martedì 22 marzo 2011

The moral high ground

Io sono italiano. Io vivo in un paese dove ogni opinione è nutrita e manifestata con il fervore della convinzione religiosa. Vi dico la verità, non ci convivo bene, con questo atteggiamento. Ricordo bene di essere stato anch'io così, da giovanissimo. Poi, come Paolo sulla via di Damasco, sono stato folgorato; nel mio caso, da un amore tutto laico per la lingua inglese e la cultura anglosassone. Gradualmente, un po' perchè assorbivo quel modo di intendere il mondo tanto diverso dal nostro, un po' perchè crescevo, ho capito che la realtà non poteva essere decifrata secondo un metodo induttivo, partendo da una serie di postulati o assiomi ai quali accomodare l'interpretazione dei fatti; così facendo, si restringe il proprio campo visivo, si imbrigliano le proprie facoltà razionali nell'imbracatura dell'ideologia. Per avere un quadro soddisfacente di una qualsiasi problematica è necessario esplorare tanti punti di vista, pena il ritrovarsi con un'immagine bidimensionale.

Certo, mi ha aiutato il fatto che esistono modi divertenti e stimolanti per esplorare nuovi punti di vista. Tra questi quello che incontra la mia preferenza assoluta è sicuramente la public house, colloquialmente detta pub, laddove ogni sera, dopo un certo numero di pinte consumate, si scopre il senso della vita, solo per poi dimenticarlo di lì a poco e rendere necessaria una successiva ricerca. La sana atmosfera conviviale che contraddistingue tali ritrovi facilita il dialogo, secondo le modalità del metodo socratico, in tale contesto più esattamente definibile come maieutica etilica. A tutti i cittadini dovrebbe essere richiesto un periodo di leva obbligatoria di almeno due anni nel gaio esercito dei beoni: vivremmo certamente in una società meno ottusa, e più propensa al dialogo e all'empatia.

Alcuni beoni socratici impegnati nella ricerca della verità.

Combinando lo studio dell'idioma del bardo con la pratica della maieutica etilica, ho investito diversi anni della mia vita in un field study che mi ha portato di bettola in bettola alla ricerca di una sempre maggiore proprietà di linguaggio, nonchè di qualche scampolo di verità. E così, man mano che la mia pronuncia si affinava e la mia conoscenza dei capisaldi della cultura anglosassone aumentava, cominciai a mimetizzarmi fra i soggetti del mio studio imitandone i comportamenti, ad esempio citando a memoria celebri battute dei Monty Python o ingerendo quantità smodate di birra. David Attenborough, mi fai una pippa! Tu sarai anche in grado di mescolarti con disinvoltura agli scimpanzè o ai macachi, ma vorrei vederti prendere un caffè e parlare di politica in un qualsiasi bar di una qualsiasi città italiana. Sono sicuro che la tua gestualità sarebbe insufficiente, il tuo tono di voce troppo basso, e le tue opinioni troppo elaborate e per niente qualunquiste. Perchè tu, caro David Attenborough, sei il prodotto di una cultura che è troppo equlibrata, troppo laica, troppo pragmatica per consertirti di passare per uno di noi.
Io sono un italiano, nato e cresciuto in un paese di santi e briganti, madonne e puttane, tiranni e liberatori. L'equilibrio non fa parte del DNA della mia terra. Per questo, caro David, quando ho imparato a mescolarmi ai tuoi connazionali come tu ti mescoli ai lemuri o ai bradipi, io ho capito che la storia del mio paese ne condiziona lo sviluppo in un modo forse unico nel mondo occidentale.

Uno dei punti di arrivo, quando si studia una lingua straniera, è l'acquisizione della capacità di tradurre parole e concetti dalla propria lingua verso quella che si è appresa. A volte ciò è difficile, altre meno. Spesso determinati atteggiamenti culturali nostrani trovano un corrispettivo in altri paesi, pur non essendo ugualmente pervasivi; questo perchè, naturalmente, alcuni tratti sono comuni a tutti gli esseri umani. Uno di questi è la propensione verso la religione. In L'illusione di Dio, lo scienziato ed emerito mangiapreti Richard Dawkins ipotizza l'esistenza di una predisposizione genetica a postulare l'esistenza di un'entità divina. Attraverso il divino, l'essere umano cerca rifugio dalla propria finitezza e mortalità. Ma la religione non è solo conforto; è anche dogma. La mente del teista concepisce il Bene e il Male come due entità separate e distinte: dio da una parte, il diavolo dall'altra. O si fa la volontà di dio, o la si nega. Non c'è spazio per una sintesi, per un compromesso. Di conseguenza, la morale del teista è fondata su concetti assoluti di Bene e Male. Purtroppo questo tipo di approccio, in virtù del ruolo centrale svolto dalla religione nella storia di tutti i popoli, tende a perdurare nel nostro modo di pensare, spesso senza che ne siamo consapevoli. Un corollario di questa premessa è la divisione del genere umano in buoni e cattivi. I giusti da una parte (quella indicata da dio attraverso chi si è arrogato il diritto di rappresentarlo), dall'altra gli empi. The righteous versus the evil.

I giusti, ben riconoscibili dalle tonache, spiegano a un empio la differenza fra il Bene e il Male.

Trovo sorprendente il numero di dottrine filosofiche e politiche che nel corso dei secoli hanno validato una concezione così tragicamente fallace della morale, giustificando il ricorso alla violenza in nome della assoluta certezza di essere nel giusto; dopotutto, ognuno può crearsi il proprio dio su misura, e usarlo a proprio uso e consumo.
Prima di andare avanti, è forse il caso di fare una precisazione: tutta l'apparente preparazione culturale che dovesse trasparire dai miei post è un volgare bluff, sostenuto con l'ausilio (non da poco) di una connessione a Internet; io sono una persona mediamente ignorante. Tuttavia, leggiucchiando qua e là, mi capita di imbattermi in concetti interessanti. E così ho scoperto che in Gran Bretagna, nel XVIII secolo, è nata una corrente filosofica che rigetta i concetti assoluti di Bene e Male, opponendo ad essi quello di utilità: l'utilitarismo (duh!). Questa corrente ha anche rappresentato una delle basi del pensiero di un signore che si chiamava William Godwin, considerato uno dei pionieri del pensiero anarchico. Non ricordo il minino accenno a lui, a Bentham, o a John Stuart Mill nel mio manuale di filosofia del liceo; peccato. Tornando a citare i Monty Python, le vicende di Brian di Nazareth esemplificano mirabilmente il bisogno umano (o almeno di molti uomini e donne) di seguire un messia che ci dica cosa fare, anche di fronte all'evidenza della sua natura umana e, quindi, fallibile. Siamo piuttosto meschini: ci fidiamo così poco delle nostre facoltà razionali da sentire un costante bisogno di appellarci a una più alta autorità.

E proprio al concetto di una più alta autorità fa riferimento l'espressione che ho scelto come titolo di questo post: the moral high ground è la presunta superiorità morale di cui si appropria chi fa riferimento a principi etici assoluti, percepiti come universalmente validi, spesso senza tener conto di quegli aspetti di una data situazione che renderebbero problematica l'applicazione dei principi stessi, o che potrebbero creare contraddizioni fra principi ugualmente validi.
La violenza è sbagliata. Tendenzialmente, sì. Ma allora sbaglia il poliziotto che spara per fermare un folle armato, allo scopo di scongiurare una strage? La guerra è male. Certo che lo è. Questo vuol dire che abbiamo sbagliato a combattere il nazifascismo? In alcune situazioni si tratta di scegliere il male minore. Oggi alcuni paesi, fra cui l'Italia, sono impegnati in un'operazione militare contro la Libia di Gheddafi; prima di questo intervento il maturo ma ancora pimpante dittatore, per coronare degnamente 42 anni di governo autocratico e sprezzo assoluto del diritto internazionale, stava massacrando quella parte dei suoi sudditi (perchè tali sono, di fatto) che aveva espresso dissenso rispetto alla sua leadership. Dalle alture vertiginose del Mount Righteousness, picco più alto della Cordigliera dei Giusti, un ben nutrito coro ha cominciato prontamente a intonare una selezione di salmi tratti dal Vangelo "laico" dell'antagonismo, fra i quali Vogliono solo il petrolio, Gli Americani sono cattivi e Ora comincia il massacro. Un perfetto esempio del metodo induttivo di cui parlavo all'inizio e della determinazione, conscia o meno, ad ignorare tutto ciò che metterebbe in crisi la propria interpretazione ideologica dei fatti. Sì, il petrolio è stato certamente un incentivo all'intervento, ma l'ONU non approva risoluzioni al fine di consentire di depredare questo o quel paese; gli americani saranno anche cattivi, ma in questo caso non sono stati fra i promotori dell'intervento; infine, cosa più importante, il massacro era già cominciato prima dei bombardamenti della coalizione, ed è stato anzi il motivo per cui le Nazioni Unite hanno approvato prima delle sanzioni contro Gheddafi e la sua famiglia, poi una risoluzione che autorizzava un uso modico della forza per fermare la guerra civile. Una situazione, come si può capire, complessa e delicata. Qual è il male minore, in un frangente simile? Questa è la domanda che dovremmo porci. Se scendete dalla montagna magari ne possiamo anche discutere.

Questi gai quanto minuti giusti scendono giù dai monti della presunta superiorità morale.

lunedì 21 marzo 2011

La misura della forza


Allora, oggi vorrei provare a fare qualcosa di completamente diverso da quanto fatto finora su questo blog. Come direbbero i Monty Python, "and now for something completely different": vorrei cercare di affrontare un problema serio in termini più o meno seri.
Da un paio di giorni una missione sancita da una risoluzione ONU, alla quale partecipano diversi paesi, fra i quali i più attivi sono la Francia, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l'Italia, sta lanciando attacchi più o meno mirati contro la Libia. L'obiettivo di questa operazione, erroneamente citata come Odissey at Dawn (questo è solo il nome dell'iniziativa americana) è o sarebbe quello di far rispettare la no-fly zone imposta dalla risoluzione 1970 delle Nazioni Unite.

Come era ampiamente prevedibile, questa operazione militare ha scatenato un vespaio di polemiche. In alcuni, che la leggono come l'ennesima ingerenza occidentale negli affari interni di un paese produttore di petrolio, ha suscitato indignazione; dall'altra parte rispondono i dogmatici sostenitori di quella che potremmo definire "democrazia pret a exporter", convinti che l'uomo bianco debba sobbarcarsi il proprio fardello e coprire di McDonald quei pochi metri quadrati della supericie terrestre che non ne sono ancora occupati. Io, che non sono contento se non mi dissocio finanche da me stesso, coltivo una congerie di dubbi sull'argomento.

Cominciamo dall'inizio. Sull'onda delle proteste che avevano già attraversato e scosso Egitto e Tunisia, la popolazione libica insorge in diverse città. Diciamo subito, a scanso di equivoci, che è stata immediatamente chiara la differenza fra le manifestazioni del Cairo e di Tunisi da quelle di Tripoli e Bengasi: perfino a una persona completamente digiuna di conoscenze sulla situazione sociopolitica dei paesi del Nord Africa come me è apparso evidente che i ribelli libici non avevano lo stesso livello di informazione e consapevolezza delle loro controparti egiziana e tunisina. Ci è stato poi spiegato che si trattava di nostalgici del regime monarchico pre-esistente alla "rivoluzione" di Gheddafi. Probabilmente questo ha alienato, almeno in parte, le nostre simpatie nei loro confronti, o quanto meno ci ha aiutati a non farci un quadro della situazione idealizzato. In parole povere: Egitto e Tunisia sono stati teatro di un risveglio democratico, mentre in Libia due fazioni armate si sono fronteggiate per la leadership, senza il minimo accenno a progetti di riforma sostanziale delle strutture politiche o economiche di quel paese (al di là della eventuale restaurazione della monarchia). Un ruolo in questo senso l'ha giocato probabilmente il fatto che la società libica presenta un elemento tribale molto forte, abbastanza da prevalere sulle ideologie politiche come elemento identitario.

Insomma, si trattava di una faida tribale. Fatti che non ci riguardavano. Se non che la violenza degli scontri ha portato alla morte di un numero di civili sulla cui definizione si è ancora lontani dal trovare un accordo, ma che ha posto un problema: di fronte alla possibilità di un genocidio, come deve comportarsi la comunità internazionale? Secondo problema, derivante dal primo: attraverso quali istituzioni deve muoversi la comunità internazionale? Terzo problema: con quali strumenti? Queste domande hanno innescato un dibattito pubblico dagli esiti che personalmente trovo sorprendenti, se non disarmanti. In nome di una serie di considerazioni tutte potenzialmente valide, una parte della sinistra si è opposta a qualsiasi tipo di intervento. Ed ecco che arriviamo ai dubbi di cui parlavo in apertura. Per spiegarmi compiutamente devo partire da lontano. Mi scuso in anticipo della mia prolissità.

Spesso si parla un po' a schiovere di globalizzazione, come di un fenomeno recente. La verità, facilmente riscontrabile da uno studio anche sommario della storia, è che da un punto di vista geopolitico sono già diversi secoli che le maggiori potenze europee si fanno la guerra - direttamente o per procura - per mettere le mani su risorse provenienti da terre lontane o per allargare le loro aree di influenza e i loro mercati. Pensiamo a come la Francia ha sostenuto economicamente e con un concretissimo contributo militare la nascita della nazione americana in funzione anti-britannica, o quella dell'Italia in chiave anti-austriaca e anti-papalina. Con la crescita del capitalismo e la necessità di allargare i mercati, queste guerre hanno assunto proporzioni sempre più drammatiche, fino a culminare nei due conflitti mondiali. Per la verità, era bastata la prima a sconcertare il mondo, tanto da spingere i leader dei paesi che l'avevano combattuta a invocare l'istituzione di una organizzazione sovranazionale che si impegnasse a risolvere le controversie fra stati in modo pacifico. Così nacque la Società delle Nazioni, alla quale si sostituì dopo la Seconda Guerra Mondiale l'Organizzazione delle Nazioni Unite. Il presupposto di questi organismi è chiaro: poichè i conflitti, ovunque si verifichino, di fatto riguardano tutti per le ripercussioni che hanno e per la loro fastidiosa tendenza a creare instabilità e "contagiare" paesi inizialmente non coinvolti, è preferibile limitare la sovranità dei singoli stati a beneficio di un "ficcanaso" che operi con le armi della diplomazia, piuttosto che ritrovarsi con un continente ridotto in macerie e una decina di milioni di morti.

Se mi avete seguito fin qui, meritate di essere lodati per il vostro eroismo. A voi mi rivolgo dunque, chiedendovi un ulteriore sforzo. Dunque, il diplomatico ficcanaso discute delle controversie internazionali. Ma come può farsi rispettare? Con le sanzioni. Ma cosa succede se le sanzioni non bastano? A quel punto il ficcanaso s trova davanti a due scelte: o tirarsi indietro, e lasciare che gli eventi seguano il loro corso (corso che, di norma, vuol dire guerra), oppure autorizzare i suoi membri a esercitare un uso misurato della forza al fine di costringere chi inizialmente non voleva saperne a rispettare le sue decisioni. Se si ritiene che l'ONU sia una realtà utile, si deve anche accettare che ci siano scenari in cui l'uso della forza può essere l'unica opzione praticabile. In Libia si era verificata una situazione rispetto alla quale l'ONU non poteva rimanere a guardare; prima sono arrivate le sanzioni, e quando queste si sono dimostrate insufficienti è arrivata la risoluzione che autorizzava un uso misurato della forza. Senza questa risoluzione, ci sarebbe stata comunque una guerra, che probabilmente si sarebbe protratta a lungo, con numerose vittime fra i civili e gravi danni alle infrastrutture, e un esodo di massa dalla Libia che avrebbe creato forse la peggiore emergenza umanitaria vista dal'Europa dai tempi in cui un nervosetto signore con i baffi stabilì che gli ebrei erano la causa di tutti i mali del mondo.

Il problema, dal mio punto di vista, non è l'intervento, che ritengo inevitabile (e a renderlo tale è stata la follia, probabilmente riscontrabile anche dal punto di vista clinico, di Gheddafi); il problema è se l'uso che si farà della forza sarà modico e commisurato agli scopi indicati nella risoluzione ONU. Si rispetteranno i limiti imposti dalla decisione di quell'assemblea, o si lavorerà in modo più o meno surrettizio per un regime change? Quanto tempo durerà l'operazione? Quanti danni collaterali causerà? Per quanto tempo la coalizione dei governi che partecipano alla missione riuscirà a conservare il beneplacito della Lega Araba? In questo si vedrà quanto vale oggi l'ONU, e quale ruolo può giocare nel porre un freno alle velleità colonialiste delle potenze occidentali, e dunque riconquistare credibilità, soprattutto presso l'opinione pubblica di quella parte di mondo (numericamente di gran lunga prevalente) che quelle velleità le subisce da secoli. Insomma, la prudenza e un pizzico di diffidenza sono d'obbligo. Ma inveire contro questo intervento, a mio modestissimo avviso, non è saggio: la medicina avrà pure degli effetti collaterali, ma il male che deve curare è maggiore.

martedì 15 marzo 2011

Paura, eh?

La paura fa 90. Illustrazione di Gustavo Dorè

Ieri sera, su Rai 1, è andata in onda la prima puntata di Qui Radio Londra, il nuovo programma di Giuliano Ferrara. In circa cinque minuti il giornalista (si fa per dire) affronta un problema di attualità, riassumendone i termini per grandi linee, e trovando anche il tempo di farci sapere come la pensa lui: il format perfetto per un comunicato di propaganda. Del resto, spero che nessuno dei miei lettori si sogni anche lontanamente di ipotizzare che Giuliano Ferrara possa aspirare al benché minimo grado di indipendenza editoriale; e questo lo spero perchè vi voglio bene, cari amici, e sarei addolorato sapendo che qualcuno di voi è finito nell'orrendo baratro della follia. Dunque, cinque minuti dedicati dal visir a un argomento caro al sultano, per inculcare alle masse sempre più appecoronate le verità ufficiali.

L'argomento scelto per la prima puntata è stato l'energia nucleare. Vorrei mettere subito in chiaro che non ho mai sentito un tale concentrato di cazzate. In cinque minuti, l'obeso e viscido sicofante è riuscito a non dire quasi niente di sensato, sebbene abbia dimostrato la solita abilità oratoria e la consueta scaltrezza comunicativa. Replicare punto su punto darebbe vita a un post lungo e tedioso, che ammorberebbe l'anima a chi lo scrive e chi lo legge. Invece, mi piacerebbe soffermarmi su un punto in particolare, su un equivoco semantico messo dal Goebbels de noantri a fondamento del suo impianto difensivo (perchè di una difesa del nucleare si tratta).

Il conduttore esordisce dicendoci di avere paura. Di cosa? Del colesterolo che gli sta saturando le arterie, e che quasi certamente gli farà venire un infarto nei prossimi cinque o sei anni? Del sudore che traspira da ciascuno dei suoi pori, rendendolo ripugnante e, probabilmente, maleodorante? Del sebo che abbonda visibilmente sul suo cuoio capelluto, concorrendo con il succitato sudore e con altre mille immonde secrezioni a renderlo antitetico a qualsiasi idea di bello? Per il momento non ci è dato saperlo. Ci viene detto, invece, che non tutti hanno paura allo stesso modo; e, a dimostrazione di questa affermazione, ci viene mostrato un video.

Si tratta di un estratto da un servizio di una televisione giapponese sul disastro che ha colpito quel paese. In particolare, vediamo un'onda anomala travolgere la cittadina di Fukushima, quella presso la quale sorge la centrale nucleare che sta tenendo il mondo col fiato sospeso. Il servizio è in lingua originale, per darci la possibilità di sentire la voce della giornalista, che si direbbe leggere un bollettino. Non è sottotitolato, per cui non ne capiamo il senso. Questa scelta è il primo indizio dell'approccio manipolatorio che ha caratterizzato la trasmissione: si vuole creare un contrasto fra la drammaticità delle immagini e la calma che traspare dalla voce che ascoltiamo, un effetto che ulteriori informazioni rischierebbero di inficiare. Infatti, al termine del breve contributo, Jabba the Hut ci fa notare che "gli orientali hanno paura in modo più calmo, riflessivo". Di fronte al cataclisma che li ha colpiti, "riescono a trovare quella calma, quella pace della ragione e del cuore che è così difficile trovare da noi". Naturalmente, questa osservazione è priva di fondamento logico, e andiamo subito a vedere perchè.

Aver studiato lingue mi ha garantito un'esistenza misera, una situazione economica tragicomica, e un prestigio sociale inferiore solo a quello dei trafficanti di organi umani. D'altra parte, mi ha donato la capacità di vedere oltre le parole, dentro le parole, e quindi la facoltà di ribellarmi quando qualcuno usa le parole, che SONO DI TUTTI, per metterlo nel culo a molti. C'è differenza fra la paura intesa come responso automatico, istintivo a una minaccia immediata, e la paura come timore motivato, come risultato di una valutazione razionale di scenari ipotetici. La prima è una risposta evolutiva ai pericoli di cui abbondava l'habitat dei nostri antenati. Secondo Wikipedia, "un'emozione dominata dall'istinto [...] che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto ad una suffragata situazione pericolosa". In quanto tale, è ovvio che in determinati contesti possa e, in effetti, debba essere dominata. Pensiamo ad esempio a una visita dal dentista: l'odontoiatra mette mano al trapano, e il nostro cervello attiva quel meccanismo che, se non ne andasse della nostra dignità, ci spingerebbe immediatamente alla fuga. E allora ci controlliamo, e alla fine della seduta ci congratuliamo in silenzio con noi stessi per il coraggio che abbiamo dimostrato. Tornando al filmato di cui parlavamo, c'è una ragione evidente per cui la voce della telecronista non mostra segni di paura: il pericolo non è prossimo ed imminente. Il giorno prima della visita dal dentista potrò provare un po' di apprensione; ma è quando vedo il trapano, quando ne sento il sibilo, che i miei muscoli si irrigidiscono e i miei pori iniziano a traspirare (mai come quelli di Giuliano Ferrara, comunque).

Giuliano Ferrara e le sue secrezioni. Illustrazione di Gustavo Dorè.

Dunque è chiaro che, quando si parla di paura del nucleare, non ci si riferisce a un'emozione, a una reazione istintiva, irrazionale, bensì a un timore generato dalla prudenza, dalla capacità di valutare un pericolo ipotetico in base ai dati a nostra disposizione. Se vogliamo, è proprio la nostra distanza da quei tragici eventi a metterci in grado di ragionare sui pro e i contro di un certo modo di produrre energia. E di riflettere sul fatto che il nostro è un paese in cui mancano tante cose, ma non il sole; che siamo una terra ben messa dal punto di vista idrografico; che, almeno sul versante adriatico, possiamo affidarci anche all'eolico. Dall'altra parte, basta pensare alle case di sabbia dell'Aquila e alla cricca che, all'indomani di quel terremoto, sghignazzava al telefono, per essere colti da una giustificatissima paura di fare la fine dei sorci. Oppure (ma mi sembra meno probabile), di Robert Bruce Banner.

Se ti esplode un reattore nucleare vicino casa, potresti diventare così. Ipotesi grafica di Gustavo Dorè.

La calma con la quale il Giappone sta affrontando la sciagura che l'ha colpito non è il frutto di una filosofica accettazione dell'eventualità di essere annichiliti dalle proprie scelte di politica energetica; è il sintomo, a mio modestissimo parere, di una cultura positiva, del fare, che in un simile frangente si preoccupa di arginare i danni, per quanto è possibile, e di rimettere in piedi il paese, pur rendendosi conto che la batosta è stata terrificante. Non credo però che i giapponesi sarebbero così serafici se venisse fuori che la centrale di Fukushima è stata costruita senza osservare alla lettera gli standard di sicurezza, dal primo all'ultimo, o che esistevano alternative praticabili al nucleare.

Su altre affermazioni discutibili del dirigibile umano mi asterrò dal commentare, giacché mi pare di aver detto abbastanza. Come dicono gli avvocati americani delle serie televisive dopo le loro brillanti arringhe, I rest my case. Chiuderei a questo punto adattando al pingue imbonitore un vecchio slogan che si intonava per Bettino Craxi: Giuliano Ferrara, quanto sei brutto! Oggi maiale, domani prosciutto!

Un'ipotetica fine della quale Giuliano Ferrara potrebbe ragionevolmente aver paura.

lunedì 14 marzo 2011

Roberto Saviano: un eroe italiano

Innanzitutto, mi scuso in anticipo per i contenuti di questo post, che qualcuno potrebbe trovare offensivi; ma ormai succede così poco che mi scuota dal torpore in cui languo, che perdere un'occasione sarebbe da stupidi. Uno dei pochi personaggi che riescono ancora a infastidirmi al punto da sentire il bisogno di esternare il mio disappunto, come un novello Cossiga (privo di gladio in quanto obiettore di coscienza), è Roberto Saviano. Altresì noto come Frà Roberto Savianarola, illustrissimo dottore versato nelle arti del Trivio e del Quadrivio, depositario del terzo e del quarto segreto di Fatima, nonchè, a detta degli amici, imbattibile a Trivial Pursuit.

Frà Roberto Savianarola spiega alla plebaglia il principio dei vasi comunicanti. Illustrazione di Gustavo Dorè.

Ma perchè ce l'ho con lui? In effetti, a saper leggere fra le righe, qualche indizio si potrebbe cogliere già nel modo in cui l'ho presentato. Ma non siamo qui per giocare a Cluedo (nè a Trivial Pursuit), per cui abbiate la pazienza di concedermi la vostra attenzione per poche righe. Fate finta, magari, di leggere lui. Ecco, ora che siete in devoto silenzio e in rapita ammirazione davanti al vostro PC, posso cominciare.

Nel 2006 il nostro esordisce con la sua opera prima, Gomorra. Si tratta di un viaggio, a metà fra la fiction e l'inchiesta, in quella civiltà (si fa per dire) parallela a quella in cui viviamo voi ed io, situata per lo più nel Mezzogiorno d'Italia, e fondata sul principio che non esistono principi, se non la difesa degli interessi propri e del proprio gruppo di appartenenza. Ad ogni costo. Portandoci fisicamente sui luoghi che meglio rappresentano questo degrado, questa deviazione non da questo o quel sistema di norme, ma in assoluto dalla norma, ci ha fatto vedere la fonte del 90% dei mali di questo paese. E tanto interessante era l'argomento trattato, tanto efficace e universale il modo di trattarlo, che Gomorra ha venduto un numero di copie mirabolante, non solo in Italia ma anche all'estero.

Ma quel che è più importante, ai fini del nostro racconto, è che alcuni rappresentanti della classe dirigente del basso casertano non hanno gradito l'attenzione generata dal libro, e hanno lanciato una fatwa sull'autore. In un paese cattolico come il nostro, questa è la cosa migliore e al contempo peggiore che possa capitare a uno scrittore o a un giornalista. Lo status di vittima, il martirio, diventa un merito in sé, e a quella persona non si chiede più altro che una testimonianza di fede, di tanto in tanto.

Dopo Gomorra, Roberto Saviano non ha più potuto girare in Vespa per le strade della Campania. Dalla clausura a cui lo hanno costretto le minacce di morte, trasformatosi in Frà Roberto Savianarola, ha cominciato ad alternare prediche e sermoni a marchette giornalistiche a favore di questo o quel personaggio. Dietro tutto questo, ormai è chiaro, c'è il Partito Democratico, nuovo contenitore ecumenico di tutto ciò che la destra non si è già presa. Perchè, cari amici, non illudetevi, non si tratta che di una lottizzazione. Di una spartizione di fette di mercato. Che alternativa può offrire il partito dello scandalo Unipol? Il partito di Massimo D'Alema, il più grande alleato di Berlusconi in Italia? Quello che Repubblica, l'Espresso, Fabio Fazio hanno offerto a Saviano non è un megafono, ma una gabbia. Una gabbia nella gabbia. Lo hanno evirato. Tanto, un sant'uomo non ha bisogno del pungiglione, ma solo della sua aura di santità, sapientemente costruita e coltivata. Del resto Saviano non è il primo a subire questo destino. Tanti lo hanno preceduto, più o meno di buon grado. Uno su tutti, Roberto Benigni, fra i più straordinari comici italiani negli anni '70 e inizio '80, e progressivamente ecumenizzato. Quella è la chiave. L'ecumenicità. Piacere a tutti. Al quale scopo, ovviamente, bisogna rinunciare ad avere contenuti minimamente discutibili. Benigni, che in Ti voglio bene, Berlinguer parlava di sesso, complesso d'Edipo e rivoluzione, e che è finito a Sanremo a farci un pistolotto di retorica risorgimentale.

Roberto Benigni prima della gonadectomia. Foto di Gustavo Dorè.

Ma non divaghiamo. Si parlava di Frà Savianarola. Il motivo per cui ho deciso di scrivere queste due righe è una recente dichiarazione del frate, che afferma di non avere intenzione di entrare in politica. Ancora una volta mi sono trovato a chiedermi: ma questo ci è o ci fa? Caro Frà Roberto, tu fai già politica. Con la tua scelta di accettare il ruolo di martire che ti hanno cucito addosso, e di sfornare prediche sulla legalità (quella retorica insulsa per cui se c'è la mafia è colpa di chi butta le carte per terra) e trattatelli su quanti peli in culo ha la raganella albina dell'Honduras, hai fatto una scelta essenzialmente politica. Ti sei trasformato nella reliquia di te stesso. Hai accettato di collaborare con una parte del paese che, se non è organica a Gomorra, ci convive senza eccessivi problemi.

Tu, Frà Roberto Savianarola, sei un vero eroe italiano. Come Fabrizio Quattrocchi. Che dico? Hai fatto di meglio. Ancora in vita, ci hai fatto vedere come muore uno scrittore.



martedì 22 febbraio 2011

Il sogno del Bradipo bis

E insomma, il mio inconscio proprio si rifiuta di fare il bravo. Pochi secondi prima di iniziare a scrivere questo post, mentre leggevo, mi è venuto in mente un sogno fatto forse un paio di settimane fa; non è certo lungo e contorto come il suo predecessore su questo blog, ma forse merita di essere raccontato. E di essere, successivamente, debitamente glossato.

Mi trovavo a New York, in un'epoca che non mi riusciva facile evincere, ma sicuramente non era contemporanea. Ero in una specie di reggia, che però io sapevo essere un bordello. Recavo un messaggio per la maitresse, da parte di chi non ricordo. Il senso del messaggio era questo: la casa di tolleranza doveva dotarsi di nuove prostitute, perchè era in arrivo dal Vecchio Mondo un gran numero di emigranti irlandesi, che avrebbero certamente necessitato di quel genere di servizi. Questo elemento porterebbe a collocare gli eventi verso la metà dell'Ottocento, subito dopo la Great potato famine, quando milioni di irlandesi effettivamente lasciarono l'isola di smeraldo, molti di essi diretti proprio verso gli Stati Uniti.

Un bordello d'antan, in un'illustrazione di Gustavo Dorè

Ad ogni modo, una volta giunto al cospetto della capo-bagascia, facevo la mia imbasciata, incontrando però il netto rifiuto dell'imprenditrice del sesso. Allora, per ragioni a me incomprensibili, insistevo perchè la pappona cambiasse idea, perorando la causa degli irlandesi come se il mio cognome fosse stato O' Reilly o Connelly. A quel punto la madame perdeva completamente le staffe e cominciava a minacciarmi di violenza fisica. Non so perchè, ma questo mi terrorizzava, sebbene si trattasse di una donna dalla corporatura anche abbastanza esile. Perciò cominciavo a fuggire, scendendo scalinate su scalinate, fino a trovarmi al piano terra. Qui, dopo essere passato per una sala che conteneva uno splendido tavolo da biliardo, perdevo il senso dell'orientamento, e cominciavo a girare a vuoto in questa magione sfarzosa e deserta, immersa nella penombra.

Un'imprenditrice del sesso, in un'illustrazione di Gustavo Dorè

Meno male che, nel mio pavido peregrinare, mi imbattevo in un servitore con tanto di livrea, al quale domandavo in che direzione si trovasse l'uscita. Quello me la indicava, e di colpo mi accorgevo che proprio da quella parte filtrava la luce del giorno. Svoltavo un angolo e vedevo la porta d'ingresso, ai piedi di due rampe di scale. La prima la percorrevo rapidamente; la seconda era completamente occupata da una cucina, di quelle che hanno nei ristoranti, completa di vaschette d'acciaio del tipo che usano nelle mense o nei self service. Prima dovevo schivare un nugolo di cuochi che portavano pietanze ai piani superiori, poi mi catapultavo per le scale, calpestando indifferentemente pietanze e fornelli accesi (riportandone ovvie ustioni), finchè non guadagnavo finalmente l'uscita.

Un cuoco nell'esercizio delle sue funzioni. Indovinate chi ha scattato la foto?

Ed eccomi in un vicolo, circondato da botteghe di pescatori e artigiani, il porto alla mia sinistra, appena visibile. Non ero solo, c'erano altre persone con me, ma non ricordo chi. Fatto sta che ci dirigiamo tutti verso il porto, ma all'altezza delle nostre teste sono tese una moltitudine di reti da pesca, che ci impedicono di procedere agevolmente. Mentre avanzo ingobbito, districandomi nervosamente dalle reti, la mia angoscia è di essere raggiunto dalla maitresse, e mazziato come promesso. Per fortuna riusciamo a trarci d'impaccio e uscire alla luce del sole, che nel vicolo arrivava molto attenuata. E lì mi sveglio.

Ragioniamo su questo sogno. Partiamo dal mio ruolo di messaggero. Perchè mai avrei dovuto fare da tramite fra la comunità degli irlandesi d'America e il management di un postribolo? Che ho da spartire io con gli irlandesi e le prostitute? Fra l'altro, i poveri figli di Ibernia che si imbarcavano per sfuggire alla fame potevano mai avere soldi da spendere in beni voluttuari? Cosa sta cercando di dirmi il mio inconscio? Si accettano suggerimenti. E ancora: perchè tutte quelle scale? Perchè un biliardo così bello non veniva sfruttato? Perchè non c'erano clienti al piano terra? E chi erano gli ignoti che cercavano di scappare con me verso il porto? Ma soprattutto: vi sembra quello il posto di una cucina??? E per forza che uno dopo la deve calpestare, per uscire dal palazzo!

Niente, non se ne viene a capo. Proviamo con la Smorfia. Il postribolo fa 35, il biliardo 31, la cucina 16. Se poi siamo ambiziosi e ci vogliamo giocare la cinquina, ci dobbiamo aggiungere la fuga che fa 80 e la scala che fa 27. Con un numero in più ci possiamo giocare una schedina del Superenalotto: mettiamo il servo, che fa 4. Se siete avvezzi al gioco, usate pure questi numeri. Io resto perplesso di me stesso e attendo delucidazioni dal mio inconscio.

martedì 15 febbraio 2011

Compagni?

Baffone, in una illustrazione di Gustavo Dorè. A furia di invocarlo, si è materializzato.

Nei giorni scorsi, su Facebook, ho avuto una mini-diatriba con un personaggio piuttosto noto della scena musicale partenopea, che non citerò perchè non merita ulteriore notorietà. Del resto, qualcuno di voi saprà già di chi si tratta, o lo scoprirà tramite la spettacolare efficienza del social network in questione nel far sapere a tutti i fatti di tutti. Premetto subito che il livello dello scambio di vedute è stato molto basso, tant'è che immediatamente il personaggio ricorreva a insulti; per dirla tutta, io ero intervenuto a diatriba in corso, dato che il primo bersaglio della sua ira funesta era stato un mio amico. Il tutto per via di una frase del musico riportata sulla bacheca di un terzo amico, che faceva da anello di congiunzione. Via via che i toni si esasperavano e che il linguaggio deteriorava, alla polemica si sono aggiunti altri partecipanti. L'atteggiamento del musicante, lungi dall'offendermi o dal provocarmi travasi di bile, mi ha riportato indietro alla mia gioventù, nei primi anni '90, quando Napoli era tanto, ma tanto diversa da oggi.

Raccontiamola, allora, la favola di quel tempo che fu. C'era una volta una città in fermento, soprattutto per quanto concerne la componente studentesca. La "Pantera" aveva avvicinato o riavvicinato molti giovani e giovanissimi alla politica, e le esperienze di occupazione e autogestione di scuole e università aveva fatto rinascere, dopo il letargo degli anni '80, un certo tipo di socialità. In questo clima nacquero le esperienze di Officina 99 e del Tienamment', due centri sociali che, quasi da subito, presero direzioni diverse. Le differenze erano molteplici: il primo si trovava nella periferia orientale della città, il secondo in quella occidentale; il primo era occupato, il secondo semplicemente autogestito; ma, soprattutto, il primo era di ispirazione chiaramente e indubitabilmente marxista, mentre il secondo era animato da principi meglio defiinibili come "libertari". All'epoca, quando si era più giovani e le parole si usavano come accette, si diceva semplicemente che Officina era dei comunisti, il Tienamment degli anarchici.

Per diverse ragioni, che vanno dai gusti musicali alle propensioni ideologiche, passando per l'ubicazione, io mi trovai a frequentare prevalentemente il Tienamment. Anzi, per dirla tutta, a Officina ci sarò stato un paio di volte, senza peraltro pentirmi di non esserci stato più spesso. Perchè le differenze ideologiche fra i gruppi che animavano l'uno e l'altro spazio si traducevano in pratiche di gestione profondamente diverse.

Il Tienamment' ha portato avanti per anni progetti di autoproduzione e ha dato spazio a realtà musicali locali che altrimenti, in un'epoca in cui molti generi erano ancora "segregati", non avrebbero avuto un posto in cui esibirsi. Von Masoch, 77 Spreads, Lavori in corso...a molti di voi, che anagraficamente invidio, questi nomi non diranno niente, perchè sono nati e rimasti in un circuito di centri sociali e audiocassette doppiate con le copertine fotocopiate in bianco e nero. Tutt'altra storia rispetto ai 99 Posse, per fare il nome più ovvio e scontato, lanciati da Officina e subito presi dalla Flying Records, per poi lanciarsi in un una cavalcata trionfale che li avrebbe portati alla notorietà a livello nazionale, passando per una serie di tappe che ne avrebbero messo in discussione la coerenza. Lo comprai, il primo vinile dei 99 Posse. C'erano su due pezzi, "Rafaniello" e "Salario garantito". Il primo parlava di quelli che sono rossi fuori e bianchi dentro, come il ravanello. Naturalmente, il giudice di quando eri rosso dentro era il compagno miliziano di turno che, quando c'era qualche concerto a Lettere occupata, ti estorceva la "sottoscrizione obbligatoria" di 5000 lire...E quanti soldi che ho dato a questa gente di cacca...

Vi stupisce che a Napoli esista fin dagli anni '70 una contiguità fra criminalità organizzata e una parte della sinistra antagonista? A me no. Perchè dietro c'è la stessa logica: quella del clan. Il disoccupato organizzato che si siede per terra all'incrocio del Museo Nazionale, il luogo più trafficato di Napoli in assoluto, e minaccia di bloccare la circolazione fin quando non gli daranno un lavoro, o addirittura di darsi fuoco, segue la stessa logica: non si batte per il diritto al lavoro, ma per estorcere un impiego agli amministratori locali, per sè e per i suoi amici. Del resto la "posse" era, nel selvaggio West, un gruppo di cittadini che, ricevuto mandato dallo sceriffo, amministravano la legge in modo sommario, spesso impiccando gli indiziati di reati all'albero più vicino, senza porsi il problema di allestire un processo degno di tale nome.

Una dottrina politica nasce dallo studio di alcuni uomini e donne, passa per la condivisione delle loro idee, e si incarna nella prassi di chi la interpreta, consapevolmente o meno. Naturalmente, a diversi retroterra corrisponderanno diverse letture, tanto a livello individuale che geografico. Il marxismo di Trotskij o di Gramsci, ad esempio, non è lo stesso del compagno miliziano estorsore di cui sopra. In un paese feudale, fazioso, mafioso, non è affatto sorprendente che un'idea nata per migliorare l'essere umano assuma caratteri in contrasto con la sua stessa essenza più profonda, quando finisce in mano a persone poco attrezzate a recepirla veramente. 'A pazziella mmano 'o criaturo, si dice in napoletano: il giocattolo in mano al bambino. E allora quando la posse si impadronisce dell'Università, occupandola, non si comporta molto diversamente da un qualsiasi signorotto rinascimentale che conquistava una qualsiasi rocca. E mi costringe a pagare per entrare in un luogo pubblico.

Un signorotto rinascimentale, in una illustrazione di Gustavo Dorè.
Secondo il Machiavelli, era dedito alla pratica della sottoscrizione obbligatoria.


Se parli a queste persone del PCI cominciano a latrare, si fanno venire la bava alla bocca. Eppure, sebbene mai organizzati in una struttura partitica, hanno seguito le stesse logiche, almeno in parte. Leninisti fino al midollo in questo, i loro leader storici hanno usato il consenso raccolto per consolidarlo in un potere che però non è servito a combattere battaglie politiche serie, per migliorare le condizioni di vita di quel proletariato a loro tanto caro; ma piuttosto per dare loro lustro e carisma, e per creare vere e proprie lobby, come del resto quelle che hanno fatto prosperare Officina e i suoi rampolli, mentre al Tienamment' eravamo impegnati a schivare le molotov che ci tiravano i proletari del quartiere, i cui omologhi di Gianturco erano invece stranamente tolleranti e mansueti.

Di che pasta siano fatti i cattivi maestri lo sappiamo bene. I professionisti dell'armiamoci e partite; quei signori colti e distinti, tutti di estrazione rigorosamente borghese fra l'altro, che nascondevano dietro un linguaggio quasi esoterico e un ricorso smodato all'ipotassi idee violente e irresponsabili. Si sa, alla fine della battaglia per terra restano i soldati semplici, al massimo i caporali, non certo i generali. E così oggi Toni Negri è a fare i cazzi suoi a Parigi, mentre tanti dei ragazzi che a suo tempo gli andarono dietro si sono fatti la galera, qualcuno si è rovinato la vita, e qualcuno addirittura è morto. E tutto questo, vale la pena dirlo, per non ottenere assolutamente niente, se non fare il gioco degli architetti della strategia della tensione. Se prima la DC e poi Berlusconi sono riusciti a ottenere consensi plebiscitari grazie all'anticomunismo è soprattutto merito di certi metodi di lotta. Il musico di cui sopra era troppo giovane allora per guidare, e dunque seguiva; e rivendica con fierezza di aver messo il passamontagna. Ma oggi, dopo tanti anni, tante sconfitte, e tanti mojitos, ritiene evidentemente che sia giunto il suo turno di salire in cattedra. Silenzio, bambini, e a chi non si comporta bene 7 in condotta!

Spero per il senescente musico che riesca a trovare nei suoi adepti, certamente numerosi, quel senso di appagamento del proprio bisogno di narcisismo che evidentemente brama. Non se ne abbia a male se quello straordinario strumento di conoscenza e comunicazione che è Internet ha fatto nascere un modo diverso di esprimere e condividere il dissenso, più critico, più complesso, più democratico di quello che è familiare a lui. Ma che dico? Parlo di democrazia? Dovrebbe essere evidente, a questo punto, che si tratta di un concetto del tutto alieno a gente della sua risma. Io chiedo scusa a chi dovesse reputarsi offeso da questo post, perchè non era mia intenzione; e torno alla mia vita di borghese proletarizzato. Chissà se in Rete trovo qualcosa dei 77 Spreads...

La copertina di un demotape dei 77 Spreads: fotocopia su carta di Gustavo Dorè.


lunedì 14 febbraio 2011

L'amore ai tempi del Rubygate

San Valentino, festa degli innamorati. Essendomi consacrato alla solitudine con un fervore e una tenacia che farebbero impallidire un martire paleocristiano, sono esente dall'obbligo di regalare oggetti insulsi e melensi, o prenotare cenette pseudo-romantiche in locali più affollati del carcere di Poggioreale. Userò dunque il mio tempo e la mia libertà per compiere un'analisi, come sempre estemporanea, superficiale e di dubbia lucidità, dello stato dell'arte del rapporto uomo-donna.

Ieri circa un milione di donne è sceso in piazza - diecimila secondo le questure, poche radical chic secondo il ministro della Pubblica Distruzione - per rivendicare la propria distanza da un certo modello di femminilità e di successo femminile, emerso prepotentemente dai fertili fanghi del berlusconismo. Manifestazioni importanti, per il messaggio che inviavano a certa parte del paese, e perchè hanno contribuito a fare breccia nella muraglia che ancora divide la nostra terra dalla modernità. Certo, Berlusconi non è la fonte di tutti i mali, ma solo una volta eliminato il Cesare di turno è possibile adoperarsi per la scomparsa del cesarismo dalla nostra cultura civile e politica. Dunque, una mobilitazione positiva. Qualcosa però è emerso nei commenti su Facebook di tante persone, in particolare donne, che vi avevano partecipato: un pessimismo sottinteso, un senso di delusione, di smarrimento. La percezione, istintiva o consapevole e argomentata, di un'incongruenza. Una domanda, per andare al grano: chi sono queste cinquantenni? E dove sono le loro figlie?

Molti hanno storto il naso di fronte all'eterogeneità dei cortei di ieri. "Avete manifestato insieme ai fasci", accusava qualcuno, forse in preda alla nostalgia di tempi in cui era più giovane e piaceva di più alle compagne. Ma non era solo la contiguità fisica di destra e sinistra a destare perplessità. Era il fatto che, almeno a giudicare dai commenti letti, in piazza c'erano tante ragazze mature, tante trentenni, ma poche fanciulle in fiore. Insomma, detto papale papale: dov'erano le coetanee di Ruby, di Noemi Letizia, di Sara Tommasi? Quelle in fondo più toccate dallo schifo indicibile del sistema messo in piedi da Mora, Fede, Minetti e chissà quanti altri collaboratori più o meno anonimi, per riempire l'harem del sultano. Sono puritano? E va bene. Sulle parole basta mettersi d'accordo. Se disapprovare la subordinazione della sfera sessuale all'ottenimento di un vantaggio economico o politico vuol dire essere puritano, allora io sono il fottuto Oliver Cromwell. E vorrei specificare che qui non si parla di pura e semplice prostituzione, contro la quale non ho nulla, purchè chi la esercita non vi sia costretta; si parla di un rapporto di interdipendenza, un filo doppio che lega una specie di loggia masso-erotica, costituita da alcuni degli uomini più potenti d'Italia, a una manciata di prostitute e papponi, e probabilmente, a giudicare da quello che si trova sulle loro auto, anche a qualche narcotrafficante di un certo calibro. Insomma, dopo la P-2 e la P-3, la P-sello...

Come ci siamo arrivati? Se non vi viene in mente niente, vuol dire che non accendete la TV da almeno una ventina d'anni. Questa è la considerazione più ovvia. Ma forse il problema parte più da lontano. C'è un verso, in una canzone di Franco Battiato, che non mi stancherò mai di citare: "Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia". La borghesia, che crea falsi miti di progresso. Magari a partire da un'idea giusta, da un'istanza legittima e nobile. Magari trentacinque o quaranta anni anni fa quelle ragazze mature che ieri erano in piazza facevano altrettanto, spaventando i "maschietti repressi" con slogan su un presunto ritorno delle streghe. Oggi quei maschietti, che in tutti questi anni non hanno evidentemente modificato di una virgola il loro concetto della donna, si divertono con il bunga-bunga, o sognano di praticarlo. Le figlie delle streghe, invece, hanno un bivio davanti a sé: essere puttane o essere, probabilmente, perdenti. Certo, mi direte, esistono tante donne che hanno successo nel mondo accademico, nelle professioni, nella magistratura e così via. E' senz'altro vero. Ma ne esistono necessariamente molte di più che finiscono nei call center, nel lavoro a cottimo, nel precariato di ogni genere.

Ricordo una partecipazione di Maddalena Corvaglia, ex velina di Striscia la notizia, a Otto e mezzo, sulla 7. La ragazza, che non mi parve stupida, incalzata dall'intervistatrice (la Gruber), difese brillantemente la sua scelta di usare la propria bellezza per avere successo nel mondo dello spettacolo. Fare la velina, disse, le aveva dato cose che altrimenti non avrebbe potuto avere. Fu molto interessante, quella trasmissione, anche per il discorso sulla sessualità che ne venne fuori. La critica fatta dalla professoressa universitaria in collegamento da Parigi (l'immancabile, edificante esempio di donna che ha successo grazie al cervello) al sostanziale fallimento della rivoluzione sessuale ha particolare rilevanza rispetto all'argomento di questo post. Altro che emancipazione: l'evoluzione del costume ha portato a un modo triste, ansiogeno, impersonale di vivere la sessualità.

Molti di voi ometti che mi leggete vi sarete trovati, o conoscerete qualcuno che si è trovato, in contesti nei quali vestirsi in un certo modo, parlare in un certo modo e andare in giro con un Sartre sotto il braccio aumentava in modo esponenziale le possibilità di accoppiarsi. Ricordo l'istituzione nella mia scuola di una "aula sesso" durante l'occupazione del '90: credo che neanche Gesù Cristo abbia assistito a un numero simile di conversioni in così poco tempo. C'è un innegabile nesso fra la cultura della sinistra, dagli anni '60 in poi, e un certo modo di gestire la sfera sessuale. Le barricate fatte per conto della borghesia.

Le barricate fatte per conto della borghesia, in una illustrazione di Gustavo Doré

A sedici o a vent'anni, effettivamente, è facile avere l'impressione che il Sol dell'Avvenire sorga dietro la paradisiaca sagoma del Monte di Venere. Ma se non si capisce che la libertà è questione di scelte, e scegliere vuol dire soprattutto dire di no, ci si fa buggerare, come in qualsiasi bunga bunga. E allora la sessualità, strumento di liberazione delle donne quando queste se ne appropriano in modo intelligente e critico, si trasforma in strumento di repressione; repressione di ogni tentativo di ridefinire i concetti di donna e femminilità, e di immaginare nuovi schemi, nuove modalità nel rapporto uomo-donna, che non riproducano le logiche di sfruttamento di un modello di società creato esclusivamente da uomini (e anche per questo fallimentare). Perchè l'amore è compenetrazione, non simbiosi. Arricchimento reciproco, non scambio di merce contro potere d'acquisto. Quando il povero Michele Apicella fa un discorso di questo tenore, di fronte a una platea televisiva profetica nella sua parossistica idiozia e ineffabile barbarie, il risultato annunciato da un giovane Mughini è, non soprendentemente, "applausi zero". La sessualità, intesa come incontro di due individui che ricercano il piacere insieme, è finita. L'hanno messa sul mercato, e il mercato le ha imposto le sue regole. L'amore è morto, ucciso a randellate dalle virilità Viagra-dipendenti dei maschietti dominanti, non più repressi, ma tronfi delle loro conquiste come un cacciatore che torna da un safari in Kenya carico di prede. Cupido viene impietosamente sodomizzato da Priapo, e il potente se ne bea. Intanto le cinquantenni si indignano, le trentenni hanno paura di rimanere sole, e le ventenni studiano da concubine. E allora mangiamoci i cioccolatini, perchè forse è tutto quello che ci resta...