sabato 12 novembre 2011

Il furbacchione, la gamba in cancrena e l'autorevole primario.


 Ultimamente mi si da del disfattista e del guastafeste; capirete, quando la vita ti ha abituato a vedere la fregatura in ogni evento, in ogni situazione, in ogni aspetto dell'esperienza umana, tendi a condividere le lezioni apprese. Anche in questo caso, non posso proprio esimermi.

Pare che l'Italietta nella quale abbiamo la disgrazia di vivere sia tutta in subbuglio a causa delle recentissime dimissioni di Silvio Berlusconi da Presidente del Consiglio. Dando per scontato, peraltro, che la fine di questa particolare legislatura coinciderà con il capolinea dell'avventura politica del Cavaliere, milioni di persone si preparano a festeggiare un evento che aprirà la strada al governo delle banche e della finanza, ovvero ai responsabili della crisi finanziaria ed economica che ha seriamente ridimensionato lo sviluppo e il tenore di vita di tutti i popoli europei negli ultimi anni. Vorrei poter gioire per la fine del governo dell'uomo che fino a ieri incarnava il male assoluto nella politica italiana. Vorrei, ma non posso. A malincuore, devo prendere atto che oggi c'è qualcosa di peggio sulla scena.

Lungi da me voler sminuire le colpe di Berlusconi, che ritengo, per citare il titolo di un famoso articolo di una pubblicazione "comunista", "unfit to rule Italy". E non è il caso di stare a enumerare i peccati di Mr B, anche perchè si svierebbe questo post dal suo naturale corso. L'uomo di Arcore è stato forse il peggior flagello che si sia mai abbattuto sulla politica italiana dai tempi del Ventennio. Ma temo che non manterrà questo triste primato per molto, e proverò a spiegarvi perchè.

Pur con tutte le sue pecche e la sua lampante incompatibilità con qualsiasi concetto di democrazia, Berlusconi è stato scelto dagli Italiani attraverso una consultazione elettorale. Ha fatto gli interessi delle classi sociali che lo hanno espresso in modo discreto, se non addirittura egregio, per certi aspetti. Pensate anche solo alla depenalizzazione del falso in bilancio. Questo tipo di rappresentanza mostra naturalmente un ovvio travisamento del concetto di democrazia; ma è esattamente questo che chiedeva l'elettorato di centro-destra nel nostro paese, e Silvio (meno male che Silvio c'è!) l'ha accontentato nel modo più diretto ed efficace. Per la persona di destra, Berlusconi è il pragmatismo all'ennesima potenza, l'efficienza. Sconfiggere Berlusconi alle urne avrebbe voluto dire che quell'Italia gretta, egoista, furba e strafottente, l'Italia del not in my backyard, se mi consentite un'espressione anglosassone, era diventata minoritaria. Questo non è successo. Non poteva succedere, poichè un'Italia diversa o non esiste, o è numericamente trascurabile, o non ha mai trovato voce all'interno dell'arco costituzionale. 

Stasera Berlusconi si dimette, ma non da sconfitto. In questo momento lui è il generale che accetta l'armistizio per riorganizzarsi e valutare la possibilità di sferrare un ulteriore attacco. L'alternativa a Berlusconi, difatti, non è politica; è un signore dall'aria distinta che, a detta di tutti gli analisti più gettonati e più noti al grande pubblico, è "molto autorevole". E io comincio già a tremare all'aggettivo "autorevole". Penso alla crescente incertezza del nostro futuro, penso a come si sta trasformando il mondo attorno a me, e mi vengono in mente parole come "fratellanza", "solidarietà", "cooperazione", "mutuo soccorso". Non "autorevolezza". Non credo sia quella la ricetta per guarire i mali di questo paese e del nostro vecchio continente, economici e non. L'autorevolezza si richiede a colui che ha il privilegio di dire l'ultima parola, di decidere cosa fare e cosa non fare, e come. Immaginate un medico al capezzale di un malato grave. Immaginate che decida di amputargli un arto, perchè curarne la cancrena costa troppo. E perchè magari quel medico vende stampelle o sedie a rotelle. In che modo gioverebbe la sua autorevolezza al malato? E ora immaginate che quel medico sia stato imposto al paziente e ai suoi familiari. Quel medico è mario Monti. Distinto, autorevole, come un primario che non ci pensa due volte prima di segare via una gamba. Una figura severa e disumanizzata che farà capolino in una parentesi tragica e tetra della vostra vita, per uscirne poco dopo con il portafoglio pesante e la coscienza (ammesso che ne abbia una) leggera.

Se volete capire chi è Mario Monti, vi basterà fare una breve ricerca online. In due parole, è la voce delle istituzioni finanziarie che governano - o provano a governare - il capitalismo. Non ha bisogno di convincervi come deve fare necessariamente un politico, che ha bisogno del vostro voto. Non ha bisogno di giustificare il suo operato, perchè quello che formerà sarà un governo tecnico, non politico. Lui non ha alcun mandato. Pardon, ho detto un'eresia. Il giorno che questo distinto signore dall'aria garbata prenderà un provvedimento minimamente in contrasto con gli interessi dei tanti Shylock del mondo (e mo' dite che sono antisemita, jà!), il suo telefono squillerà. E arriverà la cazziata. Cordiale, garbata, quasi  non sembrerà un rimprovero. Fra di loro pare che comunichino così, questi colti, raffinati vampiri. Il conte Dracula, del resto, era forse meno urbano? Ciò che conta è che, se a Mario Monti venisse in mente di avere la mano un po' meno ferma del dovuto nel fare a pezzi il suo popolo, i suoi amici dal vestiario e dai modi inappuntabili lo richiamerebbero all'ordine.

Questo, purtroppo, è inevitabile. Non ho paura di Monti e della sua teapia d'urto, perchè non può più essere evitata. Aspetto il colpo che arriverà fra capo e collo come il condannato a morte ormai rassegnato al suo destino. Un'altra cosa mi fa paura: che, dopo un periodo di austerità probabilmente senza precedenti nella nostra storia repubblicana, il furbacchione torni a riscuotere il suo credito di malcontento e rabbia. E a tramutare la confusione, la paura, il desiderio di una via d'uscita generati dalla cura Monti in voti.

Per questo stasera non festeggerò. Continuerò a vivere come ho sempre fatto, coltivando le mie idee, i miei valori, la mia umanità, pur sapendo che saranno ancora perdenti nell'Italia di domani, e probabilmente in quella di dopodomani. Sarò alla mercè di dottori che mi tagliuzzeranno pezzo dopo pezzo. Spero solo che il cervello e il cuore li lascino per ultimi. Buonanotte.

giovedì 3 novembre 2011

Il soldo che manca sempre per fare la lira

 

Cari lettori, si torna a parlare del Napoli. Non lo abbiamo fatto dopo l'ignominiosa sconfitta di Chievo, o quella ancor più sconcertante, in casa con il Parma, nè quella contro il Cagliari Non lo abbiamo fatto per via di quel benedetto turnover che tanto è stato criticato per il modo poco giudizioso in cui lo avrebbe fatto Walter Mazzarri. Un turnover prontamente additato come responsabile di ogni male della compagine azzurra, e a ragione, vista la qualità espressa dalle seconde linee. Turnover, del resto, dettato dall'esigenza di affrontare al meglio la Champions League, dalla quale il presidente De Laurentiis non fa mistero di voler spremere fino all'ultimo euro umanamente possibile. Bene, e allora parliamo di Champions League.


Ieri sera il Napoli ha affrontato una squadra di livello internazionale, nello stadio di quest'ultima. Dovendo trarre un bilancio, direi che abbiamo assistito a una prestazione di grandissimo vigore agonistico, ma il risultato, se dobbiamo essere onesti, non è mai stato in discussione. Semmai quell'unico gol di scarto è uno score bugiardo, perchè non riflette la realtà di un Bayern che ha fatto praticamente quel che voleva, ha tagliato la nostra difesa come burro, ha gestito il risultato giocando al torello; solo una straordinaria rincorsa di De Sanctiis con scivolata finale ha potuto evitare il quarto gol in finale di partita.

Intendiamoci, noi dobbiamo essere contenti della gara del Napoli, perchè si è battuto con grinta e forza di volontà da calcio di altri tempi cntro un avversario nettamente superiore. Ma può bastarci, questo? E soprattutto vale la pena di risparmiare i nostri giocatori migliori in campionato per una competizione nella quale non possiamo recitare che un ruolo da comparse? Con quali energie andremo a Torino, a giocare contro la principale candidata per lo scudetto? Tutte domande che andrebbero poste all'empio cazzaro, per il quale il mio odio è ormai incommensurabile e tale che solo la morte violenta e dolorosa di quell'imbonitore impomatato da quattro soldi potrebbe darmi pace.

Ma bando all'emotività, cerchiamo di ragionare. Lasciando il pub in cui ho visto la partita con alcuni amici, ho sentito un'atmosfera positiva, quasi di soddisfazione. Questo mi preoccupa. Si tratta di un discorso che va anche al di là del calcio, di quel complesso di inferiorità inconsciamente presente in ogni napoletano, che lo porta ad accontentarsi di poco. Che lo porta ad aspettarsi poco. Non ci prendiamo in giro, non facciamoci ingannare da quell'unico gol di scarto: ieri il Napoli ha dato il 120% solo per perdere con dignità. Ha trovato due gol su palla inattiva (il secondo dei quali una prodezza forse irripetibile da parte dell'autore), perchè su azione manovrata non ha creato praticamente niente. Ha dimostrato un eccellente valore atletico e agonistico, ma anche dei chiarissimi limiti tecnici e tattici, legati alla mancanza di alternative. Tanto per dirne una, se avessimo avuto in panchina un giocatore in grado di sostituire il mediocre Cavani visto nelle ultime partite, il mister l'avrebbe probabilmente schierato. Cosa possiamo rimproverare ai nostri ragazzi? Assolutamente niente. Parafrasando Luca Cupiello, ce la dobbiamo pigliare con Don Aurelio: il nemico della casa, il nemico dei figli, il nemico mio!!!

Il soldo che manca per fare la lira, per consentire al Napoli di gestire contemporaneamente e con profitto Campionato e Champions, di vincere qualche partita, ogni tanto, senza provocare cardiopatie ai suoi tifosi, lo dave cacciare De Laurentiis. Nel grande calcio il Napoli merita di essere non già un occasionale avventore, ma un ospite fisso. Per fare questo, però, c'è bisogno di grossi investimenti. Se non arriveranno non vinceremo mai niente, e saremo costretti ad accontentarci di perdere più o meno bene. Il gesto atletico di De Sanctis che caccia la palla dalla porta dopo una rincorsa di una cinquantina di metri simboleggia perfettamente il presente della nostra squadra. Entusiasmante, non c'è dubbio, perfino esaltante. Ma nelle grosse squadre i portieri sono abituati ad altri gesti, meno eroici e  più composti: alzare i pugni al cielo per esultare, e poco più. Quando Morgan De Sanctiis si annoierà in porta, il Napoli sarà diventato una grande squadra. Ma per fare questo, ahimè, temo che dovremo aspettare la dipartita del cine-furbacchione dalla presidenza del Napoli o, ancora meglio, dal suo guscio mortale. Nel frattempo, non possiamo fare altro che ripetere l'inutile mantra spend the money.

sabato 22 ottobre 2011

Vivere in uno stadio


Signore e signori, buonasera. Mi dite che è ancora giorno? Da un punto di vista strettamente astronomico, può darsi. Ma per questo paese è notte fonda. L'argomento di cui vorrei parlarvi oggi è l'estrema faziosità del popolo italiano. Così estrema da precludere qualsiasi possibilità di reale dialogo, di vero confronto. Noi siamo tifosi intrappolati in uno stadio. La nostra identità si risolve per buona parte nei colori che portiamo, nella curva in cui ci stringiamo ai nostri compagni di tifo.

Ho scelto come foto introduttiva del post la curva dell'Hellas Verona perchè ritengo quella tifoseria e quell'ambiente, più in generale, un perfetto esempio di faziosità indifendibile. Avrete sentito e letto del vergognoso coro razzista intonato in occasione della presentazione della squadra dal suo allenatore Andrea Mandorlini, subito seguito dalla tifoseria e dai suoi giocatori. Ecco, il fatto che non solo gli ultrà, protetti dall'anonimato e mossi da dinamiche tipiche degli eventi e movimenti di massa; ma addirittura l'allenatore, i giocatori, lo staff di quella società abbiano pensato di poter cantare "terrone ti amo" e non essere travolti da virulente polemiche è indicativo dell'assoluta mancanza di oggettività e senso del fair play. Che queste persone nemmeno si rendessero conto dell'inaccettabilità di ciò che facevano è dimostrato dalla reazione sorpresa di Mandorlini alle accuse di razzismo.

Giorni fa leggevo di un'indagine della magistratura sul nuovo stadio della Juve, che pare sia stato costruito con materiali  non conformi alle norme. La notizia era stata condivisa da un amico su Facebook, e prontamente due o tre persone avevano lasciato commenti che in un paese normale li avrebbero messi ipso facto fuori dal consesso civile, e invece in Italia passano per ragionamenti pertinenti e arguti. I magistrati ce l'hanno con la Juve, si riapre la ferita di Calciopoli e via dicendo. Chissà se la ditta (o le ditte) coinvolte si sono preoccupate del destino della povera Vecchia Signora, qualora fossero venute alla luce le loro magagne. Viene da chiedersi anche per quale squadra tifassero i costruttori delle case di sabbia dell'Aquila. Questo, sempre perchè viviamo in una curva da stadio; altrimenti penseremmo che un illecito è un illecito, non c'entra niente con la squadra del cuore, o con la fazione politica di riferimento. Naturalmente la magistratura valuterà se esistano le condizioni per istruire un processo o prendere altre misure repressive o restrittive. Nel frattempo il sindaco Fassino si è attivato per assicurare che la squadra possa continuare a giocare in uno stadio che potrebbe avere serie debolezze strutturali.

Sempre all'interno di questa logica possiamo leggere la reazione mediatica e d'opinione ai fatti di Roma, in particolare alle gesta di quello che è diventato un'icona di questa epoca di confusione e generico malessere: Fabrizio Filippi, in arte er pelliccia. Io non guardo quasi mai la televisione. Ormai la accendo solo per le partite di calcio o il Sei Nazioni. Qualche volta Santoro, che però ritengo prigioniero di un format (peraltro lanciato proprio da lui molti anni fa con Samarcanda) che rende praticamente impossibile lo svolgimento di un dibattito serio e maturo. Sì, Santoro ha capito che l'Italia era uno stadio, e si è inventato un brillante modello di trasmissione "di approfondimento politico" che incanala proprio le dinamiche più care agli italiani. Quello che mi arriva, della TV italiana, mi arriva tramite Facebook. 
E proprio tramite un link ho avuto modo di assistere a uno spezzone di una trasmissione Mediaset, mi pare, con un conduttore assurdamente incompetente, in cui da una parte erano schierati Landini, Bernocchi e Ferrero, dall'altra Sallusti. 
Presto il dibattito è degenerato, e dall'estintore scagliato dal Filippi si è passati a discutere di un altro estintore, questo mai lanciato, perchè colui che lo brandiva fu raggiunto da un proiettile alla testa. Parlo naturalmente di Carlo Giuliani, l'uccisione del quale Alessandro Sallusti è arrivato non solo a giustificare ma addirittura a elogiare. Ovvio che a quel punto confrontarsi è diventato impossibile, e la trasmissione è degenerata in una rissa verbale.

Ma l'esempio più eclatante della nostra faziosità negli ultimi tempi è, a mio parere, la risposta della Rete al linciaggio di Muammar Gheddafi.
Gira una foto, condivisa da un numero di persone rispettabilissimo, che recita nel titolo "perchè abbiamo ucciso Gheddafi". Sarebbe il caso di puntualizzare che Gheddafi non lo abbiamo ucciso noi, a meno che l'autore dell'immagine non si identifichi nei ribelli che hanno sparato all'ex leader libico. C'è poi una notizia, assolutamente non corroborata da alcuna fonte, secondo cui Gheddafi sarebbe stato ucciso perchè stava cercando di liberare l'Africa (insieme ad altri simpaticoni identificati vagamente come "capi di stato del Nord Africa") dalla dittatura economica del FMI. Anche le rivoluzioni colorate di Egitto e Tunisia sarebbero dunque da inquadrare in una grande offensiva delle forze oscure del capitalismo per stroncare sul nascere una nuova stagione di socialismo islamico. 
Bene, adesso proviamo a guardare in faccia la realtà. Per quanto riguarda Egitto e Tunisia, abbiamo assistito a mobilitazioni di massa, centinaia di migliaia di persone scese in piazza anche a rischio di farsi sparare addosso. Insomma, non certo uno dei raduni anticastristi di Miami a cui partecipano quattro gatti sotto l'egida praticamente esplicita della CIA. 
In Libia Gheddafi governava da circa quarant'anni, durante i quali è riuscito a mantenere il suo popolo in un tale stato di arretratezza da ritrovarsi impantanato in una guerra civile di tipo tribale. Certo, c'erano elementi di socialismo nell'architettura economica e sociale della sua Libia; ma se in 40 anni di governo ininterrotto non riesci a cementare il tuo popolo, a farlo sentire partecipe di un unico destino, affratellato dalla convivenza e dalla condivisione di una lingua, una cultura, e un senso di appartenenza alla stessa comunità nazionale, allora il tuo è la schifezza del socialismo.
La guerra in Libia è scoppiata prima dell'intervento delle potenze occidentali, quando Gheddafi ha iniziato a bombardare una delle città del suo paese. Questa è la realtà. Fin quando il Colonnello ha avuto la situazione sotto controllo, i leader europei si sono guardati bene dall'andare a svegliare il proverbiale can che dorme. Bastava che ci vendesse il suo petrolio. Certo, siamo intervenuti per quello, non per difendere gli insorti di Misurata. Ma perdonatemi, trovo un po' di incoerenza nel fatto di criticare aspramente (e giustamente) il nostro Presidente del Consiglio per come si rapporta al genere femminile  e poi elogiare un cavernicolo che si presenta a Roma con tanto di amazzoni al seguito, e si fa procurare uno stuolo di belle ragazze dall'amico erotomane; indignarsi per la censura che il nostro governo prova ad attuare contro la Rete, e poi fare agiografia di un uomo che risponde al dissenso con le cannonate.


Insomma, siamo prigionieri di logiche di sterile contrapposizione. Sarebbe il caso di riflettere sul fatto che pochissimi uomini, nel corso della storia, sono stati in grado di prevedere dove andava il futuro. Non parlo di divinazione, naturalmente, ma della capacità di capire come si evolve una società, un sistema economico, un dibattito culturale e politico; questo perchè il futuro arriva quasi sempre da una direzione imprevista. Rimanere intrappolati in un noi contro loro è inutile e controproducente, perchè l'avvenire, qualsiasi esso sia, sarà lo stesso per tutti. E allora mi chiedo perchè non smettere di essere spettatori di partite in cui non abbiamo niente da vincere o perdere, e uscire da questo stadio che è l'eterno presente in cui ci hanno chiusi.

lunedì 17 ottobre 2011

Fantozzi, Folagra e il sanpietrino


Ieri ho pubblicato un post in cui facevo notare quanto fosse assurdo, all'indomani di una manifestazione come quella di due giorni fa, insistere solo e ossessivamente sugli incidenti causati da poche centinaia di persone, a fronte di una marea di gente che è sfilata in modo ordinato e composto. Facevo notare come quelle violenze sporadiche e circoscritte fossero poca cosa in confronto alla violenza sistematica di un sistema economico che ormai ha gettato la maschera e si dichiara per quello che è, ovvero il più sofisticato e spietato piano criminale nella storia del genere umano. Proprio in virtù del fatto che i nodi stanno venendo al pettine, un numero sempre crescente di persone sta cominciando a rendersi conto che c'è qualcosa di seriamente disfunzionale nel nostro modo di vivere. Il malessere che fino a poco tempo fa riusciva difficile da identificare e spingeva persone sole e confuse verso soluzioni individuali come la New Age, le religioni orientali o i molto più banali e tradizionali droghe e alcol, oggi sta assumendo contorni un po' più precisi. Come tutti i sistemi che l'hanno preceduto, il capitalismo è entrato in un fase di declino, che inevitabilmente si concluderà con la sua trasformazione in qualcosa di diverso.

Naturalmente, come è sempre avvenuto nella storia, le classi dominanti non stanno a guardare mentre i fondamenti della loro supremazia vengono messi in pericolo. Siccome il sistema di produzione e distribuzione della ricchezza che chiamiamo "capitalismo" è fondato, perlomeno nella sua variante occidentale, sul consenso popolare (per quanto estorto con raffinate tecniche di disinformazione e distorsione dei dati reali), può resistere solo nella misura in cui mantiene un minimo di credibilità presso l'opinione pubblica. Nel momento in cui il proverbiale "uomo della strada" arriva a pensare che un dato ordine socioeconomico non solo non è il migliore possibile, ma neanche il male minore, per il capitalismo è finita. Semplice. La chiave di volta del cambiamento - sembrerà prosaico ma è così - è la classe media. 

Questo lo sanno bene i giornalisti, il cui mestiere consiste proprio nell'orientare l'opinione pubblica e, in una fase come questa, soprattutto il dissenso. Nell'instradarlo su binari morti. Significativo, ad esempio, che chiunque metta in luce la sostanziale identità di posizioni fra centro-destra e centro-sinistra venga tacciato di qualunquismo. Non si portano argomenti per confutare l'affermazione (del resto non ce ne sono), ci si limita a screditare chi ha prodotto l'enunciato. A questo proposito fa d'uopo riconoscere il merito del marchese Fulvio Abbate, che dalla sua Teledurruti ha fatto coraggiosa professione di qualunquismo, ricordandoci l'assenza e il susseguente silenzio del centro-sinistra rispetto alle ragioni del 15 ottobre, e concludendo che sono tutti - cito a memoria - dei "burocrati di merda". E se entra in crisi l'illusione della rappresentanza sono cazzi per tutti.

Molti altri, purtroppo, hanno seguito ingenuamente un altro tipo di dinamica. Sfortunatamente, proprio il tipo di dinamica che i mezzi di comunicazione "ufficiali" si sono sforzati di innescare e alimentare. Una dinamica che è a mio giudizio meravigliosamente esemplificata da una delle disavventure più pregne di senso filosofico e politico del rag. Fantozzi: il suo incontro con il Folagra, e la conseguente adesione all'ideologia e alle prassi della sinistra extraparlamentare, così come si esplicavano nei tardi anni Settanta.




Folagra è un comunista di quelli vecchio stampo, dalla folta barba, l'espressione intrisa di amarezza e il linguaggio praticamente incomprensibile, al limite del grammelot. Illuminato dall'incontro con lui, Fantozzi si dedica per tre mesi a "letture maledette", fino a rendersi conto di essere stato sempre sfruttato dalla megaditta, come qualsiasi altro lavoratore del mondo. Il povero ragioniere "si incazza come una bestia"; ma che fare? E' stato proprio il Folagra a indicargli uno sbocco per tutta la sua rabbia, in un farraginoso discorso che ha concluso affermando: "è a monte che dobbiamo distruggere." 

Quello che segue è una delle scene più amare e patetiche (e al contempo ciniche e sarcastiche) di tutta la saga cinematografica. Fantozzi va al lavoro con un sanpietrino avvolto in un foglio di giornale, e dopo aver fatto tragica professione del suo status di vittima scaglia il rudimentale proiettile contro una finestra della sede aziendale. Immediatamente tutti i colleghi si dileguano, e il Megadirettore spunta  come una sorta di apparizione soprannaturale, dietro la vetrata dell'ingresso. Fantozzi viene quindi portato nell'ufficio del dirigente, per subire un clamoroso lavaggio del cervello che alla fine lo vedrà supplicare il suo aguzzino di lasciargli fare la parte della triglia nel suo  acquario dei dipendenti.

Come può Fantozzi distruggere a monte, armato di un semplice sanpietrino? La sua non può essere che un'espressione di forte disagio, non certo un gesto rivoluzionario. Fornisce al padrone il pretesto per colpire in lui il dissenso, e aliena le potenziali simpatie dei colleghi. Questo è uno script che ha caratterizzato tutta la storia della sinistra antagonista italiana, e che l'ha messa essenzialmente in fuorigioco insieme alle sue posizioni, anche quelle giuste e condivisibili. Lo stesso che vediamo in azione in un'intervista a un "black bloc" pubblicata oggi da Repubblica, giornale chiaramente dedito a demonizzare le anime più radicali del multiforme dissenso che sta attraversando il nostro paese. Lo fece il 14 dicembre scorso con un memorabile editoriale di Don Saviano, e lo ha fatto di nuovo in occasione del 15 ottobre. Se, dopo aver letto le farneticazioni di questo idiota, io ne auspicavo mentalmente l'imminente arresto con la conseguente neutralizzazione del pericolo che chiaramente rappresenta per la collettività, figuriamoci un moderato.

Le auto e le camionette bruciate, le vetrine delle banche sfondate, e tutti gli altri danni fatti a Roma l'altro ieri sono come il sanpietrino di Fantozzi: servono solo a danneggiare le giuste idee e istanze di chi è sceso in piazza per costruire un'alternativa all'esistente, non per giocare a fare la guerra. C'è però una differenza: Fantozzi almeno era a volto scoperto. Lui ha commesso un gesto prometeico, per quanto patetico nella sua inefficacia. I deficienti di Roma no. Loro hanno seguito l'antica strategia dello scagliare la pietra e nascondere la manina. Alla fine tanto, loro lo sanno, chi ci rimette le penne sono gli altri, i più ingenui, quelli che non hanno capito che si fa per giocare. Folagra parla di distruggere a monte; ma poi è Fantozzi che lancia il sanpietrino e subisce la repressione. E allora io suggerirei a tutti i Fantozzi come me (e siamo tanti) di lasciar perdere i Folagra (che sono pochi) , e pensare a come si possa agire per smettere di essere vittime.

domenica 16 ottobre 2011

Il cane, la catena e il morso

Immaginate un cane perennemente legato a una pesante catena di metallo; immaginate un padrone che lo maltratti sistematicamente, picchiandolo, affamandolo, gridandogli contro, lasciandolo fuori al freddo, alla pioggia, negandogli ogni conforto. Immaginate che però questo cane si sia per qualche ragione convinto che sia normale tutto questo. In quanto cane, questo è il suo destino. Accetta la sua dura sorte con pacifica rassegnazione, e prova perfino gratitudine quando il padrone gli tira un osso da spolpare, di tanto in tanto.

Poi, a un certo punto, e per ragioni che il cane non riesce a comprendere, la situazione peggiora. Il padrone non gli tira più neanche più quello sporadico osso da spolpare, ma se lo tiene per sè. Non lo porta più a spasso, a fare i suoi bisogni, è tutto preso dai suoi problemi, dei quali il cane può solo cercare di indovinare la natura. Un giorno il padrone esce in giardino e sottrae al cane la sua ciotola, con quello poco di cibo che c'è dentro. Il cane ormai ne ha abbastanza, e lo morde. Non è un morso di quelli che ti staccano le dita, è solo una reazione di rabbia, un leggero stringersi delle fauci che il padrone sente appena.

Immaginate che, il giorno dopo, il vicinato non parli che di quel morso, e della ferocia del cane che se ne è reso responsabile. Ma dov'erano i vicini fino a quel momento? Non sanno di tutte le angherie che il cane è stato costretto a subire dal padrone? Per quale motivo vedono la ferocia del cane, occasionale e senza serie conseguenze, e non la fredda, calcolata, odiosa violenza del padrone che lo ha ridotto pelle e ossa, e ne minacciava la stessa sopravvivenza? Semplice: perchè sono esseri umani, padroni di cani, e quindi portati a solidarizzare con un loro simile, piuttosto che con il cane.

Ieri a Roma si sono verificati alcuni episodi di violenza. Roba da poco, checchè ne dicano i media, rispetto alla inusitata, disumana violenza di un capitalismo che per sopravvivere non esita a mettere mano alla ciotola del cane. Se oggi leggiamo tante condanne di quella violenza (che, ben inteso, è pur sempre esecrabile), è forse perchè i nostri mezzi di comunicazione sono come il vicinato di cui sopra: sono la voce dei padroni, non dei cani.

Cerchiamo di non farci infinocchiare. La violenza di piazza è un errore perchè non produce risultati politici e perchè non può essere indirizzata verso i suoi veri obiettivi. Perchè non fa veramente male. Non perchè non sarebbe giustificato ricorrervi, contro un ordine sociale ed economico che è diventato chiaramente indifendibile. Ma rendiamoci conto che chi, dopo una mobilitazione come quella di ieri, parla del morso del cane, sta parlando nell'interesse del padrone. 


sabato 15 ottobre 2011

La sorella di Shakespeare e il fratello di Parascandolo


Cari adepti, non ricordo se vi ho già parlato della sorella di Shakespeare, questo personaggio di fantasia frutto del genio di Virginia Woolf. Calmi, perchè scappate in ogni direzione? Chi ha paura di Virginia Woolf? Insomma, ricomponetevi e prestatemi le vostre retine. La sorella di Shakespeare è, secondo la Woolf, una donna dotata delle stesse abilità e delle stesse ambizioni del fratello William. Lei, però, vive in una società che non concede spazio alle donne, se non all'interno di rigidi schemi e ruoli prestabiliti. Pertanto, lasciando Stratford-upon-Avon per Londra, la poverina si condannerebbe non solo al fallimento artistico, ma addirittura alla prostituzione o alla follia.  Che altro potrebbe fare una donna sola a Londra, alla fine del Cinquecento? C'è anche una bella canzone degli Smiths ispirata a questa figura.

Facendo un piccolo salto culturale e concettuale, passiamo da Virginia Woolf a Così parlò Bellavista, per incontrare il fratello di Parascandolo. Vi ricordate Parascandolo, il batterista che accompagnò il famoso cantante Gennarino Savastano nel suo tour di Campania, Basilicata e Puglia? Bene, suo fratello è un fruttivendolo dall'aria non troppo sveglia. Però è il fratello di Parascandolo, e questo basta per essere ospite in una trasmissione di una piccola emittente locale. 

Secondo me questi due personaggi possono essere la chiave per capire l'Italia di oggi. Noi viviamo in un paese pieno di fratelli di Parascandolo, molti dei quali sistemati in posizioni di potere e responsabilità; le sorelle di Shakespeare, d'altro canto, non scarseggiano, ma essendo tali sono condannate alla prostituzione o alla follia. 
 
Io, per esempio, sono una sorella di Shakespeare. Per la mia creatività e la mia vulcanica simpatia meriterei ben altro che una stanza tutta per me; meriterei un fottutissimo vitalizio, e lo ius primae noctis su tutte le fanciulle del regno. Ma voi che rendete omaggio in modo anche un po' eccessivo e stucchevole al papà dell'iPod e dimenticate l'inventore del cavatappi non meritate altro che il fratello di Parascandolo. Per quanto mi riguarda, prenderò alloggio al Bethlem Royal Hospital, volgarmente detto Bedlam, e mi dedicherò a questo blog ed altre amene iniziative volte ad affermare il mio genio di fronte a una totale assenza di interlocutori. Nelle pause ricreative scaglierò le mie feci contro muri di gomma o, qualora ne abbia a portata di tiro, contro i secondini. Quando ne avrete avuto abbastanza dei fratelli di Parascandolo, venitemi a prendere. Ma badate bene: non mi muovo se non mi date il vitalizio. E non dimenticate lo ius primae noctis.


venerdì 14 ottobre 2011

Non si trova mai un lanzichenecco, quando serve...




Nel 1527 l'imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo V d'Asburgo, scende su Roma alla testa di un esercito di lanzichenecchi e la saccheggia. Chi erano i lanzichenecchi? Secondo Wikipedia: 

"I lanzichenecchi erano dei soldati mercenari di fanteria provenienti dalle regioni del Sacro Romano Impero, che combatterono tra la fine del XV e la fine del XVII secolo." 

E così continua l'enciclopedia libera (che ci auguriamo rimanga online in secula seculorum): 

"Il termine deriva dal tedesco Landsknecht, cioè servo della regione (Land = terra, patria + Knecht = servitore), non era raro infatti che, con l'indebolirsi dei legami di servitù feudale tipico del periodo rinascimentale gli appartenenti a quell'umile ceto sociale tentassero la fortuna aggregandosi in compagnie mercenarie, sperando di arricchirsi con la rapina e il saccheggio."

In breve, immaginate uno Scilipoti più aitante e avvezzo all'uso dell'arma bianca, fategli indossare un buffo costume dai colori sgarcianti, e otterrete un lanzichenecco. Questi opportunisti del genocidio sono stati l'ago della bilancia su molti campi di battaglia europei nel periodo rinascimentale e nella prima Età Moderna. Al soldo di un sovrano spregiudicato e ambizioso hanno devastato la Città Eterna, vi hanno seminato la peste ed altri ameni morbi, l'hanno spogliata dei suoi tesori e l'hanno infine abbandonata dopo circa un anno di scorribande e ineffabili violenze. E poi un'assenza inspiegabile durata quasi cinquecento anni. 

Cari lanzichenecchi, non so dove voi siate in questo momento, nè cosa stiate facendo. Forse sorseggiate gustose birre al frumento nei biergarten di Monaco, o accompagnate i vostri figli in uno degli asili nido pubblici e assolutamente gratuiti di Berlino. Forse, in questa epoca di pacatezza e distacco, vi siete imborghesiti. Ma ricordatevi della vostra storia, ve ne prego. Oggi come allora, l'Italia è la pattumiera morale d'Europa. Allora metteste in fuga il laido pontefice Clemente VII, con la vostra baldanza e il vostro spirito da Giamburrasca luterani e molestamente ubriachi. Fate altrettanto con Silvio Berlusconi. Come potete constatare, è la Divina Provvidenza che ve lo chiede. Noi da soli non riusciamo a liberarcene. Ogni volta che sembra stia per cadere, si compra i voti di qualche disgraziato, proprio come li comprò il papa Borgia al conclave che lo vide ascendere al soglio di Pietro. Non è forse questa una forma di simonia? Cosa devo dirvi ancora, per convincervi a scendere una seconda volta su quella città blasfema e invisa al Signore?

Affinchè non disperdiate le vostre energie convergendo su obiettivi di scarso rilievo, vi fornisco anche indicazioni precise. Ecco dove si nascondono i vostri e i nostri nemici:


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E adesso, corpo di mille bombarde, andate a prenderli, e fateli a pezzi. Roma delenda est!