venerdì 31 luglio 2015

Perché altrimenti...

 
Cari amici, buonasera. Il lavoro dell'insegnante è faticoso e ingrato, sapete? Dopo nove mesi passati a combattere l'ignoranza, dopo nove mesi di travaglio, di fatica titanica, arriva un lungo trimestre di vuoto. Come una neo-mamma, l'insegnante a giugno si trova improvvisamente sgravato della sua prole di sapienza e saggezza, e non sa più come riempire le giornate. Può addirittura capitare, in un momento di scarsa lucidità, che apra uno dei mille link in cui si imbatte nelle sue peregrinazioni internautiche, in cui si parli della Corea del Nord. Ora, costui è saggio, come abbiamo detto poc'anzi, e dovrebbe sapere che quando nello stesso link coesistono le sequenze di lessemi "Corriere della Sera" e "Corea del Nord" si preannuncia una ricca insalata di nonsense. Eppure, preda del caldo estivo e della propria incapacità congenita di sottrarsi all'altui idiozia (come se non bastasse la sua), apre quel fatidico link. 

Il post non si dilungherà sul contenuto demenziale dell'articolo. Ormai non ce ne dobbiamo stupire più, dopo la bufala sulla gente giustiziata con i cannoni antiaerei. Quello che vorrei fare è una considerazione sull'ossessione della nostra stampa per la Corea del Nord. E comincerei con una domanda: ma voi, cari lettori, ci vivete bene oggi in Italia? Credo che sia opportuno partire da qui, per comprendere tanto accanimento contro il paese asiatico. Sono del tutto irrilevanti il tenore di vita dei norcoreani, l'apertura della loro società o la brutalità della loro polizia; quando i giornalai italiani parlano di loro, in realtà stanno parlando di noi.

E allora vi rinnovo la domanda: voi, in questo paese, ci state bene? Può essere che alcuni di voi rientrino nella sterminata schiera di disoccupati o sottoccupati che aumenta continuamente e non sembra destinata a diminuire; forse qualcuno fra voi avrà ricevuto una cartella esattoriale da quella associazione a delinquere che si chiama Equitalia, o magari vi vedete ogni mese mangiare una parte considerevole dello stipendio dal padrone di casa, a causa di affitti ormai spesso esorbitanti rispetto a salari sempre più modesti. Perché tanti, tantissimi italiani, oggi stanno male. Pinocchio si è visto strappato al paese dei balocchi e sta cominciando a rimostrare contro Lucignolo, mentre Mangiafuoco gli propone contratti a tempo determinato che non gli permettono neanche di coprire il costo mensile delle sigarette. E allora? E allora bisogna mettergli paura. 

Sì, è vero, siamo in una fase di stagnazione economica, è dura, ma bisogna mantenersi ottimisti e soprattutto continuare a credere nella nostra classe dirigente e nelle sue ricette provatamente fallimentari, perché altrimenti... perché altrimenti finisci a vivere in un paese in cui si nasce prigionieri e ti torturano senza motivo, se ti fai una risata ti mettono al muro e ti giustiziano a cannonate, se fai un pirito non ne parliamo proprio. Molto peggio dell'Italia, dovrete convenire con me, in cui se ti torturano, se ti sparano addosso, se ti tolgono la casa, il lavoro, la dignità, il futuro, cè sempre un motivo. Qui non ci sono dittatori arbitrari con improbabili tagli di capelli. Basta imparare, qui da noi, a non mettersi dalla parte sbagliata del plotone di esecuzione. Perché altrimenti...
 

mercoledì 8 luglio 2015

A Genova non si gira a sinistra


Cari amici, buonasera. Vi scrivo dalla ridente Genova, altresì detta Zena, città di mare, e pertanto di stridenti contraddizioni e flagranti contrasti. Questa, cari i miei loro, è un'allitterazione, non è mica una pipa! Ma secondo voi Totò, quando diceva al sergente Quaglia che la sua era una pipa, non un capitone, stava facendo un ironico riferimento a Magritte? Bah, comunque restiamo sull'argomento. Il quale è il seguente: il dogmatismo delle umane genti.

E partiamo, come si addice ai solipsisti quale io sono, dai cazzi miei. Da quando ho acquistato un Kimco Grand Dink 250 usato, me ne vado allegramente a zonzo per questa bella città, che in meno di 10 minuti ti porta dal mare alla montagna e viceversa. Orograficamente, Genova si può paragonare a Salerno, anche se per dimensioni è molto più simile a Napoli. Ma sto di nuovo divagando. Il punto è che, in questa meravigliosa città, per andare dove devi andare, non si capisce mai da che parte devi andare. La cosa più difficile, come avrete capito dal titolo del post, è che non ti fanno mai girare a sinistra. Ilo sistema della viabilità è molto rigido al riguardo. E quando il semaforo dice VERDE, il genovese proveniente dal senso di marcia opposto parte de capoccia, con una guapparia e una determinazione di matrice meroliana. E provaci, a girare a sinistra... Il brutto è che, mentre nella natia Partenope l'automobilista è tanto circospetto quanto tollerante, qui a Zena, come noi medaglia d'oro della Resistenza, egli si proietta verso la meta con una proterva iattanza di stampo futurista, D'Annunziano, quasi fascista. Nunn'o faje niente. Quando il semaforo è verde, lui arrota pure Gesù Cristo, se gli si para innanzi. 

Cari lettori, l'irriformabile imbecille che state leggendo è sempre più inquietato da questo tipo di atteggiamenti. Egli, per indole e formazione, predilige la flessibilità, la reciproca comprensione, la composizione pacifica e ragionevole dei bisogni e degli interessi. Si è persuaso che, più leggi ci sono, meno ordine c'è. Si è convinto che è questione di mettersi d'accordo, in barba a quello che qualche deficiente rivestito di autorità ha fatto dipingere sull'asfalto o su un cartello stradale. O genovese, renditi malleabile: guarda la mia freccia lampeggiare, prova compassione per il mio predicament, come dicono a Mugnano di Napoli, e schiaccia pietoso il pedale del freno. La Madonna, pur essendo priva dell'attributo dell'esistenza fattuale, te lo rende. Io eviterò di girare a vuoto per un quarto d'ora, con il rischio non trascurabile di finire a Voltri invece che a Caricamento, e tu sarai in autentica comunione con il Creato, persino con le sue forme di vita più semplici e gerarchicamente pi basse, come il sottoscritto. 

Sai cos'è? Non è tanto il fatto di girare a sinistra. E' piuttosto che le regole andrebbero fatte per vivere meglio insieme, per non arrecarci danno l'uno con l'altro. Si comincia col mandare me a Savona per fare un'inversione e si finisce con gli ultimatum del FMI e le atrocità dell'ISIS o del battaglione Azov. Il dogma. Quello è il problema. Quella pesante coltre di violenza implicita che, mentre scorazziamo con lo scooter per la città  finalmente liberi dal gioco dell'IPSSAR Bergese, ci fa sentire come Butch Cassidy ogni volta che vorremmo girare a sinistra.  

venerdì 12 giugno 2015

Zitto, idiota!

Ebbene, un post con questo titolo non poteva che recare la mia immagine, un'illustrazione grafica della quintessenza dell'idiozia. Guardatelo, rimiratelo, questo sontuoso imbecille, mentre si ingozza di focaccia, sfoggiando un sorriso ebete e incosciente. E pensate che voi state leggendo cosa ha da dire un simile deficiente. Alla gente colta, quella che ha letto i libri scritti fitti fitti e senza le figure, questa cosa non sta bene. E ci mancherebbe! Adesso uno arriva, tomo tomo, e si mette a esercitare il diritto alla libera espressione senza prima avere sostenuto un esame di idoneità. E che diamine...
 
Esponiamo l'antefatto, per chi non avesse ancora capito a cosa mi riferisco: il prof. Umberto Eco, leggenda vivente del mondo accademico e intellettuale italiano, ha tuonato contro Internet. In una esternazione che per i suoi toni ricordava più la mamma di Robertino che non un Marshall McLuhan, se l'è presa con queste diavolerie moderne che consentono a cani e porci di dire la loro, senza che li si possa mettere a tacere. Ora, sarebbe lecito chiedersi: visto che il prof. Eco non è in fila per vedere un film come Woody Allen, e può tranquillamente sottrarsi a tutta questa libera idiozia, che cosa lo infastidisce tanto? Io, come tutti gli idioti, ho sempre una teoria su ogni cosa. Anche su questa esternazione. Se volete evitare di leggere una stupidaggine, siete ancora in tempo. 
 
Ci siete ancora? Bene, avete esercitato il vostro libero arbitrio. Questo, e niente altro, infastidisce secondo me il prof. Eco. Proviamo a pensare a quante stupidaggini abbiamo letto sui giornali, anche nella versione cartacea, durante le nostre vite. O, per meglio dire, a quanto di quello che abbiamo letto ci è sembrato stupido. Io, per esempio, trovo "l'amaca" di Michele Serra insopportabile, se qualche volta mi forzo a leggere un'uscita è per poterla criticare con consapevolezza e precisione. Eppure non ho interesse a proibire a Serra di esprimere la sua visione della vita snob, classista e perbenista. Capisco invece molto bene che, se fosse costretto a giocarsela ad armi pari con lo sterminato esercito di scafessi che tengono un blog in Rete, non sarebbe affatto scontato il suo successo. Rischierebbe di finire nelle sabbie mobili di un pluralismo eccessivo. Rischierebbe di essere surclassato dagli idioti. Ma che cos'è un idiota?
 
Nel 1869 Dostoevskij pubblica un romanzo intitolato, appunto, L'idiota. Il protagonista è un nobile decaduto affetto da epilessia, che a causa della sua malattia si è trovato estromesso dal mondo, relegato in un villaggio svizzero, sotto le cure di un medico russo. Tornato in patria, l'idiota mette in subbuglio le vite di tutti coloro che entrano in contatto con lui. Come? Dicendo sempre quello che pensa e che sente, e comportandosi di conseguenza. Facile intuire che, con un atteggiamento del genere, il principe Myškin non tarda ad attirare su di sé sentimenti di paura e odio. Poche cose fanno paura al borghese quanto la libera espressione del pensiero, quando cessa di essere appannaggio di pochi individui accomunati nel privilegio. Si teme, e giustamente, che l'idiota strappi la foglia di fico che nasconde la vergogna della disuguaglianza, dello sfruttamento, dell'oppressione, della violenza socialmente ed economicamente organizzata. 

E questa paura non è certo nuova. Ha accompagnato la specie umana per molti secoli. Esattamente come gli idioti. Che hanno riempito il teatro, la letteratura, il cinema, tutte le forme di espressione culturale dall'antica Grecia a oggi. Il candore dell'idiota ci spaventa e, proprio per questo, ci affascina. All'idiota si perdona tutto. A patto, ovviamente, che rimanga nel suo spazio, e non pretenda di mettersi sullo stesso piano dei dottoroni. Dobbiamo vederlo arrossire e scusarsi della propria semplicità, come il principe Myškin, o fare buffe capriole con il suo berretto a sonagli, come un giullare medievale. Se gli viene in mente di prendere la parola, ricordarci che questo è anche il suo mondo, e che quindi anche lui ha diritto di essere ascoltato e tenuto in conto, gli rovesciamo addosso improperi. Se, ad esempio, qualcuno che non ha fatto l'università dice che non è giusto pagare tasse per finanziare la corruzione e il malcostume, anziché l'erogazione dei servizi ai quali avremmo diritto, è un populista. Se constata l'ovvio nel far notare che la nostra classe politica non si occupa più del benessere del paese (sostituire la formulazione ingenua con il sostantivo "masse"), cosa che nella Prima Repubblica faceva, pur con mille storture e all'interno di un paradigma esecrabile, è un disinformato, che non sa quante cose buone ha fatto il governo Renzi (segue lista di provvedimenti dall'impatto sociale limitatissimo o nullo). Allora non sorridiamo più, ma ci trasformiamo in tanti Rogožin, pronti ad uccidere l'idiota prima che sia troppo tardi.

Ora, cari amici, mi metto a lavorare. Devo preparare le programmazioni finali e gli esami di riparazione per quegli idioti che si sono fatti rimandare. Devo consentire loro di "redimersi". Io, che di idiozia ne ho subita davvero tanta, in un anno di insegnamento all'IPSSA Nino Bergese, mi sono persuaso che non vanno messi a tacere gli idioti, ma l'idiozia.

domenica 7 giugno 2015

Quando il gallo scende dalla monnezza

Cari amici, buongiorno. Nonostante un riposo disturbato da problemi di respirazione, il mattino mi ha trovato giulivo e gaudente. Vedere i colori bianconeri sconfitti è una gioia pura, assoluta, che ci ripaga di una stagione non esaltante per i colori azzurri e di una vita che ci somministra le soddisfazioni come gocce di collirio. Ma gli occhi di Andrea Pirlo, ieri sera, lacrimavano della più cupa angoscia, non certo per una banale congiuntivite; e di questo noi, meschini odiatori di lestofanti, ci beiamo. Detto ciò, mi permetto di lanciarmi in una riflessione, invitandovi per la vostra sicurezza a localizzare le uscite di sicurezza più vicine.
 
Io mi aspettavo che la Juventus, ieri sera, perdesse. Non perchè il Barcellona fosse genericamente "più forte". Lo è, ma non è questo il punto. Il punto è che la Juventus è una squadra costruita per primeggiare in contesti diversi. In altre parole, per vincere nel nostro campionato sono necessarie delle qualità e un'impostazione che rendono molto improbabile vincere nelle competizioni europee. Cercherò di spiegarmi, partendo da un'affermazione apparentemente provocatoria: la Juventus è una squadra dalla mentalità perdente. Procediamo a illustrare.

Che cosa è successo ieri sera? Che, dopo il gol iniziale di Rakitic, i bianconeri sono riusciti a pareggiare, concretizzando una cinquantina di minuti di grande intensità. A quel punto, con il Barcellona rintronato dalla mazzata, avrebbero dovuto e potuto gestire l'incontro con calma, fare possesso palla, mantenere la lucidità e aspettare che il Barcellona, favorito e perciò sottoposto a una pressione psicologica maggiore, si scoprisse. Mi correggo, avrebbero potuto farlo se fossero stati una squadra costruita diversamente. Quello che è successo è stato che l'agonismo è schizzato alle stelle, con qualche fallo di troppo e una quantità di proteste francamente insopportabile (vederli fare così in Champions ricorda un po' Mastella che al poliziotto di New York diceva "lei non sa chi sono io"). Il Barça ha giocato a calcio. Non ha fatto una partita stellare, ha semplicemente giocato a calcio. Sì, qualcosa ha concesso, come è normale che sia quando si tiene il baricentro alto. Ma così si vince una finale di Champions' League.

Saltiamo di palo in frasca. Molti tifosi napoletani hanno salutato la dipartita di Benitez non solo con sollievo e soddisfazione, ma addirittura dando sfogo a un certo astio. Io, che non sono rafaelita perchè poco propenso all'idolatria, devo però dire che le colpe non sono tutte del panzarotto iberico. Noi l'abbiamo chiamato, teoricamente, per vincere. Ricordate De Laurentiis dire chiaro e tondo che lui voleva lo scudetto? Benitez ha portato con sè una mentalità vincente, il presidente avrebbe dovuto mettere a disposizione la potenza economica. Quella, lo sappiamo, è venuta meno. Eppure il Napoli in questi due anni ha provato a giocare come una grande. Ha perso la sfida, ma innanzitutto fuori dal campo. A sconfiggerlo è stata una cultura della rinuncia, il modus operandi di un paese in cui non si lavora per migliorarsi e ottenere il migliore risultato possibile, ma per impedire agli altri di superarti, con ogni mezzo. Le provocazioni di Chiellini, i calci di Vidal, le proteste di Lichtsteiner. Questa è la mentalità perdente a cui mi riferivo.

Il gallo sulla monnezza è il vero emblema della nostra esecrabile cultura sportiva, politica, economica. Il feudalesimo. Il banchettare arroccati nel proprio castello mentre intorno i marrani muoiono di stenti. Dovrebbe essere cucito sulla bandiera, un bel gallo fiero e protervo su un mucchio di rifiuti. E guai a scendere; si rimediano solo brutte figure.
 
 

martedì 2 giugno 2015

Io, noi e Daitarn 3

Cari amici del Bradipo, come vi ha lasciati questa tornata elettorale? Siete delusi, disgustati, sorpresi, sconvolti? In ogni caso, lo zio Brady ha deciso di proporvi un etto, un etto e mezzo di farneticazioni; se non sapete come passare questa mattinata di festa, ecco che il mio blog, come sapete umile, si rende anche utile.
 
Qui in Liguria, come sapete, ha vinto il centro-destra, favorito dalla diaspora dei civatiani. Questo per me è un risultato positivo. Adesso, prima che mi si lapidi virtualmente, devo affrettarmi a spiegare perché. Intanto comincio con il segnalarvi questo post, tratto da un blog ben più serio e colto di quello che state leggendo. Lo condivido nella sua interezza. Ma, sapendo bene quanto possa essere indolente l'essere umano, vi faccio un brevissimo sunto del suo contenuto: nel momento in cui la "Sinistra" fa cose che la Destra non si era mai azzardata a fare (quando Berlusconi minacciò di toccare l'art. 18 andammo a Roma in tre milioni, mi pare di ricordare), è assolutamente prioritario che quella sedicente sinistra venga spazzata via, per aprire nuovi spazi politici. Come vada fatto è materia di discussione. Siamo di fronte a un processo storico inedito, a meno di forzare analogie. E allora anche i deficienti possono dire la loro; io, naturalmente, ne approfitto.
 
Ricordate Daitarn 3, il robot pilotato dal freschissimo Aran Banjo, sempre conteso dalle sue due belle amichette Rejka e Beauty? Quando l'orfanello scemo e il maggiordomo finto-inglese non inscenavano intermezzi comici di mediocre livello, Daitarn combatteva i meganoidi, "mostri disumani" venuti da Marte per ridurre in schiavitù il genere umano. Ora, mentre Banjo si serviva del suo gigantesco robot (solo per arrivare alla cabina di comando doveva fare la tangenziale), i meganoidi si trasformavano in "megaborg". Questo processo poteva avvenire in due modi: o proiettando sul comandante meganoide degli strani raggi, oppure attraverso la fusione di più meganoidi, ed è su questo che mi vorrei soffermare. Molteplici identità si annullano in una sola: i meganoidi non erano altro che dei settari, degli identitari, dei fanatici. L'Italia, oggi, è il paese dei meganoidi. Di fronte all'impossibilità di riconoscersi in una Sinistra che non esiste più nell'arco costituzionale, scelgono o la strada del travisamento dogmatico della realtà (voto PD perchè sono di sinistra), o quella dell'anacoresi (astensione dal voto), o infine lo scisma. Tutti atteggiamenti, come vedete, riconducibili alla sfera religiosa. Tutti conseguenza del bisogno di riconoscersi in un Io superiore, sintetico, assolutizzante.
 
L'alternativa a questo Io totalitario, e per tanto incapace di azione politica significativa, è un Noi che non soddisfa la nostra ansia di identità, perchè presuppone che ognuno porti al mulino la sua. A qualcuno potrebbe sembrare che questo approccio renda complicato, magari impossibile, elaborare programmi e prefiggersi obiettivi. Lo è sicuramente. Ma è solo dal corpo sociale, da quel Noi variegato e contraddittorio, che può emergere un cammino da percorrere, una visione da costruire. Quando Daitarn si trova in difficoltà, o semplicemente quando si è stancato di fare a mazzate napoletane con i megaborg, ricorre a un'arma irresistibile: l'energia solare. E vince sempre, perchè respinge i suoi nemici alieni con qualcosa che è patrimonio comune del pianeta Terra, e quindi dell'intera specie umana. Il futuro della politica rappresentativa, in Italia come nel resto d'Europa, è esattamente quello. Bisogna catalizzare l'energia solare. Se il concetto di "sinistra" continuerà a designare un'identità, finirà per sparire; se invece si trasformerà nello studio di come catturare l'energia solare, i meganoidi hanno le ore contate.

domenica 24 maggio 2015

La prova del cuoco

Nell'aprile del 2012 scrissi un post sul Napoli di Mazzarri intitolato Non si frigge il pesce con l'acqua , in cui dicevo la mia sui risultati al di sotto delle aspettative di quell'annata. In quella sede assolvevo il tecnico di San Vincenzo, che a mio parere, con tutti i suoi limiti, aveva fatto il massimo possibile con la rosa a sua disposizione. Quando arrivò Benitez, e con lui alcuni giocatori di altissimo profilo, pensai che si stesse svoltando; oggi credo di poter affermare tranquillamente che mi sbagliavo, e mi trovo costretto a scrivere due righe sul fallimento di questa stagione.
 
Qualcuno si chiederà perchè non aspetto la fine del campionato, e di vedere se ci qualificheremo per la Champions o meno. Per me questo è ormai irrilevante. Penso che si sia visto abbastanza. E, se tre anni fa assolvevo Mazzarri, quest'anno giudico Benitez colpevole. Sia detto, en passant, che non sono preda di un accesso di titanismo: so benissimo che i miei verdetti lasciano il tempo che trovano. Come al solito, nel mio angolino di sano solipsismo faccio un po' quel che mi pare.
 
Dunque, dicevamo che Benitez è colpevole. Di cosa? Beh, per quanto mi riguarda è chiaro: Don Rafael, da buongustaio qual è, ha preteso di mettere insieme una sontuosa pietanza con ingredienti non adeguati. Sarà che quest'anno ho insegnato in un istituto alberghiero, ma la metafora culinaria mi sembra quanto mai azzeccata. Alla sua personale prova del cuoco, lo spagnolo si è visto mettere davanti un po' di verdura male assortita e nemmeno tanto fresca, una pagnotta dell'altro ieri e qualche etto di jamon serrano che si era portato da casa. Dando prova di scarso realismo o presunzione (delle due una, non si scappa), si è riproposto di preparare un piatto da gourmet, una cosa da palati raffinati. Si è affaccendato ai fornelli "sin prisa y sin pausa", mentre la salsa si azzeccava sotto e la maionese impazziva. Alla fine, in versione "fat Spanish waiter", ci ha servito la porcata senza battere ciglio.

A questo punto sarà anche il caso di notare che chi porta al grande chef il pane duro e la verdura della settimana scorsa non è un fulgido esempio per l'industria della ristorazione; e qui alludiamo al mai abbastanza vituperato cinecazzaro Aurelio De Laurentiis, furbacchione che il Napoli e i suoi tifosi tengono all'ingrasso come faceva la strega cattiva con Hansel e Gretel, senza però - purtroppo - l'intento e la possibilità di infornarlo quando raggiunga la stazza desiderata. Ma di questo ormai ci siamo anche stancati di parlare. La realtà è questa. Non ci servono i Carlo Crocco del pallone, ci serve gente pratica che sappia tirar fuori qualcosa dalla magra dispensa che ci ritroviamo. Rafa ha fallito la prova del cuoco. Avanti un altro, e che chiunque arrivi sappia che non si tratta di sollazzare i nostri palati, ma di placare la nostra fame.

venerdì 15 maggio 2015

Capa tosta

Cari amici, qualcuno mi accusa di scrivere solo di scuola, ultimamente. Bene, li faccio subito contenti: questo post parlerà di calcio. Ieri il Napoli è stato eliminato dall'Europa League, da una squadra che gli addetti ai lavori giudicavano non trascendentale. Una squadra, miei cari lettori, che sembrava alla nostra portata. Cosa è successo? Semplice: loro hanno segnato e noi no. Quando una compagine il cui intero attacco vale di meno del tuo centravanti fa più gol di te nell'arco dei 180 minuti, qualcosa non ha funzionato. Interroghiamoci (è un modo di dire, non voglio parlare di scuola!) dunque.

Questo film, a dir la verità, io l'avevo già visto. Si attacca, si cinge d'assedio la cittadella dell'area di rigore nemica, per poi dover capitolare davanti ai primi colpi di fionda del Davide di turno. Ieri, però, sono riuscito a fare un cosa che quando guardo il Napoli non riesco a fare quasi mai: mi sono distaccato, complice anche la profonda convinzione, maturata dopo appena pochi minuti dal fischio d'inizio, che non saremmo andati in finale. Grazie a questa distanza sono riuscito a guardare l'incontro con un disincanto che in genere mi riesce impossibile. Ed è allora, cari i loro, che ho avuto la mia epifania. Per spiegarvela ricorrerò, come al solito, al più pusillanime biografismo.

Quando ero un pargolo e giocavo con gli amici su campetti improvvisati della circoscrizione Vomero-Arenella, nessuno voleva mai fare il portiere. Alla fine, dopo lunghe e stremanti trattative, si faceva un po' a turno. Quando ci andavo io, in porta, ricordo che guardavo con molta apprensione lo svolgimento dell'agone, nella speranza, prodotta dalla consapevolezza di non valere cento lire come portiere, che gli avversari non arrivassero troppo spesso al tiro. Spesso, purtroppo, questa speranza rimaneva frustrata. La squadra si sbilanciava e rimanevano dei buchi in cui si infilavano gli avversari, procedendo poi a impallinarmi come una quaglia. Ieri, sera, da una prospettiva diversa, ho visto esattamente la stessa cosa. E secondo me Andujar si sentiva un po' come me quando mi toccava andare in porta.

C'è una differenza fra la filosofia speculativa e il calcio, e se guardate lo sketch dei Monty Python sulla partita fra filosofi capirete bene quale: nel calcio non conta tanto pensare bene, quanto il banalissimo vincere. Come? Fatemelo dire in spagnolo, ché alla fine poi Don Rafael è una persona amabile e simpatica, e ci piace il suo idioma: como sea. In un modo o nell'altro. Di stinco, di nuca, di tibia, di naso, como sea. Perfino di deretano, come il compianto Paulo Roberto Cotequinho, centravanti di sfondamento, al secolo Alvaro Vitali. Nel calcio bisogna essere pragmatici, contano i fatti. E allora, quando i fatti dimostrano che il tuo pensiero non è utile allo scopo, tu dovresti modificare il tuo pensiero. Don Rafael no. Come tanti allenatori di prima grandezza (questo non glielo nego certo), ha un credo, e la tifoseria si è conseguentemente spaccata fra chi crede in lui e chi lo contesta praticamente a prescindere dai risultati. In un inane festival della capa tosta, ognuno dice la sua verità, mentre il Napoli perde con il Verona, l'Empoli e altre bande di musica di quella risma, fallndo sfida dopo sfida.
 
L'anno prossimo è probabile che arrivi un nuovo mister. Si è parlato di Mihajlovic. Chiunque sia, la mia speranza è solo una: che la testa di costui abbia la malleabilità di chi sa che il calcio consiste nel fare un gol più dell'avversario, como sea.