venerdì 27 gennaio 2012

Memorie incomplete...


Giornata della memoria. Bene. Abbasso il razzismo, l'intolleranza e il fascismo. Ora che l'abbiamo detto, possiamo sentirci tutti buoni e a posto. Se invece questo incipit non ti convince, e solo in quel caso, ti esorto a continuare la lettura.

Ormai il vostro Bradipo sta invecchiando, come la Concetta di eduardiana memoria. Gli danno un fastidio incalcolabile gli automobilisti che suonano il clacson senza motivo, e i giovinastri che producono con i loro scooter truccati abbastanza inquinamento acustico da soddisfare il fabbisogno una metropoli indiana. Potrete dunque immaginare la sua reazione alle innumerevoli immagini di bambini orrendamente mutilati condivise negli ultimi giorni su Facebook, e riferentisi presumibilmente a quell'odioso crimine contro l'Umanità che è stata l'operazione Piombo Fuso. A corredo di alcune di tali immagini, diatribe demenziali in cui il cretino di turno (solo così posso definirli) scaricava su Hamas o genericamente sui "palestinesi" la responsabilità di quelle indescrivibili atrocità. 

Perchè pubblicare quelle foto nel giorno della memoria dell'Olocausto? La risposta credo sia evidente: la narrativa dominante vede Israele come una sorta di compensazione resa al popolo ebraico per le persecuzioni sofferte ad opera del regime di Hitler, e dei suoi alleati. Chiunque abbia un minimo di conoscenza della storia contemporanea sa che non è così. La colonizzazione della Palestina comincia prima della persecuzione degli Ebrei, sulla spinta di un movimento, il Sionismo, nato alla fine dell'Ottocento. La risoluzione ONU del 29 novembre 1947 con la quale nasce lo stato di Israele non fa che sancire uno stato di fatto, ovvero l'insediamento, spesso con metodi violenti, se non addirittura terroristici, di un'agguerritissima minoranza ebrea in Palestina. Quella parte della storia si tende in genere a ignorarla; ad esempio, prendo ora atto che la pagina di Wikipedia sull'attentato all'hotel re David non è tradotta in italiano. Eh, ma mi rendo conto che alcuni voi in questo momento sono a disagio... Ma come, nel giorno della memoria ci mettiamo a parlare male di Israele?

Rieccolo, l'equivoco, fare capolino beffardo e sfuggevole. Israele non c'entra niente con l'Olocausto. Milioni di ebrei vivono oggi sparsi per il mondo, in condizioni infinitamente più sicure degli abitanti di Tel Aviv o Gerusalemme. I rest my case, direbbe non senza una puntina di spocchia il buon Perry Mason. 

Orbene, smontato il primo equivoco, resta un dubbio: se la storiella che vuole gli ebrei/israeliani (una confusione evidentemente coltivata dai partigiani dello stato ebraico) vittime per definizione è falsa, chi ci garantisce che quella in base a cui l'Olocausto è tutta colpa di un signore con i baffetti tanto, tanto cattivo sia vera? Non sarebbe il caso di rifletterci un po' su?

Ora vi chiedo di seguirmi per qualche minuto sgombrando dalla vostra mente la parola "antisemita", che molto probabilmente sta ora lampeggiando come un spia dell'olio. L'unico popolo nei confronti del quale ho un'antipatia preconcetta sono i francesi, perchè fumano nei luoghi pubblici e fanno sesso con eccessiva frequenza rispetto a me, che non lo faccio mai.
Bene, fra il 1596 e il 1598 William Shakespeare scrive un lavoro dal titolo Il mercante di Venezia, una delle sue commedie di maggior fortuna. Per la trama vi rimando alla pagina di Wikipedia linkata. Se la leggerete, capirete quale peso abbia nell'impianto drammatico il personaggio di Shylock; tuttora il nome dell'ebreo di Venezia è sinonimo di avidità nella cultura anglosassone, e la sua libbra di carne una proverbiale metafora dell'assenza di compassione. Sorvolando sulle ridicole accuse di antisemitismo (porca miseria, l'ho detto io) mosse da alcuni critici contemporanei a un drammaturgo vissuto in un'epoca che non ha conosciuto quella categoria, possiamo andare un attimo oltre la confessione religiosa di Shylock per coglierne un elemento realmente essenziale. Se racconto una barzelletta con dentro un napoletano, quello sarà identificato con la furbizia o con la disonestà. Nelle barzellette inglesi, gli irlandesi sono stupidi e i gallesi fanno l'amore con le pecore. Stereotipi. Come quello che vuole gli ebrei avidi e tirchi. Ma è pur vero che gli stereotipi nascono dalla generalizzazione di elementi reali. Gli ebrei vengono reputati eccessivamente venali perchè sono stati fra i primi in Europa a praticare il prestito ad interesse. Shylock, non a caso, è un usuraio. E allora smettiamo di definire Shylock ebreo, e chiamiamolo come si merita: strozzino.
La grandezza di Shakespeare sta nel cogliere la complessità di questo personaggio, farcene ascoltare le ragioni, farci percepire l'ingiustizia del trattamento che riceve dai cristiani in quanto ebreo; quello che attira su di lui il biasimo degli altri personaggi e degli spettatori però, in ultima analisi, non è la sua religione ma il suo comportamento antisociale. Vero è che l'astuzia di Porzia consente ai suoi antagonisti cristiani di umiliarlo in modo francamente poco elegante nel finale, ma è vero anche che in tribunale Shylock ci è finito per essersi ostinato ad esigere un tributo inumano. Insomma, se non fosse ancora abbastanza chiaro, questo signore è una perfetta incarnazione dello spirito del capitalismo.



Piccolo salto temporale: siamo nel 1929. Il 29 ottobre la Borsa di New York cede di schianto, dando inizio alla Grande Depressione. Poichè la globalizzazione è una realtà da molto prima che se ne cominciasse a parlare, questo evento si ripercuote necessariamente non solo sull'economia degli Stati Uniti d'America, ma su tutto il mondo. Sarà una coincidenza che l'ascesa al potere di Hitler ricevette una potente accelerazione in seguito agli effetti devastanti di quella crisi economica? Il partito nazionalsocialista sale alla ribalta con il referendum del 1929 per l'abrogazione del Trattato di Versailles, le cui condizioni avevano ridotto la Germania in ginocchio alla fine della Prima Guerra Mondiale, e si rafforza nelle successive consultazioni elettorali. Più i tedeschi si impoveriscono, più aumenta la disoccupazione, più forti si fanno le proteste e le mobilitazioni della sinistra, più consensi riceve l'imbianchino austriaco. Il capitalismo fallisce, e le camicie brune ringraziano. Ora, per i motivi suesposti, la gente era tentata di dare la colpa delle sue sciagure a due categorie di persone: i comunisti, perchè scioperavano continuamente, mostrando scarso patriottismo e nessuna dedizione al benessere comune; e soprattutto gli ebrei, visti come i padroni del mondo che banchettano con le loro libbre di carne cristiana. E questo non solo in Germania, sia ben inteso. Immaginate che sollievo dovevano provare i padroni del mondo, ebrei o meno che fossero, rispetto a questa lettura delle cose. Noi li riduciamo agli stracci con le nostre speculazioni, e quelli se la prendono con una confessione religiosa. E con i comunisti. L'ebreo che si frega le mani è una costante dell'iconografia antisemita (aridaje!), ma non ho dubbi che la fregatura di mani fosse un'usanza interconfessionale in quegli anni, tanto più che si preparava un'altra bella guerra; quella che avrebbe fatto uscire le potenze vincitrici da una lunghissima recessione. 

Per carità, il Bradipo non ha velleità di storiografo! Io rivendico con orgoglio la mia condizione di ignorante! Queste sono pillole, piccole nozioni accumulate in anni di esposizione a eresie varie, che ricerco con una certa costanza. C'è in me un bisogno, forse un po' infantile, di ricondurre tutto a principi universali e omnicomprensivi. L'antisemitismo, Hitler, Mussolini, lo sterminio dei palestinesi, l'Intifada; tutto mi pare riconducibile a un medesimo paradigma, a un sistema economico che ci impedisce di convivere in pace, senza sfruttare nessuno e senza essere sfruttati. La prossima volta che qualcuno esigerà  una libbra della vostra carne, dnon lasciatevi distrarre dalla foggia del suo copricapo e chiedetegli se può strapparvela senza versare una goccia del vostro sangue: è quello il punto.

lunedì 16 gennaio 2012

L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro...

...dice l'articolo 1 della Costituzione, o almeno così mi pare. Costituzione che, alla luce della realtà in cui ci tocca vivere, si direbbe scritta a quattro mani da Salvador Dalì e Luis Bunuel, con la supervisione di Graham Chapman. La mia tastiera non è abilitata a produrre la "egne", nè la "i" con l'accento acuto, quindi non potete accusarmi di sciatteria grafica. Il mio spagnolo è almeno da DELE Basico (di nuovo, manca l'accento acuto), a differenza del mio inglese, che è come quello del partigiano Johnny, ovvero equipollente a quello di un fottutissimo lord. Proprio questa mia capacità, più non una ma DUE raccomandazioni, mi ha consentito di trovare una specie di lavoro in una specie di azienda, la quale mi corrisponderà una specie di stipendio quando colà dove si puote verrà ritenuto opportuno; questo sempre che mi venga proposto una specie di contratto in cui vengano specificate e stipulate una serie di condizioni che poi verranno sistematicamente ignorate e disattese, in nome della flessibilità e del profitto facile (non il mio).

"I decree today that life is simply taking and not giving, England is mine, it owes me a living" scriveva quel maledetto genio insano di Stephen Patrick Morrissey. Sostituite England con Italy e avrete il mio status esistenziale corrente. Se non capite cosa vuol dire, mi sa che non abbiamo niente da dirci; passi non conoscere bene l'inglese, ma Morrissey - soprattutto il periodo Smiths - è proprio la base. 
Temete adesso che voglia ammorbarvi con deliri adolescenziali sui mille disagi che costituiscono la mia vita interiore? Non preoccupatevi, ho già finito. Ma poichè proprio durante quella travagliata epoca della vita che è la prima giovinezza ho capito che tutto è politica, o perlomeno tutto ha una dimensione politica, vorrei riflettere insieme a voi, cari lettori del Bradipo, sulla discrasia fra Costituzione formale e Costituzione materiale.

Qualche mese fa ebbi, seduto a un tavolo di Gallo's, un'interessante scambio di vedute con una delle due persone che mi hanno agevolato nell'ottenere il lavoro di cui sopra. Costei, avendo ricevuto dalla vita il mixed blessing di fare l'avvocato in un paese incancrenito da corruzione e un approccio sbarazzino alla legalità, mi esponeva con impeccabile eloquio la distinzione fra verità storica e verità processuale. Io, avendo una cultura giuridica che non va oltre l'ordalia del fuoco, non proverò neanche a riprodurre quella dotta disquisizione. Del resto, si intuisce già dai termini usati quale sia la differenza fra le due verità. E come potrebbe risultare ostico il concetto a noi italiani, che abbiamo sempre avuto due verità per tutto? Una ovvia, quella dettata dal buonsenso, l'altra dettata dal potere, e pertanto vincente in partenza. 
Un anarchico vola dalla finestra della questura? Si è suicidato. Un imprenditore mette insieme una fortuna spropositata, senza essere in grado di dar conto della propria rapidissima e apparentemente troppo facile ascesa? Sono i comunisti ad essere invidiosi e pieni d'odio. Periodicamente qualche individuo particolarmente immune al senso di vergogna prova addirittura a convincerci che la mafia non esiste. Evidentemente, allora, Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Siani e tutti gli altri che sarebbe troppo lungo elencare e che normalmente vengono considerati vittime della mafia (o camorra o 'ndrangheta, a seconda della regione) devono essere stati ammazzati dal simpatico ma dispettoso monaciello, o meglio da una versione ultra-incazzata e Charles Bronsoniana dello spiritello in questione.

Il monaciello. Di regola mite e simpaticamente discolo, in seguito all'abuso 
di droghe o film di Charles Bronson può diventare estremamente violento.

E ci si abitua. Ci si adatta. Si smette di resistere, perchè si crede che sia inutile. Si accetta il "male minore", si accettano mille forme di compromesso, e si comincia a pensare che la Storia sia e non possa essere altro che un fiume in piena, da navigare come si può, badando più che altro a non naufragare. Cambiarne il corso, nel clima culturale che si è venuto a creare in questo paese, sembra una pretesa assurda. Questo, con buona pace  di quei milioni di persone che, dall'Illuminismo alla Resistenza, si sono battuti qui e nel resto del nostro continente per darci non già la democrazia (per quella c'è ancora una Salerno-Reggio Calabria da percorrere), ma perlomeno la possibilità di aspirare ad essa. Libertà, uguaglianza, giustizia, non sono slogan di Oliviero Toscani per vendere i maglioni o i preservativi; sono contenuti della vita di ognuno di noi, e della nostra interazione sociale. Sono oggetto di conquista, non di concessione. Basta adattarsi. Basta accettare compromessi dai quali non guadagniamo niente. Basta accettare verità alternative. Il processo alle classi dirigenti di questo paese non può che essere sommario, e la verità che ne emerge è una e semplice: fanno schifo. Ma se aspettiamo che se le porti via la corrente, stiamo freschi: in quel fiume che trascina noi alla deriva loro ci hanno calato l'ancora.

Un Clint Eastwood d'annata ci consiglia come rapportarci alla classe dirigente italiana.

mercoledì 28 dicembre 2011

Terroni si nasce?

Perchè il post si apre con una foto di Vittorio Emanuele II? Lo scoprirete solo leggendo...

Cari amici del Bradipo, come è andato il Natale? Avete fatto schifo all'Umanità? Avete rantolato sul freddo pavimento in preda a uno stato di totale abiezione, in seguito a pasti sufficienti a sfamare un bove nell'età dello sviluppo? Bene.
Come sapete, qualche giorno fa è morto Giorgio Bocca. Mi sento dire da più parti che dovrei dolermene. Il fatto che non me ne freghi niente è l'ennesima dimostrazione della mia natura riottosa ed eterodossa. 
E qui alcuni di voi probabilmente si staranno irrigidendo sulla sedia, cercando di capire per quale motivo io non avessi simpatia per il giornalista piemontese. Questo video l'avrete già visto nei giorni scorsi, se siete frequentatori dei social network. Sono costretto a riproporlo, per spiegare la mia indifferenza alla morte di questa figura così stimata nel nostro paese.

Chi mi conosce sa che non sono uno di quei napoletani che difendono a spada tratta la propria città; la critico, spesso e volentieri. Ne evidenzio limiti e pecche, ma con la consapevolezza che non sono poi così diversi da quelli del resto d'Italia. O, per meglio dire, e volendo appropriarsi indebitamente del gergo del filosofo, la differenza è fenomenologica, più che ontologica. Lo stesso marciume si manifesta in modi diversi a Napoli e Milano, ma in fondo il volksgeist degli italiani è uno solo: siamo un popolo mafioso. Vi è poi chi, al di là della latitudine che gli è toccata in sorte, accetta questa condizione, e chi la combatte; ma l'italiano si può definire esclusivamente in base al suo atteggiamento di fronte alla cultura mafiosa. Sono mafiosi i casalesi che tengono in scacco un territorio, impedendone lo sviluppo e depredandolo, come sono mafiosi gli imprenditori settentrionali che fanno smaltire i loro rifiuti industriali alle aziende della camorra. E' mafioso il sistema dei partiti che, nella Prima come nella Seconda Repubblica, ha fatto e fa una lotta di facciata alla criminalità organizzata, senza minimamente sognarsi di affrontare le cause del suo perdurare. Mafia è il napoletano m'o vvec je così come il padano ghe pensi mi. Nel consorzio civile i problemi si affrontano insieme, tenendo conto degli interessi e delle esigenze di tutti. E rispettando le fottutissime regole di quelle voraci ittiofaghe delle vostre madri, che interminati spazi e sovrumani silenzi racchiudono nelle loro brutalmente devastate vulve.

Oggi, alle soglie del 2012, nessun intellettuale (per la verità, nessuna persona di buon senso e dotata di istruzione superiore) si sognerebbe di affermare che il Sud è una terra popolata da gente pigra, disonesta e ladra. Un merito va riconosciuto a Giorgio Bocca, e per sfregio lo voglio dire in napoletano: nun teneva niente 'a verè. Non aveva peli sulla lingua, diceva e scriveva tutto quello che pensava. Questo atteggiamento gli ha permesso di dare voce a un razzismo mille volte peggiore di quello della Lega Nord, in fondo risibile e folkloristico. Quel razzismo strisciante, sottile, fondato non già sull'aperta avversione e sul campanilismo, ma su un'osservazione che si ritiene scevra da pregiudizi; e per questo infinitamente più dannoso e pericoloso. Napoli è un "cimiciaio", una città "putrefatta da migliaia di anni". A Palermo orribili figure di umanità degradata escono dalle catapecchie. Questo era il Sud di Giorgio Bocca.

Fermiamoci un attimo a riflettere. Perchè una persona indubbiamente intelligente e in gamba si è fatta questa idea di metà del suo paese? Perchè da un viaggio a Napoli, una città che a livello paesaggistico è oggettivamente meravigliosa, che ospita un patrimonio storico e artistico notevole, e che è in genere accogliente con il visitatore, Bocca si porta via l'impressione del cimiciaio? Del mio breve soggiorno romano io non ricordo solo lo squallore della Prenestina, o la orrenda e straripante lazialità delle infauste lande a nord dell'Aniene: conservo anche e soprattutto l'impressione di un vero e proprio museo a cielo aperto, di una città ariosa, vivace. Ricordo l'atmosfera da altri tempi di San Lorenzo, un quartiere che ti dà l'impressione di essere veramente a misura d'uomo. Ci deve essere un motivo per cui Bocca ricordava di Napoli soprattutto la sporcizia.

Si parlava proprio di questo, qualche giorno fa, su Facebook. Io vado compatito, perchè ho passato così tanto tempo a studiare gli altri e cercare di impararne le lingue, che mi sono forse dimenticato di come è fatta la maggior parte degli italiani: chiusi nel loro guscio, refrattari al nuovo, esterofili ma solo superficialmente. L'italiano, due volte su tre, si fa un'idea del mondo da ragazzo e non la cambia più. Quanto beneficio si potrebbe trarre da un dialogo veramente aperto, in cui cambiare idea non venisse vissuta come una sconfitta personale! Ma la mente del fanciullo, si sa, è una spugna. Ciò che vi si inculca tende a restare. Il Cattolicesimo. L'attaccamento morboso alla famiglia. Il Risorgimento.

                  Il brigante Carmine Crocco, evidente esempio del fatto che i terroni sono brutti, sporchi e cattivi.

E veniamo finalmente al punto. Se non si ammette che l'Italia unita è stata fatta in modo violento, a spese di quello che prima della conquista era il principale stato italiano, e che le politiche successive sono state tutte tese a promuovere lo sviluppo del Nord a scapito del Sud, si deve necessariamente arrivare alla conclusione che i meridionali sono per loro natura pigri, imboglioni e quant'altro. Perchè mai, se no, il Mezzogiorno non avrebbe ancora colmato un divario che si ritiene pre-esistente? La colpa è degli atteggiamenti dei meridionali, del loro modo di affrontare le cose. Non sappiamo o non vogliamo darci da fare. Quando poi lo facciamo, nell'unico modo possibile in questo contesto, e cioè imbrogliando e brigando un po', ci si critica per la nostra mancanza di onestà. Quaggiù il Nord non  sversa solo i propri rifiuti, ma anche e soprattutto la propria cattiva coscienza. Ricordiamoci che lo scandalo di Tangentopoli scoppia a Milano, mica a Reggio Calabria. Si torna a quanto dicevo prima: un male, tante diverse manifestazioni: qui il cimiciaio e la violenza a mano armata, lì le tangenti e gli appalti truccati alla 'ndrangheta. Accettiamola come parte della ricchezza di questo paese, fatto di tante realtà locali diverse. Bagna cauda al peculato, pizza con le cimici, e cannoli in catapecchia. Signori, l'Italia è servita.

mercoledì 21 dicembre 2011

La rivoluzione non è un pranzo di gala


Ebbene, caro Bradipo, che cosa ti ha spinto a scegliere come titolo di questo tuo breve scritto la famosa citazione del noto leader comunista di cui sopra? Il quale, fra l'altro, stando all'autorevole Baggi Sisini e alla sua Settimana Enigmistica, aveva anche un'igiene personale assai carente... Sicuramente starai per rifilarci una delle tue saporite similitudini, metafore o allegorie? Dischiudici, orsù, il mistero delle tue sinapsi! Rivolgi a noi la tua benevolenza e accarezza i nostri padiglioni auricolari con la tua sapiente e sapida favella! Cantaci, o divo, del Pelide Achille...

Miei cari lettori, l'inverno mi vede sprofondare in un lungo letargo, un sonno senza sogni, una moratoria esistenziale; ma quando mi si tocca Giggino, ovvero l'unica cosa bella che sia capitata a questa città dopo Diego Armando Maradona, io tosto mi ridesto e mi appresto alla pugna con fiero cipiglio. L'oggetto del contendere, alcuni di voi lo avranno già capito, è la famigerata ZTL, che infiniti lutti addusse agli Achei... pardon, agli abitanti di questa città dolente, popolata da perduta gente e ricolma di eterno dolore.
Da quando è stata istituita, a Napoli non si contano le lamentele e le critiche; perfettamente legittime, per carità; ma stiamo attenti a non cadere nelle trappole tese dal nostro retaggio.

Una delle caratteristiche più comunemente associate alla "città nuova" è l'arte di arrangiarsi; sicuramente è nella top ten, insieme al sole, alla pizza, al mandolino, alla sfogliatella e alla monnezza. Ed è vero: qui, come un po' in tutto il Meridione d'Italia, spesso dobbiamo sbrigarcela da soli, perchè ciò che ci offrono lo Stato e la parte "pulita" dell'economia è carente e scadente. Lo facciamo da sempre, ormai è un automatismo. Le mafie non sono altro che una risposta come un'altra a un clamoroso vuoto di potere e di governance, se mi passate un termine anglosassone. Non per niente la più (tristemente) nota organizzazione criminale del Sud Italia si chiama Cosa Nostra: in assenza della res publica, ci appropriamo con il diritto del più forte del ruolo di guida politica, economica, sociale rimasto vacante e ce la vediamo noi. Casca a fagiuolo, in questro discorso, il faceto racconto sull'esame teorico per il conseguimento della patente di guida da parte di un tale camorrista. Costui, messo di fronte alla rappresentazione grafica di un incrocio, e alla domanda su quale veicolo avesse la precedenza, rispose rapido e deciso: "Qual è 'a machina mia?"

Questa è esattamente la cultura che ha espresso il rivale di Luigi De Magistris al ballottaggio per l'elezione a sindaco: Gianni Lettieri. Se avesse vinto lui, oggi non avremmo una Zona a Traffico Limitato. A uno come Lettieri non sarebbe passato neanche per la testa di fare una cosa del genere. Perchè l'ha fatta De Magistris? Perchè andava fatta. Perchè Napoli ha un centro storico straordinario, che va valorizzato; perchè i livelli di inquinamento atmosferico erano improponibili, e il monossido di carbonio si stava mangiando il nostro patrimonio storico e artistico; perchè in tutta Europa si sta ripensando, ormai da diversi anni, la mobilità, cercando alternative a un modello ritenuto non più adeguato. In breve, c'era bisogno di cambiare le nostre abitudini relativamente agli spostamenti e ai trasporti. 

Ora, siamo ragionevoli, era possibile aspettarsi una transizione fluida e indolore in una città dove da secoli non funziona una beata funcia di minchia? In una città dove tutti parlano continuamente di quello che non va, ma pochi sono disposti a fare sacrifici per cambiarlo. Con un comune in dissesto finanziario, non è realistico pretendere più corse degli autobus, o che circolino anche la notte (sebbene sia doveroso aspettarsi un'opera di risanamento e riorganizzazione). Quando poi si parla di Cumana o metropolitana si dimentica che dipendono da aziende di trasporto sulle quali il Comune non ha alcun controllo. Discutiamo quanto vogliamo dei difetti della ZTL, dei modi per migliorarla, ma non diamo la colpa dei disagi che stiamo subendo a De Magistris. E, per carità di buddha, smettiamo di insinuare che è interista! Sono colpi bassi, veramente meschini... Giggino è l'unica speranza di questa città, ma bisogna avere fede in lui, come ne abbiamo avuta in Maradona. Insieme, caricandoci sulle spalle ognuno la sua piccola, personale croce, possiamo provare a cambiare questa palude di corruzione, indifferenza e abbandono, e traformarla in una città di cui andare veramente fieri. Ma se pensiamo di farlo comodamente a casa nostra ci illudiamo. Per aspera ad astra. No pain, no gain. La rivoluzione non è un pranzo di gala.

mercoledì 7 dicembre 2011

Il gioco più bello del mondo


 Di ritorno da una serata trascorsa al pub Penny Black, in via Enrico Alvino, per seguire l'ultima e decisiva partita del girone di qualificazione di Champions League del Napoli, mi pare doveroso scrivere poche righe celebratorie. Mi accorgo con disappunto di non avere niente da bere in casa, per chiudere in bellezza la serata; una serata in cui ciò che ho bevuto passa comunque in secondo piano, perchè è di Napoli che mi sono ubriacato.

Brutta, la partita, a dire il vero, almeno per buona parte. Napoli contratto, Villareal orgoglioso e sportivo, deciso a onorare il campo, come è giusto che sia. C'è molto in palio, e si vede. Primo tempo inguardabile, si soffre insieme agli undici in campo. La birra, gli snack al pollo, l'eccellente panino consumato sono un magro contentino. I bei volti di fanciulla che costellano l'ambiente sono una tetra (si spera non profetica) allegoria della speranza delusa, dell'aspettativa frustrata, di ciò che sarebbepotuto essere, e come sarebbe stato bello se, eppure...

Eppure ci sono ancora 45 minuti da giocare, e ne abbiamo di forze da spendere, e soprattutto voglia di vincere. Il sottomarino giallo ormai ha tirato dentro il periscopio, è andato in immersione e ormai pensa solo a difendersi. Il campo è nostro, lo inonda l'azzurro delle nostre maglie, il frastuono del nostro disordinato amore, il calore asfissiante dei nostri sogni. Si potrebbero fare forse analisi tecnico-tattiche, ma chi ne ha voglia, adesso? Ciò che io ho intravisto, attraverso i fumi di un desiderio smodato di vittoria, è stato un leone ferito che ha improvvisamente alzato la testa e aggredito la preda con una zampata terrificante; e poi la calma serafica, assolutamente incongrua con il contesto,  del solito vecchio volpone (eppure non è che un giovanotto pressochè imberbe) che dopo tre quarti di gara in sordina riesce, come spesso capita, a trovarsi nel posto giusto al momento giusto, e a trasformare una deviazione casuale in oro.

Il resto è tripudio. La consapevolezza di aver avuto la meglio su un rivale molto più attrezzato di noi per il passaggio del turno; la soddisfazione nel sentire i giornalisti di Mediaset Premium parlare finalmente di noi come una realtà con la quale TUTTI devono fare i conti. E, perdonatemi se vi sembra che io stia esagerando, l'orgoglio di essere un figlio di questa città e questi colori, perchè il calcio è qualcosa che trascende il rettangolo verde. Vittima di una minorità della quale è responsabile una storia scellerata, certo non io o chi mi è caro, stasera mi prendo il lusso di sentirmi vicente, per una volta. Faccio "ciao ciao" con la manina a sceicchi e affini, e come il proverbiale zappatore mi autoinvito alla festa e ballo pure io (sì, questa analogia l'ho già usata, si vede che mi piace...). 

Getto un'altra occhiata a quei bei volti di fanciulla, che di solito mi appaiono tanto crudeli (tali paiono le donne a chi è solo, come notavano Jim Morrison e Giacomo Leopardi), e non mi sembrano più tanto alieni. Stasera nulla è altro da me, lo spirito di comunione ispirato dall'evento sportivo ha inondato l'intero locale. Tra i crolli strutturali di una vita che cade a pezzi, le picconate di una manovra finanziaria che non lascerà niente del paese che è stato l'Italia, e gli shakespeariani strali della sorte avversa, si intravede un barlume di speranza. E tutto questo per una partita di calcio... Signore e signori, di questo è capace il pallone. Ho imparato la grammatica dei sogni guardando Maradona, Giordano, Bagni, Careca, e continuo a sognare oggi con il Matador, il Pocho, Maggio, Inler... Nel mezzo la vita; contenuta nella forma perfetta di una sfera di cuoio.

sabato 12 novembre 2011

Il furbacchione, la gamba in cancrena e l'autorevole primario.


 Ultimamente mi si da del disfattista e del guastafeste; capirete, quando la vita ti ha abituato a vedere la fregatura in ogni evento, in ogni situazione, in ogni aspetto dell'esperienza umana, tendi a condividere le lezioni apprese. Anche in questo caso, non posso proprio esimermi.

Pare che l'Italietta nella quale abbiamo la disgrazia di vivere sia tutta in subbuglio a causa delle recentissime dimissioni di Silvio Berlusconi da Presidente del Consiglio. Dando per scontato, peraltro, che la fine di questa particolare legislatura coinciderà con il capolinea dell'avventura politica del Cavaliere, milioni di persone si preparano a festeggiare un evento che aprirà la strada al governo delle banche e della finanza, ovvero ai responsabili della crisi finanziaria ed economica che ha seriamente ridimensionato lo sviluppo e il tenore di vita di tutti i popoli europei negli ultimi anni. Vorrei poter gioire per la fine del governo dell'uomo che fino a ieri incarnava il male assoluto nella politica italiana. Vorrei, ma non posso. A malincuore, devo prendere atto che oggi c'è qualcosa di peggio sulla scena.

Lungi da me voler sminuire le colpe di Berlusconi, che ritengo, per citare il titolo di un famoso articolo di una pubblicazione "comunista", "unfit to rule Italy". E non è il caso di stare a enumerare i peccati di Mr B, anche perchè si svierebbe questo post dal suo naturale corso. L'uomo di Arcore è stato forse il peggior flagello che si sia mai abbattuto sulla politica italiana dai tempi del Ventennio. Ma temo che non manterrà questo triste primato per molto, e proverò a spiegarvi perchè.

Pur con tutte le sue pecche e la sua lampante incompatibilità con qualsiasi concetto di democrazia, Berlusconi è stato scelto dagli Italiani attraverso una consultazione elettorale. Ha fatto gli interessi delle classi sociali che lo hanno espresso in modo discreto, se non addirittura egregio, per certi aspetti. Pensate anche solo alla depenalizzazione del falso in bilancio. Questo tipo di rappresentanza mostra naturalmente un ovvio travisamento del concetto di democrazia; ma è esattamente questo che chiedeva l'elettorato di centro-destra nel nostro paese, e Silvio (meno male che Silvio c'è!) l'ha accontentato nel modo più diretto ed efficace. Per la persona di destra, Berlusconi è il pragmatismo all'ennesima potenza, l'efficienza. Sconfiggere Berlusconi alle urne avrebbe voluto dire che quell'Italia gretta, egoista, furba e strafottente, l'Italia del not in my backyard, se mi consentite un'espressione anglosassone, era diventata minoritaria. Questo non è successo. Non poteva succedere, poichè un'Italia diversa o non esiste, o è numericamente trascurabile, o non ha mai trovato voce all'interno dell'arco costituzionale. 

Stasera Berlusconi si dimette, ma non da sconfitto. In questo momento lui è il generale che accetta l'armistizio per riorganizzarsi e valutare la possibilità di sferrare un ulteriore attacco. L'alternativa a Berlusconi, difatti, non è politica; è un signore dall'aria distinta che, a detta di tutti gli analisti più gettonati e più noti al grande pubblico, è "molto autorevole". E io comincio già a tremare all'aggettivo "autorevole". Penso alla crescente incertezza del nostro futuro, penso a come si sta trasformando il mondo attorno a me, e mi vengono in mente parole come "fratellanza", "solidarietà", "cooperazione", "mutuo soccorso". Non "autorevolezza". Non credo sia quella la ricetta per guarire i mali di questo paese e del nostro vecchio continente, economici e non. L'autorevolezza si richiede a colui che ha il privilegio di dire l'ultima parola, di decidere cosa fare e cosa non fare, e come. Immaginate un medico al capezzale di un malato grave. Immaginate che decida di amputargli un arto, perchè curarne la cancrena costa troppo. E perchè magari quel medico vende stampelle o sedie a rotelle. In che modo gioverebbe la sua autorevolezza al malato? E ora immaginate che quel medico sia stato imposto al paziente e ai suoi familiari. Quel medico è mario Monti. Distinto, autorevole, come un primario che non ci pensa due volte prima di segare via una gamba. Una figura severa e disumanizzata che farà capolino in una parentesi tragica e tetra della vostra vita, per uscirne poco dopo con il portafoglio pesante e la coscienza (ammesso che ne abbia una) leggera.

Se volete capire chi è Mario Monti, vi basterà fare una breve ricerca online. In due parole, è la voce delle istituzioni finanziarie che governano - o provano a governare - il capitalismo. Non ha bisogno di convincervi come deve fare necessariamente un politico, che ha bisogno del vostro voto. Non ha bisogno di giustificare il suo operato, perchè quello che formerà sarà un governo tecnico, non politico. Lui non ha alcun mandato. Pardon, ho detto un'eresia. Il giorno che questo distinto signore dall'aria garbata prenderà un provvedimento minimamente in contrasto con gli interessi dei tanti Shylock del mondo (e mo' dite che sono antisemita, jà!), il suo telefono squillerà. E arriverà la cazziata. Cordiale, garbata, quasi  non sembrerà un rimprovero. Fra di loro pare che comunichino così, questi colti, raffinati vampiri. Il conte Dracula, del resto, era forse meno urbano? Ciò che conta è che, se a Mario Monti venisse in mente di avere la mano un po' meno ferma del dovuto nel fare a pezzi il suo popolo, i suoi amici dal vestiario e dai modi inappuntabili lo richiamerebbero all'ordine.

Questo, purtroppo, è inevitabile. Non ho paura di Monti e della sua teapia d'urto, perchè non può più essere evitata. Aspetto il colpo che arriverà fra capo e collo come il condannato a morte ormai rassegnato al suo destino. Un'altra cosa mi fa paura: che, dopo un periodo di austerità probabilmente senza precedenti nella nostra storia repubblicana, il furbacchione torni a riscuotere il suo credito di malcontento e rabbia. E a tramutare la confusione, la paura, il desiderio di una via d'uscita generati dalla cura Monti in voti.

Per questo stasera non festeggerò. Continuerò a vivere come ho sempre fatto, coltivando le mie idee, i miei valori, la mia umanità, pur sapendo che saranno ancora perdenti nell'Italia di domani, e probabilmente in quella di dopodomani. Sarò alla mercè di dottori che mi tagliuzzeranno pezzo dopo pezzo. Spero solo che il cervello e il cuore li lascino per ultimi. Buonanotte.

giovedì 3 novembre 2011

Il soldo che manca sempre per fare la lira

 

Cari lettori, si torna a parlare del Napoli. Non lo abbiamo fatto dopo l'ignominiosa sconfitta di Chievo, o quella ancor più sconcertante, in casa con il Parma, nè quella contro il Cagliari Non lo abbiamo fatto per via di quel benedetto turnover che tanto è stato criticato per il modo poco giudizioso in cui lo avrebbe fatto Walter Mazzarri. Un turnover prontamente additato come responsabile di ogni male della compagine azzurra, e a ragione, vista la qualità espressa dalle seconde linee. Turnover, del resto, dettato dall'esigenza di affrontare al meglio la Champions League, dalla quale il presidente De Laurentiis non fa mistero di voler spremere fino all'ultimo euro umanamente possibile. Bene, e allora parliamo di Champions League.


Ieri sera il Napoli ha affrontato una squadra di livello internazionale, nello stadio di quest'ultima. Dovendo trarre un bilancio, direi che abbiamo assistito a una prestazione di grandissimo vigore agonistico, ma il risultato, se dobbiamo essere onesti, non è mai stato in discussione. Semmai quell'unico gol di scarto è uno score bugiardo, perchè non riflette la realtà di un Bayern che ha fatto praticamente quel che voleva, ha tagliato la nostra difesa come burro, ha gestito il risultato giocando al torello; solo una straordinaria rincorsa di De Sanctiis con scivolata finale ha potuto evitare il quarto gol in finale di partita.

Intendiamoci, noi dobbiamo essere contenti della gara del Napoli, perchè si è battuto con grinta e forza di volontà da calcio di altri tempi cntro un avversario nettamente superiore. Ma può bastarci, questo? E soprattutto vale la pena di risparmiare i nostri giocatori migliori in campionato per una competizione nella quale non possiamo recitare che un ruolo da comparse? Con quali energie andremo a Torino, a giocare contro la principale candidata per lo scudetto? Tutte domande che andrebbero poste all'empio cazzaro, per il quale il mio odio è ormai incommensurabile e tale che solo la morte violenta e dolorosa di quell'imbonitore impomatato da quattro soldi potrebbe darmi pace.

Ma bando all'emotività, cerchiamo di ragionare. Lasciando il pub in cui ho visto la partita con alcuni amici, ho sentito un'atmosfera positiva, quasi di soddisfazione. Questo mi preoccupa. Si tratta di un discorso che va anche al di là del calcio, di quel complesso di inferiorità inconsciamente presente in ogni napoletano, che lo porta ad accontentarsi di poco. Che lo porta ad aspettarsi poco. Non ci prendiamo in giro, non facciamoci ingannare da quell'unico gol di scarto: ieri il Napoli ha dato il 120% solo per perdere con dignità. Ha trovato due gol su palla inattiva (il secondo dei quali una prodezza forse irripetibile da parte dell'autore), perchè su azione manovrata non ha creato praticamente niente. Ha dimostrato un eccellente valore atletico e agonistico, ma anche dei chiarissimi limiti tecnici e tattici, legati alla mancanza di alternative. Tanto per dirne una, se avessimo avuto in panchina un giocatore in grado di sostituire il mediocre Cavani visto nelle ultime partite, il mister l'avrebbe probabilmente schierato. Cosa possiamo rimproverare ai nostri ragazzi? Assolutamente niente. Parafrasando Luca Cupiello, ce la dobbiamo pigliare con Don Aurelio: il nemico della casa, il nemico dei figli, il nemico mio!!!

Il soldo che manca per fare la lira, per consentire al Napoli di gestire contemporaneamente e con profitto Campionato e Champions, di vincere qualche partita, ogni tanto, senza provocare cardiopatie ai suoi tifosi, lo dave cacciare De Laurentiis. Nel grande calcio il Napoli merita di essere non già un occasionale avventore, ma un ospite fisso. Per fare questo, però, c'è bisogno di grossi investimenti. Se non arriveranno non vinceremo mai niente, e saremo costretti ad accontentarci di perdere più o meno bene. Il gesto atletico di De Sanctis che caccia la palla dalla porta dopo una rincorsa di una cinquantina di metri simboleggia perfettamente il presente della nostra squadra. Entusiasmante, non c'è dubbio, perfino esaltante. Ma nelle grosse squadre i portieri sono abituati ad altri gesti, meno eroici e  più composti: alzare i pugni al cielo per esultare, e poco più. Quando Morgan De Sanctiis si annoierà in porta, il Napoli sarà diventato una grande squadra. Ma per fare questo, ahimè, temo che dovremo aspettare la dipartita del cine-furbacchione dalla presidenza del Napoli o, ancora meglio, dal suo guscio mortale. Nel frattempo, non possiamo fare altro che ripetere l'inutile mantra spend the money.