martedì 5 luglio 2011

Il peccato mortale della condivisione

 Allora, uno vorrebbe crogiolarsi nella meschina piccolezza dei propri minuscoli, insulsi problemi privati, e invece si trova a dover scrivere di democrazia, libertà, progresso e compagnia cantante. Che palle. Mi dovete ancora rimborsare un'adolescenza e una giovinezza inservibili, e mi costringete a intervenire su tematiche di interesse comune e di grande delicatezza. Lo so che state attentando alla Costituzione, da parecchi anni ormai, ma non posso mica fare tutto io! Avrò anche il diritto di recuperare ciò che resta della mia vita interiore dallo sfacelo della civiltà occidentale contemporanea? Avrò anche il diritto di visionare, mentre sorseggio il mio caffè pomeridiano, scurrili volatili anglofoni dal turpiloquio facile...o no??? E invece mi si pongono problematiche più grandi di me, di fronte alle quali mi sento piccolo e impotente. E che acciderbolina!

Allora, l'AGCOM, ovvero quella branca della Mafia S.p.A. che si occupa di comunicazione mediatica, ha scatenato un vespaio di polemiche circa una sua delibera, che dovrebbe essere approvata domani, mercoledì 6 luglio. Molti temono che si profili un pericolo per la libertà di espressione, che le idee "scomode" possano essere censurate sul Web. Pur non escludendo questo rischio, io ritengo che il problema principale sia invece un altro: quello della lotta alla "pirateria" e della sua legittimità, o meno.

Da dove nasce tutto questo casino? Forse da una volontà di limitare la libera circolazione delle idee? Beh, il nesso fra le cosiddette libertà civili e il mercato è così forte e radicato nel mondo occidentale da non lasciare adito a dubbi: il rischio di censure tout court è praticamente inesistente. Possiamo pensare, dire e scrivere quello che ci pare, anche perchè esistono colossi della comunicazione mediatica e politica preposti a distribuire le caramelle dell'ideologia dominante alle masse, e uno sparuto numero di voci fuori dal coro non fa paura a nessuno. La questione è altra, a mio giudizio, e riguarda una delle principali aberrazioni del nostro tempo: il diritto d'autore.

Il diritto d'autore, tutelato ovunque da leggi e istituzioni talvolta appositamente create (vedi SIAE), si fonda sul concetto di proprietà intellettuale; un concetto che definirei assolutamente condivisibile. Se io scrivo un libro, una canzone, un articolo su un quotidiano, ho tutto il diritto di apporvi la mia firma, e vedermi riconosciuta la paternità di quell'opera. La proprietà intellettuale, però, non è solo questo. In una società in cui tutto è commerciabile (e dunque alienabile), la proprietà intellettuale diventa merce. Molta gente non è a conoscenza di questo aspetto, e l'ignoranza di un elemento fondamentale delle questione falsa il dibattito. Quando Pinco Pallino pubblica un libro per l'editore Tizio & Caio, firma un contratto in cui cede la proprietà intellettuale dell'opera del suo ingegno all'editore. Quest'ultimo, in base ai termini del contratto, si riserva il diritto di fare l'uso che più ritiene opportuno della merce da lui acquistata: correggere oppure omettere alcuni passaggi (ed esistono infatti figure professionali, i cosiddetti editor, dediti proprio a questo tipo di orrendi crimini), decidere in piena autonomia la veste grafica del libro, le strategie di marketing ecc. Naturalmente, un autore più affermato potrà firmare contratti a lui più vantaggiosi. Ma quello che conta di più è il diritto della casa editrice di vendere l'opera dell'ingegno di Pinco Pallino, corrispondendogli una piccola percentuale del ricavato (royalties). Il diritto d'autore, dunque, non serve tanto a tutelare l'autore, quanto chi acquista la proprietà intellettuale della sua opera.

Ricordate la battaglia combattuta anni fa dai Metallica ed altri "artisti" contro Napster? Fummo costretti ad assistere a strazianti appelli di stramiliardari che pregavano noi, comuni mortali perennemente in bilico sul baratro dell'indigenza, di non scaricare più i loro MP3, perchè la pirateria è un reato. Tremavano le ginocchia, a questi musicanti della minchia, al pensiero di non poter più viaggiare in jet privato, o non poter acquistare la quinta o sesta Ferrari Testarossa. E questo non perchè il file-sharing avrebbe ucciso il mercato musicale (solo un cretino può pensare una cosa del genere), ma perchè avrebbe seriamente ridimensionato l'industria musicale, quel sistema di surrettizia imposizione che fa funzionare il mercato del disco secondo logiche verticali, ovvero dall'alto verso il basso. Il file sharing non danneggiava e non danneggia la musica, come questi quattro accattoni volevano farci credere, bensì chi sfrutta la musica per arricchirsi, facendo pagare i CD prezzi assolutamente esorbitanti e sproporzionati rispetto ai costi di produzione.

Lo stesso discorso vale per l'editoria o il cinema. Quando cominciarono a diffondersi i videoregistratori, alcuni catastrofisti gridarono alla fine della settima arte. Naturalmente, era cambiato soltanto (e solo in parte) il modo di fruire del cinema; ma comunque c'era di che arricchirsi, per cui nessun problema. I programmi p2p, o quelli per scaricare torrent, ovviamente, sono invece il demonio fatto bytes. Non c'è dubbio che questi programmi abbiano fatto e facciano moltissimo per la diffusione del cinema e della musica (e in misura minore della letteratura), certamente di più dei canali di fruizione tradizionali. Permettono a chi lo desideri di conoscere ed eventualmente apprezzare un numero di artisti prima impensabile, se non per gli utenti ad alto ed altissimo reddito. E la gente non ha smesso di andare al cinema o ai concerti. Forse lo fa di meno, ma non è possibile che questo sia dovuto all'aumento del costo della vita (senza un corrispondente adeguamento dei salari) piuttosto che al file sharing? Tutto questo per dire che gli artisti potrebbero tranquillamente convivere con la pratica della condivisione. Chi non ci può assolutamente convivere sono quelle industrie che sarebbero rese superflue e superate dallo sviluppo di un mercato orizzontale, da pari a pari (per to peer). Dopo tutto il baratto non è una forma di scambio? Chi vuole che si consumi secondo logiche verticali, non democratiche, deve necessariamente guardarsi da quel pericolo. E lo fa criminalizzando la pratica, come vedete democraticissima, che lo minaccia. Io, per quanto mi riguarda, non accetto criminalizzazioni. Io, amici miei, sono un pirata e sono un signore.

lunedì 4 luglio 2011

Il garage del sempiterno oblio

Dopo anni di mobilità motorizzata, il vostro Bradipo 
è ridotto a deambulare come un qualsiasi vagabondo...

Ei fu, siccome immobile. La batteria era morta, non si accendeva neanche il quadro. Lo stupore si dipinse sul volto del giovane uomo che lo cavalcava, fiero come se fosse stato in arcione a un purosangue. I due avvocati scrutavano la scena con imbarazzo, senza proferire parola. Il sole, noncurante di cotale tragedia, picchiava imperterrito sulle loro più o meno rade capigliature, come a voler sottolineare che nulla contano, nell'economia dell'Universo, i nostri piccoli, puerili lutti privati. La mano girava la chiave, e poi lesta correva alla manopola dell'acceleratore, affannandosi nel cercare invano di rianimare il caro estinto. Nient'altro che accanimento terapeutico, dettato dal rifiuto della realtà di lui, che non lo volle creder morto. Cercava nello sguardo degli avvocati un appiglio, un cavillo legale, contenuto in chissà quale arcaico codice, che potesse vincolare il suo scooter all'esistenza. Ma la legge degli uomini è imperfetta, e l'opera delle loro braccia soggetta alla tirannia del tempo, che tutto logora e distrugge. E allora si diede per vinto, nascondendo dietro un sorriso emaciato un'incommensurabile angoscia, e il garage condominiale diventò cimitero per quel novello Ronzinante.
Il giovane uomo dalla più o meno rada capigliatura comprese che, da quel momento in poi, avrebbe dovuto contare solo sulle proprie gambe. Ripensò al suo primo motorino, un Sì bianco avuto in una sorta di comodato d'uso tacito e informale da un florido e rubicondo signorotto di campagna, a tutti i chilometri percorsi fra paesaggi campestri, scanditi dagli ulivi e dalle roche grida dei villici messapici; pensò al successore di quello, un vecchio Gilera verde scassato e polveroso, che lo accompagnò per poco meno di due anni, prima di spirare serenamente ad un'età di tutto rispetto; pensò al primo dei due giapponesi, prodotto dalla stessa casa della sua seconda chitarra, sul quale aveva battuto con consumata padronanza dei propri limiti le familiari strade dell'ebbrezza. E, infine, dedicò un pensiero anche a lui, il gigante buono, testimone del suo crepuscolo. Come due amanti che si incontrano tardi, avevano condiviso l'autunno delle loro vite. Lo scooter se ne era andato prima dell'uomo, ed ora lui sapeva con assoluta certezza che non sarebbe mai tornato ad amare.
Oggi il vecchio cammina, con passo incerto e quasi sempre senza una meta precisa. Lo sguardo è perso nel vuoto, gli occhi spenti, le braccia ciondolano come le inutili propaggini che sono, senza un acceleratore e un freno da azionare. Senza un compagno di strada, la sua vita è ridotta a un peregrinare senza meta. Se lo incontrate, non chiedetegli dove è diretto; vi sentireste rispondere l'ovvio. 
"Dove siamo diretti tutti, caro mio: verso il garage del sempiterno oblio."

sabato 2 luglio 2011

La morale dell'ostrica: da Padron 'Ntoni ad Aurelio McLaurentiis

Giovanni Verga; di lui ci si chiede se siano più notevoli le sue opere letterarie o i suoi baffi.
 
Ne ho subite di angherie, nella vita. Una di queste è stata la lettura forzata de I Malavoglia in un'epoca della mia vita difficile di per sé come l'adolescenza, in cui avrei avuto bisogno di qualche motivo di ottimismo; e invece giù con la morale dell'ostrica, la futilità di qualsiasi tentativo di migliorare, il pessimismo eletto ad aurea regola di vita. Si dice che Giovanni Verga abbia scritto il succitato romanzo per descrivere e denunciare le condizioni di sfiducia e abbandono in cui la versava la sua Sicilia nel tardo Ottocento. Ne siamo proprio sicuri? Possiamo, in tutta onestà, escludere l'esistenza di un impulso sadico, di una insana aspirazione a trasformarsi in uno degli aguzzini della prima giovinezza di milioni di italiani? Il povero diciassettenne, già colpito da acne, episodi di bullismo e dubbi sulla propria identità sessuale, doveva per giunta sorbirsi le disavventure di questi rustici pescatori, i loro amori di cattivo gusto e il sapere cristallizzato e apodittico che Padron 'Ntoni sciorinava con i suoi stramaledettissimi proverbi ogniqualvolta aprisse bocca. Ma i diciassettenni dovrebbero leggere Oscar Wilde, altro che Verga. Già ci è capitata la disgrazia di nascere in Italia, perchè volete infierire?

Tutto questo, però, non è che un preambolo, sul quale mi sono evidentemente soffermato più del dovuto. Il punto è che la morale dell'ostrica non è esclusivo appannaggio dei nostri amici di Aci Trezza, ma pervade buona parte della società italiana. Su questo il buon Verga ci aveva visto giusto. Prendiamo ad esempio il caso della Società Sportiva Calcio Napoli: negli ultimi anni, quando è diventato sempre più evidente che eravamo finiti nelle mani di un presidente poco avventuroso, per usare un eufemismo, molti dei tifosi azzurri si sono trasformati in tanti piccoli Padron 'Ntoni, e sostengono con convinzione la politica "dei piccoli passi" del loro intellettuale di riferimento.

Aurelio McLaurentiis, intellettuale di riferimento di Bastianazzo e del compare Alfio
 
Costui, lungi dall'essere il vivace innovatore per cui vorrebbe farsi passare, pensa per piani quinquennali come Stalin e parla di gestione aziendale come lo farebbe un qualsiasi pavido gesuita. E i tifosi abboccano. Oggi chi deve sostenere un esame di economia aziendale non ha bisogno di aprire un libro; basta assistere a una qualunque discussione fra tifosi del Napoli. Improvvisamente, la maggior parte di questi è diventata espertissima di quadratura dei bilanci, plusvalenze e, soprattutto, fair play finanziario. Quando si fa notare a queste persone quello che a me risulta evidente, ovvero che la politica di McLaurentiis è tale da precluderci la possibilità di aprire un ciclo vincente,  ti rispondono che non si può fare altrimenti, pena un nuovo fallimento. La morale dell'ostrica. Ma l'Inter, il Milan, la Roma, finanche la Juventus, che è ormai una squadra da centro classifica, spendono tutte più di noi per gli ingaggi. Perchè noi no? Perchè se no torniamo in Serie C. Così sentenzia Padron 'Ntoni.

Ma quello che più mi allibisce, mi perplime e mi scombussola, è ciò che questi tifosi rispondono quando fai loro notare che negli anni '80 il Napoli è stata una delle corazzate del calcio italiano: "Sì, e poi siamo andati in serie B e successivamente siamo falliti..."
Mi fate capire, di grazia, quale sarebbe il nesso fra il ciclo vincente del Napoli di Maradona e il declino successivo alla sua dipartita (declino peraltro graduale)? Avremmo forse commesso un peccato di ὕβρις nel vincere qualcosa anche noi, interrompendo decenni di bulimia sull'asse Torino-Milano? Gli dei ci hanno punito con il fallimento per aver osato vincere quello scudetto che faceva addirittura strano vedere cucito su una maglia a tinta unita?

A questo punto, fiducioso di essermi conquistato, se non la vostra stima, il vostro timore reverenziale, avendo sfoggiato la mia conoscenza del greco antico (e vi avverto che vi siete persi un riferimento joyciano), posso anche io far valere la mia prosopopea; la quale non ha proprio niente da invidiare a quella del cazzaro di Cinecittà. E allora posso avviarmi alla conclusione di questa arringa, certo che non potrete far altro che condannare l'imputato Aurelio McLaurentiis per i reati di tirchieria e mediocrità finanziaria, con le aggravanti della falsa testimonianza e della circonvenzione di incapaci. Vi piacciono le frasi fatte? Bene, se Padron Aurelio dice che chi va piano va sano e va lontano, io rispondo che chi non risica non rosica; e vi faccio notare che la storia del progresso è disseminata di persone che hanno innovato e rischiato. Dalla mia parte ci sono Cristoforo Colombo, Giordano Bruno, Galileo Galilei, i fratelli Wright, i fratelli Marx e i Monty Python; dall'altra molluschi e crostacei. Preferite la certezza dello scoglio, o il periglioso pelago dell'ambizione? Per quanto mi riguarda, io cazzo la gomena e salpo: l'acqua salmastra non mi si addice.

giovedì 23 giugno 2011

Niente pe' mme, niente pe' nnisciuno

 
Detto napoletano che equivale un po' a "muoia Sansone con tutti i Filistei". O, per usare un'espressione più calzante in questo frangente, "tanto peggio, tanto meglio". O mi fate battere il rigore, o mi porto a casa il pallone.

Nelle ultime elezioni comunali, Napoli ha espresso chiaramente una volontà di cambiamento rispetto al tipo di politica che ha caratterizzato gli ultimi 15 anni. L'ha fatto con una maggioranza schiacciante, che non lascia spazio a dubbi o diverse interpretazioni. Oggi Napoli vuole voltare pagina, e mettere in dubbio questo dato significa voler negare l'evidenza. Vi è però, accanto a questa città più matura, o semplicemente stanca di essere presa in giro, una città ancorata al passato, a secoli di cultura della a-legalità e, a mio parere, tarata da un'assoluta incapacità di comprendere concetti come la giustizia, l'equità, il bene comune, il senso civico, il rispetto dell'altro. Questa è, diciamocelo chiaramente, la città che ha espresso il candidato Gianni Lettieri. Ed è la città che adesso, dopo essere stata clamorosamente sconfitta alle urne, sta cercando di prendersi la sua rivincita con metodi assolutamente criminali. Quello che sta succedendo a Napoli da un paio di notti è semplicemente l'equivalente municipale di un colpo di stato.
Quando leggo che la gente è scesa dai Quartieri o da Forcella per riversare immondizia in via Roma o via Duomo mi viene da chiedermi se questi signori siano napoletani, come me, o Visigoti. Quelli del sacco di Roma. O, per rimanere nell'ambito delle invasioni barbariche (anche se parlare di popoli germanici anzichè di "barbari" sarebbe più politicamente e storicamente corretto), Vandali. Per ragioni che non riesco assoluamente a comprendere, ci sono ancora persone che scelgono Napoli come meta turistica; sapere che alcuni di loro si sono trovati coinvolti in questi episodi di indicibile barbarie (qui il termine lo si può usare tranquillamente!) mi fa vergognare, prima ancora che indignare e incazzare. Se questa città ha una risorsa che la potrebbe risollevare dalla polvere, quella è proprio il turismo. Certo, per chi da secoli vive di espedienti e rapina, e guarda a ciò che è fuori dal vicolo come a un mondo estraneo, questo non interessa. A loro interessa solo sopravvivere come meglio possono, ottenere il massimo vantaggio per se stessi, mentre intorno permangono le solite condizioni di degrado, ormai evidentemente percepite come naturali, come un dato di fatto, un ineluttabile destino. Non abbiate dubbi sul fatto che qualche pezzo di merda in giacca e cravatta (quelli sono sempre i peggiori) ha messo qualche euro in mano ai giovanotti più facinorosi e più rispettati di quei quartieri (rispettati nel senso camorristico della parola, ovviamente), per arrevotare un po'. Perché se Luigi De Magistris si è messo in testa di affermare la legalità a Napoli, rompendo così un giocattolo che negli ultimi anni ha arricchito alcuni e probabilmente fatto mangiare tante famiglie, deve capire che non è cosa; che deve levare mano. Altrimenti muoia Sansone con tutti i Filistei. Niente pe' mme, niente pe' nnisciuno. Altro che il gioioso scassare di cui aveva parlato il sindaco in campagna elettorale, quello scassare che non faceva male a nessuno, perchè era selettivo, mirato, igienico. Questo è lo scassare come lo intende il teppista, il malavitoso, il saccheggiatore.
La Repubblica di oggi parla di "Intifada del disagio"; io trovo questa definizione innanzitutto offensiva nei confronti del popolo palestinese, perchè accosta la loro lotta di resistenza a meri episodi di vandalismo; e soprattutto un pessimo servizio reso al pubblico, che vorrebbe essere informato su quanto accade veramente in questa città, e se legge Repubblica non ci capirà un tubo.
Queste "proteste" non sono paragonabili a quelle degli anni scorsi, a Chiaiano. Lì, al di là degli eccessi, che pure ci furono, si protestava con cognizione di causa contro l'apertura di una discarica. Si poteva essere a favore o contrari, ma era chiaro cosa volessero i manifestanti, ed era chiaro che avevano delle ragioni valide per lamentarsi. Fra l'altro esistevano dei comitati, e persone che ci mettevano la faccia, il nome e il cognome. In questo caso si tratta di gente spesso a volto coperto, che non ha sfilato dietro un solo striscione, non ha emesso un solo comunicato, non ha alcun gruppo di rappresentanza. Non è chiaro cosa vogliano, nè quali siano le loro proposte. Questa non è una protesta, questa è ammunina. Perchè Repubblica ha scelto questa linea? Che i bassoliniani abbiano il dente avvelenato per come sono andate le cose, a partire dal flop di Morcone per finire alla loro sostanziale esclusione dalla gestione del potere in questa città? Ma sono poi così potenti da condizionare la linea editoriale di uno dei primi quotidiani in Italia? Non saprei. Sicuramente, però, il nostro cazzutissimo sindaco sta rompendo le scatole a molta gente, e questo mi conforta, perchè mi fa capire di aver votato bene. Ok, d'ora in poi mi rivolgerò a lui, con la seconda persona.

Caro Giggino, non vorrei essere frainteso, tu sì 'a guerra e ti vogliamo bene, un po' ti idolatriamo anche, c'è chi discute sulla possibilità di una tua natura divina; però hai sbagliato quando hai detto che avresti ripulito la città in 5 giorni. Neanche gli dei onnipotenti delle religioni monoteiste potevano tanto. Se il padreterno ci ha messo 6 giorni per fare una cosa relativamente semplice come creare l'Universo, per ripulire Napoli dai rifiuti tu dovevi calcolare almeno 2-3 mesi. Hai fatto il passo più lungo della gamba, hai peccato un po' di smargiasseria. La gente di sfaccimma ti aspettava al varco, avresti dovuto saperlo. Che ti aspettavi da loro, fair play? Ma quelli non sanno nemmeno dove sta di casa il fair play. Sono loro la vera monnezza, quella che sarà più difficile smaltire. Il percolato umano. Non dico che sia tutta colpa loro, vivono in condizioni di tale abbrutimento che quasi riesco a comprenderli.

Alcuni sostenitori di Lettieri nel loro abituale stato di abbrutimento

Purtroppo viviamo in una città che, nel 2011, fa pensare alla Londra dei romanzi di Dickens. Un sindaco, nemmeno se cazzutissimo e semi-divino come te, non può trascinarla fuori dall'era vittoriana con le sue sole forze.

Caro Giggino, tu sei intelligente e quindi sai quanto sarà difficile resistere nei prossimi mesi. Siamo stati bravi, abbiamo scassato; ora dobbiamo sgombrare il campo dalle macerie e ricostruire. E, per quanto sembri assurdo, dobbiamo farlo sotto i bombardamenti.

martedì 21 giugno 2011

Spend the money!!!



Caro Babbo Aurelio,

mi chiamo Pier Paolo e sono un bambino di 38 anni. Lo so che Natale è ancora lontano, ma tra pochi giorni è il mio compleanno, così ho pensato che fosse legittimo chiederti un regalo. Vorrei che tu facessi una grande campagna acquisti per rendere competitiva la mia squadra del cuore, cioè il Napoli. Sai com'è, l'anno prossimo abbiamo la Champions League, e potremmo trovarci di fronte compagini veramente forti, per cui credo sarebbe opportuno attrezzarci adeguatamente; già abbiamo collezionato figure di cacca a livello planetario per il problema dei rifiuti, cerchiamo di non ripeterci.
Ora, essendo un bambino maturo, so bene che qualsiasi richiesta nella vita va motivata, soprattutto se viene da un fesso qualunque, e allora vorrei parlarti un po' di me e della mia situazione; sono sicuro che alla fine converrai con me sulla giusta natura delle mie accorate preci.
Nacqui a Napoli nel lontano 22 giugno del 1973, in una famiglia senza difficoltà economiche, ma non ricca. Sviato da un'educazione anacronistica, dedicai la mia infanzia e adolescenza agli studi, anzichè apprendere le ben più utili arti del borseggio o dello scippo. Ebbi poi una giovinezza travagliata, fra difficoltà accademiche, delusioni amorose e Napoli in serie B... Finalmente, il 15 marzo 2004 - oh happy day! - mi laureai in Lingue e Letterature Straniere; una laurea che, come ben sai, è seconda in prestigio ed utilità solo a quella in Filosofia Moderna e Contemporanea conferita dalla University of Woolamaloo. Una volta celebrato il lieto evento, mi trovai di fronte all'ingrato compito di cercare un'occupazione. Cominciai l'immancabile trafila di stage, corsi di formazione regionali e lavoro a nero, a cottimo o part time, che ormai in Italia tocca a quasi tutti i comuni mortali; trafila che certo non hanno dovuto fare i tuoi figli, o i figli di qualsiasi camorrista di Casal di Principe, ma non stiamo qui a recriminare. Vorrei solo spiegarti che, mentre voi persone di successo avete facile accesso al denaro, quello vero, quello serio, noi si è pagati con i soldi del Monopoli (quando si riesce a lavorare). Unica nota positiva in questo quadro di altrimenti assoluta desolazione, la rinascita del mio club, quello che da ragazzino mi aveva dato tante soddisfazioni, illudendomi che la vita non fosse una perenne riproposizione del tema della sconfitta. Quel risalire la china, quell'affrontare le avversità, domenica dopo domenica, su campi di patate con 20-30 spettatori sugli spalti, in luoghi spesso non segnati sulle mappe, aveva il sapore genuino e fragrante di un calcio che non c'è più. E tu, caro Babbo Aurelio, eri come l'Albertone nazionale nei panni di Benito Fornaciari, presidente del Borgorosso Football Club nell'omonima e godibilissima pellicola. Ci avevi raccolto dalla polvere, promettendoci di portarci sugli altari del calcio che conta; e noi, domenica dopo domenica, tra una sfida contro il Cittadella e uno spareggio contro l'Avellino, ti avevamo creduto. Arrivò la serie A, e tutta questa città fu pervasa da un entusiasmo straordinario. Grazie a una campagna acquisti non spendacciona (non sia mai, eh?) ma indovinata, ci qualificammo subito per la Coppa Uefa. Purtroppo i limiti della squadra, meno evidenti in Italia a causa del livello ormai preoccupantemente basso della nostra lega, vennero fuori chiaramente sul palcoscenico europeo. Ma tu continuasti impererrito a parlare di tetto di ingaggi e intascare i diritti d'immagine dei tuoi giocatori. Cominciai allora a pormi qualche interrogativo sulla tua buona fede. Ognuno ha il proprio concetto di ambizione e grandezza: se per te un "grande" Napoli significa un Napoli che arrivi terzo, quarto o quinto in campionato e vada a fare la Cenerentola in Europa, allora l'equivoco è chiarito. Certo, tu sei un uomo di successo, hai prodotto tanti film di cassetta, hai guadagnato tanti soldini. Ma io, caro Babbo Aurelio, che non ho un lavoro degno di tale nome e sono costretto a vivere ancora con mamma e papà (e tu sai quanto sia difficile andare d'accordo con le persone anziane) voglio di più. Io voglio un GRANDE Napoli, laddove "grande" vuol dire completo in tutti i reparti, e competitivo a tutti i livelli. Per questo ti esorto a, come dici tu, "spend the money". Ti ho composto anche una canzoncina, dove dalla tua viva voce si può ascoltare una sintesi, spero corretta, del De Laurentiis-pensiero. La trovi qui.
Fiducioso in un riscontro positivo, ti porgo i miei più distinti saluti, e i migliori auguri di un'estate serena e di relax per te e tutta la tua famiglia.

Con affetto,
Pier Paolo Palermo - estroso disoccupato

martedì 31 maggio 2011

Napoli anno zero


Questo post, una volta tanto, non è polemico nè satirico; è, da una parte, una celebrazione della straordinaria vittoria elettorale di Luigi De Magistris al ballottaggio per la poltrona di sindaco di Napoli, e dall'altra un contenitore di personalissime considerazioni su questo evento che possiamo tranquillamente definire epocale.
Ieri pomeriggio Napoli ha stupito tutti gli osservatori, e probabilmente anche sè stessa, eleggendo il candidato palesemente più pulito con un margine di vantaggio straordinario sul suo rivale. Possiamo dire finalmente non solo che a Napoli esiste altro dal malaffare, dalla criminalità, dal compromesso; ieri Napoli ha dimostrato di essere fatta soprattutto di brave persone (espressione che dobbiamo imparare a usare senza timore di cadere nella retorica). Per una città come la mia, non è poco.
Mentre alcuni sostenitori di Lettieri dimostravano ancora una volta chi era il loro candidato, aggredendo a colpi di casco alcuni simpatizzanti di De Magistris nei pressi del loro comitato elettorale, i numeri sancivano l'ingresso della città di Napoli nella società occidentale contemporanea. Cari amici, siete sulla buona strada, dovete solo imparare un po' di inglese e mettervi in testa che quando si dice "ci vediamo alle cinque" nei paesi normali significa "ci vediamo alle cinque", non alle cinque e un quarto. Ma io ho fiducia nel mio nuovo sindaco, e lo ritengo capace finanche di trasformarvi (io, in quanto essenzialmente britannico in ogni mia manifestazione, mi dissocio da voi) in gente produttiva, e tenervi lontani da bar e caffetterie durante l'orario di lavoro.
Al di là delle facezie, è proprio questa la sfida che si troverà ad affrontare chiunque voglia cambiare Napoli per il meglio: passare dall'arte di arrangiarsi, quell'atteggiamento culturale proprio di un popolo impossibilitato a migliorare le proprie sorti, e quindi incentivato solo a limitare i danni e rendere più sopportabile la propria soggezione, a una sana ambizione di progresso economico, certo, ma anche e soprattutto morale e sociale.

 Un napoletano dei Quartieri Spagnoli dopo la cura De Magistris

Adesso proviamo ad ampliare un attimo il campo visivo. Intanto ricordiamo che una scelta analoga a quella dei napoletani è stata fatta dai milanesi e dai cagliaritani;  facendo un ulteriore salto all'indietro di prospettiva, dobbiamo guardare alla Spagna, agli Indignados, a tutte quelle persone, soprattutto giovani, che occupano la Plaza de Catalunya, a Barcellona, nonostante le ripetute cariche della non democraticissima polizia spagnola. Era ovvio che le varie cariatidi del centro-sinistra si affrettassero qui da noi a catapultarsi in TV a rivendicare questa vittoria; cavalcare il sentimento popolare costituisce l'unica base del consenso per il PD (e prima di esso l'ex PCI, con le sue varie denominazioni), e può addirittura essere un'occasione per scongelare personaggi inquietanti, dai quali ci credevamo ormai liberi, ma che evidentemente, come nella migliore tradizione dei film di zombie, continueranno a tornare fin quando qualcuno non gli farà saltare la testa (calmi, è una battuta innocente, non torneranno gli anni di piombo, quelli no). Ieri sera credo di aver visto in un programma di "approfondimento" politico Paolo Cirino Pomicino; vero è che avevo festeggiato la vittoria di De Magistris con una buona quantità di birre, dunque voglio coltivare l'illusione che la memoria mi stia giocando uno scherzo di cattivo gusto. Questi sigjnori mi fanno pensare a quel film con Kevin Costner, quello in cui lui parla con i fantasmi dei giocatori di baseball. "Se lo costrusci, verranno". Il successo elettorale di De Magistris, Pisapia e Zedda è il metaforico campo di baseball che attrae in gran numero i fantasmi della vetero-politica. Ma questa, cari signori, non è la vostra partita. Questo è un segnale lanciato forte e chiaro dal popolo italiano (popolo, un'altra parola che non dobbiamo avere paura di usare), e con altre modalità da quello spagnolo, che si traduce così: "Vogliamo contare". Non era questione di centro-destra e centro-sinistra, come dimostra chiaramente il fiasco elettorale di Mario Morcone. Ad entrare in crisi è stato un modo di fare politica che non definirei nemmeno antidemocratico, ma addirittura indifferente al concetto di democrazia. Questa tornata elettorale, per una volta, l'abbiamo vinta noi, gli elettori. Il popolo. Il popolo sovrano.

Paolo Cirino Pomicino, fotografato dopo una lunga sessione di make-up, per eliminare ogni traccia della sua condizione di non-morto.

E allora adesso che succede? Per tornare a Napoli, i più scettici sostengono con ferma convinzione che Giggino la Manetta non riuscirà a cambiare proprio niente. A volte, come in questo caso, ho l'impressione che certe persone trovino una sorta di perverso conforto nella sfiducia. Forse traggono dall'avverarsi delle loro profezie di sventura un rassicurante senso di continuità, chissà...
Io dico che questo aspetto è addirittura secondario: quali che siano i risultati raggiunti dal nostro nuovo sindaco, quel che conta è che noi l'abbiamo eletto. Dobbiamo smettere di pensare alla cosa pubblica come a qualcosa da occupare e saccheggiare, con il nostro ruolo che si limita a poter scegliere da chi farci depredare; i nostri amministratori devono essere persone che ci rappresentino TUTTI, che facciano l'interesse comune nel modo che ritengono più giusto; e dunque, se sbagliano, devono farlo comunque in buona fede. Forse Luigi De Magistris non riuscirà a vincere la partita contro secoli di malamministrazione e disprezzo del popolo napoletano da parte dei suoi governanti. Ma almeno, e su questo potete fidarvi, la partita non se la venderà.

lunedì 16 maggio 2011

Il prezzo della vittoria

 Lo sguardo di Walter sembra scrutare un futuro nebbioso...
 
Ebbene, finalmente il Napoli ha conquistato la matematica certezza del terzo posto, e dunque dell'accesso diretto alla competizione europea per club più prestigiosa. Possiamo allora trarre le somme di una stagione che neanche una eventuale sconfitta contro la Juventus nell'ultima gionata di campionato rischierebbe di macchiare. Gli azzurri sono stati protagonisti di un'annata straordinaria, considerato l'organico non stratosferico e la deludente campagna acquisti dell'estate scorsa. Da ieri sera il Napoli è entrato di prepotenza nel salotto buono del calcio europeo, un po' come il proverbiale zappatore, e senza cercare permesso si accinge a ballare sulle note dell'inno ufficiale della Champions League.

Una fitta nube incombe però sul futuro di questa nostra amata squadra, dispensatrice di emozioni e cardiopatie: l'incapacità di intendere e di volere del nostro presidente, Aurelio Mac Laurentiis. Analizziamo il suo comportamento ieri sera, al termine della partita. Prima l'abbiamo visto incedere con il passo lento e cadenzato del pavone per il terreno di gioco, tutto impettito e fiero, come se quello che si è fatto un culo così, settimana dopo settimana, fosse stato lui. Poi ha chiesto un microfono, per dare inizio a un indegno spettacolo di caudillismo. Nemmeno il Perón dei giorni migliori riusciva a essere così populista. In più, come al solito, dalle sue labbra sono uscite una serie di frasi incomprensibili (come quando ha lodato i tifosi per la loro "professionalità"?!?!?), di quelle che mi spingono a paragonare i discorsi del cazzaro di Cinecittà a una indigestione da peperoni. Ma questo è ormai una routine a cui siamo abituati. Ciò che deve preoccuparci è che lui e Mazzarri non hanno festeggiato insieme, anche se bisogna ammettere il fair play del presidente nel ringraziare il suo allenatore. Insomma, il divorzio fra il Napoli e il tecnico che l'ha trasformato in una bella favola sembra adesso ancora più probabile.

Ci fu una mezza rivoluzione a Napoli l'estate scorsa, quando Quagliarella fu ceduto alla Juventus. Devo dire che quella reazione mi parve esagerata, di fronte all'addio di un giocatore che, diciamoci la verità, aveva piuttosto deluso in maglia azzurra. Se tanto mi dà tanto, l'addio di Mazzarri dovrebbe scatenare una sommossa da far impallidire quella del 1799. Dovremmo prendere d'assalto Castel Sant'Elmo, e da lì cannoneggiare casa del cazzaro maledetto, fino a quando costui non si arrendesse al popolo sovrano e cedesse tutte le sue ricchezze (frutto di orrendi misfatti cinematografici) alla santa causa del Napoli, per fare una squadra finalmente degna di questa città. Perchè, incidentalmente, nessuno deve avere il minimo dubbio sul fatto che questi ragazzi si siano superati, e che un'altra stagione così la potremo fare solo se ci rafforziamo considerevolmente .

Sapete, io provo un certo fastidio quando mi si dice che il Napoli non sarà mai all'altezza di Milan, Inter o Juve. Volete sapere perchè? Perchè questo giudizio implica la minorità della nostra città rispetto a Milano o Torino. Questa, cari amici, è una città che vive di calcio e poco più. Questa è una città che è già stata nell'Olimpo del calcio italiano, riuscendo a vincere due scudetti proprio negli anni in cui Berlusconi cercava di fare grande il suo Milan, senza badare a spese, ma anzi regalando ai suoi tifosi campioni del calibro di Van Basten, Gullit e compagnia bella. Non siamo diversamente abili: quando ci mettiamo d'impegno, siamo capaci di fare grandi cose. Abbiamo però un grosso limite: ci crediamo molto, ma molto più furbi di quello che siamo in realtà. Quanti napoletani hanno abboccato alle cazzate di Mac Laurentiis sul fair play finanziario e sulla politica dei piccoli passi? Sono ovviamente mastodontiche stronzate, come risulta evidente a chiunque abbia un'istruzione superiore e un quoziente intellettivo appena adeguato. Tutte le grandi squadre vanno sotto col bilancio, e anche il Napoli dovrà farlo, se vuole essere una grande squadra. L'alternativa è emulare quelle compagini di centro classifica che lanciano giovani sconosciuti per poi rivenderli a società più danarose quando le loro quotazioni sono salite a sufficienza. Ma io sono un cittadino di Napoli, non di Udine. Non ho un lavoro decente, e non l'ho mai avuto (forse mai lo avrò); i miei amministratori locali sono tradizionalmente dei ribaldi senza pari; la mattina, quando esco di casa, devo farmi largo con grande fatica fra catene montuose di rifiuti; e allora quando arriva la domenica mi voglio arricreare.

Si dice che Walter Mazzarri sia molto vicino alla Juventus, e che comunque Mac Laurentiis non gli darà le garanzie tecniche necessarie per restare. Vedremo. E rendiamoci conto che da questo si vedrà quanto vale il cazzaro come presidente. Perchè il calcio è una strana industria: un'industria in cui chi vince, perde. E chi non vuole perdere, non vince. Al massimo gioca a fare l'imperatore di fronte alla plebe incolta e ottusa.

 La plebe incolta e ottusa ascolta il cazzaro di turno