lunedì 29 dicembre 2014

Carne 'e maciello


 
Cari amici, come è andato il Natale? Avete mangiato come tanti patrizi romani? Avete giocato a tombola, mettendo la dovuta enfasi su tutti i numeri più scostumati, fra i quali non possiamo mancare di citare 6, "chella ca guarda 'nterra", 29, "o pate d'e ccriature" e 71, "omme 'e mmerda"? Avete seriamente danneggiato il tavolo buono con un martello da fabbro nel vano tentativo di alterare l'irriducibile integrità del torrone? Bene, adesso io vi ammorbo l'anima. Mettetevi comodi.

Il mio Natale è stato del tutto ordinario, sotto quasi tutti gli aspetti. Anche io ho partecipato a tavolate con parenti, ho fatto e ricevuto regali, ho oziato mentre le lucine dell'albero lampeggiavano gaie e placide, e il capitone viveva una seconda vita nel mio apparato digerente. Un Natale ordinario, dicevo, sotto quasi tutti gli aspetti, meno uno: io sarei dovuto ripartire da Napoli per Genova, la città in cui mi sono trasferito per lavorare. La città in cui, diciamola com'è, sono emigrato.

Non che io voglia paragonare la mia condizione a quella del personaggio della canzone da cui prende spunto e titolo questo post, ci mancherebbe; la mia è un'emigrazione deluxe. Non vivo in un paese straniero, non faccio un lavoro duro né usurante, non sono costretto a mandare buona parte del mio stipendio a casa. Eppure non posso fare a meno di pensare, tanto più in questo momento dell'anno, che se avessi avuto la possibilità di costruirmi un futuro nella città in cui sono nato e cresciuto, sarebbe stato meglio.

Il migrante, qualunque sia il suo status, non si sposta per viaggiare, per conoscere, come ripeteva invano Massimo Troisi in Ricomincio da tre. Il migrante va dove lo vuole il mercato del lavoro, esattamente come qualsiasi merce va laddove sia richiesta. Non c'è assolutamente niente di bello in questo. Un certo tipo di retorica da manifesto della Benetton, quella esaltazione di un melting pot che serve a forgiare solo sfruttamento, e che purtroppo la nostra "sinistra" parlamentare sparge a piene mani su uno dei fenomeni più tragici e preoccupanti del mondo contemporaneo, non è solo fuorviante, ma anche ferocemente ipocrita. 

Chiamatemi reazionario, se vi fa piacere. Io affermo senza mezzi termini di vagheggiare un mondo becero e leghista in cui ciascuno se ne resta a casa propria, a meno che non abbia motivi precisi per volersi spostare. Voglio che il senegalese abbia da lavorare in Senegal, anziché affrontare un viaggio che ne mette a repentaglio la vita per far nascere un sorriso sulle labbra di qualche radical chic, e gonfiare il conto in banca di qualche canaglia nostrana. Voglio che il napoletano viaggi veramente per conoscere posti nuovi, tornando alla fine nella città prospera e civile che meriterebbe. Voglio che i padroni smettano di ricattarci con una povertà e una disperazione d'importazione. Perché, al netto delle favolette edificanti per "sinistrati", questo è il migrante: carne 'e maciello. E chi sventola i fazzoletti e batte le mani davanti ai bastimenti che ce lo portano, al macello, è per definizione un cannibale.

 



 

martedì 9 dicembre 2014

Lotta di classe


Cari amici del Bradipo, ben ritrovati. Sempre che ci siate ancora, s'intende. Non mi stupirei se, dopo una lunga e colpevole latitanza da Facebook, vi foste dimenticati di me. Il fatto è che sono stato travolto dalle ripercussioni emotive e pratiche di un lavoro molto più impegnativo di quanto non mi aspettassi. Chi vuole fare bene l'insegnante, in una scuola come quella che è capitata a me, deve impegnarsi tanto, soprattutto se inesperto. Perdonatemi, dunque, se potete; mi sono assentato, ma sono tornato onusto, e dico ONUSTO, di curiose farneticazioni.

Vado rimuginando questo post da un po', e ho sempre avuto paura di scriverlo perché temevo di non riuscire a redere giustizia all'esperienza fatta in questi due mesi di lavoro. Due mesi che, vi assicuro, sembrano molti di più. Come sapete, amo la sintesi, e voglio dunque riassumere quell'esperienza in una breve e semplice locuzione: per la prima volta nella vita ho toccato con mano cosa voglia dire "lotta di classe". L'ho fatto lontano da cortei, manifestazioni, presidi, occupazioni, assemblee. L'ho fatto nelle aule dell'IPSSA Bergese. E ora, se vi interessa, vi racconto come.

All'inizio di questa avventura entravo nelle classi proponendomi di dare un taglio libertario al mio approccio. Sono stato seguito da una minoranza di studenti, che poi mi hanno dato anche riscontri abbastanza positivi in sede di verifica. Ma molti - ahimé - mi eludevano. Ho creduto - ma ora so che sbagliavo - che non fossero interessati ad apprendere, o perlomeno ad apprendere la mia materia. Man mano che procedevo nel mio cammino notavo una tendenza sempre più spiccata da parte di alcuni fra gli elementi più rumorosi e fastidiosi ad attrarre la mia attenzione, con qualsiasi mezzo. E allora ho cominciato a studiare anch'io. No, non a leggere i mille miliardi di testi esistenti sui problemi dell'apprendimento, della motivazione e via dicendo; ho cominciato a studiare, come una sorta di intrepido antropologo, i comportamenti e i rituali di quei giovani selvaggi. Li ho osservati armeggiare con gli immancabili smartphone, che non si fanno mancare neanche quelli che non comprano i libri di testo perchè non avrebbero i soldi. Li ho ascoltati chiacchierare fra di loro di rapper italiani poi ascoltati e classificati senz'altro come subumani. Ho assistito al loro spintonarsi, prendersi a scappellotti, fare la lotta greco-romana. E sono arrivato alla conclusione che sarebbe stato colpevole da parte mia non intervenire. Dovevo dare uno sbocco al disagio che di tanto in tanto palesavano, dovevo dare la possibilità di scegliere a chi non l'aveva mai avuta.

Io non vado a scuola per istruire. Aborro il concetto di istruzione, ma se pure così non fosse, non mi sarebbe possibile inculcare messaggi diversi da quelli che inculca il mondo extrascolastico. E' certamente sofisticato il modo in cui la cultura dominante assoggetta le classi subalterne, ma è perfettamente visibile a chi sappia fare due più due. Il suddito non deve imparare a fare, a pensare, a valutare. Il suddito deve limitarsi a processare, possibilmente con la parte più ancestrale e rozza del cervello, stimoli provenienti dall'esterno. Un insegnante che dissenta da questa visione delle cose è automaticamente in trincea. Sta facendo, nel più pieno dei sensi, lotta di classe.

Ho fatto cose delle quali io stesso mi sono sorpreso. Ho messo delle note. Ho gridato come il fottuto sergente Hartman. Sono intervenuto in quei consigli disciplinari che all'inizio mi davano solo un grande malessere. Lotto con le mie classi. Cerco di insegnare loro l'immenso potenziale di liberazione del lavoro. Lotto per quelle classi. Lotto per la classe lavoratrice, per un mondo di uomini e donne liberi e uguali. In questa trincea si sta come d'autunno sugli alberi le foglie, ma è qui che si trovano i miei fratelli. Dopo questo accesso di buffo titanismo e questo bieco plagio delle parole di Ungaretti, vi ringrazio dell'attenzione e vi so appuntamento alla prossima tregua.

giovedì 16 ottobre 2014

Azione e reazione, potere e impotenza


Stamattina il risveglio, cari amici, è stato duro. Ho dormito male, mi sono svegliato durante la notte, insomma non ho riposato bene. Arrivato a scuola, ho trovato la polizia. Qualcuno aveva rubato i tablet di cui il corpo docente si avvale per tenere il registro elettronico. Fra gli alunni è stato subito il panico. "Prof, è arrivata la cinofila?" Ho risposto che i cani non c'erano ma, se fossi stato in loro, non avrei tentato la sorte. Esodo verso i bagni. Poco dopo gli agenti delle forze del (dis)ordine, in una mossa che immagino si debba essere almeno a destra di La Russa per comprendere, hanno sigillato tutti i distributori di bevande e merendine. Io, che nonostante i ripetuti inviti di Facebook non ho mai "mipiaciato" Giorgio Almirante, quella mossa non l'ho proprio capita. Doppio panico. In qualche modo sono riuscito a fare lezione. Alle 14.30 avevo di nuovo consigli di classe, per cui mi sono intrattenuto a mangiare un mesto panino in un ristobar della tristissima Via Sestri, alla quale dedicherò prima o poi un post, e sono tornato in caserma. 

Ora sono a casa e ho voglia di interloquire con persone che stiano a sinistra non solo di La Russa, ma anche possibilmente di quella feccia bipartisan che ha ridotto la nostra scuola, come del resto il nostro paese, in queste condizioni. E ho voglia di dire a qualcuno ciò che per me è ovvio: che se tratti delle persone, peraltro dei ragazzi nell'età più critica del loro processo evolutivo, da criminali, probabilmente alcuni di loro diventeranno effettivamente dei criminali. Che se rinunci a dialogare, a spiegarti, a farti capire, ma fai lo sbirro, prima o poi dovrai chiamare gli sbirri veri, quelli con la divisa e la pistola, perchè tu non sarai più in grado di gestire determinate situazioni. 

Detto questo, e se non siete d'accordo vi invito caldamente a non commentare e non leggermi mai più, vorrei approfondire un attimo la riflessione. Scendo un attimo a prendere la mia birretta pomeridiana per riconciliarmi con la vita e sono subito da voi.

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Bene, rieccoci qua. Dicevo che mi sarebbe piaciuto approfondire un aspetto, ed ora vi preciso quale: quello del concetto di potere come si delinea nel docente italiano medio. Costui o costei è una sorta di Otello Celletti senza divisa, paletta e motocicletta, e quindi più frustrato. Il suo scopo primario non è di natura pedagogica, ma disciplinare. Riuscite a credere che la prima volta che sono entrato in una classe, in quella casa di correzione che mi è toccata in sorte, i ragazzi si sono alzati in piedi? Ho cercato con lo sguardo Franti e Garrone, ma ho trovato solo l'occhio vitreo del fanciullo profondamente ammorbato e con i filtri affettivi a manetta. "¡No pasarán!" sembravano gridare le loro sinapsi, di fronte ai miei timidi e patetici tentativi pedagogici, e la colpa era chiaramente di quei carabinieri che si sono ritrovati per iinsegnanti. Scusate l'astio, ma quando vedo ragazzi di 16 anni invocare l'intervento dell'autorità perchè "il mio compagno mi insulta" io provo un irrefrenabile quanto inattuabile desiderio di scassare il crocifisso della processione, quello di ferro pesante (cit.) in faccia ai "colleghi" che ai consigli di classe sanno parlare solo di note, sospensioni e presidi. Li avete voluti a vostra immagine e somiglianza. Se vengono fuori ladri, sono comunque usciti meglio di voi.

Siete impotenti, vigili di questa minchia. Siete  impotenti perchè il vero potere consiste nella capacità di creare, di coltivare, di migliorare, tutte cose di cui voi non avete la più pallida idea. Siete rami secchi, e se io fossi uno di quei ragazzi vi sfanculerei esattamente come fanno loro. Orbene, mi sono sfogato. Ora vado a bere un'altra birra per togliermi l'immagine di La Russa dalla mente. Non vorrei un'altra nottata insonne. Alla prossima, amici miei.

lunedì 13 ottobre 2014

Il curriculum occulto e l'idiozia palese


Cari amici del Bradipo, non fatevi sviare dal titolo del post: non intendo farvi una lezioncina accademica, perchè capra come sono rischierei che un McLuhan o chi per lui saltasse fuori da dietro un tabellone pubblicitario e mi dicesse che non ho capito niente del suo lavoro e che è sorprendente come io abbia ottenuto una supplenza annuale all'IPSSAR Bergese. Nessuna lecture, dunque, ma solo qualche riflessione da fesso reoconfesso. 

Guardando i miei studenti inebetirsi ognora davanti ai loro smartphone, capisco quanto sia maledettamente vero che esistono mezzi di comunicazione caldi e freddi, e mi rendo penosamente conto di non essere che un ingombrante, fastidioso iceberg nel mondo cognitivo dei miei alunni. I quali apprendono le loro lezioni, a mio modesto avviso tragicamente fuorvianti, in un universo che riesce a farsi prestare attenzione perchè parla il mellifluo idioma della delega e delle deresponsabilizzazione, che una mente poco avvezza a problematizzare la realtà può facilmente scambiare per libertà. Questa è una difficoltà oggettiva, con la quale deve misurarsi qualunque insegnante. E il rischio di uscire sconfitti dalla guerra contro il torrido mondo simbolico del consumo indotto è piuttosto alto.

A questo punto potreste chiedervi quali strumenti, quali strategie predispone una scuola "di frontiera" per far fronte a una simile sfida. Ve lo dico subito: nesssuno strumento, nessuna strategia. L'unica preoccupazione che ho ravvisato nel preside, nel vicepreside e in buona parte del corpo insegnanti in questo scorcio iniziale di anno scolastico è stata quella di arrivare alla fine della giornata senza danni. Le uniche dinamiche viste in atto, quelle della colpevolizzazione e della punizione.

Io, che ho il vezzo di infischiarmene della fila per due e dell'avanti marche, ho deciso di provare a non seguire quella strada. Devo essere creativo, devo "vendermi" a questi ragazzi, devo riuscire a trovare un qualche codice da condividere con loro. E' idiozia palese pretendere che mi seguano fra i ghiacci polari. E nessuno dà retta a un idiota, se capisce che di idiota si tratta. Proverò dunque a camuffarmi, nella speranza che non si accorgano di quanto sono fesso, e che ogni tanto distolgano lo sguardo dai loro cellullari per chiedersi di cosa vado blaterando. Fatemi gli auguri.

venerdì 10 ottobre 2014

La disciplina dell'acqua

Ieri a Genova l'acqua ha travolto una persona, uccidendola. Nel 2011 c'erano state altre vittime. Da allora, secondo le chiacchiere che si sentono in città, niente è stato fatto per riassestare l'equilibrio idrogeologico della città ed evitare ulteriori tragedie. Si parla talvolta, di fronte a fenomeni metereologici di violenza inusuale, di imprevedibilità ed eccezionalità. Se ci si ragiona da un punto di vista meno infantilmente antropocentrico, si capisce invece con molta facilità che non c'è assolutamente niente di imprevedibile in un'esondazione: l'acqua non fa altro che seguire la sua natura, la sua logica.

La prima reazione allo straripamento di un corso d'acqua è in genere quella di invocare la costruzione di nuovi argini, più alti e solidi dei precedenti. Questo vuol dire applicare all'acqua la logica delle società umane, una logica di repressione e sopraffazione. Come se l'acqua si potesse intruppare, incarcerare, privare del diritto a scorrere. In alternativa l'uomo si arrende e dichiara stato di allerta, una sorta di bandiera bianca alzata davanti a un presunto nemico che in realtà nutre la più completa indifferenza nei nostri confronti.

Non sono un metereologo, ma non credo sia necessario essere posseduti e ispirati dallo spirito del Colonnello Bernacca per dire che imparassimo a cooperare, a dialogare, a negoziare con l'acqua,  nessuno morirebbe più di una morte così assurda. Se offrissimo all'acqua la possibilità di seguire percorsi a lei riservati, togliendo di mezzo un po' di cemento, di laterizi, di pietra, in buona sostanza di ostacoli che stizziscono, indispettiscono l'acqua e ne fomentano la violenza, questa fluirebbe placida, collaborativa e generosa.

La difficoltà è pedagogica. Crea le condizioni per l'apprendimento di strategie nuove, modi diversi di porsi di fronte all'esperienza e risolvere i problemi. Le autorità cittadine sembrano non aver appreso niente dai morti del 2011. Oso azzardare l'ipotesi che non apprenderanno niente neanche dal morto di ieri. Non possono capire l'acqua, troppi argini costringono il loro pensiero. La soluzione non è nella logica del potere, del dominio, dell'annullamento; è nella logica dell'acqua, di quell'elemento irriducibile che tanto ha da insegnarci.


lunedì 29 settembre 2014

La vecchiaia e la morte

Cari amici, se avete il masochismo di seguirmi con regolarità saprete che non parlo quasi mai dei fatti miei, per un semplice motivo: io non ce li ho, i fatti miei. Io non ho una vita degna di tale nome. O, per meglio dire, non ce l'avevo fino a una settimana fa. In pochi giorni di vita a Genova ho avuto tre chiamate per supplenze da scuole pubbliche e un colloquio con la preside di una paritaria. Preside la quale mi ha contattato mezz'ora, non vi dico fesserie, mezz'ora dopo aver ricevuto la mia email. Due sono, dunque, le constatazioni da fare: la prima è che pare comincino a esserci le basi materiali affinché io possa avere una vita; la seconda, che farà arrabbiare qualcuno di voi solo in quanto profondamente, amaramente vera, è che Napoli è un cadavere.

Genova, capoluogo della Liguria, regione più vecchia d'Italia, sarà pure una sonnolenta ottuagenaria; nei pochi giorni trascorsi qui, questa è l'impressione che mi ha dato. Ma la differenza fra un'ottuagenaria e un cadavere è ben chiara a tutti, voglio sperare. Sarebbe alquanto increscioso se quel practical joke che è lo stato italiano, per risparmiare sulla spesa pensionistica, cominciasse a interrare anziani. Gente che non è morta, ma che lo sarà presto, mi direte; e un giorno questa grottesca logica potrebbe non essere tanto lontana dalla realtà. Intanto, però, il vegliardo deambula, lento pede come gli si addice, e si gode la vita in una città rilassata e rispettosa degli spazi personali. Lo sapevate che la croce di San Giorgio, vessillo della perfida Albione, è stata a questa concessa in uso dai Genovesi? Sembra che il vostro Bradipo non sia finito per caso in questa città. Qui i vicoli sono più stretti che a Napoli, ma la gente non ti sale addosso. Il mio spazio è il mio spazio. Se pensate che questa sia freddezza vi consiglio di provare a stare una settimana senza essere praticamente aggrediti ogni volta che uscite di casa. Ma stiamo divagando. Torniamo a parlare di morte.

Ci sono tre cose che si possono fare con i morti: la prima è mangiarli, ma non ve la consiglio se eravate legati al defunto, la seconda è sotterrarli, e la terza è mummificarli. Quest'ultima è la sorte toccata alla mia città. Imbalsamata, messa in una teca e preservata in saecula saeculorum dal contatto col mondo dei vivi. Napoli è un bellissimo cadavere, ed è lodevole cercare di strapparla all'orrore della putrefazione e alla tristissima sorte dell'oblio; ancora più lodevole sarebbe provare a resuscitarla. Le possibilità sono pochissime, praticamente nulle. Me ne rendo conto. E certo non saranno gli abitanti di questa specie di santa reliquia, abitudinari come il sangue di San Gennaro, a dare la spinta necessaria per strapparla alla morte.

Beh, che vi devo dire? Io corteggerò la mia vecchietta cortese e arzilla, passeggerò con lei sul lungomare allagato dal sole, seguirò una frugale dieta di focacce e trenette al pesto (i vecchi, si sa, mangiano poco), e invecchierò con lei guardando placidamente un tramonto dopo l'altro, quando il sole si va a coccare a mare e muore sereno nel suo letto dorato, dopo aver vissuto.  

giovedì 11 settembre 2014

Il diritto di Don Abbondio

"Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando, com’era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s’aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, l’uno dirimpetto all’altro, al confluente, per dir così, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l’altro piede posato sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le braccia incrociate sul petto. L’abito, il portamento, e quello che, dal luogo ov’era giunto il curato, si poteva distinguer dell’aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull’omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d’un taschino degli ampi e gonfi calzoni: uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d’ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de’ bravi".

Siamo nell'anno 1628, e don Abbondio sta facendo ritorno a casa per la solita strada. Non è una persona di grande ingegno o cultura, nè di particolare prestigio, se non quel poco di cui può godere un semplice curato di campagna. Non è neanche coraggioso, Don Abbondio, non è certo fatto della stoffa dei martiri; e non ha amicizie in alto loco che lo possano proteggere. Don Abbondio è un debole, alla mercè delle angherie e delle prepotenze di chi può permettersi dei bravi, ovvero una milizia privata. Non meglio attrezzati di lui a difendersi dal sopruso sono Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, gente umile che non porta la spada. Vivono in una società che è ancora, per molti versi feudale; specialmente per quello che riguarda le condizioni di vita dei poveracci come loro, e i loro rapporti con il potere costituito. Vivono in un mondo in cui le armi e la legge sono essenzialmente la stessa cosa.

Dal 1628, anno in cui la vicenda immaginata dal Manzoni appare assolutamente verosimile, ad oggi, qualcosa è cambiato. I despoti, incalzati dalle folle urlanti, hanno magnanimamente acconsentito a illuminarsi, onde evitare che ad illuminare il cielo nottuno fossero le fiamme che si levavano dai loro palazzi. Hanno concesso costituzioni, hanno istituito assemblee elettive, hanno limitato i privilegi e l'arbitrio delle aristocrazie. Mentre livree e parrucche incipriate retrocedevano, i ceti produttivi avanzavano, e strappavano una conquista dopo l'altra. E quando l'esercito dei salariati creato dalla Rivoluzione Industriale ha preso coscienza della centralità del proprio ruolo nella produzione e distribuzione della ricchezza, non h tardato a mobilitarsi per far sentire la propria voce. Anche loro hanno ottenuto conquiste importanti.

Tutto questo è stato reso possibile da un fenomeno ben preciso: la formazione del concetto di Stato moderno. Senza l'idea che, per ottenere e mantenere un ordine fondato sulla giustizia, è necessario disarmare i bravi, non saremmo mai usciti dal bivio presso il quale gli sgherri di Don Rodrigo fermano Don Abbondio e gli fanno la camorra che dà il LA ai Promessi Sposi. Qualsiasi possa essere la nostra idea di giustizia, io credo che sia importante ricordarci sempre di questo fittizio ma purtroppo verosimile sopruso, prima di contestare l'idea del monopolio statuale della forza.

Da alcuni decenni a questa parte si è fatta strada nel mondo un'idea antisociale e pericolosa: quella che lo Stato debba retrocedere rispetto alla sfera individuale. Questa idea potrebbe anche essere valida, se avessimo imparato a fare una chiara distinzione fra il diritto dell'inidviduo e il sopruso del forte che il diritto sancisce. In una società profondamente asimmetrica nei suoi rapporti socioeconomici, questa ritirata dello Stato vuol dire tornare dritti dritti fra le braccia di Don Rodrigo e dei suoi bravi. In questa società colui che, a differenza del mite Don Abbondio, ha la cattiveria che serve a minacciare, a picchiare, a uccidere, ne fa un patrimonio. Sia che porti una divisa, sa che vada in giro in borghese, il violento è al servizio dell'arbitrio. Può esercitarlo in proprio o per conto terzi, fa poca differenza. Nel momento in cui viene meno il concetto di vita collettiva retta da regole comuni, contestabili solo sul piano politico, e dunque ricercando il consenso necessario a cambiarle, viene meno ogni argine al "si salvi chi può".

So di andare controcorrente, e nei post precedenti appare evidente, credo, il perchè. Ma io, che i bravi non li ho mai potuti sopportare, reclamo il diritto del mite a essere salvaguardato. Reclamo il diritto dell'anziano a non essere investito da qualcuno che poi scappa via senza soccorrerlo perchè è sprovvisto di patente e assicurazione; reclamo allo stesso tempo il diritto a essere fermato dalle forze dell'ordine senza subire minacce o violenze verbali e fisiche. Reclamo il diritto, mentre me ne torno tranquillamente a casa, a non dover alzare gli occhi dal breviario - o dal Kindle - per assicurarmi che lì dove la strada si biforca non ci siano ad aspettarmi uomini armati dalla barbarie.