lunedì 3 ottobre 2011

Tanto gentile e tanto onesta pare...

In occasione del mio penultimo post, il bestiario che tanto diletto ha arrecato a grandi e piccini, sono stato "redarguito" da una lettrice che non identificherò con nome e cognome per il rispetto della privacy e della non trattabilità dei dati personali, laddove non esista l'espresso consenso della persona in questione, come da legge 675/96 e successive modifiche. Mi riferirò a lei con il simpatico nomignolo di "betulla", che porta da tempo immemore, e che permetterà ad amici e conoscenti di individuarla, ma continuerà a tenere nascosta la sua esistenza e/o posizione geografica a Equitalia e a tutti quei furfanti istituzionalizzati che vanno sempre mozzicando lo stracciato. Ebbene, la betulla mi ha fatto notare che il mio bestiario conteneva solo figure maschili; e le donne? Io le ho risposto che, tanto per cominciare, le donne non le capisco e non le ho mai capite; e che comunque non trovo affatto divertente nè comico (nel senso migliore del termine) il loro modo di porsi rispetto all'amore. Ho rimandato a data da destinarsi il trattatello sulla donna innamorata, mettendo però bene in chiaro che non potevo promettere nulla.

A distanza di pochi giorni, la mia conoscenza e la mia comprensione dell'universo femminile non sono certo migliorate, ma sono arrivato a una consapevolezza: io sono un uomo eterosessuale (nonostante tutto) e non potrò mai guardare alle donne con il disincanto e il bonario intento satirico con cui guardo agli uomini. Posso dunque parlare del rapporto fra la donna e l'amore in questa nostra epoca sciagurata, ma posso farlo solo in un'ottica rigorosamente maschile. Questo post, pertanto, sarà un po' meno faceto del solito.

Cos'è la donna? La femmina della specie umana. Sì, ma si nota subito che in nessun'altra specie esiste una differenza fra i sessi così marcata. Questo, ovviamente, perchè noi esseri umani (scusate se mi intrometto) produciamo cultura. Intendo qui il termine in senso antropologico: anche la misoginia o il maschilismo, pertanto, sono  manifestazioni di una certa cultura. La premessa appena fatta significa che il modo in cui la donna viene rappresentata si sovrappone, accettato o subito che sia, a  quello che una donna, ciascuna donna, è in effetti. E come è rappresentata la donna?

La civiltà occidentale affonda indubbiamente le sue radici nel patriarcato. La donna, in tutte le culture europee, è stata considerata fino a tempi relativamente recentissimi una propaggine dell'uomo, o poco più. In diverse lingue esiste o è esistita confusione semantica fra il termine per "donna" e quello per "moglie". In castigliano mujer vuol dire entrambe le cose. Nei Canterbury Tales Chaucer ci parla della wif of Bath, laddove wif sta per "donna", e non moglie, come l'inglese moderno wife. Lo stesso termine woman deriva dall'inglese antico wīfman, che contiene chiaramente in sè la parola per uomo. Donna, brutta propaggine che non sei altro, vai in cucina e preparami la cena. A questo servi. Tale, purtroppo, è stata la concezione della progenie di Eva (e discendere da cotanta peccatrice non aiutava di certo) per molti secoli, e tale è tuttora in alcune comunità.

Accanto a questa concezione della donna come ciuccio di fatica/peccatrice, si sviluppa a partire dal Basso Medioevo una tendenza culturale, sulle cui origini ammetto di non potervi dare delucidazioni, a vedere la donna (quella di nobili natali, ovviamente) come una creatura potenzialmente perfetta nella sua purezza, il servigio alla quale nobilita l'uomo. Una concezione, si capisce subito, altrettanto limitante. O sei Eva la tentatrice o sei la Vergine Maria. Mi pare che questo binomio, nonostante le lezioni del femminismo e le trasformazioni del costume, sia ancora bello presente nella mente delle persone, uomini o donne che siano.

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.


Quello che viene descritto nel sonetto testè riportato, scritto dal signore raffigurato nel quadro che ho scelto di riprodurre all'inizio del post, non è una donna, ma un'idea astratta, e francamente irraggiungibile. Allora come oggi, gli uomini cercano di imporre alle donne modelli creati da loro, a loro uso e consumo. Conta quello che la donna pare; e quello che è? Solo che oggi la donna degli stilnovisti non ha più una funzione, se non quella di popolare gli equivoci amorosi di sprovveduti centauri. Se Dante aveva una donna dello schermo, i nostri schermi sono popolati di eserciti di veline, avventuriere, prostitute d'alto bordo e bionde svampite, che da una parte sollazzano il maschio italiano medio, i paradigmi del cui desiderio sono oltremodo rozzi e infantili, dall'altro forniscono modelli allucinanti alle nostre adolescenti.

Mi rendo conto che rischio a questo punto di scivolare nel moralismo politically correct, e dunque riequilibro subito la situazione: W la fica! Lode a Lando Buzzanca, Alvaro Vitali e Renzo Montagnani! Lino Banfi for president! La Fenech nuda!


Bene, riprendiamo a parlare seriamente. Siccome già ho scritto assai e so che vi sto perdendo, concludo. Donne, rifiutate i modelli che cercano di imporvi, rifiutate qualsiasi tipo di modello. Presentatevi a noi come siete. Spogliatevi dell'abito che la società vorrebbe cucirvi addosso. Spogliatevi di una storia di sopraffazioni e fraintendimenti. Spogliatevi...

domenica 2 ottobre 2011

L'assessore ai sentimenti

 "È proprio vero che la libertà è preziosa; così preziosa che dovrebbe essere razionata."
                          (Vladimir Il'ič Ul'janov detto Lenin)

Cari lettori, nutrite forse dei dubbi sul fatto che qualsiasi idea bislacca mi passi per la testa finisca su queste pagine? Se sì, mi preme dissiparli immediatamente. E voi che ve la prendete con Facebook, che ne parlate come di un futile perditempo, magari solo perchè siete al lavoro e invidiate gli allegri perdigiorno come me, fermatevi a ragionare e capirete che un contenitore va giudicato per quello che c'è dentro. Uno strumento che mi offre la possibilità di interagire con persone di qualità, intelligenti, sensibili, creative, è uno strumento utile. E quindi grazie Facebook, e perdona i tuoi critici, perchè non sanno quello che dicono.

Ora vi pongo una domanda, ma una domanda semplice semplice, di quelle che si fanno all'inizio dei quiz a premi. Qual è il problema più annoso del giovane (maturo) di estrazione e istruzione media nella nostra epoca? Potreste rispondermi: il lavoro. Certo, sarebbe una risposta valida. Ma il lavoro costituisce un problema solo per via della sua scarsità. Una volta ottenuto il "posto", è relativamente facile conservarlo, perchè ognuno di noi, al di là delle differenze caratteriali, ha ben chiare le regole che governano qualsiasi contesto professionale. E in genere tutti noi tendiamo a rispettarle, quelle regole. Il vero problema, cari lettori, è la vita sentimentale. E questo perchè in quel caso non abbiamo chiare regole di riferimento, condivise e rispettate da tutti, e anche perchè non esistono sanzioni predeterminate per chi viola quelle regole. Aggiungete che il rispetto reciproco è pratica di gran lunga minoritaria nella nostra epoca, e il risultato è che la conflittualità, la violenza psicologica sistematica, finanche la distruzione reciproca, sono sempre dietro l'angolo, e minacciano di trasformare la nostra potenziale e tanto agognata felicità in 150/200 grammi di macinato.

E allora io, da genio incompreso quale sono, propongo una soluzione: l'assessore ai sentimenti. Ogni cittadino sopra i 18 anni dovrebbe averne uno; ciascun assessore dovrebbe seguire una platea di non più di 10 persone, vista l'estrema difficoltà nelle relazioni romantiche oggigiorgio. Costui avrebbe funzioni consultive, ma anche decisionali: ad esempio, avrebbe il diritto di veto ogniqualvolta un cittadino/a sotto la sua giurisdizione si dovesse invaghire di una persona che non lo/la ricambia, e dovesse manifestare l'intenzione di agire al riguardo. Ai primi nitriti l'assessore interverrebbe e vieterebbe con ordinanza scritta qualsiasi tipo di contatto. Naturalmente, potrebbero verificarsi situazioni in cui si rendesse necessario l'uso della forza pubblica: per questo sarebbe opportuno istituire un corpo di polizia appositamente addestrato, e violentissimo, che reprimesse senza pietà tutti i centauri di questo paese e le loro controparti femminili. Andrebbero previste poi pene detentive per i trasgressori, o ammende pecuniarie per le infrazioni più lievi.

Ma che fare in caso di reiterate e sistematiche violazioni di quanto stabilito dall'assessore? Non vedo altra soluzione, in un simile frangente, che il commissariamento. Il prefetto nomina un commissario straordinario, dotato di pieni poteri; l'ufficiale giudiziario ti mette i sigilli al cuore, e se è necessario le ganasce ai genitali; a quel punto una task force di esperti si siede intorno  a un tavolo e ti organizza la vita amorosa, visto che tu hai fallito così clamorosamente. Potresti recalcitrare, all'inizio, ma alla fine li ringrazierai.

Qual è l'alternativa? Finire per inondare Facebook di frasi melense che nessuno vuole leggere, o ancora peggio: scrivere a quella vecchia baldracca di Natalia Aspesi, che a occhio e croce non deve essersela cavata benissimo neanche lei...




Non so voi, ma a questo punto io invoco l'assessore, perfino il commissariamento. Alla fine la felicità è una cosa piuttosto lineare: basta avere un po' di disciplina. Imponetecela, orsù!

giovedì 29 settembre 2011

Il bestiario dell'amore

E' ufficiale: ormai Gallo's si è trasformato nell'Accademia di Atene. Ogni qualvolta io vi metta piede torno a casa onusto di acutissime congetture e alati pensieri. Il contatto con personaggi di spessore filosofico evidentemente notevole mi stimola alla riflessione ed ingenera in me insolite riflessioni. Stamattina, svegliatomi dopo la schifezza del sonno, e dopo aver passato una mezzoretta a rigirarmi nel letto nel vano tentativo di riaddormentarmi, mi sono alzato, mi sono fatto una bella doccia, e sono ora davanti al PC per donarvi una dotta disquisizione sull'amore hic et nunc, qui nella ridente città di Napoli, agli albori del terzo millennio.

Da questo preambolo capirete, e converrete con me, che la forma del bestiario era una scelta praticamente obbligata. Vi parlerò degli esemplari maschi delle specie in questione, lasciando a chi conosca meglio il genere femminile l'incombenza di completare il presente studio. Seguitemi, orsù, in questo excursus  nel giardino zoologico del sentimento: sarà istruttivo e divertente, in conformità con la celebre massima oraziana del delectando prodesse. Bene, ora che mi sono anche sparato questa posa da quattro soldi, possiamo cominciare.

1: I piccioncini


Coloro che amano, ricambiati, all'interno di una coppia. Molto spesso questi individui non hanno neanche il buon gusto di vergognarsi e chiedere scusa per la loro sfacciata buona sorte, come un tennista il cui servizio viene smorzato dalla rete prima di finire nel campo dell'avversario, spiazzandolo. Essi sono l'equivalente romantico del signore medievale che banchettava allegramente mentre i suoi sudditi morivano falcidiati dalla carestia. Di loro più non ragioneremo.

2: Il centauro
Dopo la menzione d'obbligo per una specie tutto sommato priva di interesse, ora ci addentriamo nel regno del propriamente mostruoso. Il centauro è il risultato della fusione fra uomo e cavallo: l'uomo si innamora, e il cavallo che è in lui lo fa galoppare, nitrire e imbizzarrirsi oltre ogni umana immaginazione. Disarcionato il buon senso e qualsiasi principio logico e morale, da Aristotele a Kant, egli scorazza per le praterie dell'amore non corrisposto, arrecando danni al patrimonio e alle persone fisiche. Chi non è mai stato un centauro alzi la mano...

3: Il cane





Se solo potessi sperare in un tuo bacio, una carezza, un tuo sguardo...la mezza promessa che un giorno,  forse, mi farai portare la tua busta della spesa...come puoi ancora respingermi? Non vedi che scodinzolo alla semplice menzione del tuo nome? Tira un bastone, una palla da tennis, una pantofola...e mi vedrai correre felice, per inseguire l'oggetto che tu hai tenuto nella mano...è questo tutto quello che ti chiedo...il mio amore sta tutto in un monosillabo: bau.

4: Il pipistrello




La amavo, e lei ha lasciato che il mio amore finisse nel letame. No, non mi meritava. Non meritava una persona così sensibile, profonda, speciale...per questo mi sono rinchiuso nella mia stanza, in penombra, davanti a Facebook, e posto video dei Sisters of Mercy e frasi tratte da Il Corvo. No, è inutile insistere, non esco di qui. Non mi meritate. Quando comincerò a bere il sague delle vergini portatemi da uno psichiatra, ma fino ad allora non mi importunate, perchè voi non mi potete capire

5: L'avvoltoio


L'avvoltoio è una delle tipologie di amante più spregevoli. Esso punta una donna di solito impegnata, per attendere che questa ridiventi disponibile nel momento in cui la sua relazione dovesse finire. Discende opportunisticamente sulle carogne degli amori altrui, sfruttando il lavoro di caccia e abbattimento della preda svolto da qualcun altro. Porta con sè l'insopprimibile tanfo della morte, e lo stigma sociale che deve necessariamente accompagnare il necrofago.

6: Il coniglio


Ecco infine la categoria peggiore, quella di coloro che, di fronte all'amore, fuggono. Costoro l'amore lo contemplano da lontano,  sublimando la totale assenza di contatto con la donna amata scrivendo componimenti poetici e facendo lunghe passeggiate nei più deserti campi. Francesco Petrarca è stato il più noto esponente di questa tendenza. Pensate che una volta, mentre andava in giro per un bosco, vide Laura tutta nuda, che si bagnava in un ruscello o qualcosa del genere...e lui che fa? Scappa! Eh, sì; se fosse per i conigli la razza umana si sarebbe già estinta...

Cari amici, siamo arrivati alla fine del nostro viaggio attraverso i misteri del cuore umano e della biodiversità amorosa. Spero di avervi arrecato diletto, e vi chiedo perdono se sono venuto meno a questa funzione...Ora vado a scrivere un sonetto, e a giocare a nascondino con l'amore, come si conviene al pavido poeta...

martedì 27 settembre 2011

Sta diventando un'abitudine...

E che diamine! Non si riesce più a dormire tranquilli! Persino astenendomi dal consumare peperoni per cena, continuo ad essere visitato in sogno da importanti figure del Rinascimento inglese. Questa volta è toccato a Sir Thomas Wyatt, modello perfetto di cortigiano, ricordato per aver introdotto il sonetto nella tradizione poetica anglofona.


Dopo aver eseguito un perfetto inchino elisabettiano (pur essendo vissuto sotto il regno di Enrico VIII) Sir Thomas si è rivolto a me in un inglese dal vocabolario desueto e dalla pronuncia oltremodo ostica. Stavo per dirgli di tornare solo quando avesse finito il Great Vowel Shift, come si può dire a un bambino che potrà uscire a giocare solo dopo aver finito gli spinaci, quando mi sono reso conto che il poveretto si trovava in uno stato di pressochè totale abiezione. Quello che sono riuscito ad evincere dai suoi monottonghi e dai suoi rotici arcaismi è stato che Sir Thomas è depresso perchè i giovani di oggi non leggono più i suoi sonetti. E in effetti, proseguiva il cortigiano, chi può biasimarli? Dopo cinquecento anni, le sue scelte lessicali possiedono la stessa attualità del suo inchino, le sue rime non fanno più rima, e la sua materia, pur restando valida perchè intimamente legata alla natura umana, risulta priva di mordente per il modo eccessivamente manierato in cui è affrontata.

Commosso dalle preci di un altro disgraziato come me, non ho saputo dire di no. Abbiamo scelto insieme un sonetto da "modernizzare", e dopo una veloce lettura gli ho mosso le mie critiche. Innanzitutto, gli ho detto, lascia perdere lo schema petrarchesco, e adotta il distico finale; funziona meglio. Lui è stato d'accordo, visto che ora pendeva dalle mie labbra, sebbene avesse enormi difficoltà a comprendere la particolare varietà di Southern British English parlata da un advanced learner di estrazione sudeuropea. Mi sono messo a lavorare, e subito mi sono accorto che il componimento non era farina del sacco di Tom. Era scopiazzato (e in modo piuttosto imperfetto, oserei dire) da un famoso sonetto del Petrarca:
Pace non trovo, e non ò da far guerra;
E temo e spero, ed ardo e sono un ghiaccio;
E volo sopra 'l cielo, e giaccio in terra;
E nulla stringo, e tutto 'l mondo abbraccio.
Tal m' à in pregion, che non m' apre né serra;
Né per suo mi riten, né scioglie il laccio:
E non m' ancide Amore e non mi sferra;
Né mi vuol vivo, né mi trae d' impaccio.
Veggio senza occhi; e non ò lingua, e grido;
E bramo di perir, e cheggio aita;
Et ò in idio me stesso, ed amo altrui:
Pascomi di dolor, piangendo rido;
Egualmente mi spiace morte e vita.
In questo stato son, Donna, per vui.
Bene, ecco il modo in cui il rubicondo e florido adultero aveva reso tale capolavoro:
I find no peace, and all my war is done.
I fear and hope. I burn and freeze like ice.
I fly above the wind, yet can I not arise;
And nought I have, and all the world I season.
That loseth nor locketh holdeth me in prison
And holdeth me not--yet can I scape no wise--
Nor letteth me live nor die at my device,
And yet of death it giveth me occasion.
Without eyen I see, and without tongue I plain.
I desire to perish, and yet I ask health.
I love another, and thus I hate myself.
I feed me in sorrow and laugh in all my pain;
Likewise displeaseth me both life and death,
And my delight is causer of this strife.

Non mi sorprendo, dunque, che la tua poesia sia stata pressochè dimenticata, se non da pochi addetti ai lavori. Caro Tom, qui c'è ben poco da salvare...Questo è il succo di ciò che gli ho detto, aggravando ulteriormente il suo stato di abbattimento. Ma prima che potesse gettarsi nelle acque del Tamigi, in un gesto puramente dimostrativo in quanto il tizio è morto da mezzo millennio, avevo già pronta la mia versione, che qui riporto per il diporto di chiunque avesse tempo da perdere e intendesse dedicarlo alla sua lettura:

I find no peace, and have no war to fight,
I fear and hope, I burn and freeze like ice;
I soar in fancy, yet I cannot take flight,
nowt I hold, yet have the world in a vise.
My captor keeps my cell door on the latch,
will not keep me nor let the charges drop;
Love will not kill me, but I’m barred from snatch;
I am alive, but my head’s for the chop.
Eyeless I see, I have no tongue and shout,
I wish for death, and still succour I seek!
I hate myself, for my love’s cast in doubt;
I find solace in my life being bleak.
Such is my state, I can’t tell death from life,
for she who promised peace brought about strife.


Bene, alla fine Sir Thomas è rimasto contento. Non so come l'abbia presa Cicciotto Petrarca, autore dell'originale, e nutro dubbi in particolare sulla scelta di menzionare la patana (snatch) in tale contesto, ma ogni epoca ha il proprio zeitgeist. Cari Petrarca e Wyatt, vostro fu il tempo dei dotti e devoti studi, e della raffinata erudizione; mio quello dell'assalto alla patana, con tutti i mezzi e senza mezzi termini. Voi vi nutriste di bellezza ed arte, io di bagordi e sordide ambizioni. Se voi potevate accontentarvi del plauso accademico o dell'apprezzamento del sovrano e della corte, io devo andare oltre, e preoccuparmi di non restare ai margini di questo mondo che capisce solo i denari e la patana, con gli occhi pieni di meraviglie e le mani vuote. 


Ed ora mi rivolgo a voi, Edmund Spenser e Sir Philip Sidney. Vi prego di farmi dormire tranquillo. Se volete svecchiare il vostro inglese guardatevi qualche sitcom o tutte le puntate di Eastenders (voi che tempo da perdere ne avete persino più di me). E quando scriverete le vostre nuove opere, sulla vostra bella nuvoletta, ricordatevi l'ingrediente più importante per il rozzo palato di questa epoca sciagurata: la patana.




 

domenica 25 settembre 2011

Deja vu

So che mi si criticherà. Si dirà che "porto peste", che penso troppo in negativo, addirittura che non voglio bene al Napoli. Ma qualcuno dovrà pur assumersi la responsabilità di dire le cose come stanno, a proposito del Napoli 2011-2012. Mercoledì abbiamo perso una partitaccia contro una squadra mediocre come il Chievo, e tutti giù a criticare Mazzarri (probabilmente l'allenatore più cazzuto della Serie A) per l'eccessivo turnover; ieri sera il mister ha fatto giocare praticamente la formazione tipo, e abbiamo fatto un'altra partitaccia. Molti dei nostri hanno dimostrato di essere spompati, o comunque non al meglio della forma. La soluzione, semmai, è più turnover, fatto più di frequente, magari non cambiando sette elementi tutti insieme, ma centellinando le energie di ciascun  calciatore in forza al nostro organico in una rotazione continua. Il problema è che, se Hamsik e Lavezzi erano sottotono (leggermente il secondo, vistosamente il primo), i Santana e Pandev che li hanno sostituiti non hanno fatto vedere granchè. Quello che è emerso dalle ultime due partite è che le seconde linee tanto sbandierate non sono poi così valide.

Mentre addetti ai lavori e tifosi si entusiasmavano per la campagna acquisti io, che non mi sono mai sognato di fregiarmi del titolo di intenditore di calcio, applicavo dei semplici ragionamenti deduttivi. Il padre di una mia collega di università amava ripetere la frase "si 'a fatica era bbona 'a faceveno 'e prievete": se il lavoro fosse una bella cosa, i preti lavorerebbero. Ovvero: visto che faticare non è una cosa piacevole, chi può scansarsela lo fa volentieri. Il fatto che i preti non lavorino confuta automaticamente ogni argomento in favore della bontà del lavoro. Naturalmente non pensiamo alle poche persone che hanno la fortuna di fare qualcosa che amano per guadagnare, ma ai 9/10 dell'umanità. Applicando la stessa logica alla nostra campagna acquisti, possiamo dire che se Santana era buono la Fiorentina gli rinnovava il contratto; se Pandev era buono l'Inter, che aveva già perso Eto'o, non ce lo prestava; se Inler (ieri uno dei più deludenti)  era costante nelle sue prestazioni l'Udinese lo vendeva per una cifra più alta a qualche grande club. Non voglio dire che quelli appena citati non siano dei buoni giocatori, ma semplicemente che sono stati presentati con troppi squilli di tromba. Allo stesso tempo va notato che non si è preso un laterale sinistro da alternare a Dossena (ieri sera in visibile affanno) nè un centravanti da area di rigore, che in una partita come quella di ieri forse sarebbe potuto tornare utile.

Il Napoli, in definitiva, è ancora quello dell'anno scorso, con gli stessi pregi e gli stessi limiti. Imbarazzante la sua mancanza di idee contro le difese schierate, e ormai mettiamoci in testa che chiunque venga a giocare al San Paolo farà, o almeno cercherà di fare, la partita che ha fatto ieri sera la Fiorentina. Martedì sera il Villareal cercherà di prendersi il suo onesto punticino, e rischiamo di assistere a un altro spettacolo frustrante e demoralizzante. Tutto questo per merito di questo signore qui, al quale auguro di morire presto e male:



Questo cazzaro maledetto ci ha propinato e continua a propinarci tante di quelle chiacchiere che sembra sempre Carnevale, ma non ha ancora investito un beato pene in questa squadra. Il fair play finanziario di cui tanto si riempie la bocca lui lo pratica da quando è arrivato, nel 2004, per il semplice motivo che Aurelio De Laurentiis non è un imprenditore, ma un bottegaio. Qualcuno mi ha fatto notare che la sua Filmauro non ha certo i fatturati dei grandi gruppi industriali che stanno dietro squadre come Inter, Milan e Juve. Perfetto. Allora dica chiaramente che il Napoli non ha, nè mai potrà avere, l'ambizione di vincere qualcosa. Se Aurelio De Laurentiis vuole che il Napoli vinca, deve trovare altri finanziatori, o più semplicemente andarsene e cedere il club. Venga qualche sceicco che fa un buco per terra ad ogni campagna acquisti, e ci regali finalmente la squadra che merita questa città. Il cazzaro torni a dedicarsi a tempo pieno ai filmacci orrendi che produce e smetta di prendere in giro gli sportivi napoletani. Sportivi che devono crescere, devono svegliarsi, diventare più esigenti e più diffidenti delle dichiarazioni del nostro untuoso aguzzino dalla testa impomatata. Oppure, se così preferiscono, continuino a illudersi a ogni vittoria di avere una grande squadra, per poi amareggiarsi la domenica successiva dopo aver perso con il Chievo o qualche altra squadretta di Carneadi. Io non ho posso, ho il fegato già troppo malandato.

Sarà stato l'alcol o il Napoli a ridurre così questo fegato?

sabato 24 settembre 2011

Orride metamorfosi

Dopo gli ultimi due post, dedicati a far mostra della mia acuta capacità critica e della mia intelligenza superiore alla media, mi trovo costretto a tornare su un vecchio argomento: i sogni balordi.

In quello che ho fatto poche ore fa, mi trovavo all'interno di un'automobile, in via A. Falcone, una tortuosa strada di un quartiere residenziale della mia città puntellata di baretti oltremodo tristi per gente triste che non sa di esserlo. Specifico sempre questi dettagli topografici perchè Google Analytics mi informa che il mio blog è visitato anche da utenti residenti in altre città. Ebbene sì, sono extraurbano. Bene, seduto a fianco a me c'era nientedimeno che Eduardo. Io lo guardavo stupito, restavo a bocca aperta per qualche secondo (o almeno questa era la percezione onirica del mio stupito silenzio) e gli dicevo, con la voce rotta dall'emozione: "Maestro, mi siete venuto in sogno?" Lo dicevo in napoletano, ma lo riporto in italiano perchè, ci tengo a ribadirlo, sono extraurbano.


Lui mi guardava un po' e poi, senza convenevoli e giri di parole, mi diceva: "Ma tu non si capisce perchè sei triste." Io rimanevo sorpreso da questo enunciato: "ma come, maestro, non lo sapete? Voi che siete nel regno della Verità..." A quel punto cominciavo ad avere quella strana sensazione di pericolo imminente che si ha talvolta negli incubi. E infatti, dopo aver girato il collo a 360° come in quella famosa scena de L'Esorcista, il grande Eduardo si trasformava in...Zio Peppe dei Camaldoli, il celebre animatore di tanti dibattiti culturali sulla Radia Giolla!


Sghignazzando sguaiatamente, il vegliardo campestre si burlava di me. Intanto l'auto si era messa in moto, e io mi accorgevo che alla guida non c'era nessuno! Sì, perchè mentre all'inizio io ero al posto di guida ed Eduardo sul sedile del passeggero, ora io mi ero spostato su quest'ultimo e zio Peppe era sul sedile posteriore, e continuava a proferire oscenità sulle "zizze".

Mentre cercavo di prendere il controllo del mezzo, improvvisamente mi rendevo conto che la macchina stava procedendo, di propria iniziativa, in retromarcia. In tutto ciò, zio Peppe continuava a ridere e contemporaneamente riusciva a mantenere un flusso costante di turpiloquio. Tutto ciò era troppo. Mi sono svegliato, mi sono reso conto di essere tornato alla "realtà". Troppo poco era durata la conversazione con quel grande uomo (intendo Eduardo, naturalmente, senza offesa per zio Peppe). Volevo scambiarci ancora due parole...e allora ho provato a riaddormentarmi, per vedere se riuscivo a sognarmi il seguito. Ma purtroppo il tempo dei grandi uomini è finito. A noi toccano nani e ballerine, e la presidentessa di Confindustria che dice di voler salvare l'Italia. Standard & Poor's ha detto che d'ora in poi i sogni non possiamo più permetterceli; solo incubi. Non riusciremo più a renderci conto se siamo svegli o dormiamo. E precipiteremo in un cupo baratro, vittime di un'auto senza guida, mentre qualche vegliardo sghignazza e non parla d'altro che di zizze.

giovedì 22 settembre 2011

Realtà parallele

No, miei cari lettori, non preoccupatevi. Se, leggendo il titolo del post, avevate sospettato che Sandro Giacobbo si fosse impossessato del mio PC con l'aiuto degli alieni, delle mummie spaziali e dei morti viventi di Atlantide, tranquillizzatevi pure. Il paranormale non c'entra. In questo mio scritto assonnato e mattutino vorrei affrontare invece un tema caro al Novecento (secolo che rimpiango per tanti aspetti): il perenne conflitto fra realtà psicologica e realtà sociale.

Sì, alcuni saranno delusi perchè, dopo un risultato e una prestazione imbarazzanti del Napoli contro una squadra modesta come il Chievo aspettavano l'ennesima giaculatoria contro Aurelio De Laurentiis. Ma ormai sapete come la penso sul cazzaro di Castelvolturno. Il match ha dimostrato chiaramente l'inadeguatezza delle seconde linee, gente acquistata da Mac Laurentiis a tanto al chilo, con i saldi di fine stagione. Se ancora non convenite con me sul fatto che il Napoli non sia ben attrezzato per igli impegni che lo aspettano, non so che altro dirvi. Chiusa parentesi.

E torniamo all'argomento di questa dotta disquisizione. Ieri sera, dopo la partita, sono salito come faccio spesso in questo periodo da Gallo's, un simpatico pubbettino sito nella mia bella Napoli, in via Morghen, di fronte alla stazione della funicolare. Lì il vetusto si reca a prendere il fresco della sera, e a disquisire del più e del meno di fronte a una bella birra. Grazie alla compresenza di menti eccelse e all'uso di sostanze psicotrope, la conversazione si arricchisce spesso di spunti interessanti quanto insoliti, e acquista molteplici chiavi di lettura, quasi tutte deliziosamente criptiche. Di ciò il vetusto si bea. Uno dei principali temi toccati nell'occasione è stata la difficoltà del succitato vetusto di comprendere l'assurda pretesa di alcune persone di tenere un piede in due scarpe. Come se Pirandello non ci avesse insegnato niente! E da Pirandello a Eduardo (che ultimamente sta monopolizzando l'attenzione nel circolo filosofico in questione) il salto è breve.

 La funicolare di Montesanto, stazione Via Morghen

Nell'ultima puntata vi ho parlato di Natale in casa Cupiello. Stavolta vorrei accennare invece a un'opera più leggera, quantunque non certo frivola: Ditegli sempre di sì. In questa briosa commedia vediamo Michele Murri, un paziente psichiatrico appena uscito dal manicomio, interagire con una serie di persone "normali", all'interno di situazioni più o meno convenzionali. L'ostinazione di Michele a voler razionalizzare ogni comportamento, ogni frase, ogni slancio, lo porta a una rovinosa ricaduta che lo farà tornare nel luogo dal quale era uscito. Il problema sta proprio nello scarto fra la realtà psicologica, soggettiva dei personaggi, esseri umani dotati di sentimenti, passioni, paure e via discorrendo, e la realtà sociale, che ci vorrebbe sempre univoci e coerenti. Passa facilmente per pazzo Luigi Strada, con le sue stravaganze, il suo disprezzo delle convenzioni, il suo ridere e piangere a scopo dimostrativo. E allora Don Luigi Altamura (uomo serio e pratico) ostacola l'amore fra lui e sua figlia Evelina, subordinando una incontrovertibile realtà psicologica alla meschina realtà sociale del non avere una "posizione".

L'amore non guarda in faccia a certe minuzie, si sa. Romeo e Giulietta non si amano, alla faccia dei dissapori di lunga data fra i Capuleti e i Montecchi? Vanno stimati, perchè fanno una scelta di campo. Rinnegano le famiglie che ostacolano il loro amore, arrivano a disprezzare i loro cognomi, che li vorrebbero nemici. Romeo e Giulietta avrebbe avuto il successo che ha avuto se i due giovani veronesi si fossero limitati a incontri sporadici, fugaci connubi, per poi tornare a fare pubblica mostra di freddezza reciproca? Se Romeo e Giulietta avessero voluto tenere un piede in due scarpe oggi Verona sarebbe nota solo come Città dell'Aids.

 Romeo e Giulietta. Pare che anche loro avessero l'Aids

Bisogna lottare, lottare strenuamente contro il divario fra ciò che è e ciò che noi vorremmo che fosse. Tutti gli equivoci di cui rimane vittima Michele Murri sono figli del modo condizionale. Il poverino non riesce a capire che esiste una realtà ipotetica, che coltiviamo nella nostra immaginazione, perfino di fronte al più insormontabile degli ostacoli. Se smettiamo di immaginare, il mondo si ferma, smette di progredire. Se releghiamo l'immaginazione agli spazi lasciati vuoti dalla realtà sociale la mortifichiamo, e la nostra realtà psicologica si impoverisce, nel migliore dei casi; nel peggiore, facciamo la fine di Michele Murri. 

Eh no, qua bisogna ragionare!

Ed è inutile e fuori luogo qualsiasi richiamo alla realtà sociale come metro di valutazione oggettivo. Passando da Eduardo ad Almodovar con l'agilità di una bertuccia su una liana, chiuderò questo già troppo lungo delirio con le parole del travestito Agrado in Tutto su mia madre: "una è più autentica, quanto più somiglia all'idea che ha sognato di se stessa".