora voce del solito balordo. E questo ha scatenato nel mio subconscio qualcosa.

Il concetto di casa è complesso. Io sono andato a vedere quattro mura in cui dormire, mangiare e preparare le lezioni o correggere le verifiche. Ma una casa è molto, molto di più. Senza una casa comune, siamo tutti stranieri a noi stessi e al nostro prossimo. Ancora più stranieri del malnato che ha innescato, con il suo sgraziato e probabilmente adirato gridare in arabo, la mia joycianissima epifania. 

Un dì, se non andremo sempre fuggendo, parafasando Gigione (era Gigione, vero?), troveremo anche noi una patria, calpestata e mal ridotta, ma miracolosamente viva. Non un coacervo di retorica e xenofobia, ma una casa da abitare insieme, da buoni vicini. Scavando scavando, forse anche noi ritroveremo il fiore sepolto nel fango del nostro essere italiani, e impareremo a cantare all'unisono di come ci siamo finalmente ritrovati in una casa bellissima, accogliente e pulita.